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    Predefinito L'Italia tra i Ghiacci: nostro Ruolo e Ambizione nella Spartizione dell'Artico

    La grande corsa verso la spartizione dell'Artico inizio' improvvisamente nel 2007 quando la missione politico scientifica russa "Arktika" posizionò la bandiera tricolore della federazione sotto il polo nord geografico a ben 4261 metri di profondità. Un fatto inaspettato, simbolico e rivoluzionario visto che l'interesse geostrategico per la zona era scemato negli anni novanta con la fine della guerra fredda e della contrapposizione USA-URSS. Tuttavia, le successive dichiarazioni di Vladimir Putin non lasciarono adito ad alcun dubbio sul mutamento di scenario: "Da un punto di vista geopolitico, i nostri interessi nazionali più vitali sono legati all’Artico. La Russia espanderà la sua presenza e difenderà con forza e decisione i suoi interessi”.







    (Nella foto: missione Arktika 2007, la bandiera della federazione Russa viene posta al centro del polo Nord geografico, e a 4261 metri di profondità)

    Le ragioni di questo balzo in avanti del governo russo furono principalmente due. In primis la sua classe dirigente era venuta in possesso di documenti scientifici comprovanti come il processo di surriscaldamento della calotta artica avrebbe reso possibile lo sfruttamento delle enormi risorse energetiche del polo (una stima attendibile calcola una presenza di 90 miliardi di barili di petrolio e 600 miliardi di metri cubi di gas, ovvero più di un quinto delle attuali riserve mondiali). In secondo luogo lo scioglimento dei ghiacci avrebbe reso navigabile per parecchi mesi la rotta artica tra l'Atlantico e il Pacifico permettendo al traffico commerciale euro-asiatico di accorciare i tempi di navigazione, e quindi rendendo di fatto superfluo il canale di Suez e il Mediterraneo (basti pensare che la distanza tra Shangai e Amburgo si sarebbe ridotta di ben 5000 km).
    Fu così che nei mesi seguenti il ministro della difesa Serdjukov disloco' due speciali brigate artiche con basi nell’estremo Nord del paese, in particolare a Murmansk e ad Arkhangelesk, e inizio' una lunga serie di manovre sottomarine e militari (culminate poi nel 2012 con l'esercitazione congiunta russo-norvegese "Pomir"). Contemporanemante il ministero delle infrastrutture inizio' i lavori di ampliamento del porto di Yamal, ancora più a Nord, (completamento previsto per il 2018 insieme al progetto di una nuova centrale di liquefazione del gas). In particolare, in questo disegno geostrategico il nuovo porto di Yamal, insieme al nuovo porto di Sabetta dovrebbe servire come base principale di attracco lungo la navigazione artica, ovvero la via marittima tra il porto di Rotterdam e Shangai passando a Nord della Siberia.



    (Nella foto: prove generali di EurAsia: la NSE, da Shangai ad Amburgo)

    A queste azioni la federazione Russa accompagnò anche una decisa iniziativa diplomatica presso le Nazioni Unite, di fatto rivendicando per sè lo sfruttamento di un'amplissima porzione dell'artico, e suffragando tale richiesta proprio con le conclusioni della missione Arktika. In base a quelle risultanze scientifiche l'estensione geologica sommersa del cosiddetto Scudo Siberiano costituirebbe infatti una parte integrante della piattaforma continentale russa delimitata da quella che viene chiamata dorsale di Lomonosov. Questa scoperta scientifica darebbe quindi alla Russia i diritti per poter annettere una vasta area dell'Artico (fino quasi ad arrivare al centro e grande 1,2 milioni di km², ricchissima di petrolio e di gas). Questa rivendicazione poggerebbe a livello di diritto internazionale su di un emendamento della Convenzione Internazionale ONU del 1982, secondo la quale per poter annettere un territorio, bisogna dimostrare che la struttura della sua piattaforma continentale sia simile alla struttura geologica del proprio territorio. La Russia avanzò questte prestese pur consapevole che si sarebbero scontrate a ivello di diritto internazionale con una tesi opposta, contenuta anch'essa nella Convenzione del Diritto del Mare di Montego Bay del 1982, in base alla quale i paesi rivieraschi possano godere esclusivamente dello sfruttamento esclusivo della ZEE (Zona Economica Esclusiva), compresa a non più di 200 miglia dalla costa.
    Una simile sfida portata avanti dalla Russia non potè che determinare la reazione di tutti i paesi artici, ma non solo. Anche i grandi paesi europei si sentirono coinvolti per via dell'enorme posta in gioco. Ma la risposta più inaspettata e determinata venne da un nuovo attore dello scenario internazionale, la Cina. Quest'ultima capì che i suoi interessi vitali negli anni a venire sarebbero passati inevitabilmente anche dall'Artico: sfruttamento delle risorse energetiche e nuova rotta marittima polare. Ne seguì da parte della Repubblica Popolare un'intelligente attività di lobbyng presso i paesi artici più piccoli al fine di poter essere accolta in qualità di osservatore esterno nel Consiglio dell'Artico. Questi sforzi culminarono nel 2012 con il primo sì della Svezia, seguito dall' Islanda, (stranamente il primo paese europeo ad essere visitato da Wen Gibao nel suo tour europeo e preceduto dall'ampliamento dell'ambasciata cinese a Reykjavik, portata a 500 addetti contro i settanta degli USA). Nel 2013 venne poi il sì della Groenlandia, da poco diventata paese indipendente. A far propendere per tale scelta l'avvio in loco di un progetto minerario da 2,3 miliardi di dollari gestito dalla britannica London Mining, per rifornire la Cina con 15 milioni di tonnellate di minerale di ferro ogni anno. Un business tale da richiedere l'arrivo di 3 mila lavoratori cinesi su una popolazione complessiva di 57 mila persone, ovvero il 5 per cento degli abitanti della Groenlandia. Infine, nel 2013, arrivò anche l'assenso anche della tradizionalmente apatica e diffidente Norvegia nella persona dell'ex ministro degli esteri di Oslo, Espen Barth Eide.



    (Nella foto: rompighiaccio cinese "Dragone Di Neve" apre la via ai cargo della Repubblica Popolare)


    Tuttavia, nel frattempo la Repubblica Popolare lavorò per costruire l'asse più importante e proficuo: quello con la Russia. Infatti, in merito allo sfruttamento dell'Artico vi erano una pluralità di interessi in comune e ben pochi motivi di attrito tra le due superpotenze. Innanzitutto, entrambe avevano assoluto interesse a sviluppare la Northern Sea Route, (ovvero il famoso passaggio a nord sfruttando la finestra estiva di un paio di mesi). Nelle previsioni cinesi si parlava già allora di far passare da Nord entro il 2020 il 15% del loro traffico commerciale (nel 2009 furono solo due le navi a riuscire a varcare i ghiacci, nel 2010 4 mercantili con un carico complessivo di 110 mila tonnellate, nel 2011 34 navi, mentre nel 2012 46 navi per un carico complessivo di 26 milioni di tonnellate). In secondo luogo la Cina aveva assoluto bisogno di garantirsi per l'avvenire nuove riserve di idrocarburi non essendo di per sè autosufficente. Da qui la convenienza reciproca: da parte della Cina a diventare il principale mercato di esportazione del petrolio russo (si parla di 1 milione di barili al giorno per i prossimi 25 anni), da parte della Russia a spostare verso oriente i suoi affari petroliferi visto la crisi del mercato eruropeo e le crescenti rivendicazioni contrattuali dei vecchi clienti. Seguirono i primi accordi tra la compagnia petrolifera russa RosNeft e quelle di stato cinesi in merito a progetti di nuove piattaforme nell'Artico, in particolare sul Mare di Pecora e sul Mare di Barents, così come quello di costruire con China National Petroleum una raffineria congiunta a Tianjin. Accordi culminati recentemente in una vera e propria alleanza ufficialmente concretizzatisi nel giugno 2013 con la firma a Pechino tra il presidente di Rosneft Igor Sechin e i tecnocrati di CNPC, circa la vendita alla compagnia cinese del 49% di una società petrolifera acquisita nella siberia orientale. Sempre Rosneft si è impegnata con l'altra compagnia cinese Sinopec per una fornitura di 200.000 barili al giorno per i prossimi 10 anni.
    Gli USA inizialmente colti alla sprovvista, reagirono però in maniera assai determinata: di fronte a loro si palesava uno scenario geopolitico totamente mutato e rischiosamente ostile. Non solo l'iniziativa Russa del 2007 e il nuovo protagonismo Cinese avevano messo definitivamente fine al lungo secolo americano e all'epoca dell'unilateralismo di Washington aprendo di fatto un'era multipolare; ma in questo nuovo contesto gli USA rischiavano addirittura la marginalizzazione. Infatti, l'asse Russo Cinese e lo sviluppo della Northern Sea Route tra Amburgo e Pechino avrebbero saldato ancora più a fondo gli interessi commerciali dell'Europa a quelli del blocco euroasiatico, di fatto sottraendola alla tradizionale orbita di sudditanza Atlantica. Fù così che sul piano militare venne aumentata la presenza nell'Artico della flotta USA, sia con nuove missioni di sottomarini nucleari, sia con esercitazioni militari coinvolgendo sempre più spesso i partner NATO (la più recente, "Cold Response" è stata di fatto la risposta simbolica a quella Russo-norvegese "Pomir"del marzo 2012, con più di 16.000 uomini NATO impegnati).



    (Nella foto: prove simulate di guerra artica: esercitazione NATO "Cold Response")

    Contemporanemante gli USA agirono a livello diplomatico al fine di imbrigliare nelle maglie degli organismi internazionali il nuovo protagonismo di Russia e Cina. In particolare, l'amministrazione americana spinse affinchè l'ONU intervenisse in prima linea nella questione artica, limitando ogni rivendicazione territoriale russa, e fissando per il 2014 l'anno ultimo per la presentazione di ogni forma di richiesta, con conseguente decisione ONU. In secondo luogo, gli USA diedero di nuovo forza e autorevolezza ad un altro organismo sovranazionale, ovvero il Consiglio dell'Artico (un'organizzazione fondata dagli otto paesi polari a Ottawa nel 1996: USa, Russia, Canada, Danimarca, Islanda, Finlandia, Norvegia e Svezia). In particolare gli USA si mossero affinchè questo organismo non accogliesse solo la Cina in qualità di osservatore, ma anche i propri tradizionali alleati atlantici. Fù così che su pressione americana il Consiglio dell'Artico riunitosi in Svezia nel 2012 decise di aprire le proprie porte a Gran bretagna, Francia, India, Giappone, Italia, Corea del Sud e ovviamente Cina.




    (Nella foto: pozzi petroliferi a Yamal ad opera della Joint-venture italo-russa SeverEnergia)

    Sarebbe però sbagliato e ingeneroso ritenere l'entrata dell'Italia nel consesso dei paesi chiamati allo sfruttamento dell'Artico come una gentile concessione americana, seppur avvenuta con la benevolenza dei Russi e dei Norvegesi. Se il nostro paese ha raggiunto questo status, pur essendo tra tutti quello geograficamente più lontano, è perchè vi sono delle regioni storiche ed economiche che superano quelle di natura geopolitica, e che conferiscono all'Italia indiscutibili diritti morali. Innanzututto, il nostro paese tramite ENI, ovvero la sua compagnia petrolifera di bandiera, è stato tra i primi a investire ingenti risorse nella perforazione dei fondali artici e nella implementazione di nuovo tecniche per lo sfruttamento dei suoi profondi giacimenti. Eni è impegnata da anni con la compagnia di stato novergese Statoil nella esplorazione dei giacimenti del mare di Barents, nel bacino di Skrugard-Havis. Inoltre a 150 km di distanza Eni sta sviluppando Goliat, il primo maxi deposito di Petrolio e gas a ridosso del Polo. Eni insieme ad Enel attraverso il veicolo finanziario Arctic Russia possiede al 49% con Gazprom (al 51%) la joint venture SeverEnergia, che da poco ha vinto la gara per l'acquisizione di immense riserve di gas nell'Artico da parte di Artikgas, e Urengoil. Impossibile poi, per i paesi membri del Consiglio dell'Artico non prendere in considerazione l'immenso contributo dato dall'Italia nell'esplorazione geografica e scientifica del polo Nord. Basti pensare che nel quattrocento Piero Querini capitano da Mar della Serenissima naufragò con un carico di 800 botti di Malvasia alle isole Lofoten, riportando in Europa le prime notizie dell'Artico. Nel seicento il sacerdote ravennate Francesco Negri fu il primo europeo a raggiungere da solo in inverno via barca Capo Nord. Fu un altro Italiano nel 1799 il primo europeo a raggiungere capo nord via terra, Giuseppe Acerbi, conosciuto come direttore del mensile "Biblioteca Italiana". Nel 1900 con la spedizione stella polare il duca degli Abruzzi si fermò a 86° 34 segnando un nuovo record nella corsa verso i fatidici 90°. Meta che venne poi raggiunta in sorvolo 26 anni dopo col dirigibile Norge ancora una volta capitanato da un Italiano, Umberto Nobile. Due anni dopo sempre Nobile dal dirigibile Italia lanciava un tricolore sul punto centrale del polo nord geografico, facendo della nostra bandiera nazionale il primo vessillo a toccare l'estremo nord del pianeta.


    M.Zambelli per
    PENSIERO NAZIONALE - IDENTITA', DIFFERENZA, DISTINZIONE
    Ultima modifica di Pensiero Nazionale; 10-11-13 alle 16:12

  2. #2
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    Predefinito Re: L'Italia tra i Ghiacci: nostro Ruolo e Ambizione nella Spartizione dell'Artico

    Abbiamo scoperto l'altra metà del mondo e tutte le sue meraviglie e nonostante tutto oggi siamo la periferia d'Europa.
    TIOCFAIDH ÁR LÁ
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  3. #3
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    Predefinito Re: L'Italia tra i Ghiacci: nostro Ruolo e Ambizione nella Spartizione dell'Artico

    Citazione Originariamente Scritto da RibelleInEsilio Visualizza Messaggio
    Abbiamo scoperto l'altra metà del mondo e tutte le sue meraviglie e nonostante tutto oggi siamo la periferia d'Europa.
    Siamo chiusi nel Mediterraneo, tagliati fuori dagli oceani e questo e' un dato che non si puo' modificare.
    Bisogna adattarsi al presente, anche se ci pare meglio il passato.

  4. #4
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    Predefinito Re: L'Italia tra i Ghiacci: nostro Ruolo e Ambizione nella Spartizione dell'Artico

    Citazione Originariamente Scritto da Italiano Visualizza Messaggio
    Siamo chiusi nel Mediterraneo, tagliati fuori dagli oceani e questo e' un dato che non si puo' modificare.
    Oceani? Avevamo il petrolio a meno di 1000 km di distanza dalle nostre coste!
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  5. #5
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    Predefinito Re: L'Italia tra i Ghiacci: nostro Ruolo e Ambizione nella Spartizione dell'Artico

    Citazione Originariamente Scritto da RibelleInEsilio Visualizza Messaggio
    Oceani? Avevamo il petrolio a meno di 1000 km di distanza dalle nostre coste!
    E' vero ma comunque da Colombo in poi la lotta per la supremazia si e' spostata sugli oceani: chi vi si affaccia puo' potenzialmente arrivare ed espandersi ovunque sul pianeta mentre chi come noi e' chiuso in un mare interno, non ha le stesse possibilita'. Purtroppo non abbiamo mai avuto nemmeno la forza di essere egemoni nel nostro laghetto salato, passato dal controllo franco-inglese a quello statunitense.
    Bisogna adattarsi al presente, anche se ci pare meglio il passato.

  6. #6
    de-elmettizzato.
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    Predefinito Re: L'Italia tra i Ghiacci: nostro Ruolo e Ambizione nella Spartizione dell'Artico

    Citazione Originariamente Scritto da Italiano Visualizza Messaggio
    E' vero ma comunque da Colombo in poi la lotta per la supremazia si e' spostata sugli oceani: chi vi si affaccia puo' potenzialmente arrivare ed espandersi ovunque sul pianeta mentre chi come noi e' chiuso in un mare interno, non ha le stesse possibilita'. Purtroppo non abbiamo mai avuto nemmeno la forza di essere egemoni nel nostro laghetto salato, passato dal controllo franco-inglese a quello statunitense.
    La vera supremazia è negli oceani, vero, ma da quando è stato aperto il canale di Suez il mediterrano ha riacquistato la sua nevralgità persa nel '500 come punto di passaggio obbligato dei commerci.
    Mediterraneo vuol dire Suez, suez vuol dire costa orientale africana, arabia, india.
    Insomma, non ci sputerei sopra.
    Preferisco di no.

  7. #7
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    Predefinito Re: L'Italia tra i Ghiacci: nostro Ruolo e Ambizione nella Spartizione dell'Artico

    Citazione Originariamente Scritto da Miles Visualizza Messaggio
    La vera supremazia è negli oceani, vero, ma da quando è stato aperto il canale di Suez il mediterrano ha riacquistato la sua nevralgità persa nel '500 come punto di passaggio obbligato dei commerci.Mediterraneo vuol dire Suez, suez vuol dire costa orientale africana, arabia, india.Insomma, non ci sputerei sopra.
    Si ma non abbiamo la forza di controllare il Mediterraneo come hanno dimostrato la II Guerra Mondiale e l'aggressione alla Libia a cui avevamo garantito sostegno e protezione. L'Italia, priva di risorse naturali e militarmente debole (soprattutto nei confronti dell'iperpotenza navale statunitense), puo' al massimo ambire a recuperare e difendere la propria sovranita' politica e monetaria, uscendo da NATO e UE. Sarebbe gia' tanto.
    Ultima modifica di Italiano; 11-11-13 alle 11:45
    Bisogna adattarsi al presente, anche se ci pare meglio il passato.

  8. #8
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    Predefinito Re: L'Italia tra i Ghiacci: nostro Ruolo e Ambizione nella Spartizione dell'Artico

    Il Mediterraneo è un'area geopoliticamente molto importante; diversamente gli USA (e prima di loro la Gran Bretagna) non si darebbero tanta pena per mantenerne il controllo, e la Russia non cercherebbe da secoli di garantirsi l'accesso.

    Il problema, per l'Italia, è che in quanto regione geografica è una delle chiavi del controllo del Mediterraneo, ma politicamente non è mai riuscita - in quanto Stato - a trarre vantaggio da questa collocazione geografica.

    Questo in estrema sintesi, eh.
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    Predefinito Re: L'Italia tra i Ghiacci: nostro Ruolo e Ambizione nella Spartizione dell'Artico

    Citazione Originariamente Scritto da Pensiero Nazionale Visualizza Messaggio
    nel quattrocento Piero Querini capitano da Mar della Serenissima naufragò con un carico di 800 botti di Malvasia alle isole Lofoten, riportando in Europa le prime notizie dell'Artico.
    Direi un sacrificio ed un battesimo decisamente notevole!

  10. #10
    de-elmettizzato.
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    Predefinito Re: L'Italia tra i Ghiacci: nostro Ruolo e Ambizione nella Spartizione dell'Artico

    Citazione Originariamente Scritto da Italiano Visualizza Messaggio
    Si ma non abbiamo la forza di controllare il Mediterraneo come hanno dimostrato la II Guerra Mondiale e l'aggressione alla Libia a cui avevamo garantito sostegno e protezione. L'Italia, priva di risorse naturali e militarmente debole (soprattutto nei confronti dell'iperpotenza navale statunitense), puo' al massimo ambire a recuperare e difendere la propria sovranita' politica e monetaria, uscendo da NATO e UE. Sarebbe gia' tanto.
    Questo è vero.
    Ma proprio perché non abbiamo sufficiente potenza per poter fare sforzi sovranistici o di interesse nazionale nel mediterraneo, la vedo assai più dura in artico.
    Preferisco di no.

 

 
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