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  1. #1
    Bibidibobidibù
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    Predefinito Qual è la vostra poesia preferita?

    Eh?

  2. #2
    http://aleida.bloog.it/
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    NUORO - [...] Una delle nostre funzioni è proprio quella di cercare di interpretare e rappresentare politicamente i diritti e le aspirazioni delle grandi masse lavoratrici e popolari. [...] Berlinguer
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    .
    Ugo Foscolo




    Né più mai toccherò le sacre sponde
    ove il mio corpo fanciulletto giacque,
    Zacinto mia, che te specchi nell'onde
    del greco mar da cui vergine nacque

    Venere, e fea quelle isole feconde
    col suo primo sorriso, onde non tacque
    le tue limpide nubi e le tue fronde
    l'inclito verso di colui che l'acque

    cantò fatali, ed il diverso esiglio
    per cui bello di fama e di sventura
    baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

    Tu non altro che il canto avrai del figlio,
    o materna mia terra; a noi prescrisse
    il fato illacrimata sepoltura.

  3. #3
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    Amoroso auspicio

    Né l'intima grazia della tua fronte luminosa come una festa,
    né il favore del tuo corpo, tuttora arcano e tàcito e fanciullesco,
    né l'alternarsi delle tue vicende in parole o in silenzi
    saranno offerta così misteriosa
    come rimirare il tuo sonno coinvolto
    nella veglia delle mie braccia.
    Di nuovo miracolosamente vergine per la virtù assolutoria del sonno,
    serena e splendente come fausto ricordo trascelto,
    mi offrirai quella sponda della tua vita che tu stessa non possiedi.
    Proiettato nella quiete,
    scorgerò quella riva estrema del tuo essere
    e ti vedrò forse per la prima volta
    quale Iddio deve ravvisarti,
    annullata la finzione del Tempo,
    senza l'amore, senza di me.

    J. L. Borges (da "Carme presunto ed altre poesie")

  4. #4
    fedalmor
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    Citazione Originariamente Scritto da aleida88
    .
    Ugo Foscolo




    Né più mai toccherò le sacre sponde
    ove il mio corpo fanciulletto giacque,
    Zacinto mia, che te specchi nell'onde
    del greco mar da cui vergine nacque

    Venere, e fea quelle isole feconde
    col suo primo sorriso, onde non tacque
    le tue limpide nubi e le tue fronde
    l'inclito verso di colui che l'acque

    cantò fatali, ed il diverso esiglio
    per cui bello di fama e di sventura
    baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

    Tu non altro che il canto avrai del figlio,
    o materna mia terra; a noi prescrisse
    il fato illacrimata sepoltura.
    Vedi che c'è feeling?
    Quoto...

  5. #5
    MILANESE DI UNA VOLTA
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    FUORI DA PORTA CICCA, LUNGO CORSO SAN GOTTARDO...
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    Il Sabato Del Villaggio

  6. #6
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    E tu onore di pianti,Ettore,avrai ove fia santo e lagrimato il sangue per la patria versato,e finchè il Sole risplenderà su le sciagure umane
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    All'ombra de' cipressi e dentro l'urne
    confortate di pianto è forse il sonno
    della morte men duro? Ove piú il Sole
    per me alla terra non fecondi questa
    bella d'erbe famiglia e d'animali,
    e quando vaghe di lusinghe innanzi
    a me non danzeran l'ore future,
    né da te, dolce amico, udrò piú il verso
    e la mesta armonia che lo governa,
    né piú nel cor mi parlerà lo spirto
    delle vergini Muse e dell'amore,
    unico spirto a mia vita raminga,
    qual fia ristoro a' dí perduti un sasso
    che distingua le mie dalle infinite
    ossa che in terra e in mar semina morte?
    Vero è ben, Pindemonte! Anche la Speme,
    ultima Dea, fugge i sepolcri: e involve
    tutte cose l'obblío nella sua notte;
    e una forza operosa le affatica
    di moto in moto; e l'uomo e le sue tombe
    e l'estreme sembianze e le reliquie
    della terra e del ciel traveste il tempo.

    Ma perché pria del tempo a sé il mortale
    invidierà l'illusîon che spento
    pur lo sofferma al limitar di Dite?
    Non vive ei forse anche sotterra, quando
    gli sarà muta l'armonia del giorno,
    se può destarla con soavi cure
    nella mente de' suoi? Celeste è questa
    corrispondenza d'amorosi sensi,
    celeste dote è negli umani; e spesso
    per lei si vive con l'amico estinto
    e l'estinto con noi, se pia la terra
    che lo raccolse infante e lo nutriva,
    nel suo grembo materno ultimo asilo
    porgendo, sacre le reliquie renda
    dall'insultar de' nembi e dal profano
    piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,
    e di fiori odorata arbore amica
    le ceneri di molli ombre consoli.

    Sol chi non lascia eredità d'affetti
    poca gioia ha dell'urna; e se pur mira
    dopo l'esequie, errar vede il suo spirto
    fra 'l compianto de' templi acherontei,
    o ricovrarsi sotto le grandi ale
    del perdono d'lddio: ma la sua polve
    lascia alle ortiche di deserta gleba
    ove né donna innamorata preghi,
    né passeggier solingo oda il sospiro
    che dal tumulo a noi manda Natura.
    Pur nuova legge impone oggi i sepolcri
    fuor de' guardi pietosi, e il nome a' morti
    contende. E senza tomba giace il tuo
    sacerdote, o Talia, che a te cantando
    nel suo povero tetto educò un lauro
    con lungo amore, e t'appendea corone;
    e tu gli ornavi del tuo riso i canti
    che il lombardo pungean Sardanapalo,
    cui solo è dolce il muggito de' buoi
    che dagli antri abdüani e dal Ticino
    lo fan d'ozi beato e di vivande.
    O bella Musa, ove sei tu? Non sento
    spirar l'ambrosia, indizio del tuo nume,
    fra queste piante ov'io siedo e sospiro
    il mio tetto materno. E tu venivi
    e sorridevi a lui sotto quel tiglio
    ch'or con dimesse frondi va fremendo
    perché non copre, o Dea, l'urna del vecchio
    cui già di calma era cortese e d'ombre.
    Forse tu fra plebei tumuli guardi
    vagolando, ove dorma il sacro capo
    del tuo Parini? A lui non ombre pose
    tra le sue mura la citta, lasciva
    d'evirati cantori allettatrice,
    non pietra, non parola; e forse l'ossa
    col mozzo capo gl'insanguina il ladro
    chc lasciò sul patibolo i delitti.
    Senti raspar fra le macerie e i bronchi
    la derelitta cagna ramingando
    su le fosse e famelica ululando;
    e uscir del teschio, ove fuggia la luna,
    l'úpupa, e svolazzar su per le croci
    sparse per la funerêa campagna
    e l'immonda accusar col luttüoso
    singulto i rai di che son pie le stelle
    alle obblîate sepolture. Indarno
    sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade
    dalla squallida notte. Ahi! su gli estinti
    non sorge fiore, ove non sia d'umane
    lodi onorato e d'amoroso pianto.

    Dal dí che nozze e tribunali ed are
    diero alle umane belve esser pietose
    di se stesse e d'altrui, toglieano i vivi
    all'etere maligno ed alle fere
    i miserandi avanzi che Natura
    con veci eterne a sensi altri destina.
    Testimonianza a' fasti eran le tombe,
    ed are a' figli; e uscían quindi i responsi
    de' domestici Lari, e fu temuto
    su la polve degli avi il giuramento:
    religîon che con diversi riti
    le virtú patrie e la pietà congiunta
    tradussero per lungo ordine d'anni.
    Non sempre i sassi sepolcrali a' templi
    fean pavimento; né agl'incensi avvolto
    de' cadaveri il lezzo i supplicanti
    contaminò; né le città fur meste
    d'effigîati scheletri: le madri
    balzan ne' sonni esterrefatte, e tendono
    nude le braccia su l'amato capo
    del lor caro lattante onde nol desti
    il gemer lungo di persona morta
    chiedente la venal prece agli eredi
    dal santuario. Ma cipressi e cedri
    di puri effluvi i zefiri impregnando
    perenne verde protendean su l'urne
    per memoria perenne, e prezîosi
    vasi accogliean le lagrime votive.
    Rapían gli amici una favilla al Sole
    a illuminar la sotterranea notte,
    perché gli occhi dell'uom cercan morendo
    il Sole; e tutti l'ultimo sospiro
    mandano i petti alla fuggente luce.
    Le fontane versando acque lustrali
    amaranti educavano e vîole
    su la funebre zolla; e chi sedea
    a libar latte o a raccontar sue pene
    ai cari estinti, una fragranza intorno
    sentía qual d'aura de' beati Elisi.
    Pietosa insania che fa cari gli orti
    de' suburbani avelli alle britanne
    vergini, dove le conduce amore
    della perduta madre, ove clementi
    pregaro i Geni del ritorno al prode
    cne tronca fe' la trîonfata nave
    del maggior pino, e si scavò la bara.
    Ma ove dorme il furor d'inclite gesta
    e sien ministri al vivere civile
    l'opulenza e il tremore, inutil pompa
    e inaugurate immagini dell'Orco
    sorgon cippi e marmorei monumenti.
    Già il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo,
    decoro e mente al bello italo regno,
    nelle adulate reggie ha sepoltura
    già vivo, e i stemmi unica laude. A noi
    morte apparecchi riposato albergo,
    ove una volta la fortuna cessi
    dalle vendette, e l'amistà raccolga
    non di tesori eredità, ma caldi
    sensi e di liberal carme l'esempio.

    A egregie cose il forte animo accendono
    l'urne de' forti, o Pindemonte; e bella
    e santa fanno al peregrin la terra
    che le ricetta. Io quando il monumento
    vidi ove posa il corpo di quel grande
    che temprando lo scettro a' regnatori
    gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela
    di che lagrime grondi e di che sangue;
    e l'arca di colui che nuovo Olimpo
    alzò in Roma a' Celesti; e di chi vide
    sotto l'etereo padiglion rotarsi
    piú mondi, e il Sole irradîarli immoto,
    onde all'Anglo che tanta ala vi stese
    sgombrò primo le vie del firmamento:
    - Te beata, gridai, per le felici
    aure pregne di vita, e pe' lavacri
    che da' suoi gioghi a te versa Apennino!
    Lieta dell'aer tuo veste la Luna
    di luce limpidissima i tuoi colli
    per vendemmia festanti, e le convalli
    popolate di case e d'oliveti
    mille di fiori al ciel mandano incensi:
    e tu prima, Firenze, udivi il carme
    che allegrò l'ira al Ghibellin fuggiasco,
    e tu i cari parenti e l'idîoma
    désti a quel dolce di Calliope labbro
    che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma
    d'un velo candidissimo adornando,
    rendea nel grembo a Venere Celeste;
    ma piú beata che in un tempio accolte
    serbi l'itale glorie, uniche forse
    da che le mal vietate Alpi e l'alterna
    onnipotenza delle umane sorti
    armi e sostanze t' invadeano ed are
    e patria e, tranne la memoria, tutto.
    Che ove speme di gloria agli animosi
    intelletti rifulga ed all'Italia,
    quindi trarrem gli auspici. E a questi marmi
    venne spesso Vittorio ad ispirarsi.
    Irato a' patrii Numi, errava muto
    ove Arno è piú deserto, i campi e il cielo
    desîoso mirando; e poi che nullo
    vivente aspetto gli molcea la cura,
    qui posava l'austero; e avea sul volto
    il pallor della morte e la speranza.
    Con questi grandi abita eterno: e l'ossa
    fremono amor di patria. Ah sí! da quella
    religîosa pace un Nume parla:
    e nutria contro a' Persi in Maratona
    ove Atene sacrò tombe a' suoi prodi,
    la virtú greca e l'ira. Il navigante
    che veleggiò quel mar sotto l'Eubea,
    vedea per l'ampia oscurità scintille
    balenar d'elmi e di cozzanti brandi,
    fumar le pire igneo vapor, corrusche
    d'armi ferree vedea larve guerriere
    cercar la pugna; e all'orror de' notturni
    silenzi si spandea lungo ne' campi
    di falangi un tumulto e un suon di tube
    e un incalzar di cavalli accorrenti
    scalpitanti su gli elmi a' moribondi,
    e pianto, ed inni, e delle Parche il canto.

    Felice te che il regno ampio de' venti,
    Ippolito, a' tuoi verdi anni correvi!
    E se il piloto ti drizzò l'antenna
    oltre l'isole egèe, d'antichi fatti
    certo udisti suonar dell'Ellesponto
    i liti, e la marea mugghiar portando
    alle prode retèe l'armi d'Achille
    sovra l'ossa d'Ajace: a' generosi
    giusta di glorie dispensiera è morte;
    né senno astuto né favor di regi
    all'Itaco le spoglie ardue serbava,
    ché alla poppa raminga le ritolse
    l'onda incitata dagl'inferni Dei.

    E me che i tempi ed il desio d'onore
    fan per diversa gente ir fuggitivo,
    me ad evocar gli eroi chiamin le Muse
    del mortale pensiero animatrici.
    Siedon custodi de' sepolcri, e quando
    il tempo con sue fredde ale vi spazza
    fin le rovine, le Pimplèe fan lieti
    di lor canto i deserti, e l'armonia
    vince di mille secoli il silenzio.
    Ed oggi nella Troade inseminata
    eterno splende a' peregrini un loco,
    eterno per la Ninfa a cui fu sposo
    Giove, ed a Giove diè Dàrdano figlio,
    onde fur Troia e Assàraco e i cinquanta
    talami e il regno della giulia gente.
    Però che quando Elettra udí la Parca
    che lei dalle vitali aure del giorno
    chiamava a' cori dell'Eliso, a Giove
    mandò il voto supremo: - E se, diceva,
    a te fur care le mie chiome e il viso
    e le dolci vigilie, e non mi assente
    premio miglior la volontà de' fati,
    la morta amica almen guarda dal cielo
    onde d'Elettra tua resti la fama. -
    Cosí orando moriva. E ne gemea
    l'Olimpio: e l'immortal capo accennando
    piovea dai crini ambrosia su la Ninfa,
    e fe' sacro quel corpo e la sua tomba.
    Ivi posò Erittonio, e dorme il giusto
    cenere d'Ilo; ivi l'iliache donne
    sciogliean le chiome, indarno ahi! deprecando
    da' lor mariti l'imminente fato;
    ivi Cassandra, allor che il Nume in petto
    le fea parlar di Troia il dí mortale,
    venne; e all'ombre cantò carme amoroso,
    e guidava i nepoti, e l'amoroso
    apprendeva lamento a' giovinetti.
    E dicea sospiranda: - Oh se mai d'Argo,
    ove al Tidíde e di Läerte al figlio
    pascerete i cavalli, a voi permetta
    ritorno il cielo, invan la patria vostra
    cercherete! Le mura, opra di Febo,
    sotto le lor reliquie fumeranno.
    Ma i Penati di Troia avranno stanza
    in queste tombe; ché de' Numi è dono
    servar nelle miserie altero nome.
    E voi, palme e cipressi che le nuore
    piantan di Priamo, e crescerete ahi presto
    di vedovili lagrime innaffiati,
    proteggete i miei padri: e chi la scure
    asterrà pio dalle devote frondi
    men si dorrà di consanguinei lutti,
    e santamente toccherà l'altare.
    Proteggete i miei padri. Un dí vedrete
    mendico un cieco errar sotto le vostre
    antichissime ombre, e brancolando
    penetrar negli avelli, e abbracciar l'urne,
    e interrogarle. Gemeranno gli antri
    secreti, e tutta narrerà la tomba
    Ilio raso due volte e due risorto
    splendidamente su le mute vie
    per far piú bello l'ultimo trofeo
    ai fatati Pelídi. Il sacro vate,
    placando quelle afflitte alme col canto,
    i prenci argivi eternerà per quante
    abbraccia terre il gran padre Oceàno.
    E tu onore di pianti, Ettore, avrai,
    ove fia santo e lagrimato il sangue
    per la patria versato, e finché il Sole
    risplenderà su le sciagure umane.
    Con le budella dell' ultimo prete impiccheremo l' ultimo re

  7. #7
    brodo_di_carne
    Ospite

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da LuciaP
    All'ombra de' cipressi e dentro l'urne
    confortate di pianto è forse il sonno
    della morte men duro? Ove piú il Sole
    per me alla terra non fecondi questa
    bella d'erbe famiglia e d'animali,
    e quando vaghe di lusinghe innanzi
    a me non danzeran l'ore future,
    né da te, dolce amico, udrò piú il verso
    e la mesta armonia che lo governa,
    né piú nel cor mi parlerà lo spirto
    delle vergini Muse e dell'amore,
    unico spirto a mia vita raminga,
    qual fia ristoro a' dí perduti un sasso
    che distingua le mie dalle infinite
    ossa che in terra e in mar semina morte?
    Vero è ben, Pindemonte! Anche la Speme,
    ultima Dea, fugge i sepolcri: e involve
    tutte cose l'obblío nella sua notte;
    e una forza operosa le affatica
    di moto in moto; e l'uomo e le sue tombe
    e l'estreme sembianze e le reliquie
    della terra e del ciel traveste il tempo.

    Ma perché pria del tempo a sé il mortale
    invidierà l'illusîon che spento
    pur lo sofferma al limitar di Dite?
    Non vive ei forse anche sotterra, quando
    gli sarà muta l'armonia del giorno,
    se può destarla con soavi cure
    nella mente de' suoi? Celeste è questa
    corrispondenza d'amorosi sensi,
    celeste dote è negli umani; e spesso
    per lei si vive con l'amico estinto
    e l'estinto con noi, se pia la terra
    che lo raccolse infante e lo nutriva,
    nel suo grembo materno ultimo asilo
    porgendo, sacre le reliquie renda
    dall'insultar de' nembi e dal profano
    piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,
    e di fiori odorata arbore amica
    le ceneri di molli ombre consoli.

    Sol chi non lascia eredità d'affetti
    poca gioia ha dell'urna; e se pur mira
    dopo l'esequie, errar vede il suo spirto
    fra 'l compianto de' templi acherontei,
    o ricovrarsi sotto le grandi ale
    del perdono d'lddio: ma la sua polve
    lascia alle ortiche di deserta gleba
    ove né donna innamorata preghi,
    né passeggier solingo oda il sospiro
    che dal tumulo a noi manda Natura.
    Pur nuova legge impone oggi i sepolcri
    fuor de' guardi pietosi, e il nome a' morti
    contende. E senza tomba giace il tuo
    sacerdote, o Talia, che a te cantando
    nel suo povero tetto educò un lauro
    con lungo amore, e t'appendea corone;
    e tu gli ornavi del tuo riso i canti
    che il lombardo pungean Sardanapalo,
    cui solo è dolce il muggito de' buoi
    che dagli antri abdüani e dal Ticino
    lo fan d'ozi beato e di vivande.
    O bella Musa, ove sei tu? Non sento
    spirar l'ambrosia, indizio del tuo nume,
    fra queste piante ov'io siedo e sospiro
    il mio tetto materno. E tu venivi
    e sorridevi a lui sotto quel tiglio
    ch'or con dimesse frondi va fremendo
    perché non copre, o Dea, l'urna del vecchio
    cui già di calma era cortese e d'ombre.
    Forse tu fra plebei tumuli guardi
    vagolando, ove dorma il sacro capo
    del tuo Parini? A lui non ombre pose
    tra le sue mura la citta, lasciva
    d'evirati cantori allettatrice,
    non pietra, non parola; e forse l'ossa
    col mozzo capo gl'insanguina il ladro
    chc lasciò sul patibolo i delitti.
    Senti raspar fra le macerie e i bronchi
    la derelitta cagna ramingando
    su le fosse e famelica ululando;
    e uscir del teschio, ove fuggia la luna,
    l'úpupa, e svolazzar su per le croci
    sparse per la funerêa campagna
    e l'immonda accusar col luttüoso
    singulto i rai di che son pie le stelle
    alle obblîate sepolture. Indarno
    sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade
    dalla squallida notte. Ahi! su gli estinti
    non sorge fiore, ove non sia d'umane
    lodi onorato e d'amoroso pianto.

    Dal dí che nozze e tribunali ed are
    diero alle umane belve esser pietose
    di se stesse e d'altrui, toglieano i vivi
    all'etere maligno ed alle fere
    i miserandi avanzi che Natura
    con veci eterne a sensi altri destina.
    Testimonianza a' fasti eran le tombe,
    ed are a' figli; e uscían quindi i responsi
    de' domestici Lari, e fu temuto
    su la polve degli avi il giuramento:
    religîon che con diversi riti
    le virtú patrie e la pietà congiunta
    tradussero per lungo ordine d'anni.
    Non sempre i sassi sepolcrali a' templi
    fean pavimento; né agl'incensi avvolto
    de' cadaveri il lezzo i supplicanti
    contaminò; né le città fur meste
    d'effigîati scheletri: le madri
    balzan ne' sonni esterrefatte, e tendono
    nude le braccia su l'amato capo
    del lor caro lattante onde nol desti
    il gemer lungo di persona morta
    chiedente la venal prece agli eredi
    dal santuario. Ma cipressi e cedri
    di puri effluvi i zefiri impregnando
    perenne verde protendean su l'urne
    per memoria perenne, e prezîosi
    vasi accogliean le lagrime votive.
    Rapían gli amici una favilla al Sole
    a illuminar la sotterranea notte,
    perché gli occhi dell'uom cercan morendo
    il Sole; e tutti l'ultimo sospiro
    mandano i petti alla fuggente luce.
    Le fontane versando acque lustrali
    amaranti educavano e vîole
    su la funebre zolla; e chi sedea
    a libar latte o a raccontar sue pene
    ai cari estinti, una fragranza intorno
    sentía qual d'aura de' beati Elisi.
    Pietosa insania che fa cari gli orti
    de' suburbani avelli alle britanne
    vergini, dove le conduce amore
    della perduta madre, ove clementi
    pregaro i Geni del ritorno al prode
    cne tronca fe' la trîonfata nave
    del maggior pino, e si scavò la bara.
    Ma ove dorme il furor d'inclite gesta
    e sien ministri al vivere civile
    l'opulenza e il tremore, inutil pompa
    e inaugurate immagini dell'Orco
    sorgon cippi e marmorei monumenti.
    Già il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo,
    decoro e mente al bello italo regno,
    nelle adulate reggie ha sepoltura
    già vivo, e i stemmi unica laude. A noi
    morte apparecchi riposato albergo,
    ove una volta la fortuna cessi
    dalle vendette, e l'amistà raccolga
    non di tesori eredità, ma caldi
    sensi e di liberal carme l'esempio.

    A egregie cose il forte animo accendono
    l'urne de' forti, o Pindemonte; e bella
    e santa fanno al peregrin la terra
    che le ricetta. Io quando il monumento
    vidi ove posa il corpo di quel grande
    che temprando lo scettro a' regnatori
    gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela
    di che lagrime grondi e di che sangue;
    e l'arca di colui che nuovo Olimpo
    alzò in Roma a' Celesti; e di chi vide
    sotto l'etereo padiglion rotarsi
    piú mondi, e il Sole irradîarli immoto,
    onde all'Anglo che tanta ala vi stese
    sgombrò primo le vie del firmamento:
    - Te beata, gridai, per le felici
    aure pregne di vita, e pe' lavacri
    che da' suoi gioghi a te versa Apennino!
    Lieta dell'aer tuo veste la Luna
    di luce limpidissima i tuoi colli
    per vendemmia festanti, e le convalli
    popolate di case e d'oliveti
    mille di fiori al ciel mandano incensi:
    e tu prima, Firenze, udivi il carme
    che allegrò l'ira al Ghibellin fuggiasco,
    e tu i cari parenti e l'idîoma
    désti a quel dolce di Calliope labbro
    che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma
    d'un velo candidissimo adornando,
    rendea nel grembo a Venere Celeste;
    ma piú beata che in un tempio accolte
    serbi l'itale glorie, uniche forse
    da che le mal vietate Alpi e l'alterna
    onnipotenza delle umane sorti
    armi e sostanze t' invadeano ed are
    e patria e, tranne la memoria, tutto.
    Che ove speme di gloria agli animosi
    intelletti rifulga ed all'Italia,
    quindi trarrem gli auspici. E a questi marmi
    venne spesso Vittorio ad ispirarsi.
    Irato a' patrii Numi, errava muto
    ove Arno è piú deserto, i campi e il cielo
    desîoso mirando; e poi che nullo
    vivente aspetto gli molcea la cura,
    qui posava l'austero; e avea sul volto
    il pallor della morte e la speranza.
    Con questi grandi abita eterno: e l'ossa
    fremono amor di patria. Ah sí! da quella
    religîosa pace un Nume parla:
    e nutria contro a' Persi in Maratona
    ove Atene sacrò tombe a' suoi prodi,
    la virtú greca e l'ira. Il navigante
    che veleggiò quel mar sotto l'Eubea,
    vedea per l'ampia oscurità scintille
    balenar d'elmi e di cozzanti brandi,
    fumar le pire igneo vapor, corrusche
    d'armi ferree vedea larve guerriere
    cercar la pugna; e all'orror de' notturni
    silenzi si spandea lungo ne' campi
    di falangi un tumulto e un suon di tube
    e un incalzar di cavalli accorrenti
    scalpitanti su gli elmi a' moribondi,
    e pianto, ed inni, e delle Parche il canto.

    Felice te che il regno ampio de' venti,
    Ippolito, a' tuoi verdi anni correvi!
    E se il piloto ti drizzò l'antenna
    oltre l'isole egèe, d'antichi fatti
    certo udisti suonar dell'Ellesponto
    i liti, e la marea mugghiar portando
    alle prode retèe l'armi d'Achille
    sovra l'ossa d'Ajace: a' generosi
    giusta di glorie dispensiera è morte;
    né senno astuto né favor di regi
    all'Itaco le spoglie ardue serbava,
    ché alla poppa raminga le ritolse
    l'onda incitata dagl'inferni Dei.

    E me che i tempi ed il desio d'onore
    fan per diversa gente ir fuggitivo,
    me ad evocar gli eroi chiamin le Muse
    del mortale pensiero animatrici.
    Siedon custodi de' sepolcri, e quando
    il tempo con sue fredde ale vi spazza
    fin le rovine, le Pimplèe fan lieti
    di lor canto i deserti, e l'armonia
    vince di mille secoli il silenzio.
    Ed oggi nella Troade inseminata
    eterno splende a' peregrini un loco,
    eterno per la Ninfa a cui fu sposo
    Giove, ed a Giove diè Dàrdano figlio,
    onde fur Troia e Assàraco e i cinquanta
    talami e il regno della giulia gente.
    Però che quando Elettra udí la Parca
    che lei dalle vitali aure del giorno
    chiamava a' cori dell'Eliso, a Giove
    mandò il voto supremo: - E se, diceva,
    a te fur care le mie chiome e il viso
    e le dolci vigilie, e non mi assente
    premio miglior la volontà de' fati,
    la morta amica almen guarda dal cielo
    onde d'Elettra tua resti la fama. -
    Cosí orando moriva. E ne gemea
    l'Olimpio: e l'immortal capo accennando
    piovea dai crini ambrosia su la Ninfa,
    e fe' sacro quel corpo e la sua tomba.
    Ivi posò Erittonio, e dorme il giusto
    cenere d'Ilo; ivi l'iliache donne
    sciogliean le chiome, indarno ahi! deprecando
    da' lor mariti l'imminente fato;
    ivi Cassandra, allor che il Nume in petto
    le fea parlar di Troia il dí mortale,
    venne; e all'ombre cantò carme amoroso,
    e guidava i nepoti, e l'amoroso
    apprendeva lamento a' giovinetti.
    E dicea sospiranda: - Oh se mai d'Argo,
    ove al Tidíde e di Läerte al figlio
    pascerete i cavalli, a voi permetta
    ritorno il cielo, invan la patria vostra
    cercherete! Le mura, opra di Febo,
    sotto le lor reliquie fumeranno.
    Ma i Penati di Troia avranno stanza
    in queste tombe; ché de' Numi è dono
    servar nelle miserie altero nome.
    E voi, palme e cipressi che le nuore
    piantan di Priamo, e crescerete ahi presto
    di vedovili lagrime innaffiati,
    proteggete i miei padri: e chi la scure
    asterrà pio dalle devote frondi
    men si dorrà di consanguinei lutti,
    e santamente toccherà l'altare.
    Proteggete i miei padri. Un dí vedrete
    mendico un cieco errar sotto le vostre
    antichissime ombre, e brancolando
    penetrar negli avelli, e abbracciar l'urne,
    e interrogarle. Gemeranno gli antri
    secreti, e tutta narrerà la tomba
    Ilio raso due volte e due risorto
    splendidamente su le mute vie
    per far piú bello l'ultimo trofeo
    ai fatati Pelídi. Il sacro vate,
    placando quelle afflitte alme col canto,
    i prenci argivi eternerà per quante
    abbraccia terre il gran padre Oceàno.
    E tu onore di pianti, Ettore, avrai,
    ove fia santo e lagrimato il sangue
    per la patria versato, e finché il Sole
    risplenderà su le sciagure umane.
    poesia non libro luciap

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da Celtic
    Eh?
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  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da LuciaP
    All'ombra de' cipressi e dentro l'urne
    confortate di pianto è forse il sonno
    della morte men duro? Ove piú il Sole
    per me alla terra non fecondi questa
    bella d'erbe famiglia e d'animali,
    e quando vaghe di lusinghe innanzi
    a me non danzeran l'ore future,
    né da te, dolce amico, udrò piú il verso
    e la mesta armonia che lo governa,
    né piú nel cor mi parlerà lo spirto
    delle vergini Muse e dell'amore,
    unico spirto a mia vita raminga,
    qual fia ristoro a' dí perduti un sasso
    che distingua le mie dalle infinite
    ossa che in terra e in mar semina morte?
    Vero è ben, Pindemonte! Anche la Speme,
    ultima Dea, fugge i sepolcri: e involve
    tutte cose l'obblío nella sua notte;
    e una forza operosa le affatica
    di moto in moto; e l'uomo e le sue tombe
    e l'estreme sembianze e le reliquie
    della terra e del ciel traveste il tempo.

    Ma perché pria del tempo a sé il mortale
    invidierà l'illusîon che spento
    pur lo sofferma al limitar di Dite?
    Non vive ei forse anche sotterra, quando
    gli sarà muta l'armonia del giorno,
    se può destarla con soavi cure
    nella mente de' suoi? Celeste è questa
    corrispondenza d'amorosi sensi,
    celeste dote è negli umani; e spesso
    per lei si vive con l'amico estinto
    e l'estinto con noi, se pia la terra
    che lo raccolse infante e lo nutriva,
    nel suo grembo materno ultimo asilo
    porgendo, sacre le reliquie renda
    dall'insultar de' nembi e dal profano
    piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,
    e di fiori odorata arbore amica
    le ceneri di molli ombre consoli.

    Sol chi non lascia eredità d'affetti
    poca gioia ha dell'urna; e se pur mira
    dopo l'esequie, errar vede il suo spirto
    fra 'l compianto de' templi acherontei,
    o ricovrarsi sotto le grandi ale
    del perdono d'lddio: ma la sua polve
    lascia alle ortiche di deserta gleba
    ove né donna innamorata preghi,
    né passeggier solingo oda il sospiro
    che dal tumulo a noi manda Natura.
    Pur nuova legge impone oggi i sepolcri
    fuor de' guardi pietosi, e il nome a' morti
    contende. E senza tomba giace il tuo
    sacerdote, o Talia, che a te cantando
    nel suo povero tetto educò un lauro
    con lungo amore, e t'appendea corone;
    e tu gli ornavi del tuo riso i canti
    che il lombardo pungean Sardanapalo,
    cui solo è dolce il muggito de' buoi
    che dagli antri abdüani e dal Ticino
    lo fan d'ozi beato e di vivande.
    O bella Musa, ove sei tu? Non sento
    spirar l'ambrosia, indizio del tuo nume,
    fra queste piante ov'io siedo e sospiro
    il mio tetto materno. E tu venivi
    e sorridevi a lui sotto quel tiglio
    ch'or con dimesse frondi va fremendo
    perché non copre, o Dea, l'urna del vecchio
    cui già di calma era cortese e d'ombre.
    Forse tu fra plebei tumuli guardi
    vagolando, ove dorma il sacro capo
    del tuo Parini? A lui non ombre pose
    tra le sue mura la citta, lasciva
    d'evirati cantori allettatrice,
    non pietra, non parola; e forse l'ossa
    col mozzo capo gl'insanguina il ladro
    chc lasciò sul patibolo i delitti.
    Senti raspar fra le macerie e i bronchi
    la derelitta cagna ramingando
    su le fosse e famelica ululando;
    e uscir del teschio, ove fuggia la luna,
    l'úpupa, e svolazzar su per le croci
    sparse per la funerêa campagna
    e l'immonda accusar col luttüoso
    singulto i rai di che son pie le stelle
    alle obblîate sepolture. Indarno
    sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade
    dalla squallida notte. Ahi! su gli estinti
    non sorge fiore, ove non sia d'umane
    lodi onorato e d'amoroso pianto.

    Dal dí che nozze e tribunali ed are
    diero alle umane belve esser pietose
    di se stesse e d'altrui, toglieano i vivi
    all'etere maligno ed alle fere
    i miserandi avanzi che Natura
    con veci eterne a sensi altri destina.
    Testimonianza a' fasti eran le tombe,
    ed are a' figli; e uscían quindi i responsi
    de' domestici Lari, e fu temuto
    su la polve degli avi il giuramento:
    religîon che con diversi riti
    le virtú patrie e la pietà congiunta
    tradussero per lungo ordine d'anni.
    Non sempre i sassi sepolcrali a' templi
    fean pavimento; né agl'incensi avvolto
    de' cadaveri il lezzo i supplicanti
    contaminò; né le città fur meste
    d'effigîati scheletri: le madri
    balzan ne' sonni esterrefatte, e tendono
    nude le braccia su l'amato capo
    del lor caro lattante onde nol desti
    il gemer lungo di persona morta
    chiedente la venal prece agli eredi
    dal santuario. Ma cipressi e cedri
    di puri effluvi i zefiri impregnando
    perenne verde protendean su l'urne
    per memoria perenne, e prezîosi
    vasi accogliean le lagrime votive.
    Rapían gli amici una favilla al Sole
    a illuminar la sotterranea notte,
    perché gli occhi dell'uom cercan morendo
    il Sole; e tutti l'ultimo sospiro
    mandano i petti alla fuggente luce.
    Le fontane versando acque lustrali
    amaranti educavano e vîole
    su la funebre zolla; e chi sedea
    a libar latte o a raccontar sue pene
    ai cari estinti, una fragranza intorno
    sentía qual d'aura de' beati Elisi.
    Pietosa insania che fa cari gli orti
    de' suburbani avelli alle britanne
    vergini, dove le conduce amore
    della perduta madre, ove clementi
    pregaro i Geni del ritorno al prode
    cne tronca fe' la trîonfata nave
    del maggior pino, e si scavò la bara.
    Ma ove dorme il furor d'inclite gesta
    e sien ministri al vivere civile
    l'opulenza e il tremore, inutil pompa
    e inaugurate immagini dell'Orco
    sorgon cippi e marmorei monumenti.
    Già il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo,
    decoro e mente al bello italo regno,
    nelle adulate reggie ha sepoltura
    già vivo, e i stemmi unica laude. A noi
    morte apparecchi riposato albergo,
    ove una volta la fortuna cessi
    dalle vendette, e l'amistà raccolga
    non di tesori eredità, ma caldi
    sensi e di liberal carme l'esempio.

    A egregie cose il forte animo accendono
    l'urne de' forti, o Pindemonte; e bella
    e santa fanno al peregrin la terra
    che le ricetta. Io quando il monumento
    vidi ove posa il corpo di quel grande
    che temprando lo scettro a' regnatori
    gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela
    di che lagrime grondi e di che sangue;
    e l'arca di colui che nuovo Olimpo
    alzò in Roma a' Celesti; e di chi vide
    sotto l'etereo padiglion rotarsi
    piú mondi, e il Sole irradîarli immoto,
    onde all'Anglo che tanta ala vi stese
    sgombrò primo le vie del firmamento:
    - Te beata, gridai, per le felici
    aure pregne di vita, e pe' lavacri
    che da' suoi gioghi a te versa Apennino!
    Lieta dell'aer tuo veste la Luna
    di luce limpidissima i tuoi colli
    per vendemmia festanti, e le convalli
    popolate di case e d'oliveti
    mille di fiori al ciel mandano incensi:
    e tu prima, Firenze, udivi il carme
    che allegrò l'ira al Ghibellin fuggiasco,
    e tu i cari parenti e l'idîoma
    désti a quel dolce di Calliope labbro
    che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma
    d'un velo candidissimo adornando,
    rendea nel grembo a Venere Celeste;
    ma piú beata che in un tempio accolte
    serbi l'itale glorie, uniche forse
    da che le mal vietate Alpi e l'alterna
    onnipotenza delle umane sorti
    armi e sostanze t' invadeano ed are
    e patria e, tranne la memoria, tutto.
    Che ove speme di gloria agli animosi
    intelletti rifulga ed all'Italia,
    quindi trarrem gli auspici. E a questi marmi
    venne spesso Vittorio ad ispirarsi.
    Irato a' patrii Numi, errava muto
    ove Arno è piú deserto, i campi e il cielo
    desîoso mirando; e poi che nullo
    vivente aspetto gli molcea la cura,
    qui posava l'austero; e avea sul volto
    il pallor della morte e la speranza.
    Con questi grandi abita eterno: e l'ossa
    fremono amor di patria. Ah sí! da quella
    religîosa pace un Nume parla:
    e nutria contro a' Persi in Maratona
    ove Atene sacrò tombe a' suoi prodi,
    la virtú greca e l'ira. Il navigante
    che veleggiò quel mar sotto l'Eubea,
    vedea per l'ampia oscurità scintille
    balenar d'elmi e di cozzanti brandi,
    fumar le pire igneo vapor, corrusche
    d'armi ferree vedea larve guerriere
    cercar la pugna; e all'orror de' notturni
    silenzi si spandea lungo ne' campi
    di falangi un tumulto e un suon di tube
    e un incalzar di cavalli accorrenti
    scalpitanti su gli elmi a' moribondi,
    e pianto, ed inni, e delle Parche il canto.

    Felice te che il regno ampio de' venti,
    Ippolito, a' tuoi verdi anni correvi!
    E se il piloto ti drizzò l'antenna
    oltre l'isole egèe, d'antichi fatti
    certo udisti suonar dell'Ellesponto
    i liti, e la marea mugghiar portando
    alle prode retèe l'armi d'Achille
    sovra l'ossa d'Ajace: a' generosi
    giusta di glorie dispensiera è morte;
    né senno astuto né favor di regi
    all'Itaco le spoglie ardue serbava,
    ché alla poppa raminga le ritolse
    l'onda incitata dagl'inferni Dei.

    E me che i tempi ed il desio d'onore
    fan per diversa gente ir fuggitivo,
    me ad evocar gli eroi chiamin le Muse
    del mortale pensiero animatrici.
    Siedon custodi de' sepolcri, e quando
    il tempo con sue fredde ale vi spazza
    fin le rovine, le Pimplèe fan lieti
    di lor canto i deserti, e l'armonia
    vince di mille secoli il silenzio.
    Ed oggi nella Troade inseminata
    eterno splende a' peregrini un loco,
    eterno per la Ninfa a cui fu sposo
    Giove, ed a Giove diè Dàrdano figlio,
    onde fur Troia e Assàraco e i cinquanta
    talami e il regno della giulia gente.
    Però che quando Elettra udí la Parca
    che lei dalle vitali aure del giorno
    chiamava a' cori dell'Eliso, a Giove
    mandò il voto supremo: - E se, diceva,
    a te fur care le mie chiome e il viso
    e le dolci vigilie, e non mi assente
    premio miglior la volontà de' fati,
    la morta amica almen guarda dal cielo
    onde d'Elettra tua resti la fama. -
    Cosí orando moriva. E ne gemea
    l'Olimpio: e l'immortal capo accennando
    piovea dai crini ambrosia su la Ninfa,
    e fe' sacro quel corpo e la sua tomba.
    Ivi posò Erittonio, e dorme il giusto
    cenere d'Ilo; ivi l'iliache donne
    sciogliean le chiome, indarno ahi! deprecando
    da' lor mariti l'imminente fato;
    ivi Cassandra, allor che il Nume in petto
    le fea parlar di Troia il dí mortale,
    venne; e all'ombre cantò carme amoroso,
    e guidava i nepoti, e l'amoroso
    apprendeva lamento a' giovinetti.
    E dicea sospiranda: - Oh se mai d'Argo,
    ove al Tidíde e di Läerte al figlio
    pascerete i cavalli, a voi permetta
    ritorno il cielo, invan la patria vostra
    cercherete! Le mura, opra di Febo,
    sotto le lor reliquie fumeranno.
    Ma i Penati di Troia avranno stanza
    in queste tombe; ché de' Numi è dono
    servar nelle miserie altero nome.
    E voi, palme e cipressi che le nuore
    piantan di Priamo, e crescerete ahi presto
    di vedovili lagrime innaffiati,
    proteggete i miei padri: e chi la scure
    asterrà pio dalle devote frondi
    men si dorrà di consanguinei lutti,
    e santamente toccherà l'altare.
    Proteggete i miei padri. Un dí vedrete
    mendico un cieco errar sotto le vostre
    antichissime ombre, e brancolando
    penetrar negli avelli, e abbracciar l'urne,
    e interrogarle. Gemeranno gli antri
    secreti, e tutta narrerà la tomba
    Ilio raso due volte e due risorto
    splendidamente su le mute vie
    per far piú bello l'ultimo trofeo
    ai fatati Pelídi. Il sacro vate,
    placando quelle afflitte alme col canto,
    i prenci argivi eternerà per quante
    abbraccia terre il gran padre Oceàno.
    E tu onore di pianti, Ettore, avrai,
    ove fia santo e lagrimato il sangue
    per la patria versato, e finché il Sole
    risplenderà su le sciagure umane.
    Alle scuole medie me la fecero imparare a memoria...

  10. #10
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  5. Qual è la vostra posizione preferita...
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