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Discussione: Gianfranco Miglio

  1. #11
    Blut und Boden
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    Predefinito Re: Gianfranco Miglio

    Una società senza produttori diventa asfittica e, prima o poi, muore. Una società senza parassiti invece vive benissimo e fiorisce.
    Gianfranco Miglio
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

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  2. #12
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    Predefinito Re: Gianfranco Miglio

    Un politico mediocre pensa alle prossime elezioni; un grande statista pensa alle prossime generazioni.
    Gianfranco Miglio
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  3. #13
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    Predefinito Re: Gianfranco Miglio

    Miglio, Padania? Cuore e cervello non vanno dalla stessa parte. La gente chiede una cosa, i politici un’altra

    22 Jan 2016 · 0 Commenti



    di GIANFRANCO MIGLIO – L’ esercito in rotta è quello della partitocrazia (…). È cominciata la mobilitazione di tutti i partiti, grandi e piccoli, di tutte le consorterie, di tutti i giornali, dei settimanali, delle televisioni, di tutti gli scrittori, gli elzeviristi e i predicatori (ecclesiastici compresi) comunque interessati alla sopravvivenza del “sistema”. Più che un esercito è una gigantesca
    “corte dei miracoli”: ci sono tutti, nani, giganti, storpi, sciancati, zoppi, ciechi, in carrozzella o barellati (…). La sconfitta significherebbe il crollo della sterminata bottega in cui i “partitanti” succhiano il sangue dei loro connazionali. A vederli ora riuniti e incolonnati, si ha un’idea di quanto numerosa sia la legione di parassiti che, un po’ alla volta, sono riusciti a infiltrarsi in ogni angolo del Paese. C’è da restare sbigottiti. Come proiettili essi usano tutte le banalità e tutti i luoghi comuni inventati negli ultimi anni, compresi quelli più arrugginiti e ormai vuoti di significato. (…) L’accusa scagliata con più furore – o meglio strumentalizzata e sfruttata con maggiore spregiudicatezza – è quella di attentare mediante il modello federalista all’“unità nazionale”. (…)

    Proprio mentre nella cultura occidentale va in crisi il modello dello Stato unitario, in Italia si tenta di conservare il privilegio partitocratrico occultandolo sotto la maschera del salvataggio “della Patria e dell’ordine » .

    (da L’Indipendente)


    LE UNITÀ TERRITORIALI

    (…) Tutte le unità territoriali (..) non sono mai compatte e stabili al cento per cento, come se fossero disegnate e ritagliate a tavolino. (…) Quello che conta è individuare delle aree in cui gli abitanti sentano coloro che stanno al di fuori come estranei: la conflittualità amicus-hostis. E questo storicamente per la Padania si verifica: le città padane costituiscono un unicum, senza alcun dubbio. Solo la
    disinformazione e il disinteresse hanno portato i cittadini comuni a ignorarne l’esistenza, oppure a non capire l’unità della cultura alpina, che collega la Padania alla Baviera e alle regioni elvetiche”. “Io credo che il fattore economico sia soltanto uno degli elementi che
    determinano l’identità di una convivenza umana e che la spingano a pretendere l’autonomia (…). Ma tu ti sbagli quando neghi le basi dell’unità politica dell’area padana. Questa è stata nei secoli una terra di comuni ed altissime esperienze istituzionali. È la storia delle istituzioni (così come la conoscono gli specialisti di tutto il mondo scientifico) a stabilire che le genti padane sono diverse dagli altri popoli italici, e sono invece relativamente omogenee fra di loro. Certo, quando tocchiamo il tasto delle identità, e sopra tutto quello del rapporto fra identità e interessi, ci troviamo su di un terreno fra i più controversi della scienza sociale. Spesso nella politica sono gli interessi stessi a costituire le identità, e non viceversa. (…) Noi stiamo vivendo un periodo storico nel quale le identità vengono ridisegnate costantemente.


    La Padania è un caso classico in cui una Comunità identitaria potrebbe essere messa in discussione, ma esistono due percezioni diffuse (ben oltre gli elettori della Lega) che costituiscono un idem sentire padano: la prima è quella di far parte della terra più ricca e laboriosa d’Europa e la seconda è quella di essere gli “schiavi fiscali” di altre popolazioni. Non voglio ora discutere della correttezza di queste percezioni, ma senza dubbio sono molto forti e forse sufficienti a far crescere un senso di appartenenza di tipo identitario. L’identità non è solo etno-linguistica, ma è fatta anche di stili di vita, condizioni socio-economiche, percezioni politiche. Ma ben oltre i fattori socio-economici, che a mio avviso sarebbero già sufficienti a favorire la nascita di un senso di appartenenza (che si modella anche sul senso di “alterità” rispetto ad altre popolazioni della penisola) la Padania vanta maggiore omogeneità dell’Italia.
    Intendiamoci, io sono contrarissimo al modello di “Stato nazionale” ottocentesco. Ma se prendiamo i versi di Marzo 1821 di Alessandro Manzoni, una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor e confrontiamo l’Italia con la Padania, è quest’ultima ad essere una nazione e non certo l’Italia. L’unica posizione coerente è quella di chi afferma che le “nazioni” non esistono in natura e quindi né la Padania, né l’Italia.

    In sostanza, se la Padania non è una nazione (a dispetto dell’omogeneità linguistica, etnica e culturale dei suoi abitanti), figuriamoci l’Italia, formata da un’accozzaglia di popolazioni che non hanno nulla in comune, neanche la lingua effettivamente parlata (dialetto). Ma per riassumere il rapporto fra identità e interessi, poniamo la questione in questi termini: alla naturale disomogeneità etnica italiana si è ormai aggiunta la distonia di interessi. Se la Padania è una “Comunità fittizia”, l’Italia si fonda ormai solo sull’affettività (…). Per quanto riguarda la Padania, possiamo dire che “cuore e cervello” non vanno nella stessa direzione, mentre diverso è il caso del Meridione: lì gli interessi delle popolazioni sono in massima parte coincidenti con quelli della classe politica romana.
    (pg. 166-169, dal resoconto dal dibattito con Augusto Barbera Federalismo e secessione, 1997)

    L’EUROPA DELLE CITTÀ
    Declineranno, una dopo l’altra, tutte le grandi strutture istituzionali che hanno caratterizzato, nel corso dei secoli, il nostro paesaggio politico. Ad esempio il Parlamento su base nazionale, non solo strutturalmente incapace di produrre decisioni, ma ormai continuamente scavalcato, sulle questioni politicamente ed economicamente più importanti da organismi che agiscono al di fuori della struttura
    parlamentare. Con parlamenti e le loro mischie interne verrà meno la classe dei parlamentari, queste figure ottocentesche, un po’ noiose e arroganti, che abbiamo sempre immaginato, obbedendo a una certa oleografia, come i protagonisti assoluti e necessari di ogni politica. I grandi partiti di massa, dal canto loro, sono già un ricordo, sostituiti oramai da aggregazioni di interessi nelle quali non conta più
    l’ideologia, ma il carisma dei capi e l’uso scientifico della propaganda. Cambiando i partiti, cambia anche il meccanismo della
    rappresentanza. Così come è destinato mutare il significato sin qui attribuito alla Costituzione. La politica ha oggi assunto una dimensione pienamente mondana e secolare: come può dunque concepirsi un atto politico, come appunto la Costituzione, avvolto da un’aura quasi sacrale e religiosa, giudicato intoccabile, un sistema chiuso di norme che una volta posto è destinato a vincolare la vita di tutte le generazioni a venire? In realtà, ogni generazione dovrebbe poter scrivere la propria Costituzione, fissare autonomamente le regole della convivenza politica secondo le proprie esigenze e necessità. (…) Io sostengo il Federalismo come soluzione e via d’uscita al declino irreversibile dello Stato nazionale. Ma se debbo dire qual è il mio vero modello politico di riferimento, il novum che mi piacerebbe vedere realizzato, si tratta di un modello che definisco “anseatico”, che ricalca quello delle città commerciali libere che l’Europa ha conosciuto prima che ovunque nel continente si imponesse la struttura statuale moderna, con i suoi eserciti e la sua burocrazia.

    Infatti la più genuina tradizione federalista è stata quella dei secoli XII-XVII, delle città mercantili libere, sopraffatte dall’avvento violento dello Stato moderno. Anche Otto von Gierke non è però andato al fondo della struttura contrattuale anseatica
    delle città commerciali libere. In questa fase nelle città non c’erano persone di grande rilievo politico, né parlamenti, ma solo una gestione degli affari quotidiani negoziata continuamente e un Governo frammentato. Il libro che mi piacerebbe scrivere dovrebbe intitolarsi L’Europa degli Stati contro l’Europa delle città. In realtà ci sono dei segnali che lasciano intravedere la possibilità di un’evoluzione nel senso da me auspicato. In Europa oggi esistono grandi aree metropolitane coese (Randstad Holland, a struttura polinucleare, con sei milioni di abitanti fra Amsterdam, Rotterdam, L’Aja e Utrecht, la stessa Padania), grandi centri urbani – Milano, Lione, Parigi, Monaco, Londra, Francoforte – che sono a tutti gli effetti vere e proprie megalopoli (nel senso di Gottmann), aree di riferimento dal punto di vista degli scambi economici, dello sviluppo demografico, dell’innovazione tecnologica e dei rapporti politici. Vere e proprie comunità politiche sempre più quasi-indipendenti de facto, talvolta in stretta relazione (e magari in competizione) le une con le altre e sempre meno in sintonia con i rispettivi Stati nazionali, che vivono anzi come una limitazione.


    L’Europa ha già conosciuto qualcosa di simile, all’epoca del Sacro Romano Impero, che era una struttura “internazionale” pluralistica che non produceva sovranità (Pufendorf sbagliava), nella quale le città godevano di una grande indipendenza, pur potendo disporre di un’autorità superiore alla quale rivolgersi per risolvere le proprie controversie. Mi è molto piaciuto, debbo dire, il richiamo del ministro tedesco Fischer alla struttura del Sacro Romano Impero come modello per l’Europa del futuro: un richiamo che non a caso non è stato invece gradito dai custodi del modello dello Stato giacobino e livellatore, Chirac in testa. La realtà è che la storia dello Stato moderno ha diffuso un’idea limitata e parziale delle innumerevoli possibilità di organizzazione della convivenza internazionale. Costituzionalisti, studiosi di Diritto pubblico e giuristi internazionalisti però non se ne rendono conto, se non confusamente, a causa della concezione ossessiva della sovranità nella quale sono cresciuti. Fra cinquant’anni una nuova combinazione di elementi politici e privatistici darà luogo a strutture di tipo neofederale quasi ovunque.

    (tratto da Ideazione, n. 2, 2001).

    Scritti raccolti nello speciale Gianfranco
    Miglio: un uomo libero, Quaderni Padani
    n.37-38, 2001



    - See more at: Miglio, Padania? Cuore e cervello non vanno dalla stessa parte. La gente chiede una cosa, i politici un?altra | L'Indipendenza Nuova

    http://www.lindipendenzanuova.com/miglio-padania-cuore-e-cervello-non-vanno-dalla-stessa-parte-la-gente-chiede-una-cosa-i-politici-unaltra/
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  4. #14
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    Predefinito Re: Gianfranco Miglio

    Miglio: 15 anni fa ci lasciava il grande scienziato della politica

    10 Aug 2016 · 0 Commenti



    di ROBERTO MARRACCINI – Esattamente 15 anni fa, il 10 agosto 2001, ci lasciava colui che non a torto può essere considerato il più grande scienziato della politica del secondo Novecento: Gianfranco Miglio.

    Dai ricordi delle persone che ebbero la fortuna di conoscerlo e di lavorare al suo fianco, affiorano le caratteristiche di un pensatore fuori dagli schemi classici della politologia o – come lui stesso amava definire, visto che fu il primo in Italia a fondarne una facoltà universitaria – della Scienza della Politica. Un intellettuale infaticabile, rigoroso, sempre attento a capire, in ogni singola e minuziosa sfaccettatura, il complesso mondo della politica, con i propri rituali e schemi mentali, i propri crismi, le proprie regolarità.

    La parabola discendente dello Stato moderno e il neofederalismo
    In lui era fortemente radicata la convinzione che lo Stato nazionale – il vero “capolavoro dell’Occidente” come lo definiva – fosse ormai giunto alla “conclusione della sua parabola storica”. Ciò che il professore lariano insisteva nel sostenere era che, sostanzialmente, il mondo – questo in maniera inequivocabile dopo la caduta del Muro di Berlino e il crollo dell’ideologia comunista – stesse attraversando un rimescolamento nei propri equilibri, anche e soprattutto a causa del venir meno del ruolo rappresentato dallo “Stato moderno”.
    Ecco allora perché, la soluzione più coerente e aderente alla linearità del suo cammino di studioso della politica e delle sue istituzioni – con il rapporto continuo tra lo Stato e il potere – non poteva che essere l’approdo alla convinzione della necessità di realizzare una vera struttura federale.
    Gianfranco Miglio fu un vero federalista. Il suo accostarsi alle idee federaliste non è casuale ed ha origine fin dagli anni ’40 del secolo scorso, durante la Seconda Guerra Mondiale. Conosceva alla perfezione i testi di Carlo Cattaneo (definito dalla storiografia, il padre del federalismo italiano).
    Il modello federale da lui teorizzato e avanzato come soluzione ai problemi italiani era volto alla concretizzazione di quello che definiva un “federalismo vero”. Ma per farlo occorreva, sempre come lui stesso diceva, una reale cultura federalista nella società, che purtroppo non vedeva realizzata in Italia: “Non è facile costruire un sistema costituzionale federale in un Paese che non ha assolutamente cultura federale”.
    Un federalismo che, per Miglio, doveva configurarsi in maniera opposta rispetto al federalismo classico, che era utilizzato per unire delle entità preesistenti (e pluribus unum: da più soggetti ad un unico soggetto, proprio come sono nati la Svizzera e gli Stati Uniti d’America). Il nuovo federalismo di Miglio – neofederalismo – ha, invece, la funzione storica di “tutelare e gestire le diversità”, favorendo quindi “il passaggio dall’unità alla pluralità: ex uno plures : da un’unica entità sovrana, lo Stato nazionale, si giunge – dopo un processo di federalizzazione – ad un sistema costituito da più sovranità distinte tra loro ed unite da un patto federativo (il principio cardine del federalismo).
    La sua proposta federale era estremamente radicale, basti pensare al Decalogo di Assago nel quale delineò un’Italia federale suddivisa in tre macroaree omogenee (Repubbliche): Nord, Centro e Sud, più le cinque Regioni a Statuto speciale attuali. Una riforma realmente federale nel suo spirito di fondo e di cui ci sarebbe assoluto bisogno anche oggi, considerata la riforma costituzionale centralizzatrice portata avanti da Renzi e dal suo Governo.
    Per queste ragioni si avvicinò alla Lega Nord – di cui fu Senatore (indipendente) – perché essa, ai suoi occhi, rappresentava l’unica forza politica autenticamente orientata a realizzare una riforma dello Stato in senso federale. A tale proposito disse: “Non si può essere leghisti se non si è federalisti nelle istituzioni e liberali in economia”. Certamente, era una Lega molto diversa da quella di oggi, tutta protesa verso un nazionalismo di matrice lepenista, che nulla ha a che vedere con il federalismo e i princìpi dell’autogoverno dei territori.

    Miglio studioso realista ma già proiettato al futuro
    Il pensiero migliano – fortemente legato alla realtà concreta dei fatti – era improntato al cosiddetto realismo politico. Maestro di questa corrente di pensiero fu Carl Schmitt, giurista tedesco di grandezza siderale, il quale ebbe a definire proprio Miglio “il maggior tecnico delle istituzioni e l’uomo più colto d’Europa”.
    Le analisi e le previsioni di Gianfranco Miglio si sono poi dimostrate – in più di una circostanza – delle vere e proprie profezie. Come semplice esempio, ricordiamo quanto scrisse nel 1993 su Limes (Rivista Italiana di Geopolitica): “La Germania oggi è in crisi. È come il pitone che ha ingoiato la gazzella e fa una fatica tremenda a digerirla. Nel giro di tre-cinque anni la ex Repubblica Federale riuscirà ad assimilare la ex Repubblica democratica. Ciò significa che la nuova Germania sarà di gran lunga la maggiore potenza continentale e deciderà del futuro assetto europeo. Essa infatti disporrà dei vantaggi di una infrastruttura moderna nell’ex Germania comunista e di un apparato produttivo senza eguali nel continente”.
    Rammentiamo poi quanto scrisse nel 1991, riguardo al cosiddetto mondo arabo: “Ma hanno ormai capito tutti che il fronte filo-arabo, emerso in Europa e oltre-Atlantico punta proprio su questo risultato politico, in funzione anti-americana e anti-occidentale. Si è ricostituito, in altre parole, lo schieramento ostile al modello di società, definito sommariamente capitalistico, e in realtà basato sui valori liberal-democratici e sul mercato. Non ci sono più, a capitanarlo attivamente, l’Unione Sovietica e i partiti comunisti: al loro posto, tra la meraviglia di molti, sono venute a galla, in modo talvolta equivoco e confuso, componenti, anche cospicue del mondo confessionale. A questo punto è indispensabile che si faccia quanta più chiarezza è possibile”. Analisi semplicemente profetiche.

    L’ingiusto silenzio sulle sue opere e il dovere di riscoprire il suo lascito scientifico
    Il silenzio del mondo accademico sui suoi lavori e sulle sue opere è andato avanti per molto, troppo tempo, e purtroppo continua ancora, tranne rarissime eccezioni. Un silenzio che oserei definire – senza retorica – assordante e comunque ingiusto. Ingiusto perché abbiamo di fronte a noi un pensatore, uno scienziato della politica, straordinario, di livello assoluto.
    I suoi scritti, in definitiva, sono – per la lucidità di analisi e la forte aderenza alla realtà dei fatti politici ed istituzionali – di una attualità sorprendente. Sembra davvero che i suoi articoli e i suoi documenti siano stati scritti in questi giorni. Anche da questo si vede la grandezza di uno studioso: la grandezza di un pensatore davvero unico.

    Miglio: 15 anni fa ci lasciava il grande scienziato della politica | L'Indipendenza Nuova




    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  5. #15
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    Predefinito Re: Gianfranco Miglio

    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  6. #16
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    Predefinito Re: Gianfranco Miglio

    grande miglio che carl Schmitt definiva 'il pensatore più colto d' europa'

    peccato che la politica non segua percorsi lineari e chi doveva difenderne le idee è stato assorbito in certi meccanismi aristocratico-burocratici romani

    quel marco bassani che cura questa selezione di scritti politici racconta che quando miglio si faceva accompagnare dai suoi allievi a roma per gli impegni parlamentari, gli proibiva la frequentazione di circoli e salotti dell' aristocrazia romana, e non a caso
    la valuta nazionale/non ha fatto mai del male

  7. #17
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    Predefinito Re: Gianfranco Miglio

    Citazione Originariamente Scritto da Indra88 Visualizza Messaggio
    grande miglio che carl Schmitt definiva 'il pensatore più colto d' europa'

    peccato che la politica non segua percorsi lineari e chi doveva difenderne le idee è stato assorbito in certi meccanismi aristocratico-burocratici romani

    quel marco bassani che cura questa selezione di scritti politici racconta che quando miglio si faceva accompagnare dai suoi allievi a roma per gli impegni parlamentari, gli proibiva la frequentazione di circoli e salotti dell' aristocrazia romana, e non a caso
    G.F.Miglio è stato l'unico pensatore politico che abbiamo avuto negli ultimi 100 anni...

    Marco Bassani (che conosco) è quello che lo reincarna meglio, ma purtroppo i tempi son cambiati e stanno cambiando ancora più velocemente di quanto si poteva pensare fino a poco tempo fa

  8. #18
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    Predefinito Re: Gianfranco Miglio

    Citazione Originariamente Scritto da sciadurel Visualizza Messaggio
    G.F.Miglio è stato l'unico pensatore politico che abbiamo avuto negli ultimi 100 anni...

    Marco Bassani (che conosco) è quello che lo reincarna meglio, ma purtroppo i tempi son cambiati e stanno cambiando ancora più velocemente di quanto si poteva pensare fino a poco tempo fa
    era da cogliere l' occasione degli anni 90', ormai non ci libereremo più del sud, forse solo in caso di disastro collettivo, ma in quel caso converrà scappare dalla barca che affonda e pace

    bassani e anche altri fanno un buon lavoro e spiegano alla gente almeno l' abc della situazione istituzonale italiana e di come mai non funzioni un caxxo di niente, ma tornare a convincere le masse è sempre più difficile..

    anche se io credo che infondo un po' tutti anche a livello inconscio magari ma intuiscono come stanno le cose e che per questo paese non ci siano più speranze
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  9. #19
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    Predefinito Re: Gianfranco Miglio

    Citazione Originariamente Scritto da Indra88 Visualizza Messaggio
    era da cogliere l' occasione degli anni 90', ormai non ci libereremo più del sud, forse solo in caso di disastro collettivo, ma in quel caso converrà scappare dalla barca che affonda e pace

    bassani e anche altri fanno un buon lavoro e spiegano alla gente almeno l' abc della situazione istituzonale italiana e di come mai non funzioni un caxxo di niente, ma tornare a convincere le masse è sempre più difficile..

    anche se io credo che infondo un po' tutti anche a livello inconscio magari ma intuiscono come stanno le cose e che per questo paese non ci siano più speranze

    penso anch'io che non ci sia più niente da fare ... a tutti quelli che possono, consiglio di andarsene


    link di uno spezzone di film (meridionale) uscito in un periodo economicamente migliore di adesso https://www.youtube.com/watch?v=N0VYLTYwx3s

  10. #20
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    Predefinito Re: Gianfranco Miglio

    Sciatore, vedi di non trovare scuse lasciandoti convincere, per giustificare la TUA negatività, da chi scrive altre negatività forse con scopi precisi.
    Sii positivo!
    Anche quando è difficile, anzi proprio allora.
    Tu non ci saresti se i tuoi vecchi avessero fatto così.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

 

 
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