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    Predefinito Legge di stabilità, con licenza di uccidere il ceto medio

    Legge di stabilità, con licenza di uccidere il ceto medio: La Voce della Russia
    Legge di stabilità, con licenza di uccidere il ceto medio


    Tags: Italia, Economia, Commenti, Nel mondo, Legge, Finanze, Governo
    Marco Fontana, Redazione Online 21.10.2013, 13:23
    Foto: EPA
    Scorrendo le 91 pagine della bozza della legge di stabilità presentata dal Governo, sorge spontaneo un pensiero: questa norma inserisce una nuova scriminante nel codice penale italiano? Se si legge tra le righe del disposto normativo, vi è infatti prescritto in modo inequivocabile il mandato di poter deliberatamente uccidere il ceto medio per ragion di Stato: di sopprimere cioè lentamente quella piccola e media borghesia che si è costituita con tenacia negli anni del boom economico e che sembra ormai assurta, insieme alle imprese, a principale nemico del Paese.

    Tale legge di stabilità getta nello sconforto anche i più ottimisti, perché la direzione che prende è nuovamente quella di porre sulle spalle dei soliti noti, quelli che da sempre tirano avanti la carretta del Belpaese, il peso di cinquant’anni di disastri della classe politica italiana. Ma soprattutto perché decide di non decidere, millantando tagli alle tasse e al costo del lavoro che varranno, se va bene, una tazzina di caffè in più a fine mese, e se va male, invece, la vendita di un appartamento frutto di anni di risparmi.
    I sedicenti governi del risanamento, quello di Monti e adesso quello di Letta, hanno fallito. Non bisogna aspettare neppure l’avanzare della Storia, perché lo attestano già i numeri. È uno scenario da default: i ricavi dalla tassazione diretta sono diminuiti in luglio del 7%, il rapporto deficit/Pil è maggiore del 3%, mentre il debito pubblico è ben al di sopra del 130%. Il 15% del settore manifatturiero in Italia, il più grande in Europa dopo quello tedesco (prima della crisi), è stato distrutto: circa 32.000 aziende sono scomparse. Il prossimo anno, con una manovra che - secondo le dichiarazioni ufficiali - dovrebbe diminuire la pressione fiscale, la Cgia di Mestre ha valutato che si pagheranno 4 miliardi di tasse in più.
    La verità è che manca una piattaforma politico-economica condivisa. E questo perché il Governo si accanisce contro tutti per non scontentare nessuno. Non potendo aprire ad una revisione del patto di stabilità, offre ai Comuni la possibilità di innalzare la tassazione locale rischiando di aumentare ancora di più la pressione fiscale; sbrana il risparmio fatto di patrimonio e conti correnti inserendo norme scellerate su casa e banche; offre una mancia a imprese e lavoratori, che dovranno invece sobbarcarsi un rialzo dell’Iva che potrebbe provocare fino a 3,5 miliardi di euro in meno di entrate; confonde le pensioni d’oro regalate con quelle regolarmente versate; danneggia gli imprenditori individuali che si vedono scippati del Fondo anti Irap; mortifica i pensionati bloccando l’indicizzazione delle pensioni. In poche parole accresce gli effetti della crisi e candida questo Paese all’inferno della recessione ancora per diversi anni. Sia ben chiaro che se le tasse non diminuiscono, questo Paese il parametro del 3% di rapporto deficit/Pil non lo raggiungerà mai.
    Ma dove vuole andare l’Italia esattamente? Il federalismo ha fallito, diciamocelo francamente. Perché invece di diventare una occasione di efficienza è stato stuprato per aumentare indiscriminatamente la spesa, addomesticare i centri di potere locale e comprarsi il consenso. Con un paradosso: una sussidiarietà sana avrebbe diminuito la fiscale diminuisce e aumentato la qualità dei servizi. Da noi invece è avvenuto l’esatto contrario. Di spending review meglio non parlare: è non pervenuta. Se ne continua a cianciare “per sport”, ma ad oggi ha prodotto alcun risultato; e questo perché si è totalmente incapaci di guardare a lungo termine e si cerca solo di salvaguardare le rendite di posizione conquistate. Basti pensare alla difficoltà di trovare 4 miliardi di euro per cancellare l’Imu e alla facilità estrema con cui si sono rintracciati 7 miliardi per salvare il Monte dei Paschi di Siena. Le Province che continuano a vegetare nell’attuale assetto istituzionale ne sono un altro emblema. Ci sono poi i casi Alitalia, Telecom, Ilva, i quali dimostrano come manchi del tutto un management all’altezza: oggi siamo in mano ai figli del ’68 e ne apprezziamo i nefasti risultati; non a caso, per la scelta dei dirigenti di queste imprese sono stati utilizzati anche parametri politici.
    Manca, in conclusione, il coraggio di rompere gli schemi attuali e di ridisegnare insieme l’Italia. Ripartendo da zero. Per farlo però è necessario sapere la rotta da intraprendere: ad oggi, invece, i nostri capitani sembrano privi di radar, aggrappati alle scialuppe di salvataggio, aspettando che l’iceberg colpisca il Titanic.

  2. #2
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    Predefinito Re: Legge di stabilità, con licenza di uccidere il ceto medio

    Ci hanno truffato: le tasse crescono. E pure la rabbia? | Contro*Corrente

    Potremmo cominciare col dire che il premier Enrico Letta o è un bugiardo oppure non sa quello che dice. Di esempi ne potremmo citare a decine.
    Sui 14 euro del cuneo fiscale (aveva detto che si trattava di una cifra frutto della fantasia di chi vuole male al governo) è stato sbugiardato persino dal suo ministro Saccomanni che ha spiegato come facilmente si arriva a calcolare quel gruzzoletto.
    Oppure potremmo ricordare al premier le sue parole su una manovra che è «la prima che non aumenta le tasse»: non lo facciamo perché la verità è venuta a galla quasi subito alla faccia di tutti questi fanatici del vangelo Napolitano-Letta.

    Il punto che, invece, mi sembra in assoluto prioritario è un altro. E cioè: accertato che le tasse sono aumentate, con quali soldi le paghiamo?
    Di questo nessuno discute più.
    Eppure è questo il veleno che si sta spargendo nel Paese.
    Non ci sono abbastanza soldi per fare fronte agli errori economici dei politici. Vorrei che fosse chiara la parola: ho detto veleno non a caso. Il veleno intossica, il veleno aggredisce, il veleno può portare alla morte. La mancanza progressiva di liquidità costringerà gente comune a scendere in piazza e unirsi alla rabbia di chi è da tempo senza casa, senza lavoro, senza stipendio.
    Senza dignità. Le divisioni tra lavoratori e imprenditori, tra pubblico impiego e lavoro privato, tra operai del nord e quelli del sud, tra ceto medio e ceto basso, Si stanno assottigliando in quello spazio di smarrimento che alla lunga porterà alla disperazione.
    Ecco perché le diverse arroganze nel Palazzo saranno il detonatore della ribellione.

    I centri istituzionali sono un bubbone di arroganza, di privilegio, di saccenteria. Finanche il Colle non è immune da un tale sospetto: nella libertà dell’ironia, venerdì sera, Crozza ha raffigurato Napolitano nei panni di un re assoluto. Tolto il costume della satira restano i fatti di un potere supplente e abusivo al contempo. Gli errori che i governi Napolitano stanno compiendo in nome degli impegni europeisti sono tutti sul conto degli italiani. Ai quali ancora una volta si chiede di pagare più di tutti. Ripeto: con quali soldi?
    Mentre abbiamo speso vent’anni a guardare la spesa pubblica, le banche d’affari si sono impossessate delle vite dei cittadini spingendoli a un progressivo indebitamento privato che ora non sappiamo più gestire. Guardiamo le cifre. Un miliardo e passa in più di tasse. Il commercio è strozzato tra l’incudine delle bastonate fiscali (aumenti fino al 600% sui rifiuti) e il martello di una clientela che si limita a guardare le vetrine. Abbiamo tre milioni e 200 mila disoccupati. Vi sono ragazzi che non cercano nemmeno più lavoro, disillusi da un contesto negativo e forse da un ambiente famigliare dove magari il genitore è stato licenziato e a cinquant’anni non viene riassunto da nessuno. Le mense dei poveri e i dormitori sono l’ultima frontiera persino per il fu ceto medio appesantito da divorzi e da crisi aziendali. Certo, ci sono anche cittadini che stanno bene ma il loro guadagno potrebbe essere decisamente superiore se non ci fosse una dispersione di soldi in un pozzo di San Patrizio chiamato Italia.

    Questi sono numeri di un Paese sull’orlo di una crisi di nervi. I politici dovrebbero ringraziare il Padreterno che i fronti di ribellione aperti si contano sulle dita di una mano. Per fortuna gli italiani esauriscono la propria delusione nelle invettive anticasta o nel voto di protesta. Napolitano e Letta dovrebbero ringraziare Iddio, altro che puntare l’indice sul populismo; meno male che ci sono ancora contenitori della protesta alternativi alla violenza. Guai però ad abusare di questo atteggiamento: i cittadini non possono continuare a subire ingiustizie macroscopiche. Non possono continuare ad assistere allo squilibrio tra finanza e realtà.

    Sto leggendo un libro interessantissimo di Luca Ciarrocca, I padroni del mondo (edizione Chiarelettere) sulle responsabilità dei banchieri gangster (bankster) rispetto alla crisi e alle sue ricadute. Cito due passaggi chiave che condivido: «I capitali in circolazione – è scritto – derivano dai profitti prelevati alla classe media; sono veramente i soldi della gente comune a generare il cash che poi arricchisce le caste» (dove per caste si intendono le élite finanziarie). «Bisogna togliere alle grandi banche commerciali, azioniste della Fed e della Bce, il privilegio medievale, non più tollerabile, di gestire l’offerta di moneta. La sovranità va ridata agli Stati». È esattamente così.

    I governi e le istituzioni sono al guinzaglio di logiche ademocratiche: al popolo resta dunque il pagamento-estorsione dei tributi e la minaccia della ribellione. Quello del voto, com’è ben dimostrato dai due recenti governi, rischia di diventare non più un diritto ma un mero parere non vincolante.
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