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    Denzinger, e il mondano dimezzato

    di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro


    E’ durata poco l’intervista volterriana. Francesco contro lo spirito del mondo. Denzinger, pioniere del dogma. Rahner: buona coscienza e libero esame. Si assolvono i peccatori, non i peccati, ecco il punto.

    Accolta “con gioia” come si usa nella Chiesa d’oggi, difesa senza “se” e senza “ma”, ermeneutizzata come si conviene e poi, alla fine, ritirata dal sito internet vaticano, dove era rimasta un mese e mezzo: da famosa che era, l’intervista di Papa Francesco a Eugenio Scalfari è stata archiviata con un semplice click.
    Attendibile nel suo complesso, ha spiegato il direttore della sala stampa padre Lombardi, non lo è in alcune singole parti, anche se il controverso passaggio sulla coscienza sarebbe “del tutto compatibile con il Catechismo della Chiesa cattolica”.

    Pur deposta nei faldoni della semplice cronaca, tale vicenda rimane a indicare un tasso di confusione eccessivo persino per un ospedale da campo. E’ davvero strano che nessuno si sia chiesto, preventivamente e prudentemente, se l’intervistatore della stampa volterriana fosse un malato venuto a farsi curare o un untore neanche troppo mimetizzato.
    Riconoscere cosa vi sia nell’animo dell’interlocutore mondano è questione che lo stesso papa Francesco, nell’omelia di Santa Marta di lunedì scorso, ha indicato come essenziale. Commentando un passo del “Libro dei Maccabei” ha messo in guardia dal rischio di fare mercimonio della fedeltà al Signore, poiché lo spirito del mondo negozia tutto. Ma l’istantanea della Chiesa postmoderna ritrae da decenni un luogo di mediazione più che una cittadella decisa a resistere. Un posto dove molti agiscono con aria di sufficienza nell’adozione di criteri, metodi e strumenti necessari per comprendere tanto le lusinghe del mondo quanto i lamenti della Chiesa.

    La tensione al ragionevole rigore di moda sotto Benedetto XVI, che insieme all’ascesi e alla preghiera mette al riparo dalle sirene del mondo, pare evaporata. Oggi, basta solo richiamare la precisione affilata e caritatevole con cui la Chiesa si è sempre espressa su fede, dottrina e morale per passare come ideologizzati specialisti del Logos. Guai a chi osi evocare l’opera di un benemerito pioniere della teologia dogmatica come Heinrich Denzinger: si viene tacciati di voler sostituire il Vangelo con il suo “Enchiridion Symbolorum”, quel cristallino compendio dei principali testi del magistero che dovrebbe fare da argine là dove il mondo interroga, provoca, negozia, corrompe.
    Aggiornato costantemente nel corso dei decenni, il “Denzinger”, che ha preso il nome del suo primo autore, è uno dei riferimenti più sicuri per chiunque voglia conoscere e praticare il perenne pensiero della Chiesa: ma non piace più, irrita, infastidisce.
    Per scoprire la ragione di tale avversità basterebbe andare su Wikipedia, dove, in un’impietosa, sinteticissima riga, si legge: “Il grande teologo fondamentale gesuita Karl Rahner ha tuttavia messo in guardia studenti e studiosi sul rischio riduzionistico di una ‘teologia del Denzinger’”. Se si considera che, nella Chiesa contemporanea, l’inventore della teoria dei “cristiani anonimi” ha sostituito San Tommaso come doctor communis, diviene comprensibile l’universale avversione per il “Denzinger”, severo giudice di chiunque ami abbandonarsi a un qualunque incontro personale con il Vangelo.
    In qualche modo, ritorna in superficie il tema della coscienza personale che Rahner, confratello di Papa Francesco, ha descritto nella “Fatica di credere” in termini che hanno indubbiamente fatto scuola, e che scuola:
    “Chiunque segue la propria coscienza, sia che ritenga di dover essere cristiano oppure non-cristiano, sia che ritenga di dover essere ateo oppure credente, un tale individuo è accetto e accettato da Dio e può conseguire quella vita eterna che nella nostra fede cristiana noi confessiamo come fine di tutti gli uomini. In altre parole: la grazia e la giustificazione, l’unione e la comunione con Dio, la possibilità di raggiungere la vita eterna, tutto ciò incontra un ostacolo solo nella cattiva coscienza di un uomo”.

    Posto davanti al Vangelo, un pensiero simile non può che rifuggire il cogente rigore del “Denzinger”, che è il cogente rigore della Chiesa. Ma la fede cattolica non può risolversi nel semplice incontro personale con il Vangelo. Lo spiega il domenicano padre Roger-Thomas Calmel nella “Breve apologia della Chiesa di sempre”:
    “Che ci sia dunque un andirivieni frequente dalla lettera della Scrittura alle formule dei Concili e del Catechismo e viceversa. Passiamo dalla lettera dell’Antico o del Nuovo Testamento alle definizioni conciliari o pontificie per meglio coglierne il contenuto esatto, il vero significato del testo sacro. Poi ritorniamo dai Concili e dal catechismo al semplice testo scritturale per non perdere mai di vista il dato vivo, concreto, soprannaturale, inesauribile, del quale le formulazioni del magistero ecclesiastico esprimono, con tutta la precisione necessaria, la profondità e il mistero”.
    La guerra al “Denzinger”, e quindi all’armonioso dipanarsi e manifestarsi della dottrina perenne della Chiesa, viene da lontano. Non a caso Rahner spiega che “gli enunciati della fede tradizionale sono inadeguati, in buona parte, per lo meno per quanto concerne ciò che è necessario prima di ogni altra cosa: l’annuncio della fede (…) Proposizioni come ‘vi sono tre persone in Dio’, ‘noi siamo salvati dal sangue di Gesù Cristo’ sono puramente e semplicemente incomprensibili per un uomo moderno (…) esse fanno la stessa impressione della pura mitologia di una religione del tempo passato”.
    Secondo il teologo gesuita, dunque, al palato dell’uomo contemporaneo, Gesù che resuscita Lazzaro ha lo stesso sapore di Ercole che sconfigge l’Idra o di Teseo che uccide il Minotauro. Quindi non rimane che riformare l’annuncio e sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda della modernità, trarre le parole dai desideri del nuovo uditorio.

    Giuseppe Siri, un cardinale che rischiò di diventare Papa, coglie lucidamente la questione, quando in “Getsemani” scrive:
    “Il grande principio di morte è il principio di secolarizzazione: il mondo contiene la forza della plenaria realizzazione degli uomini e ne è anche l’ambiente, in cui lo scopo della vita dell’uomo deve essere raggiunto; occorrerebbe dunque abolire ogni distinzione tra sacro e profano, tra Chiesa e mondo”.

    Diagnosi confermata da quanto Edward Schillebeeckx andava dicendo nel 1970: “In Cristo è ora possibile dire Amen alla realtà mondana e considerarla come culto poiché, dopo l’apparizione di Gesù, sulla terra abita la pienezza di Dio”.
    Se l’oggetto del nuovo culto è il mondo, diventa impossibile entrarvi in conflitto.
    I vescovi americani che contestano Barak Obama, evidentemente, non seguono Rahner o Schillebeeckx. Ma centinaia di gesuiti con le loro università cattoliche e centinaia di suore in rivolta dicono Amen al presidente e rendono culto al mondo.
    Il vero problema dell’ospedale da campo è distinguere chi vi distribuisce la medicina buona e chi eutanizza il paziente.

    Se è vero che lo spirito mondano induce a negoziare finanche la fedeltà a Dio, come ha detto il Papa nell’omelia, bisognerebbe avere anche il coraggio denunciare chi, nell’accampamento cattolico, si macchia di intelligenza col nemico.
    Non è possibile additare le lusinghe del mondo e tollerare un Rahner che dice: “Con il progredire della storia della grazia, il mondo diviene sempre più indipendente, maturo, profano, e deve pensare ad auto realizzarsi. Questa crescente mondanità storica (…) non è una sventura che si contrappone ostinatamente alla grazia e alla chiesa, ma è invece il modo nel quale la grazia si realizza a poco a poco nella creazione”.
    Sulla scia dell’ambiguo e ossessivo “primato della Parola” e del “sola fide” di matrice luterana, la Chiesa ha finito per specchiarsi nell’orizzonte ribaltato di un pelagianesimo che nega il senso del peccato e osanna il mondo. L’esito è comunque il depotenziamento della tradizione e della funzione di mater et magistra. Il libero esame, il soggettivismo, la “sola scriptura” prendono la scena svuotando di significato il ruolo dei vescovi e del Papa. Ma l’orizzonte logico di tale operazione è debolissimo poiché è la tradizione a precedere e definire la parola: è la Chiesa a stabilire quali siano i testi sacri e come vadano interpretati. Fatto che determina l’impossibilità di parlare di “religione del libro”, posto che i testi sacri sono oggettivamente diversi nella lettera e nella loro interpretazione. La Chiesa precede storicamente e logicamente la scrittura e per questo, spiega il cardinale Siri, “colui che relativizza la tradizione relativizza la scrittura”.

    La bellezza perenne e unica del cattolicesimo sta nella capacità di comporre e armonizzare tutti questi elementi. Sta nella continua tensione tra ragione e mistero, tra anelito terreno e risposta celeste che, pazientemente, crea un calco nel quale la creatura si adagia, magmatica e informe, per risorgerne solida e levigata, come la farfalla da una crisalide. Perché conoscere la dottrina significa amarla e pregarla assecondandone forme e definizioni. E’ come un dire le preghiere secondo formule dettate da altri con precisione ispirata e insondabile. Allora, lontano dai sentimenti, dalle divagazioni, dagli inutili discorsi, senza uno iota di troppo, sgorga quel che della beatitudine è concesso su questa terra, che è un dire sottovoce, un fare e un vivere invece che un discorrere: “I molti discorsi non appagarono l’anima” - insegna l’Imitazione di Cristo - “ma la vita buona dà ristoro alla mente”.

    L’annuncio a Maria narrato da San Luca non produrrebbe nelle anime oranti la stessa tensione verso il “partorire Dio” predicato da Sant’Ambrogio se il Concilio di Efeso, nel 431, non avesse affilato la lama della dottrina definendo la Vergine Theotokos, Madre di Dio:
    “Se qualcuno non Confessa che l’Emmanuele è Dio nel vero senso della parola, e che perciò la Santa Vergine è madre di Dio perché ha generato secondo la carne il Verbo che è da Dio, sia anatema”.
    Non vi è nulla di più amato dalla gente cristiana aliena al mondo che un tale rigore. “Tutto il popolo della città rimase in attesa dal mattino alla sera, aspettando i giudizio del santo sinodo” racconta San Cirillo d’Alessandria, che fu l’artefice di quella decisione. “(…) Alla nostra uscita dalla chiesa, fummo ricondotti fino alle nostre dimore. Era la sera, tutta la città si illuminò, donne camminavano innanzi a noi con incensieri. A coloro che bestemmiavano il suo Nome, il Signore ha dimostrato la sua onnipotenza”.

    A saperlo leggere, a studiarlo in amorevole andirivieni con la Scrittura, il “Denzinger” racconta queste storie e alimenta la vita buona che, a sua volta, nutre la mente. E’ la vita della Chiesa che corre lungo i secoli dandovi forma, è la tradizione che bussa imperiosamente alle anime chiamandole a scegliere. Non vi è alternativa nella guerra allo spirito mondano: alla tentazione di negoziare persino sulla fede si può opporre solo l’immutabilità e l’irreformabilità del magistero.
    Per tutta la sua vita, la Chiesa lo ha fatto, contendendo al mondo il tempo e lo spazio, le due dimensioni in cui si espande la tradizione. Le definizioni raccolte dal “Denzinger” si sono tramandate senza mutare nel corso dei secoli e, senza mutare, hanno raggiunto gli avamposti più remoti della fede. Quelle stesse pagine che ora si trovano facilmente a stampa in libreria, hanno corso il mondo in itinerari avventurosi che Arold Innis ha raccontato nel suo epico “Impero e comunicazioni”. Hanno viaggiato su pergamena, “supporto pesante” adatto al permanere della verità religiosa irreformabile e perenne, a differenza di ciò che viaggiava su papiro e su carta, “supporti leggeri” che alimentavano la burocrazia civile caduca e fallace.

    Così, la Chiesa di Roma ha propagato il regno di Cristo e ha conquistato, anima per anima, le intelligenze più semplici e quelle più laboriose, tutte bisognose dello stesso nutrimento. Se John Henry Newman non si fosse trovato al cospetto di verità e pronunciamenti immutabili nello spazio e nel tempo, non avrebbe mai avuto la forza e l’esigenza di lasciare la comunione anglicana per entrare nella Chiesa di Roma. Nell’Apologia pro vita sua, il cardinale spiega che compì il gran passo verso casa solo quando si rese conto che gli argomenti degli anglicani contro i padri del Concilio di Trento erano gli stessi di quelli contro i padri del Concilio di Calcedonia, che condannare i Papi del Sedicesimo secolo voleva dire condannare anche quelli del Quinto:
    “Il dramma della religione, il combattimento della verità e dell’errore erano sempre gli stessi. I principi e i procedimenti della Chiesa d’oggi erano identici a quelli della Chiesa d’allora; i principi e i procedimenti degli eretici di oggi erano quelli dei protestanti di oggi. Lo scopersi quasi con terrore”.

    Ma la Chiesa non lascia da sola anima alcuna davanti a una verità che possa atterrire. A ciascuno porge la carezza rigorosa e soave del rito. La tradizione si presenta sempre all’uomo attraverso un poema sacro che nel cattolicesimo, come scrive Domenico Giuliotti, ha la sua espressione celeste nella celebrazione eucaristica: “La Messa, e non già la Divina Commedia, è il ‘poema’ veramente ‘sacro al quale hanno posto mano e cielo e terra’. (…) Dio, la Trinità e tutti gli Angeli ne formano l’argomento. La Consacrazione, che rinnova l’Incarnazione, è il punto culminante di questo immenso mistero. E il Prete n’è, al tempo stesso, il taumaturgo e il poeta”.
    Emanazione del Cielo in terra, tradizione e liturgia sono quasi consustanziali persino nel metodo con cui gli uomini hanno contribuito alla loro formazione. Mentre una è il repertorio di pensieri da cui è decaduto tutto, tranne ciò che dice definitivamente il divino, l’altra è la composizione di gesti e di parole immutabili depurati da ciò che è solo umano. Sono due ingressi allo stesso mondo, dove ciascuno riceve perennemente ciò che gli spetta, in qualunque luogo si trovi e in qualunque tempo viva. Sulla terra non vi è nulla di più equo.
    Lo racconta con soave precisione Newman nel romanzo “Perdita e guadagno”, là dove descrive i pensieri e le sensazioni del giovane protagonista che, per la prima volta, assiste a una celebrazione cattolica:
    “Quello che lo colpì più di tutto fu che, mentre nella chiesa d’Inghilterra l’ecclesiastico oppure l’organo erano tutto e la gente non era niente, salvo che veniva rappresentata al funzionario laico, qui era esattamente il contrario. Il prete diceva poco o niente, almeno in modo da farsi sentire, invece l’assemblea era come un solo vasto strumento un panharmonicum che suonava insieme; cosa ancora più mirabile, pareva che suonasse da solo. (…) Le parole erano in latino, ma tutti le capivano benissimo, e offrivano le loro preghiere alla Santissima Trinità, e al Salvatore incarnato, e alla grande Madre di Dio, e ai santi nella gloria del Paradiso, con nel cuore un’energia pari a quella con cui davano voce al suono. Vicino a lui c’era un ragazzino, e una povera donna, che cantavano a squarciagola. No, qui non ci si poteva sbagliare, Reding disse fra sé e sé: ‘Questa sì che è una religione popolare’”.

    A quei tempi, nella Chiesa, la stessa dottrina e la stessa liturgia erano buone per tutti, per i santi e per i peccatori, per i vivi e per i morti, per i romani e per i barbari.
    Per questo la religione cattolica era equanime e misericordiosa: era popolare. Ancora non risuonava il lamento che più tardi avrebbe vergato Nicolas Gomez Davila: “La Chiesa un tempo assolveva i peccatori, oggi ha deciso di assolvere i peccati”.

    Denzinger, e il mondano dimezzato - Articolo di Alessadro Gnocchi e Mario Palmaro
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    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

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    Predefinito Re: Denzinger, e il mondano dimezzato

    Francesco non ci vuole imbalsamati

    Caro G&P, guai a impolverare Gesù con una dottrina inospitale

    di Emmanuel Exitu

    La premiata ditta d’imbalsamazioni Gnocchi&Palmaro dispiace perché pretestuosa nel maneggio delle fonti e piena di risentimento. Sarebbe divertente ribattere colpo su colpo con la gioia maligna del vandalo, ma non c’è spazio né cultura sufficienti. Si può però ribattere sul piano dell’esperienza, che poi sulle faccende di vita è l’unico piano che davvero conti. Non a difesa del Papa, che sa benissimo difendersi da solo, ma a difesa di me stesso, della mia esperienza di moderno che vive oggi la fede seguendo l’esperienza viva di testimoni afferrati da Cristo oggi.
    G&P cita tutti, tranne Cristo: del rapporto con Lui non racconta. Quel rapporto bisogna viverlo, non basta avere in memoria tutti i libri cattolici fino all’ultima nota per poi mitragliare senza pietà chiunque ritenga fuori dalle righe. Il testo scritto ha il difetto che puoi fargli dire quello che vuoi. Un testo vivente, invece, è più scomodo da maneggiare: se fai il furbo, si ribella.
    G&P usa molti testi scritti (nessuno creda però che gli autori citati siano così noiosi: sono presi come farfalle inchiodate al velluto e non osservate in volo, ma in realtà pompano sangue nelle vene); ma non usa testi viventi, gli unici che potrebbero davvero convincere un uomo, e in particolare un moderno.
    E i testimoni che abbiamo sotto gli occhi non sono pataccari: portano prove che si toccano e si vedono. Per esempio Aldo Trento, sacerdote che ha ispirato alle reducciones la sua parrocchia in Paraguay: clinica per malati terminali, scuole, giornali, opere che però sono nulla rispetto ai frutti di conversione. Qual è la sua pastorale? Lo dice con Ruiz de Montoya, primo gesuita laggiù: “Per due anni ci siamo guardati dal giudicare intorno al sesto e al nono comandamento, del tutto incomprensibili per i Guaranì poligamici. Ci siamo preoccupati di non distruggere quelle tenere e giovani piante, annunciando solo l’avvenimento della bellezza di Cristo’. Dopo due-tre anni i Guaranì, diventati cristiani, hanno cominciato a chiedere il matrimonio monogamico: con la nascita della famiglia nasce il primo popolo cristiano della selva. Il rapporto gesuiti-indios era definito dalla libertà”.
    Non è roba fantastica? A leggere G&P vien da pensare che avrebbe invece mandato i droni per bombardare i Guaranì con i più massicci tomi di teologia morale: e chi non ha il fisico, peggio per lui.

    Oppure, Chiara Corbetta e Francesca Pedrazzini, due bellissime tutte casa & chiesa morte per tumore raccontato come di una festa perché andavano a scoprire il posto che Gesù ha preparato per loro. Non erano impazzite, basta una googleata per vederlo, ma è anche impossibile credere che vivessero così perché avevano le istruzioni per l’uso desunte dai santi libri: lo facevano solo per l’esperienza dell’amicizia di Gesù, come bimbe in braccio al padre, impadronendosi delle sue mani attraverso l’amicizia sacramentale di famigliari e amici.
    Non si può dire che G&P sbagli il materiale vertiginoso e razionale della liturgia, della morale, della teologia e chi più ne ha, ne metta. Ma le case che costruisce sono brutte e soffocanti, inospitali. Esistono esperienze che con lo stesso materiale – di cui nessuno nega l’essenzialità – costruiscono cattedrali, ospedali, rifugi, dimore aperte a tutti, perfino a Scalfari.
    Gesù (oddio: sarà blasfemo scrivere il nome di Gesù dopo quello di Scalfari?) l’ha detto meglio: il sabato è fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato.
    Se riti, preghiere, tutto il deposito tradizionale non fa più vita la vita di tutti i giorni, quella solita, che taglia le gambe, si può obiettare che qualcosa non torna nelle loro proposte?
    Non è il materiale, quindi, ma l’uso che ne fanno. Rimango cristiano perché la mia vita è più vita: e, sia chiaro, nessuno mi ha mai fatto uno iota di sconto su verità di fede e morale. Fede e morale, però, mi sono sempre state offerte in un’amicizia che non mi ha mai imposto nulla, ma mi ha fatto desiderare tutto, innamorandomi sempre più fino ai sacramenti, o al gusto del gregoriano, o all’inchino durante il Credo, o alla storicità dei Vangeli! Perfino alla verginità, alla povertà, e chi più ne ha, ne metta! Chi l’avrebbe detto che la vita può essere così vita? Ma il fascino non è partito dai predicozzi, è nato nell’incontro con persone vive e liete che hanno scatenato in me la voglia di quella vita.

    La verità è un bastone, certo, ma da usare per sostenere il cammino, non da dare in testa agli altri – e se s’irrompe in un ospedale da campo, si mena tutti, si disprezzano i feriti dicendo che se lo sono meritato e si sbeffeggiano gli operatori perché hanno i camici sporchi di sangue, poi non ci si può lamentare se arriva qualche calcio nei denti. Quando non c’è coscienza chiara della propria identità, che per un cristiano corrisponde alla coscienza di Chi lo sta facendo ora, le forme hanno una cristallizzata e intoccabile priorità per cui ogni scostamento è la fine del mondo (G&P replicherà che riporta solo la tradizione, con una sicumera che fa sospettare che lo Spirito Santo, in volo verso la Sistina, sia stato abbattuto e fatto precipitare a casa sua: vorrei vedere le prove, però).

    E’ roba che scotta, invoco mani più sante delle mie. Il focus però è chiaro: nel cammino di fede, a cosa si guarda? A cosa guarda G&P? Non riuscivo a capirlo, poi ha descritto scandalizzato la visita del Papa alle grotte vaticane: “Volgendosi al chierichetto che teneva le mani giunte, il Papa gliele ha aperte chiedendo se fossero incollate. Ma il bambino evidentemente educato alla lode e all’adorazione le ha prontamente offerte a maggior gloria di Dio ricongiungendole”.
    Intrigato, sono andato su YouTube e ho visto. Il Papa entra, ci sono due chierichetti, si accorge di loro: non “si volge” per caso, ma proprio li punta. Il primo lo guarda arrivare con la faccia che avremo tutti in paradiso: stupita e beata. Il Papa l’abbraccia e il sorriso del bambino si espande ancor di più nel calore di quell’attenzione inattesa e dedicata solo a lui (fior di monsignori, attorno). Il secondo è impalato nella cerimonia, occhi sbarrati, e così rimane nell’abbraccio del Papa, che se ne accorge e cerca di scioglierlo. Sembra dire: “Se tenere le mani incollate non ti facilita il riconoscimento dell’Amore, a cosa serve? Posso insegnarti un modo per cui le mani così aiuteranno la tua felicità. Intanto abbracciami”.
    Francesco non disprezza le mani incollate, né tanto meno impone “voglio che tu sia bravo”: con quel gesto così scandaloso grida “voglio che tu sia! Senza condizioni!”: questo non è amore vero e razionale, a cui non basta la ragione per realizzarsi?
    G&P ci vuole imbalsamati, il Papa ci vuole vivi e combattivi ora: cos’è più razionale e desiderabile?
    Questo è il focus. Sto dalla parte del Papa non perché è il Papa, ma perché lo desidero io, sulla mia vita, quello sguardo che ha avuto sui chierichetti! Che commozione, che tenerezza, che invidia!

    Ora però il testimone scotta troppo, bisogna proprio passarlo a Giussani (Congresso Catechistico Internazionale, 2002): “Secondo la pedagogia divina ricordata nel Direttorio, il libro della fede deve essere sempre presentato da un testimone e accompagnato da una esperienza, così da poter cogliere la coincidenza fra contenuto e metodo tipica della rivelazione cristiana. […] Le verità del catechismo diventano così, attraverso la carne del testimone, non dottrina cristallizzata, ma eco di un avvenimento vivente, di un incontro totalizzante che rende possibile la permanenza incidente del Mistero di Cristo nella storia. Chi rimane fedele ai sacramenti e al dogma, anche attraverso un uso intelligente e affettuoso del Catechismo, custodito dalla memoria, può essere facilitato nel riconoscimento della Realtà vivente espressa dai dogmi attraverso un incontro personale.
    “E se Giussani vi sta antipatico, Catechismo della chiesa cattolica, n. 25: “Tutta la sostanza della dottrina e dell’insegnamento deve essere orientata alla carità che non avrà mai fine. Infatti sia che si espongano le verità della fede o i motivi della speranza o i doveri dell’attività morale, sempre e in tutto va dato rilievo all’amore di nostro Signore, così da far comprendere che ogni esercizio di perfetta virtù cristiana non può scaturire se non dall’amore, come nell’amore ha d’altronde il suo ultimo fine”.

    Se scopo dei cristiani fosse difendersi dal mondo, non si saprebbe da dove cominciare (e neanche dove finire, tant’è lo sfacelo così evidente ovunque). E’ una vita reattiva, logorante e brutta. Gesù fece qualcosa di diverso, racconta Péguy, perché “c’erano tempi brutti anche sotto i Romani. Ma Gesù non si tirò indietro, non si rifugiò dietro la disgrazia dei tempi, tagliò corto. Lui non accusò nessuno. Lui salvò. Lui non incriminò il mondo. Lui salvò il mondo”.
    
Per queste ragioni l’accusa a Francesco di aprire un’ignobile trattativa con il mondo moderno (cedere verità in cambio di benevolenza) è una bufala come la trattativa stato-mafia.

    Le parole di G&P si attorcigliano con spirito travagliesco: uso selettivo di fonti, distorsione di dettagli fuori contesto, sguardo volutamente parziale sul magistero. Sogno un lumeggiante Fiandaca della cattolicità – con fantastico titolo: “La liquidazione della chiesa da parte di Francesco è una boiata pazzesca” – e intanto invoco il dream team del Foglio: Crippa il Chesterton, SDM il Magnifico, Silva l’Esorcista, Milani il Crisostomo con rubrica “Concilio Fisso”, mastro Langone alle vettovaglie. E Smargiassi rubato a Rep.

    A me stare al mondo piace da pazzi: mi piacciono le risse, mi piacciono gli abbracci. I cristiani sono nel mondo non per dare ragione al mondo, né per dargliele di santa ragione con la propria bravura (che pensieri esilaranti!).
    Siamo nel mondo, nel nostro mondo moderno, per dare ragione della nostra speranza. E si spera solo da un Amore vivo, perché “ci vuole pioggia, vento e sangue nelle vene e una ragione per vivere, per sollevare le palpebre. E non restare a compiangermi e innamorarmi ogni giorno e ogni ora di più, di più, di più” (Jovanotti, si parva licet).

    Francesco non ci vuole imbalsamati - Articolo di Emmanuel Exitu
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    Predefinito Re: Denzinger, e il mondano dimezzato

    Ma senza dottrina non si è cristiani

    Non bastano esperienza, fascino e attrazione
    per seguire Gesù

    di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro

    Non ci fosse il brillìo della scrittura, basterebbe quel suo sguardo appassionato verso Cristo a rendere degna di attenzione la cavalcata ribalda di Emmanuel Exitu fra le miserie spirituali di G&P.
    Anche se quello sguardo appassionato Emmanuel lo nega preventivamente con foga generosa, un po’ inquisitoria e un po’ giacobina, a un prossimo che non ha mai incontrato. 

    E’ vero che le sue diecimila battute ricalcano temi, argomentazioni, parole, totem e maestri conficcati a viva forza in tante altre lettere planate sulla scrivania di G&P in questi tempi: tutte uguali, tutte disperatamente aggrappate fin dalle prime righe alla dequalificazione dell’interlocutore per poi giungere, svolta dopo svolta, all’incontro con don Giussani, senza mai il brivido di trovare dietro l’angolo qualcosa o qualcuno di inatteso, senza un fremito che possa épater le bigot.
    Che noia.

    Ma qui la passione si sente davvero e si sente pure un certo fiato intellettuale che il mittente nasconde e non nasconde. Non a caso, esibisce fin dal cognome d’arte un’identità presa a prestito da un’opera letteraria, facendo di sé una semplice citazione, ma riuscendo in più di un momento a sfuggire all’abbraccio soffocante del pensiero e della vita altrui. E, quando se ne libera, parla, dice, impreca, graffia e, senza tema di venir smentiti, ama.
    Quel G&P trattato in terza persona singolare è frutto e segno di un interesse che riconosce almeno un po’ di umanità nell’interlocutore. Un cadeau avvolto in una piccola invenzione letteraria che non lascia indifferenti e induce G&P a rispondere in prima persona singolare: per intendersi meglio sulle questioni che contano.

    A cominciare dal Gesù che non avrei mai citato e che, invece, è il sangue e l’anima di ogni parola e di ogni spazio con cui sono state composte quelle pagine capaci di scandalizzare persino una creatura a prima vista così disincantata e anticonvenzionale come Emmanuel Exitu.
    Quelle parole basta rileggerle, o forse leggerle davvero, per rendersi conto che non serve confessare a ogni passo “l’incontro con Gesù” per sentire il Figlio di Dio nelle proprie vene e nella propria anima, per farne la propria vita.
    Se rubo le parole di Giovannino Guareschi per descrivere la lacrima con cui il Cristo crocifisso guarisce il bambino di Peppone, non sto facendo l’intellettuale. Sto solo dando forma al pudore che mi fa sentire incapace di descrivere con pensieri solo miei il mio sguardo quotidiano su Gesù in croce. E, magari, su quella lacrima pitturata con pennellate così perfette, ci ho pianto, ci ho meditato, ci ho riflettuto: ci ho pregato.
    Per questo non mi sento soffocare dentro la luminosità di quella splendida casa che è la liturgia, l’edificio più bello che l’uomo abbia mai contribuito a erigere, perché è di origine divina. Per una creatura, non esiste momento più incantevole di quello in cui apparecchia la casa perché sta arrivando il Signore a offrire ancora una volta la sua morte e a portare in dono ancora una volta la sua vita.
    Tutto trepida d’attesa per quanto non vi è di più grande nell’universo, e profuma ancora una volta del nardo sparso sui piedi di Gesù nella casa di Simone il lebbroso la sera prima dell’ultima cena.

    Non c’è momento in cui torno davvero bambino come quando, con ingenuità poveretta, riesco a catturare una goccia dell’acqua santa che il sacerdote, alter Christus, distribuisce lungo la navata prima di salire all’altare di Dio, al Dio che letifica la mia giovinezza. E’ come essere accanto a quella donna che riesce a toccare il lembo del mantello di Gesù e fare come lei. “Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male”.
    E io, che ero in ginocchio, mi alzo e mi sento in pace perché Gesù mi ha guardato.
    Ma non c’è nulla di sentimentale in tutto questo. Per guarire nel corpo e nell’anima, l’uomo, che è una creatura razionale e quindi liturgica, ha bisogno di ben altro che il sentimento.

    La piccola ma incresciosa vicenda del bambino con le mani oranti ripreso dal Papa ha colpito tanto Emmanuel perché dice questa verità e sta alla radice del senso religioso. Ma lui, Emmanuel, non lo ha ancora capito. E’ andato a caccia del filmato su YouTube e poi ha compiuto l’operazione più inutilmente intellettuale che si potesse concepire: ha immaginato i pensieri del Papa mentre riprendeva il chierichetto con le mani giunte. Non ha compreso che qui non si tratta di discorsi, ma di gesti: di rito.
    Quando riconosce la necessità di adorazione che si fa strada nel cuore dell’uomo, la ragione si umilia, si purifica, si ritrae e fa spazio all’orazione: non parla. La liturgia introduce a un mondo celeste in cui leggi, gesti e parole sono stati stabiliti una volta per sempre da Dio. Farli propri non significa chiudersi in case soffocanti, preda di qualche imbalsamatore, ma accedere a una vita più bella che viene uccisa da una vivacità solo umana. Quel bambino, che ha ricomposto le mani giunte dopo che il Papa gliele aveva disgiunte, tutto questo lo ha già nel suo sangue cristiano, senza bisogno di “vacanzine”, di “scuole di comunità” e di nottate esegetiche sui testi di don Giussani. Gli è bastato imparare a servire la messa da un maestro bravo e devoto.

    Naturalmente, servono anche i testimoni viventi, ed Emmanuel cita sacerdoti missionari ai confini del mondo, laici che hanno affrontato la malattia testimoniando che morire da santi è possibile. Ma la dottrina della comunione dei santi ci assicura che sono veramente vivi, oltre a questi contemporanei, tutti i membri della chiesa di ogni tempo. A cominciare dai santi: Agostino e Benedetto, Ambrogio e Carlo Borromeo, Francesco e Domenico, Filippo Neri e Ignazio di Loyola, don Bosco e padre Pio. Sono tutti più vivi di noi, pregano per noi e ascoltano il nostro orare. Le guglie delle cattedrali gotiche pullulano di statue che rendono visibili migliaia di cristiani defunti che sono vivi nel mistero del Paradiso.
    Questi cristiani ci raccontano la storia di una fede che impone di cambiare vita e abbandonare l’uomo vecchio. Non chiede un’adesione intellettuale e filosofica, ma esige un cambiamento di vita. Il Nuovo Testamento mostra una predicazione che sul piano morale è letteralmente senza sconti. Paolo scrive ai dissoluti pagani del corrotto impero romano e, tuttavia, non omette nessun insegnamento che sia necessario per una vita santa. E’ probabile che, a quei tempi, tessalonicesi, romani, filippesi, efesini non se la passassero così bene dal punto di vista del sesto e del nono comandamento. Ma la chiesa primitiva, spesso citata per contrapporla a quella costantiniana e medievale, non si è inventa un cristianesimo riveduto e corretto a beneficio dei peccatori incalliti.
    La verità di Cristo, della sua Persona e della sua sequela deve essere insegnata tutta intera.

    La gradualità si esprime nel perdono e nella pazienza del confessionale, non deformando la dottrina per emendarla dalle spigolosità che non piacciono all’indio Guaranì e, magari, neanche alla casalinga di Voghera, al giornalista milanese o al regista bolognese. Se nel confessionale la chiesa lava il peccato e sconfigge il nemico, dal pulpito la stessa chiesa comunica tutto l’orrore del peccato e denuncia tutta la pericolosità del tentatore.

    Senza dottrina, senza distinzioni sottili, non si diventa bravi cristiani.
    Lo diceva Chesterton nel 1934:
    “Le discussioni teologiche sono sottili ma non magre. In tutta la confusione della spensieratezza moderna, che vuol chiamarsi pensiero moderno, non c’è nulla forse di così stupendamente stupido quanto il detto comune: ‘La religione non può mai dipendere da minuziose dispute di dottrina’. Sarebbe lo stesso affermare che la vita umana non può mai dipendere da minuziose dispute di medicina. L’uomo che si compiace dicendo ‘non vogliamo teologi che spacchino capelli in quattro’, sarebbe forse d’avviso di aggiungere ‘e non vogliamo dei chirurghi che dividano filamenti ancora più sottili’. E’ un fatto che molti individui oggi sarebbero morti se i loro medici non si fossero soffermati sulle minime sfumature della propria scienza: ed è altrettanto un fatto che la civiltà europea oggi sarebbe morta se i suoi dottori di teologia non avessero argomentato sulle più sottili distinzioni di dottrina”.

    Ma sarebbe non conoscere l’uomo, a cominciare da se stessi, se si pensasse che basta apprendere il bene per sceglierlo sempre. Lo credeva, sbagliandosi, Socrate, professando un intellettualismo che faceva coincidere conoscenza della verità morale con la coerenza di vita. Ma già Ovidio nelle “Metamorfosi” diceva: “Video meliora proboque, deteriora sequor”, vedo le cose migliori e le approvo, ma seguo le peggiori. “Veggio ’l meglio ed al peggior m’appiglio” confessa Petrarca. E Paolo di Tarso nella Lettera ai romani: “Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio”.
    Però questa conoscenza dell’animo umano non deve produrre il testacoda logico secondo cui conoscere la verità morale non serve: possedere la dottrina non basta, però è necessario. Come direbbe Pascal, è il ben pensare che porta al ben agire, e Chesterton gli fa eco spiegando che la strada dell’inferno è lastricata di tutto, tranne che di buone intenzioni. La ragione indaga e insegue la verità e la volontà poi deve trovare la motivazione che la inclina al bene: l’amore per Cristo, la passione per gli altri nei quali vedo Gesù, l’incontro di veri testimoni del Vangelo.

    L’esperienza, dunque, poiché il cristianesimo esige non solo di essere conosciuto, creduto, pensato, ma anche vissuto. Ma “esperienza” è concetto ambiguo che porta inevitabilmente con sé una quota di soggettivismo e rischia di relativizzare la fede.
    Se è vero che il cristianesimo è incontro con Cristo, bisogna insegnare dove ordinariamente avviene: nella chiesa e nei suoi sacramenti.
    Certamente il Signore può trovare altre strade per intercettare un’anima, dalla bellezza di un tramonto all’affetto di una “compagnia”. Ma Cristo si incontra nei sacramenti, dal battesimo alla confessione passando per l’eucarestia, e nella preghiera.
    Per questo vado a messa, mi confesso, mi comunico, mi inginocchio e prego. Perché nel corso della giornata vorrei avere occhi solo per vedere Gesù, orecchi solo per ascoltare Gesù, bocca solo per lodare Gesù e baciare le sue piaghe, mani solo per carezzare Gesù, ma so che, senza di Lui, non ho la forza per farlo.

    Il resto è terreno sdrucciolevole, sul quale i sentimenti rischiano di accecare la ragione e l’esperienza rischia di mangiarsi la verità. Un territorio dove concetti tremebondi e ambigui come “fascino”, “attrazione”, “risposta alla domanda dell’uomo” possono illudere che seguire Cristo sia l’assecondare una gradevole strada in discesa, mentre è proprio il contrario.
    L’uomo deve combattere contro tutte quelle pulsioni che lo spingono lontano da Gesù. E deve vigilare perché il peccato e il male diventano persino un veicolo privilegiato da pilotare per tenere comodamente insieme l’incontro con Cristo e una vita lontana dal Decalogo, dando del moralista a chi lo fa notare e beffando proprio quel Gesù che ammonisce: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama”. 


    Per uno di quei paradossi che ne fanno l’unica religione vera, il cristianesimo è esaltante perché indica a tutti il povero orizzonte di quelli che il vecchio Chesterton chiamava i cristiani comuni.
    Quelli che credono giusto il bere e biasimevole l’ubriachezza, che credono normale il matrimonio e anormale la poligamia, che condannano chi colpisce per primo e assolvono chi ferisce in propria difesa.
    Quelli che pensano, e quindi compiono, ciò che la dottrina ha sempre insegnato e, loro sì, sono avviati verso il Paradiso.

    A questo punto è arrivato il momento dei saluti e, francamente, caro Emmanuel, sarebbe imbarazzante inviarglieli da parte della “premiata ditta d’imbalsamazioni”, “pretestuosa nel maneggio delle fonti e piena di risentimento”, “mitragliatrice senza pietà che esce dalle righe”, espressione di “spirito travagliesco” con tanto di “uso selettivo di fonti, distorsione di dettagli fuori contesto, sguardo volutamente parziale sul magistero”.

    Se le basta, li accetti dal suo G&P.

    Ma senza dottrina non si è cristiani - Articolo di Alessadro Gnocchi e Mario Palmaro
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

 

 

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