"Il silenzio è cosi' preciso"


"Il silenzio è cosi' preciso"
Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 09-11-13 alle 23:48
se non ci metterai troppo io ti aspetterò tutta la vita...


Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 09-11-13 alle 23:49
se non ci metterai troppo io ti aspetterò tutta la vita...


Da vari anni Christopher Rothko fa conferenze, organizza convegni, partecipa attivamente all'organizzazione di mostre, come quella inaugurata ieri a Roma. In breve si dedica a tempo pieno a far conoscere e apprezzare l'arte di Mark Rothko. Ma non è sempre stato cosi. Per lunghi anni Christopher non ha voluto avere nulla a che fare con le tele paterne, oggi ricercatissime dal mondo intero.
«Quando mio padre morì avevo 6 anni – dice Christopher Rothko – e ricordo solo che, attaccati alle pareti di casa, c'erano grandi dipinti. Ma della sua attivitá di pittore non ho mai avuto conoscenza, perché del lavoro non parlava mai e non l'ho mai visto dipingere. Nessuno l'ha mai visto dipingere. Eppure egli aveva assistenti che gli mescolavano i colori e preparavano le tele. Ma quando dipingeva nessuno era autorizzato a rimanere. Con me papà parlava invece di musica. Avevo cominciato a suonare il pianoforte a tre anni. Ascoltavamo tutti i giorni Schubert, Haydn e soprattutto Mozart, e ricordo le accese polemiche se l'opera più grande fosse Il Flauto Magico oppure, come sostenevo io, Don Giovanni».
Ma tutto ciò finì improvvisamente il 25 febbraio 1970 quando Mark Rothko venne trovato in cucina con le vene tagliate. Sei mesi più tardi, a causa di un attacco cardiaco, era scomparsa anche la madre. Il piccolo Christopher si ritrovò a centinaia di chilometri di distanza in un quartiere popolare di Columbus (Ohio), in una famiglia di operai, dove nessuno aveva mai sentito parlare di Rothko, di Schubert o di Mozart. Il trauma fu tale da non consentirgli neppure di pensare alla morte dei genitori. Per sopravvivere si inventò una nuova esistenza e una nuova identità.
Il primo incontro con l'attività professionale del padre avvenne a 12 anni, quando andò a vivere con la sorella Kate, ormai sposata e avviata alla carriera medica. Fino ai 25 anni di età non riuscì ad attaccare alcun dipinto del padre in camera sua. Anche dopo essersi laureato e aver iniziato con successo la carriera di psicoanalista – e nonostante le pressioni della sorella – Christopher aveva rifiutato di occuparsi dell'eredità paterna. Aveva faticato troppo a crearsi una esistenza indipendente, in cui poter dividere il tempo fra i pazienti, la carriera molto attiva di critico musicale per importanti testate nazionali e la vita della sua giovane famiglia. Non intendeva mettere a rischio tutto questo per occuparsi della fama di Mark Rothko e delle beghe sgradevolissime legate alla sua eredità. Kate Rothko aveva infatti dovuto lottare 12 anni per cacciare il gruppo d'individui scelti dal padre fra i suoi amici per gestire la fondazione che portava il suo nome. Si erano rivelati una banda di ladri. Uno di questi era il direttore della Galleria internazionale Marlborough che non finì in galera solo perché scappato all'estero. Riorganizzata la fondazione, con metà dei dipinti donati alla National Gallery di Washington e l'altra metà andata agli eredi, erano iniziate per i filgi di Rothko le tribolazioni con il fisco, che pretendeva milioni e milioni di tasse di successione in base all'enorme escalation dei prezzi iniziata dopo il suicidio.
L'occasione per un radicale cambiamento nell'atteggiamento di Christopher venne nel 1988, alla scoperta in un magazzino di un grosso involucro di fogli. Si trattava di appunti manoscritti, fra cui i capitoli di un libro che Mark Rothko aveva cominciato a scrivere fra il 1940 e il 1941.
«Lavorando su quei manoscritti – racconta Christopher – mi ritrovai ad avere un rapporto stranamente personale e intenso con mio padre, una specie di relazione fra coetanei. Ancora oggi, io non ho un ricordo preciso della sua persona fisica, eppure attraverso quei testi, spesso astratti e oscuri, ho risentito la sua voce».
Nei mesi in cui lavora per dare al testo una forma coerente e comprensibile (il libro venne poi pubblicato presso la Yale University Press col titolo The Artist's Reality: Philosophies of Art), Christopher si è addirittura trovato più volte a dialogare col padre. «Ci sono dipinti che parlano in modo così eloquente, eppure sono cosi astratti! La frase, lasciata incompiuta, voleva essere una riflessione filosofica. Ma io ho sentito la sua voce. Sulla pagina c'era la sua calligrafia, c'erano le sue correzioni e in certe occasioni, quando cercavo disperatamente di semplificare alcune delle sue frasi più contorte, inaspettatamente ho detto ad alta voce: "Come on, Dad!" (Ma andiamo, papà!). Nel fare un libro, ho ritrovato mio padre».
Dopo quella scoperta, Christopher ha concluso che valeva davvero la pena di rinunziare a scrivere 5 o 6 recensioni di concerti la settimana e abbandonare la pratica di psicoanalista per dedicarsi esclusivamente a far conoscere e a promuovere l'arte di Mark Rothko. La mostra del Palazzo delle Esposizioni a Roma è un esempio delle attività cui ora si dedica con tanta passione.
«Da tempo mia sorella e io pensavamo di fare in Italia una mostra che, attraverso un buon numero di opere importanti, non solo facesse conoscere meglio la sua arte, ma anche ricordasse sia l'amore unico che aveva sempre avuto per questo Paese, sia il fatto che i collezionisti italiani erano stati fra i primi a riconoscere la sua grandezza. Inoltre, abbiamo pensato che in Italia sarebbe stato più facile capire l'importanza che ebbero per il Rothko del periodo surrealista le storie e i personaggi della mitologia greca e romana».
Per illustrare la passione di suo padre per l'arte italiana Christopher si diverte a raccontare la disavventura di sua sorella che, ancora bambina e compressa in una Fiat Cinquecento fra il padre grande e grosso e un suo amico ancor più voluminoso, era stata costretta per 5 ore alle polemiche e le grida dei due, che non si trovavano d'accordo se Piero della Francesca fosse o no l'artista più grande del Rinascimento.
«Rothko era incantato dai colori degli affreschi di Pompei e da certe invenzioni architettoniche di Michelangelo. Però non trovava nulla di più miracoloso degli affreschi delle celle del convento di San Marco. Con il Beato Angelico, mio padre condivideva non solo la convinzione dell'arte come espressione del sacro, ma anche l'esperienza di dover costantemente lottare per sopravvivere».
Le opere del periodo surrealista sono meno note di quella della maturità, ma Christopher spera che gli italiani e gli europei che visiteranno la mostra di Roma si rendano conto che il suo interesse per il surrealismo non deve essere confuso col sensazionalismo di personaggi come Dalì o Duchamp, ma discende direttamente dalla passione per la mitologia e la cultura greca di pensatori come Nietzsche e Freud.
Christopher è un ebreo sufficientemente osservante da chiedermi di spostare l'ora del nostro incontro fino allo scadere delle ore canoniche del Capodanno ebraico, eppure non ha esitato a dichiarare che suo padre non era mai stato interessato alla Bibbia e al Talmud, ne alla vita e il folclore dei villaggi raccontati da Chagall e da tanti scrittori ebrei. Sia la madre che il padre discendevano da famiglie ebree di rigorosa tradizione laica, con la solida formazione classica tipica degli ambienti più raffinati e cosmopoliti di San Pietroburgo. La mente irrequieta di Mark Rothko era stato di volta in volta affascinato da Platone e Eschilo, Nietzsche, Freud e Jung ed era interessato alla forma o al colore solo se esprimevano fondamentali emozioni umane. E così, lo vuole ricordare suo figlio Christopher.
Profondo Rothko - Il Sole 24 ORE
Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 09-11-13 alle 23:50
"Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)