Pagina 1 di 2 12 UltimaUltima
Risultati da 1 a 10 di 11
  1. #1
    Qoelèt
    Ospite

    Red face Alcune considerazioni ortodosse sull'Europa:DOVE PORTA LA CULTURA UMANISTICA?

    Archimandrita Justin [Popovich]

    Dove porta la cultura umanistica?



    Il presente articolo sembra echeggiare la voce d'un profeta
    vetero testamentario. Nella Bibbia si legge che quando il
    popolo d’Israele, dimenticando Dio, chiedeva dolci parole e
    predizioni radiose, i profeti preconizzavano tempi duri e
    prove. Per tal motivo essi venivano condannati. Eppure
    costoro non facevano altro che affermare un principio
    perenne: senza Dio l’agire dell’uomo si svuota e tutto ciò che
    fa è come un gigante dai piedi di argilla. Davanti a questa
    situazione non resta che la conversio. L'involontario suo
    prodotto determinerà una cultura che, partendo dal
    nascondimento e dalla modestia cristiana, sarà la
    testimonianza d'un modo alternativo e d’un orizzonte più
    vasto nel quale situare l’esistenza umana.



    Qual'è l'obiettivo della cultura ortodossa? Introdurre e
    realizzare, nel miglior modo possibile, il Divino nell'uomo e
    nel mondo che lo circonda; incarnare Dio nell'uomo e nel
    mondo. Ecco perché la cultura ortodossa è un incessante
    servizio a Cristo, nostro Dio, un incessante servizio divino.
    L'uomo serve Dio attraverso tutta la creazione; tutto quanto
    è attorno a lui lo introduce sistematicamente e regolarmente
    nel divino che appare in ogni sforzo e nella creatività
    umana. L'uomo riscopre ogni realtà divina nella natura che
    lo circonda in modo che tutto ciò che sta in essa, sotto la
    sua guida, possa servire Dio. Così tutta la creazione
    partecipa a una generale e vicendevole lode divina. Per la
    natura è necessario che l'uomo serva Dio.

    La cultura teantropica trasfigura l'uomo in se stesso e, con
    ciò, influenza la sua condizione esterna, trasfigura l'anima e
    attraverso essa, il corpo. In questa cultura il corpo è il
    tempio dell'anima. Esso vive, si muove e ha il suo essere
    dall'anima stessa. Togli l'anima dal corpo e cosa rimane se
    non un cadavere decomposto? L'uomo-Dio trasfigura prima
    di tutto l'anima e, di conseguenza, il corpo. L'anima
    trasfigurata trasfigura il corpo e la materia. Trasfigurando
    l'anima si trasfigura il corpo e la materia.

    La meta della cultura teantropica non è solo quella di
    trasfigurare l'uomo e l'umanità, ma pure tutta la natura
    attraverso essi. Come si può raggiungere questa meta? Solo
    attraverso dei mezzi teantropici ossia attraverso le virtù
    evangeliche della fede e dell'amore, della speranza e della
    preghiera, del digiuno e dell'umiltà, della mansuetudine e
    della compassione, dell'amore e della speranza in Dio. È
    attraverso queste virtù che è forgiata la cultura teantropica
    ortodossa. Perseguendo queste virtù, l'uomo trasfigura la
    sua anima ottenebrata e la rende bella; la trasforma e la
    illumina, la cambia da realtà peccaminosa a santa, da realtà
    scura a divina. In tal modo, il corpo viene trasfigurato in un
    tempio degno d'ospitare un'anima divinizzata.

    Attraverso le prove spirituali si acquisisce poco a poco le
    virtù evangeliche che danno all'uomo potere e autorità sopra
    se stesso e sopra la natura che lo circonda. Bandendo il
    peccato da se e dal mondo, l'uomo bandisce la sua forza
    selvaggia, distruttiva, rovinosa; trasfigura pienamente se
    stesso, il mondo e domina la natura. Gli esempi più
    eccellenti di tutto ciò sono i santi: essendo stati santificati e
    trasfigurati attraverso le prove spirituali e avendo raggiunto
    le evangeliche virtù, santificano e trasformano similmente la
    natura attorno a loro. Ci sono molti santi che sono stati
    serviti da bestie selvatiche e che il solo semplice fatto della
    loro presenza poteva soggiogare e addomesticare i leoni e
    sopportare i lupi. Essi hanno trattato la natura con
    devozione, mitezza, rispetto, compassione e dolcezza
    evitando d'essere aspri, severi, ostili, e feroci.

    Con ciò, non hanno creato un'imposizione esterna, violenta,
    meccanica, ma hanno assimilato intimamente,
    benevolmente, personalmente il Signore Gesù Cristo
    attraverso la prova delle virtù cristiane che stabiliscono il
    Regno di Dio sulla terra. La cultura ortodossa indica che il
    Regno di Dio non viene con fragore, esternamente o
    visibilmente ma internamente, spiritualmente,
    impercettibilmente. Il Salvatore dice: "Il Regno di Dio non
    viene in modo da attirare l'attenzione, e nessuno dirà:
    Eccolo qui, o eccolo là. Perché il regno di Dio è tra voi". (Lc
    17, 20-21); il Regno è fra il Dio-Creatore e l'anima divina
    santificata dallo Spirito Santo. Perciò "Il Regno di Dio non è
    questione di bevanda o di cibo, ma di rettitudine, pace e
    gioia nello Spirito Santo". (Rom 14, 17) Sì, nello Spirito
    Santo, e non nello spirito dell'uomo. Può essere nello spirito
    dell'uomo solo nella misura in cui è in lui lo Spirito Santo
    attraverso le virtù evangeliche. Perciò proprio il primo e più
    grande comandamento della cultura ortodossa è: "Cerca
    prima il Regno di Dio e la Sua giustizia, e tutto il resto ti
    sarà dato in sopraggiunta". (Mt. 6, 33). Quanto viene
    aggiunto è l'indispensabile per sostenere la vita del corpo: il
    cibo, l'abbigliamento, la casa. (Mt 6, 25-32) Tutte queste
    cose sono accessorie rispetto al Regno di Dio, eppure la
    cultura occidentale cerca prima di tutto proprio queste. In
    ciò si rivela e si fonda il suo paganesimo. Attraverso le
    parole del Salvatore, si scopre che sono i pagani che
    cercano prima di tutto le cose accessorie. Da ciò nasce la
    tragedia in chi ha reso affamata l'anima nella sua
    preoccupazione per le cose materiali; mentre il Dio
    innocente ha affermato una volta per tutte: "Perciò vi dico:
    non vi affannate per la vostra vita, di che cosa mangerete o
    berrete, né per il vostro corpo di che vi vestirete. Tutte
    queste cose infatti cercano ansiosamente i pagani, ma il
    Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutto ciò.
    Cercate piuttosto il suo Regno e queste cose vi saranno
    date in più". (Mt 6, 25, 32-33; Lc 12, 22-31)

    Grande è la quantità delle necessità che l'uomo moderno
    appassionatamente crea nella sua immaginazione. Per
    soddisfare questo genere di necessità gli uomini hanno
    trasformato il nostro meraviglioso pianeta in un mattatoio.
    Ma il nostro filantropico Dio ha da tempo rivelato che "una
    cosa sola è indispensabile" per ciascun uomo e per tutta
    l'umanità. Cosa? Gesù Cristo uomo-Dio e tutto quanto viene
    con Lui: la verità divina, la giustizia, l'amore, la bontà, la
    santità, l'immortalità, l'eternità e tutte le altre perfezioni
    divine. Questa è "una cosa indispensabile" per l'uomo e per
    l'umanità e dona completa soddisfazione alle necessità
    umane. In paragone a ciò, tutto il resto è così insignificante
    che pare quasi non necessario. (Lc 10, 42)

    Quando l'uomo analizza seriamente e in concordanza con il
    Vangelo, il mistero della sua vita e della vita attorno a lui,
    allora deve necessariamente concludere che il bisogno più
    urgente è quello di rigettare tutte le sue necessità per
    seguire decisamente il Signore Gesù Cristo e unirsi a Lui
    nella via di perfezione evangelica e spirituale. Se non fa
    questo, l'uomo rimane spiritualmente infruttuoso,
    inanimato, esanime; la sua anima si prosciuga, si sbriciola,
    si disintegra e cresce gradualmente nell'insensatezza, fino a
    che muore completamente. Le labbra divine di Cristo hanno
    infatti detto: "Restate in me e io in voi. Come il tralcio non
    può portar frutto da sé se non resta nella vite, così neppure
    voi, se non restate in me. Io sono la vite, voi i tralci; chi
    resta in me e io in lui, questi porta molto frutto, perché
    senza me non potete fare nulla. Se uno non resta in me è
    gettato fuori come il tralcio e si secca, poi vengono raccolti e
    gettati nel fuoco e bruciano". (Gv 15, 4-6)

    È solo attraverso un'unità organica spirituale con
    l'uomo-Dio, Cristo, che l'uomo può continuare la sua vita
    nella vita eterna e il suo essere nell'unica esistenza eterna.
    Un uomo di cultura teantropica non è mai solo: quando
    pensa è Cristo che pensa attraverso lui, quando agisce è
    Cristo che agisce attraverso di lui, quando sente è Cristo
    che sente attraverso di lui. In una parola: egli vive
    incessantemente attraverso Cristo-Dio. Perciò: può mai
    esistere un uomo senza Dio? In questa prospettiva egli è,
    inizialmente, un mezzo uomo e, alla fine, un nulla assoluto.
    È solo nell'uomo-Dio che l'uomo trova la completezza e la
    perfezione del suo proprio essere, il suo Prototipo, la sua
    immortalità ed eternità, il suo valore assoluto. Il Signore
    Gesù Cristo ha proclamato fra gli uomini che l'anima umana
    è il tesoro più grande. "Perciò non abbiate paura perché non
    vi è nulla di nascosto che non sarà rivelato e nulla di occulto
    che non sarà conosciuto" (Mt. 10, 26).

    Tutte le stelle e i pianeti non valgono una singola anima. Se
    un uomo devasta la sua anima nella via dei peccati e dei vizi,
    non potrà riscattarla, neppure se fosse il padrone di tutti i
    sistemi stellari. L'uomo ha un solo modo e una sola via
    nell'uomo-Dio Cristo, l'unico ad accordare l'immortalità
    all'anima umana. L'anima non è liberata dalla morte dalle
    cose materiali, ma ne viene asservita; è solo l'uomo-Dio che
    libera l'uomo dalla loro tirannia. Le realtà materiali non
    hanno potere sopra l'uomo che appartiene a Cristo; è egli
    che, piuttosto, ha potere su di loro. Costui ha il vero valore
    di tutte le cose, perchè le valuta nello stesso modo di Cristo.
    Così, dal momento che l'anima umana secondo il Vangelo ha
    un incomparabile valore rispetto a tutti gli esseri e a tutte le
    cose del mondo, la cultura ortodossa è primariamente una
    cultura dell'anima.

    La grandezza dell'uomo è solamente in Dio. Questo è il
    motto della cultura teantropica. L'uomo senza Dio è 70 kg di
    creta insanguinata, un sepolcro che precede la sua tomba.
    L'uomo europeo ha condannato a morte sia Dio che l'anima,
    ma con ciò non ha forse condannato se stesso ad una morte
    per la quale non esiste resurrezione? Provate ad analizzare
    spassionatamente l'essenza della filosofia, della scienza,
    delle scelte politiche, della cultura, della civiltà europea, e
    vedrete che l'uomo europeo ha ucciso Dio e l'immortalità
    dell'anima. E se uno seriamente pondera la tragedia della
    storia umana, allora è possibile vedere che il deicida muore
    sempre suicidandosi. Ciò ricorda Giuda: il primo che ha
    ucciso Dio e in seguito si è autodistrutto. È l'inevitabile
    legge della storia del nostro pianeta.

    La struttura della cultura europea, è stata eretta senza
    Cristo. Perciò deve sbriciolare rapidamente, come ha
    sostenuto con penetrante intuito Dostoyevskii 100 anni fa,
    e il dolente Gogol più di 100 anni fa. È davanti ai nostri
    occhi la realtà preconizzata da questi due profeti. La torre
    europea di Babele è stata edificata per 10 secoli. Ora il
    nostro sguardo fisso s'incontra su un quadro tragico: tutto
    ciò che è stato costruito è un enorme nulla! È iniziata così
    una generale perplessità e confusione: l'uomo non può
    capire l'uomo, l'anima anima, la nazione la nazione. L'uomo
    è insorto contro il suo simile un regno contro un altro, una
    nazione contro un'altra, un continente contro un altro.

    L'uomo europeo ha cercato di determinare il proprio destino
    e di raggiungere una posizione sublime. Ha posto il
    superuomo alla sommità della sua Torre di Babele cercando
    d'incoronare la sua struttura. Tuttavia il superuomo è
    impazzito proprio quando è giunto all'apice e ha abbattuto la
    torre che, sbriciolandosi, è crollata attraverso varie guerre e
    rivoluzioni. L' homo europaeicus è giunto al suicidio. Il suo
    "Wille zur Macht" (desiderio di potenza) è divenuto "Wille zur
    Nacht" (desiderio di notte). E una notte, una notte greve, è
    discesa sull'Europa. Gl'idoli dell'Europa crollano e non è
    lontano quel giorno nel quale, della cultura europea, non
    rimarrà pietra su un pietra, di quella cultura che costruisce
    le città e distrugge le anime; che deifica le creature e getta
    via il Creatore.

    Il pensatore russo Herzen era innamorato dell'Europa e
    visse a lungo in essa. Tuttavia, al tramonto della sua vita,
    100 anni fa, scrisse: "Per qualche tempo abbiamo studiato il
    verme che mangia l'organismo dell'Europa; in ogni ambito
    abbiamo visto la firma della morte... L'Europa avanza verso
    una spaventosa catastrofe. Le rivoluzioni politiche crollano
    sotto il peso della loro inadeguatezza. Esse hanno
    progettato grandi cose, ma non hanno terminato il loro
    compito. Hanno distrutto la fede, ma non hanno assicurato
    la libertà. Hanno fatto accendere nei cuori degli uomini
    desideri che, in passato, non sono mai nati... Mi muovo
    mortalmente pallido e sono afflitto nella notte dell'incubo di
    fronte a tutti gli altri. Addio, mondo morente! Addio,
    Europa!"

    I cieli sono vuoti, non c'è alcun Dio in loro; la terra è vuota,
    non c'è alcuna anima immortale sopra di essa. La cultura
    europea ha tramutato tutti i suoi schiavi in cadaveri e l'ha
    fatta divenire un cimitero. "Voglio viaggiare in Europa",
    diceva Dostoyevskii, "e so che vado in un cimitero." (F. M.
    Dostoyevskii, Zimniya zametki o lyetnikh vpechatlyeniyakh
    [Note invernali su impressioni estive].)

    Antecedentemente alla prima guerra mondiale, lo
    smarrimento incombente è stato percepito solo da questi
    malinconici veggenti. Seguendo loro, anche alcuni europei si
    sono resi conto di ciò. Il più notevole e sincero fu
    indubbiamente Oswald Spengler, che scosse il mondo col
    suo libro Untergang des Abendlandes (O. Spengler, vol. 1,
    Obraz i deystvityel'nost [Immagine e Attualità] M.- Pg.,
    1923). In lui, attraverso tutti i mezzi che la scienza europea
    (la filosofia, la politica, la tecnologia, l'arte, la religione, ecc)
    lo hanno dotato, dimostrò lo smarrimento dell'Occidente.
    Prima della prima guerra mondiale, l'Europa non faceva
    ancora sentire il suo rantolo pre mortem. La cultura
    occidentale, o faustiana, che, secondo Spengler, aveva le
    sue origini nel X secolo, ora sta passando, si sgretola ed è
    destinata a perire completamente nel XXII secolo.
    (Attualmente sembra che questo processo si stia
    accelerando). Nella veglia funebre della cultura europea,
    Spengler prevede l'arrivo della cultura di Dostoyevskii, la
    cultura dell'Ortodossia.

    Con ciascuna nuova scoperta culturale l'uomo europeo si
    mortifica e muore sempre più. L'amore per gli affari che egli
    coltiva - è una tomba dalla quale non può desiderare di
    risorgere. La sua infatuazione per la ragione è la passione
    fatale che devasta l'umanità europea. La sola salvezza da
    tutto ciò è Cristo, dice Gogol. Ma un mondo nel quale "sono
    cosparsi milioni d'oggetti brillanti che disperdono i pensieri
    in tutte le direzioni, non ha la forza d'incontrarsi
    direttamente con Cristo".

    Il tipico uomo europeo ha capitolato davanti al problema
    fondamentale della vita; l'uomo-Dio ortodosso ha risolto
    tutto per tutti, per ciascuno ed ognuno. L'uomo europeo ha
    risolto il problema della vita finendo nel nichilismo;
    l'uomo-Dio l'ha risolto attraverso la vita eterna. Per il
    darwiniano-faustiano uomo europeo, l'oggetto principale
    della vita è l'auto-conservazione; per l'uomo di Cristo è il
    sacrificio di se. Il primo dice: "Per te si sacrifichino gli altri!"
    mentre il secondo dice: "Sacrificati per gli altri!" L'uomo
    europeo non ha risolto il problema pernicioso della morte;
    l'uomo-Dio lo ha risolto attraverso la Risurrezione.

    Indubbiamente, i principi della cultura e della civiltà
    europea sono teomachici [contro Dio]. È molto diverso
    l'antico uomo europeo da ciò che poi è divenuto quando ha
    sostituito l'uomo-Dio Cristo con la filosofia, la scienza, le
    politiche e la tecnologia, con la sua religione e la sua etica.
    L'Europa s'è servita di Cristo "soltanto come un ponte tra la
    barbarie senza cultura e la barbarie colta il che ha per lei
    significato passare da una barbarie ingenua ad una astuta"
    (Bp. Nikolai [Velimirovich], Slovo o vsecheloveke, [Un
    sermone su ogni uomo], p. 334.)

    Le mie conclusioni sulla cultura europea vedono molti
    elementi catastrofici ma, detto questo, non bisogna stupirci
    perchè parliamo della maggior catastrofe della storia umana,
    dell'apocalisse dell'Europa, il cui corpo e spirito sono piagati
    da orrori. Senza alcun dubbio in quest'Europa sono
    disseminate contraddizioni vulcaniche che, se non sono
    rimosse, potranno portare solo alla finale distruzione della
    cultura europea.



  2. #2
    Registered User
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    935
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Come dargli torto!
    Magari si sentissero simili parole da parte della Chiesa cattolica.
    La modernità vi è invece entrata in maniera lenta da secoli, prendendo il sopravvento negli ultimi decenni - come sappiamo.

  3. #3
    Qoelèt
    Ospite

    Predefinito

    Caro patrizio,se l'argomento ti interessa ti invito a leggere il T. che ho postato sia sul Forum Principale sia su Senescenti: "Colloquio di una sera sull'Athos".
    Saluti tradizionalisti romano-bizantini

  4. #4

  5. #5
    Registered User
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    935
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Ti ringrazio, caro Qoelet, conosco già le posizioni degli ortodossi; anche se è sempre un piacere leggere tali dichiarazioni - e le giuste risposte date a Wojtyla in questi mesi.
    Volevo chiederti, piuttosto, visto che sembri partecipare di quella tradizione cristiana: sai qualcosa dell'esicasmo?
    So che non è un tema dei più discussi, concernendo detereminate tecniche ascetiche, ma volevo sapere se fa parte integrante del monachesimo ortodosso, oppure solo di alcuni siti particolari.

    Ti saluto. Leggerò la tua risposta domani perché ora devo andare.

  6. #6
    Qoelèt
    Ospite

    Predefinito


    Premetto che è impossibile spiegare da occidentale a un occidentale il ruolo esatto dell'esicasmo nel cristianesimo ortodosso:diciamo che l'esicasmo(che si può per semplificare il concetto identificarlo per il momento con la preghiera del cuore o monologica:"Signore Gesù Cristo,Figlio di Dio,abbi pietà di me peccatore")è stato conosciuto in Occidente verso la metà del secolo XX con le traduzioni dei Racconti di un pellegrino russo,il guaio è che tale libro è stato interpretato con l'ottica tomista-razionalista del cattolicesimo romanolla di più sbagliarto!Ecco perchè spesso in Occidente si sente classificare l'esychia come uno Yoga cristiano:una vera blasfemità!
    L'esychia comunque non è l'ortodossia,diciamo che è stata la via preferenziale per percorrere la strada divinizzante dell'ascesi (e l'Ortodossia è ASCESI)ma ci sono stati molti santi che si sono divinizzati pur non conoscendo la preghiera monologica.
    Per farti capire meglio l'esychia ti posto alcune considerazioni di veri esperti in materia (io sia per ignoranza,sia perchè sono un pò stordito dal sonno data l'ora tarda non me la sento di continuare oltre.....)

    Élisabeth Behr-Sigel

    La preghiera di Gesù:mistero della spiritualità ortodossa

    Uno tra gli elementi più importanti della preghiera
    monastica nella Chiesa ortodossa è la "Preghiera di Gesù"
    chiamata anche "preghiera" o "azione spirituale" (1). La sua
    forma esterna - si potrebbe dire la sua realtà "materiale"- è
    la ripetizione più frequente possibile del Nome di Gesù
    Cristo, associata alla preghiera del pubblicano (Lc 18,14) e
    si esprime in questi termini: "Signore Gesù Cristo, Figlio di
    Dio, abbi pietà di me, peccatore". La sua essenza spirituale
    è "la discesa della mente nel cuore", giungendo, attraverso
    la purificazione del pensiero e la memoria costante di Gesù
    Cristo, all'illuminazione dell'uomo interiore attraverso la
    Grazia divina e la coscientizzazione dell'abitazione mistica in
    se dello Spirito Santo.

    La pratica di questa preghiera è una tradizione antica e
    venerabile della Chiesa d'Oriente. Essa proviene da una
    corrente spirituale che risale ai Padri del deserto della quale
    l'insegnamento dei grandi pensatori cristiani del III e del IV
    secolo è l'espressione teologica.

    Male o poco conosciuta in Occidente, tale grande tradizione
    mistica, in qualche sorta anima della teologia orientale, ha
    suscitato comunque ricerche e lavori interessanti (2). Ma
    questi studi, scritti da specialisti di letteratura patristica
    greca ignoravano generalmente le forme più recenti che
    riguardano la tradizione antica praticata dalle chiese slave e
    greche moderne, tradizione vivente al di fuori della quale gli
    antichi testi rimangono spesso incomprensibili al punto che
    Padre Hausherr scriveva: "La questione dell'esicasmo (3)
    non presenta solo un interesse storico - sufficente del resto
    a meritargli l'attenzione dei ricercatori in questi tempi di
    rinnovamento degli studi ascetici e mistici - essa non ha
    perso la sua attualità nell'Oriente ortodosso. Alcuni
    pensano pure che, tra tutte le questioni il cui studio
    s'impone - in chi s'interessa dell'avvenire religioso greco o
    slavo - questa è la più importante" (4). Noi aggiungiamo che
    la letteratura ascetica e mistica russa, che potrebbe fornire
    degli insegnamenti preziosi sulla permanenza e il
    rinnovamento della pratica della preghiera spirituale, resta
    quasi totalmente sconosciuta in Occidente.

    Sappiate che l'opera divina della santa preghiera
    spirituale fu l'occupazione costante dei nostri anziani
    padri teofori e che, simile al sole, essa risplendette tra i
    monaci, tra i numerosi eremitaggi e nei monasteri dove si
    praticava la vita comunitaria, al Monte Sinai, presso i
    solitari d'Egitto e del deserto nitrico, a Gerusalemme e
    nei monasteri situati attorno a tale città; in breve in tutto
    l'Oriente, a Costantinopoli, al Monte Athos, nelle isole
    dell'Arcipelago e infine, in questi ultimi tempi per grazia
    di Cristo, nella Grande Russia.

    È con queste parole che inizia il primo dei Capitoli sulla vita
    spirituale del grande starets russo del XVIII secolo, san
    Paisi Velitchkovski (5). Così, secondo la testimonianza di
    uno dei più zelanti promotori della "preghiera spirituale" nel
    monachesimo russo dei tempi moderni, la pratica di tale
    preghiera risale alla più alta antichità cristiana e fa parte del
    patrimonio sacro della tradizione ortodossa. Attraverso la
    loro opera letteraria, san Paisi e i suoi discepoli si
    proponevano, d'altronde, di far conoscere ai monaci slavi i
    testi patristici greci riguardanti la "Preghiera di Gesù" e di
    provare che i suoi diffusori non portavano cose nuove ma, al
    contrario, rinnovavano una tradizione antica e venerabile
    della Chiesa. Tale era, in particolare, uno dei fini proposti
    nella traduzione della famosa Filocalia dei Padri neptici (6),
    che fu, lungo la prima metà del XIX secolo con la Bibbia e il
    Gran menologio (Vita dei santi) di san Dimitri di Rostov, il
    nutrimento spirituale preferito dei monaci russi. La scuola
    di Paisi non faceva altro che proseguire, d'altronde, l'opera
    iniziata nel XVI secolo da san Nil Sorski, primo religioso
    scrittore russo presso il quale troviamo un'esposizione
    sistematica de "L'opera spirituale". [...]

    Non bisogna dimenticare che la tradizione della Preghiera di
    Gesù è trasmessa, prima di tutto, da un insegnamento orale
    diretto. Un po' in disparte dai centri monastici russi, ma
    sempre in intima relazione con essi, si trovava sovente una
    poustinia, cioè un eremitaggio, o una skite, nome dato a un
    piccolo gruppo di celle isolate dove viveva qualche monaco
    sotto la direzione di un "anziano". Là, lontano dal rumore
    dei pellegrini e della vita comune del monastero, uno o più
    solitari si dedicavano all'opera spirituale. Erano ammessi
    solamente qualche raro visitatore laico e qualche giovane
    monaco che aveva sentito la chiamata per la "vita in
    solitudine". Essi ricevevano dagli anziani l'iniziazione alla
    preghiera spirituale, iniziazione sempre molto personale,
    adattata al temperamento e al grado di maturità spirituale
    del discepolo. Tutti gli starets russi, da Paisi Velitchkovski a
    Teofane il Recluso, hanno sempre insistito sulla necessità,
    per coloro che si vogliono impegnare nella via della
    preghiera contemplativa, di fare ricorso a un maestro
    sperimentato e di seguirne i consigli in uno spirito di totale
    sottomissione. "I santi Padri - afferma lo starets Paisi -
    dicono che questa santa preghiera è un'arte. La ragione, mi
    sembra, che sia la seguente: com'è impossibile ad un uomo
    istruirsi in un'arte senza ricevere lezione da un artista
    affermato, così è impossibile praticare questa opera
    spirituale senza un maestro sperimentato" (7). Ne segue che
    ogni conoscenza puramente libresca e razionale dell'opera
    spirituale, senza essere accompagnata da un'esperienza
    vissuta in intimità con un maestro spirituale, rimane
    schematica e totalmente inadeguata.



    2. L'invocazione del nome

    Abbiamo già brevemente definito la "preghiera spirituale"
    come l'invocazione del Nome di Gesù Cristo accompagnata
    dall'intelligenza (o spirito) nel cuore. Ora è giunto il
    momento di precisare il senso di tale definizione.

    Essa afferma, inizialmente, che il contenuto oggettivo
    essenziale della preghiera è il Nome di Gesù Cristo. Lo
    starets Paisi, al capitolo V del suo opuscolo (8), la descrive
    come il fatto di "portare costantemente nel cuore il
    dolcissimo Gesù e d'essere infiammato dall'incessante
    appello del suo beneamato Nome con un ineffabile amore
    per lui" (9). Colpisce che questa definizione stabilisca uno
    stretto legame tra il "Nome" e la "Persona" di Gesù Cristo.
    Invocare il Nome, è già un portarLo in se. La potenza del
    Nome è quella di Cristo stesso. Il fuoco della sua Grazia, si
    rivela nel Nome del Signore, infiamma il cuore di un amore
    ineffabile e divino. Ogni sorta di interpretazione "psicologica"
    e "nominalista" è, qui, sbagliata. La Preghiera di Gesù non è
    un esercizio per creare, con una ripetizione meccanica, una
    sorta di monoideismo psicologico. Non si tratta di far
    funzionare un meccanismo psicologico ma di liberare una
    spontanea forza spirituale, quel "grido del cuore" che fa
    zampillare, come una sorgente d'acqua viva, la presenza del
    Signore, comunicato dalla pronuncia del Nome divino. Il
    Nome di Cristo è dunque certamente un'altra cosa che un
    semplice segno. È un simbolo, se con questo termine si
    designa quello che è lo strumento di una comunicazione
    reale con l'oggetto significato. Rivela il Verbo divino e Lo
    rappresenta, cioè lo rende presente in una maniera
    comparabile a quella dell'icona, rappresenta e attualizza per
    il credente, nella Chiesa ortodossa (8 bis), la potenza del
    Cristo e dei suoi santi.

    Questo spiega come per i diffusori della "preghiera di Gesù",
    la recita di essa sia, da una parte un "mezzo", dall'altra il
    "fine" stesso della vita spirituale. È un mezzo perché "le
    parole sono un aiuto per lo spirito debole che non ama
    fermarsi in un luogo e su un solo oggetto". Il grande male di
    cui soffre l'umanità decaduta è il disordine interiore, la
    dispersione dei pensieri e dei sentimenti che rendono
    l'uomo incapace di fissare il suo spirito su Dio. La preghiera,
    e più d'ogni altra la Preghiera di Gesù, tende a ricreare
    l'unità spirituale e questo non solo perché essa "riassume
    in qualche parola molto semplice l'essenza della fede
    cristiana", ma perché il Nome di Cristo comunica all'uomo la
    forza della Grazia divina con la quale diviene capace di
    allontanare le forze demoniache la cui presenza genera
    disordine e menzogna. Chiamando in aiuto il Signore Gesù
    nella lotta contro il nemico e contro le passioni, l'orante è
    testimone della loro sconfitta nel Nome terribile di Cristo e
    riconosce la potenza di Dio e del suo aiuto (10).

    Ma se, nella lotta contro le forze del Male la cui opera è la
    disintegrazione spirituale dell'uomo, la Preghiera di Gesù è
    un mezzo, uno strumento, essa trova pure in se stessa il
    suo proprio fine. La realtà trascendente di Dio si rivela e si
    comunica nel Nome di Gesù Cristo, il fine consiste
    nell'assorbirsi nella pronuncia di questo, far rimanere il
    Nome, cioè la Persona di Cristo, impossessandosene
    nell'intero essere e principalmente nel cuore, affinché lo
    stesso suo battito divenga preghiera, glorificazione del Nome
    del Signore. Fintanto che la preghiera è meccanica e
    celebrale, il fine non è raggiunto. È necessario che lo spirito
    in qualche maniera s'immerga nella preghiera, ch'essa
    prenda intero possesso di lui affinché l'irraggiamento del
    Nome divino penetri fino alle profondità dell'essere e le
    rischiari. Questo è il senso delle misteriose parole degli
    starets quando esortavano i loro discepoli "a discendere dal
    cervello nel cuore" (11). Qui non si tratta d'uno sforzo
    puramente intellettuale d'assimilazione del senso delle
    parole della preghiera, accompagnato da un certo calore
    emotivo. Il Nome di Gesù Cristo contenuto nella preghiera
    "apporta" realmente con se la presenza di Dio. Aprirsi a
    questa "presenza reale" affinché essa penetri le profondità
    più intime del suo spirito e le illumini, è quanto costituisce
    lo sforzo dell'orante.

    Dal punto di vista soggettivo, ossia, dal punto di vista
    dell'ascensione dell'uomo, gli starets hanno l'abitudine di
    distinguere due gradi nell' "opera spirituale". (Senza dubbio
    in realtà ne esistono un numero infinito, ma questa prima
    distinzione è essenziale). Così, secondo la testimonianza
    degli "Anziani", ci sarebbe per coloro che si dedicano all'
    "opera spirituale" un primo periodo nel quale predomina il
    sentimento per lo sforzo personale e il dolore: è la preghiera
    attiva o "laboriosa". Il secondo periodo è quello della
    preghiera "spirituale" o "carismatica", chiamata anche
    "spontanea" (12) o "contemplativa".



    3. La preghiera attiva

    Affermare che nella frase sull'opera spirituale predomina,
    almeno apparentemente, lo sforzo della volontà umana, non
    significa che la Grazia sia assente. Ma questa non agisce
    che all'insaputa dell'uomo. Egli fatica con il sudore della sua
    fronte, ma il suo lavoro non porta alcun frutto. Senza
    dubbio è sollecitato dalla Grazia divina, dal momento che
    costui decide di consacrare la sua vita a Dio aspirando al
    dono della preghiera spirituale. Ma quello che, per iniziare,
    gli tocca in sorte, è un lavoro fastidioso, una lotta ardua
    contro le passioni, i pensieri malvagi, la noia e la tristezza,
    lotta dove molto sovente viene vinto e dalla quale ne esce
    estenuato, scoraggiato dalla visione deprimente del suo
    peccato e della sua impotenza. È segno della privazione della
    Grazia divina? No. Perché è proprio là che essa vuole
    condurre: "Il cammino verso la perfezione è il cammino che
    conduce alla confessione della mia cecità, della mia povertà,
    della mia nudità e, indissolubilmente legata alla coscienza di
    questo stato, alla contrizione spirituale, al sentimento
    doloroso della nostra impurità, ossia, detto diversamente, al
    pentimento perpetuo" (13).

    Così, all'ingresso della via che conduce ai gradi supremi
    della preghiera mistica, troviamo, secondo l'insegnamento
    degli starets russi, l'approfondimento della coscienza del
    nostro stato di peccato e la contrizione a causa di tale
    peccato.

    Forse questo vorrebbe dire che, per i diffusori della
    "preghiera spirituale", la lotta attiva contro il male e le opere
    ascetiche propriamente dette non contano niente? No. La
    lotta contro le passioni i pensieri vani o malvagi, caratterizza
    precisamente la prima fase dell'opera spirituale, quella della
    "preghiera laboriosa". Anche l'ascetismo ha il suo luogo ben
    definito (14). Senza dubbio vale meglio, secondo i Padri,
    "cadere e rialzarsi che rimanere in piedi e non pentirsi". Ma
    d’altra parte, è spiritualmente pericoloso darsi alla preghiera
    in stato di grave peccato. Maledetto colui che si compiace
    della sua falsa tranquillità, rassicurandosi all'idea che
    nessuno può vivere senza peccare volontariamente o
    involontariamente. Al contrario, è salutare all'uomo lottare
    virilmente contro il peccato fino allo stremo delle sue forze.
    Dopo essere caduto, si rialzerà implorando umilmente l'aiuto
    della misericordia di Cristo. Lavorando con pena sarà
    veramente vivo e porrà in se il fondamento della vita nuova.
    Dunque non esiste alcun quietismo, alcuna passività
    lassista e, allo stesso tempo, alcuna confidenza in se e nelle
    proprie opere.

    Teofane il Recluso ha espresso ancor più chiaramente
    questa paradossale esigenza dell'opera spirituale:
    "Sforzatevi fino allo sfinimento. Portate le vostre forze fino
    all'ultimo grado, ma la stessa opera della vostra salvezza
    attendetela solo dal Signore... Il Signore desidera sempre
    tutto quanto ci è salutare ed è pronto a donarcela. Attende
    solo che noi siamo pronti o capaci di ricevere i suoi doni.
    Ecco perché la domanda 'come imparare a conservarmi?' si
    muta in quest'altra: 'Come essere sempre pronto a ricevere
    la forza salutare che è sempre pronta a discendere dal
    Signore su di noi?...' Ed ecco la risposta a questa domanda.
    Aprirsi alla grazia ossia 'sapere vuotarsi, privarsi di ragione,
    senza forza; sapendo che solo il Signore può, vuole e sa
    colmare questo vuoto" (15).

    Così lo sforzo morale e spirituale e i successi ascetici che ne
    sono la manifestazione non sono fecondi se non conducono
    all'umiltà, un'umiltà attiva, che non si compiace dello
    spettacolo della miseria umana, ma conduce alla sua
    essenziale opera, quella che è sia la confessione della sua
    impotenza, sia il segno della sua speranza nella preghiera di
    tutti gli istanti: "Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me,
    peccatore". Per colui che conosce la sua miseria, essa non è
    più, in effetti, un' "opera meritoria" gradita a Dio, ma un
    grido del cuore, di disperazione e di speranza, un bisogno
    irresistibile e perpetuo di chiamare Cristo in aiuto della sua
    impotenza nella lotta contro le forze demoniache e le
    inclinazioni malvage del proprio cuore, che sono tra loro
    complici.



    4. Lo spirito d'obbedienza

    Prima di parlare dell'opera della preghiera propriamente
    detta, è necessario menzionare ancora un'altra condizione
    che deve trovar luogo, secondo l'insegnamento degli
    "Anziani", in colui che aspira alla preghiera spirituale. Si
    tratta dell'acquisizione dello spirito d'obbedienza.
    L'obbedienza di cui si parla non è l'obbedienza gerarchica ai
    superiori. È la sottomissione al "padre spirituale", scelto
    liberamente al quale il novizio (16) si affida totalmente.
    "Colui che vuol apprendere l'opera divina deve,
    conformemente alle Scritture, sottomettersi all'obbedienza
    nel corpo e nell'anima, cioè sottomettersi ad un uomo
    timoroso di Dio, che osserva scrupolosamente i
    comandamenti divini e sia provato nell'opera spirituale,
    rinunciando totalmente alla sua volontà e al proprio
    giudizio" (17). L'insegnamento degli starets russi raggiunge
    qui la dottrina ascetica degli esicasti greci (18). Ma, forse,
    più di loro, pone l'accento sul carattere libero e personale di
    quest'atto d'elezione reciproca che implica la paternità
    spirituale.

    Qual'è il fine di tale obbedienza ascetica? Prima di tutto essa
    libera il novizio da ogni pensiero a proposito della sua anima
    e del suo corpo e da ogni affezione verso qualsiasi oggetto,
    facendo giungere così alla serenità, a questa leggerezza
    spirituale che è la condizione della vera libertà. Solo colui
    che ha rinunciato alla propria "volontà", ossia alla sua
    superficiale individualità, schiavo degli elementi di questo
    mondo, è capace di concentrare le sue facoltà sulla
    preghiera interiore.

    Un altro beneficio dell'obbedienza è quello di allontanare
    dalla precipitazione chi, cercando prematuramente degli
    stati mistici superiori, cade con sicurezza vittima delle
    trappole del Seduttore. Una delle essenziali cause di caduta
    nell'opera della preghiera è, in effetti, "l'orgoglio satanico di
    coloro che vogliono sondare, prima d'esserne chiamati, i
    misteri della grazia". Unico rimedio efficace a tale funesta
    impazienza è la sottomissione ai saggi consigli di un "aziano"
    capace di discernere il grado di crescita spirituale di colui
    che guida facendolo avanzare passo-passo nella via
    contemplativa.



    5. La pratica della preghiera

    Fin'ora abbiamo parlato dell'atmosfera spirituale nella quale
    dev'essere intrapresa l'opera della preghiera. Quanto alla
    preghiera in se stessa, in apparenza, non sembra
    presentare alcuna difficoltà. In effetti, si tratta di ripetere
    centinaia e migliaia di volte: "Signore Gesù Cristo, Figlio del
    Dio, abbi pietà di me, peccatore" (19). Ma precisamente,
    questa semplicità è la sorgente di parecchie tentazioni. Le
    anime pure e rozze, come il pellegrino dei Racconti, possono
    compiacersi e fare dei rapidi progressi. Ma per la maggior
    parte, essa è causa di noia e scoraggiamento. La preghiera
    appare loro come un lavoro fastidioso e sterile dal quale lo
    spirito tende incessantemente a spogliarsi.

    Comunque, non si tratta assolutamente di creare,
    attraverso la ripetizione, un'abitudinte puramente
    meccanica. Tra i diffusori della Preghiera di Gesù esiste una
    reazione vivissima contro il formalismo e il meccanicismo, i
    due scogli della preghiera monastica. Come la confidenza
    eccessiva nelle opere esterne, nell'ascetismo e nelle
    mortificazioni, l'importanza esagerata alla quantità,
    nell'opera della preghiera, è sorgente di fariseismo e di vana
    soddisfazione di se. Contro coloro che credono di potersi
    salvare con l'osservanza d'una regola di preghiera più o
    meno lunga, "attraverso il canto dei salmi e dei tropari",
    contro coloro che si dedicano all'opera spirituale accordando
    troppa attenzione al numero di preghiere da recitare, essi
    affermano che non è la "quantità", ma la "qualità" della
    preghiera che conta (20).

    "Non inquietatevi per il numero delle preghiere da recitare -
    scrive a tal proposito Teofane il Recluso - ma il vostro unico
    pensiero sia che la preghiera sgorghi dal vostro cuore,
    vivente come una sorgente d'acqua zampillante. Allontanate
    dal vostro spirito l'idea della quantità" (21). Questa
    esortazione può parere paradossale perché, nella pratica
    della Preghiera di Gesù, la ripetizione della stessa
    implorazione gioca certamente un ruolo essenziale. In
    realtà, questa da se stessa non produrrebbe altro che un
    effetto puramente psicologico e superficiale. La preghiera
    non sarà che un flusso di parole vane, se essa non si
    accompagna con ciò che il linguaggio ascetico denomina con
    i termini di "attenzione" o "vigilanza" (nepsis in greco).



    6. L'attenzione spirituale

    In che consiste quest'attenzione spirituale? Bisogna che al
    momento della preghiera lo spirito "discenda dal cervello nel
    cuore" e che egli "custodisca il cuore". I commentatori
    occidentali hanno sovente dato a quest'espressione
    un'interpretazione ristretta e superficiale. Riferendosi alla
    descrizione d'una certa tecnica psico-fisiologica, che si trova
    in parecchi testi esicasti e in particolare nel famoso Metodo
    d'orazione esicasta (22), al consiglio dato di concentrare
    l'attenzione sul luogo fisico del cuore, trattenendo per un
    po' la respirazione e regolando il ritmo di questa su quello
    della preghiera, alcuni autori hanno parlato, riguardo alla
    "custodia del cuore", d' "omfaloscopia" e hanno visto in
    questo un'essenziale caratteristica dell'orazione esicasta.

    In realtà, essi hanno confuso una certa tecnica esteriore, la
    cui efficacia è, d'altronde, discutibile perfino negli ambienti
    favorevoli alla preghiera di Gesù (23), con lo sforzo spirituale
    che essa sostiene. La sua vera ragione d'essere, in effetti, è
    quella di condurre l'orante a sentire, in una maniera in
    qualche sorta fisica - l'autopercezione che noi abbiamo di
    noi stessi in quanto esseri fisici è differente a seconda della
    parte del corpo sulla quale si fissa l'attenzione (24) - che il
    centro della personalità non si trova nel cervello, punto
    d'intersezione delle forze spirituali della persona con il
    mondo esterno, mondo delle cose "soprapersonali", ma nel
    cuore, o piuttosto nelle profondità misteriose dell'essere di
    cui il cuore fisico è simbolo (25).

    Il ruolo della tecnica è, dunque, puramente strumentale. È
    uno strumento temibile che il novizio non deve maneggiare
    se non ponendosi sotto la direzione di un maestro sicuro e
    sperimentato. Non si tratta né d'esagerare il suo ruolo, né
    di minimizzarlo sotto l'influenza d'un certo
    pseudo-spiritualismo razionalista che non ha nulla di
    cristiano. L'attenzione alla preghiera, condizione della
    "discesa dell'intelligenza nel cuore" è, in realtà, una
    tensione di tutto l'essere che allontana da se tutto quello
    che potrebbe distrarlo dalla sua essenziale opera: quella
    della preghiera. È una vigilanza dello spirito e del corpo
    nell'attesa del Dio vivente. Essa esige uno sforzo continuo e
    cosciente della volontà e trascina con sè, attraverso
    appropriati mezzi, la pesante corporeità. Essa comporta un
    doppio movimento, il primo di rifiuto e l'altro d'acquiescenza;
    rifiuto del mondo da una parte (questo termine nel nostro
    contesto non designa il mondo fisico in se, ma "un
    erramento dell'anima all'esterno, un tradimento alla propria
    natura" (26) sotto l'influenza della Potenza del Male) e,
    dall'altra, l'acquiescenza alla volontà di Dio, che si trasforma
    in dono e abbandono a lui. Lo spirito "attento" e "sobrio"
    (27), si porta dall'esteriore che lo sollecita, agli abissi
    interiori del cuore, unico luogo dove, nella luce dello Spirito
    Santo, può effettuarsi l'incontro tra la persona umana e la
    divinità. "Il Signore cerca un cuore pieno d'amore per lui e
    per il prossimo - questo è un trono sul quale ama sedersi e
    dove appare nella pienezza della sua gloria", diceva san
    Serafim di Sarov (28).

    Per meglio comprendere la natura dell'attenzione, conviene
    precisare il senso dei termini "cuore" e "spirito" (o
    "intelligenza") nel linguaggio mistico della Chiesa d'Oriente.
    Il termine russo um, che traduciamo con "spirito" o
    "intelligenza", corrisponde all'originale termine greco noûs.
    Non designa l'intelletto nello stretto senso razionalista del
    termine, ma l'insieme delle facoltà cognitive e contemplative,
    la luce della ragione e la coscienza che fa dell'uomo un
    essere personale e libero (29). I padri greci, e con loro gli
    starets russi, identificano molto sovente lo spirito con
    l'immagine di Dio nell'uomo. Impiegando una terminologia
    più moderna, potremo chiamarla coscienza personale che
    illumina tutte le sfere della vita umana, essa stessa
    concepita come un insieme complesso di rapporti con diversi
    ordini di realtà (29 bis).

    Quanto al "cuore", il termine designa nella Tradizione
    orientale il centro dell'essere umano, "la radice delle facoltà
    attive, dell'intelletto e della volontà, il punto da dove
    proviene e verso il quale converge tutta la vita spirituale"
    (30). È la Sorgente, oscura e profonda, da dove sgorga tutta
    la vita psichica e spirituale dell'uomo e per la quale egli è
    vicino e comunica con la Sorgente stessa della vita. Ne
    risulta che tutta la vita spirituale che non tocca il cuore non
    è che illusione e menzogna, non avendo alcuna realtà
    ontologica, alcuna radice nell'Essere, e che ogni vera
    conversione deve cominciare da quella del cuore. In effetti è
    alla sorgente che, attraverso il peccato originale, la vita
    dell'uomo è viziata e che il fango si mischia con le acque
    limpide. Ma "quando la grazia s'impadronisce delle pasture
    del cuore, essa regna su tutte le parti della natura, su tutti
    i pensieri. Poiché lo spirito e tutti i pensieri si ritrovano nel
    cuore" (31).

    Secondo sant'Ignazio Brianchaninoff, "la natura spirituale
    dell'uomo è doppia. Da una parte si trova il "cuore",
    sorgente dei "sentimenti", delle "intuizioni" con i quali
    l'uomo conosce Dio direttamente senza la partecipazione
    della ragione. Dall'altra parte la "testa" (o il cervello), sede
    del chiaro pensiero dell'intelligenza" (32). L'integrità della
    persona umana risiede nel rapporto armonioso tra queste
    due forze spirituali. Senza la partecipazione dell'intelligenza,
    le intuizioni del cuore restano oscuri impulsi. ugualmente,
    senza il cuore, che è il centro di tutte le attività e la radice
    profonda della propria vita, l'intelletto-spirito è impotente.

    Ontologicamente, la conseguenza essenziale della Caduta
    per l'uomo è precisamente questa disgregazione spirituale
    con la quale la personalità è privata del suo centro e
    l'intelligenza si disperde nel mondo esterno. Luogo di
    questa dispersione della personalità nel mondo delle cose è
    la testa, il cervello, dove i pensieri "turbinano come dei
    fiocchi di neve o sciami di mosche estive" (33). Con il
    cervello, lo spirito conosce un mondo esteriore e, allo stesso
    tempo, perde il contatto con i mondi spirituali e con il cuore
    che, così accecato e impotente, opprime oscuramente la
    realtà. Per ricostruire la persona nella grazia, bisogna
    dunque ritrovare un rapporto armonioso tra l'intelligenza e il
    cuore.

  7. #7
    Qoelèt
    Ospite

    Predefinito

    7. Il silenzio dell'anima

    Il ritorno cosciente e volontario dell'intelletto-spirito verso
    gli abissi interiori del cuore esige, a sua volta, la rottura
    totale con il mondo. Colui che vuole darsi all'opera spirituale
    deve allontanarsi da ogni percezione esteriore, "distaccarsi
    da tutti gli oggetti visibili... (e fermare) gli occhi di carne"
    (34). Essendo divenuto cieco al mondo, deve pure divenire
    "sordo e muto" (35) rinunciando, almeno provvisoriamente, a
    ogni conversazione umana.

    Ma il silenzio esteriore non è che la preparazione e il segno
    d'un silenzio dell'anima infinitamente più profondo. Poiché
    non devono essere solo allontanate le percezioni sensibili e
    le parole, ma ogni desiderio, ogni pensiero, ogni immagine,
    pure santa che sia, tutto ciò che attira lo spirito all'
    "esterno", al di fuori di questo luogo del cuore dove non
    conosce che la sua miseria e il Nome che la salva. Su questo
    silenzio di totale nudità, san Serafim di Sarov ha detto che è
    "una croce sulla quale l'uomo si crocefigge con tutte le sue
    passioni e concupiscenze", è "passione sofferta con il
    Cristo", ma anche "mistero del secolo futuro" (36). In effetti,
    è in lui che lo spirito ha accesso al santuario mistico del
    cuore dove troverà il suo Dio.

    Questa è la via della "preghiera laboriosa", via stretta e
    dolorosa. Asprezza, nudità d'un deserto spirituale dove il
    viandante deve volontariamente chiudere gli occhi da ogni
    miraggio consolatore. Poiché bisogna rigettare non
    solamente ogni immagine terrestre ma quelle stesse che
    sembrano d'origine divina, le "visioni", le "voci", le "dolcezze"
    apparentemente celesti, ma che sovente non sono che il
    frutto d'uno psichismo guastato dalla concupiscenza, le
    mortificazioni eccessive dove il desiderio impaziente di
    anticipare l'ora della grazia cerca delle pseudo-soddisfazioni
    nel sogno e nell'immaginazione. Anche la saggezza esige nel
    momento dell'orazione, soprattutto all'inizio dell'opera
    spirituale, di non rappresentare assolutamente neppure le
    immagini di Dio proposte dalle Sacre Scritture, sulle quali
    può essere utile meditare in altri momenti. È questo il vero
    digiuno, la santa "sobrietà" di coloro la cui anima si nutre
    unicamente di preghiera e di fede. La preghiera, in effetti,
    non è l'opera dell'immaginazione, ma della fede.

    La più semplice regola riguardante la preghiera è quella
    di non rappresentare nulla, avendo concentrato lo spirito
    nel cuore, di rimanere nella convinzione che Dio è vicino,
    che vede ed ascolta; di prosternarsi davanti a colui che è
    terribile nella sua grandezza e vicinanza e nella sua
    condiscendenza verso noi... bisogna sforzarsi di pregare
    senza immagini di Dio. Conservare nel cuore la fede che
    Dio è presente, ma, dal momento che lo è, non
    rappresentarlo neppure. (Teofane il Recluso) (37).

    Così la via spirituale dell'orante passa attraverso il deserto,
    ma non cammina certo nelle tenebre. La luce, pura e
    completamente immateriale che lo guida, è la fede, che
    schiarisce la sola immagine dove lo spirito trova un punto
    d'appoggio, il Nome beneamato di Gesù Cristo. L'attenzione
    alla preghiera è, in realtà, un'attenzione nella fede.

    Effettivamente, anche se perviene al grado supremo di
    concentrazione delle sue forze psichiche e spirituali, l'uomo
    non è capace di ricreare in se l'unità persa dello spirito e del
    cuore. Può solamente fare nella sua anima questo silenzio e
    vuoto che sono il segno sia d'una tensione estrema, sia d'un
    abbandono totale, segno dell'attesa, della speranza e della
    fede, del dono dello Spirito Santo.

  8. #8
    Qoelèt
    Ospite

    Predefinito


    Il termine esicasmo deriva dal greco e
    significa quiete, raccoglimento. La
    preghiera esicasta è una preghiera
    strettamente legata alla preghiera del
    cuore, alla preghiera di Gesù e
    costituisce una pratica importante
    all’interno dell’Ortodossia. Bisogna
    distinguere la preghiera esicasta nella
    sua essenza da tutte le particolari
    pratiche ed esercizi che la possono
    costituire. Questi ultimi possono
    anche variare e hanno un valore
    relativo tant’è che la preghiera
    esicasta, nella sua essenza non è altro
    che l’unione con Dio, la deificazione.

    La deificazione legata alla pratica
    della preghiera esicasta ha
    provocato una grande controversia
    all’epoca di San Gregorio Palamas.
    San Gregorio fu il difensore della
    preghiera esicasta e ha avuto il
    merito di dimostrare che è
    possibile su questa terra l’unione
    e la conoscenza di Dio,
    distinguendo, senza per altro
    averlo inventato, la natura divina
    dalle sue energie. Secondo San
    Gregorio Palamas e secondo la
    prassi spirituale ortodossa Dio è
    inconoscibile nella sua Natura ma
    si rivela nelle sue Energie dette
    anche Attributi (Bellezza,
    Saggezza, Amore, ecc.).

    Il fine di chi prega nell’esychia è dunque la conoscenza di
    Dio, non una conoscenza intellettuale, ma una conoscenza
    del cuore (che non significa del sentimento!), cioè nel
    profondo dell’uomo. Nella preghiera esicasta si cerca
    precisamente di fare discendere l’intelletto nel cuore e si
    ferma ogni genere di pensiero.

    La preghiera di Gesù è una preghiera giaculatoria ossia
    breve e consiste nella ripetizione ininterrotta delle seguenti
    parole : "Signore Gesù Cristo, Figlio del Dio, abbi pietà di
    me peccatore". Inizialmente tale preghiera viene detta con le
    labbra ad alta voce e successivamente viene interiorizzata
    sempre più man mano che si avanza spiritualmente.
    Associata al respiro essa si unisce a tutto l’essere umano, al
    corpo e all’anima. Presuppone assolutamente la
    purificazione dalle passioni e la tensione verso lo stato
    paradisiaco nel quale l’uomo torna nuovamente ad essere
    familiare con Dio. In tale situazione tutte le facoltà umane
    sono riunite armonicamente.

    La preghiera liturgica, la lettura del salterio e tutte le altre
    forme di preghiera hanno lo stesso fine ma la preghiera del
    cuore è la preghiera per eccellenza, perché grazie alla sua
    semplicità, può aiutare qualunque uomo. Così viene
    denominata semplicemente "la preghiera".

    Tale preghiera suppone che l’uomo faccia silenzio dentro di
    se che fermi pure il fluire dei pensieri e soprattutto che lotti
    contro le passioni che lo ostacolano in tale impegno
    spirituale.

    Alcune tecniche come quelle di
    sedersi, d’inclinare la testa, di
    trattenere il respiro per
    riemetterlo ritmicamente,
    d'indirizzare il proprio pensiero
    verso il cuore, ecc. aiutano la
    preghiera. Ma non sono
    assolutamente equiparabili a
    pratiche magiche che
    promettono una buona riuscita.
    La preghiera, infatti, suppone
    assolutamente una direzione
    spirituale nella Chiesa ortodossa
    senza la quale potrebbe pure
    essere pericolosa, deludente e
    fuorviante. La preghiera, infatti,
    non si può enucleare dall'ambito
    ecclesiale nel quale si esprime anche perché suppone un ambiente
    e un orientamento teologico coerenti ad essa. I padri spirituali che
    vivono il loro carisma nell'Ortodossia hanno alle loro spalle
    un'esperienza che non è solo personale. Ereditano una tradizione
    profondamente radicata nell'alveo ecclesiale grazie alla quale non è
    possibile scambiare la preghiera di Gesù con una pratica yoga, con
    un esercizio antropocentrico o con qualcosa di puramente
    psicologico e consolatorio. Inoltre, nell'Ortodossia il novizio in tale
    pratica è aiutato a non scambiare dei fenomeni completamente
    naturali per effetto della Grazia e quindi viene preservato dal
    gonfiarsi di presunzione.

    Il Racconto di un pellegrino russo ha fatto scoprire
    all’Occidente disseccato dal razionalismo l'esistenza della
    preghiera del cuore. Attraverso la sua esperienza, il
    pellegrino mostra che pure un semplice contadino può
    arrivare al più alto grado della preghiera. Tale preghiera è
    molto diffusa nel mondo ortodosso. Chi non ha visto
    cristiani o monaci nelle chiese segnarsi e bisbigliare
    pregando mentre le loro dita scorrono tra i nodi di una
    corda ? La corda di preghiera è detta in greco komvoskini.
    Questa pratica può avvenire anche durante le ufficiature
    liturgiche.

    Un uomo formato dalla cultura occidentale non può capire
    tutto ciò perché per lui non può coesistere la preghiera
    liturgica e quella personale. Ignora, infatti, che la preghiera
    ortodossa non è discorsiva ma contemplativa, che ha sede
    nel cuore non nella mente. Nulla infatti impedisce che lo
    sguardo si fissi su un’icona dal momento che, mentre gli
    occhi contemplano l’icona, il cuore si trova esattamente a
    vivere la stessa situazione. Così non è proebito far
    partecipare tutto il corpo alla preghiera con delle metanie e
    dei segni di croce. Quando la preghiera, con l’attento aiuto
    di un padre spirituale esperto che la pratica, è giunta al suo
    grado più elevato l’attività umana si sospende tranne quella
    spirituale poiché è lo Spirito che s'impossessa
    completamente dell’uomo. Comunque, prima di giungere a
    tale stadio, l’uomo collabora meglio che può alla preghiera in
    sinergia con l’attività dello Spirito Santo.

  9. #9
    Qoelèt
    Ospite

    Predefinito

    Ti posto infine l'ultimo documento che,personalmente,ritengo anche il più interessante:

    I. I DIFFERENTI LIVELLI DELL'ESYCHIA

    Una delle storie dei "Detti dei Padri del deserto" descrive
    una visita di Teofilo, arcivescovo di Alessandria. ai monaci di
    Scete. Ansiosi di fare una buona impressione al loro illustre
    ospite. i monaci riuniti chiesero all'abate Pambo: "Di'
    qualcosa di edificante all'Arcivescovo". Ed il vecchio rispose:
    "Se non è edificato dal mio silenzio, tanto meno sarà
    edificato dalle mie parole". Questa storia indica l'estrema
    importanza data dalla tradizione del deserto alla esychia, la
    qualità dell'immobilità e del silenzio. "Dio ha scelto l'esychia
    al di sopra di ogni altra virtù" è detto altrove nei "detti dei
    padri del deserto". Come insiste S. Nilo di Ancira: "È
    impossibile che l'acqua infangata si possa chiarificare se si
    continua a rimestarla; ed è impossibile diventare monaco
    senza l'esychia".

    Esychia, comunque, significa ben di più della semplice
    astenzione dal parlare fisico. Il termine può essere invece
    interpretato a molti livelli differenti. Tentiamo di distinguere
    i vari significati, partendo dai più esteriori per arrivare ai più
    profondi ed interiori.



    1. Esychia e solitudine

    Nelle fonti più antiche il termine "esicasta" e il relativo verbo
    "esichazo" generalmente denota un monaco che vive in
    solitudine, da eremita, a differenza di quelli che sono
    membri di un cenobio. Questa accezione si ritrova già in
    Evagrio pontico ( + 399) e in Nilo e Palladio (inizi V secolo). Si
    ritrova pure nei "Detti dei Padri del deserto", in Cirillo di
    Scitopoli, in Giovanni Mosco, Barsanufio, e nella legislazione
    di Giustiniano. Il termine esychia continua ad essere
    adoperato con questo significato anche in autori posteriori,
    come in S. Gregorio il Sinaita ( + 1346). A questo livello il
    termine si riferisce soprattutto alla relazione, nello spazio,
    di un uomo in rapporto ad altri. Questo è il significato più
    esteriore.



    2. Esychia e la spiritualità della cella

    "Esychia - dice l'abate Rufo nei "Detti" - è dimorare nella
    propria cella nel timore e nella conoscenza di Dio,
    astenendosi completamente dal rancore e dalla vanagloria.
    Tale esychia è madre d'ogni virtù e protegge il monaco dalle
    frecce infuocate del nemico". Rufo continua mettendo
    l'esychia in relazione col ricordo della morte e conclude
    dicendo: "Siate vigilanti sulla vostra anima". Esychia è qui
    associata con un altro termine chiave della tradizione del
    deserto, "nepsis", sobrietà spirituale o vigilanza. Quando
    "esychia" è collegata con la cella, il termine si riferisce
    ancora alla situazione esterna, dell'esicasta nello spazio; ma
    questo significato è allo stesso tempo più interiorizzato e
    spirituale. L'esicasta, nel senso di uno che rimane con
    attenta vigilanza nella sua cella, non è sempre essere un
    solitario, ma può essere anche un monaco vivente in
    comunità. L'esicasta è, allora, uno che obbedisce
    all'ingiunzione di Abba Mosè: "Vai a sederti nella tua cella e
    la tua cella ti insegnerà tutto". Egli tiene a mente il consiglio
    che Arsenio diede ad un monaco che desiderava fare opera
    di servizio caritatevole: - Qualcuno domandò ad Arsenio, "I
    miei pensieri mi tormentano dicendomi: - Non puoi
    digiunare, né lavorare: almeno vai a visitare gli infermi, che
    questo è pure una forma di amore". L'anziano, riconoscendo
    i germi seminati dal demonio, gli disse: - "Vai, mangia, bevi
    e dormi senza fare alcun lavoro; solamente non lasciare la
    tua cella". Perché egli sapeva che la permanenza paziente in
    cella, porta il monaco al compimento della sua vocazione.

    La relazione tra esychia e la cella è chiaramente definita in
    un famoso detto di S. Antonio d'Egitto: "I pesci muoiono se
    s'attardano in terra asciutta; similmente i monaci, quando
    ciondolano fuori della cella o passano il loro tempo con
    uomini del mondo, perdono il tono della loro esychia".

    Il monaco che rimane nella cella è come la corda d'uno
    strumento accordato. L'esychia lo mantiene in uno stato di
    alerte prontezza, ma non di tensione ansiosa nè di
    sovraffaticamento; ma se egli ciondola fuori della cella la sua
    anima diviene grassa e flaccida.

    La cella, compresa come struttura esterna dell'esychia, è
    vista soprattutto come un laboratorio di incessante
    preghiera. La principale attività del monaco, quando rimane
    immobile e in silenzio nella sua cella, è il continuo ricordo di
    Dio, accompagnato da un senso di compunzione e di
    cordoglio. "Siedi nella tua cella", dice abba Ammonas a un
    vecchio che si propone d'adottare qualche ostentata forma
    d'ascetismo, "mangia un poco ogni giorno ed abbi sempre
    nel suo cuore le parole del pubblicano. Allora potrai essere
    salvato".

    Le parole del pubblicano "Dio abbi compassione di me
    peccatore" sono strettamente parallele alla formula della
    preghiera di Gesù, come si trova a partire dal VI secolo in
    Barsanufio, nella vita di abbà Filemon ed altre fonti.
    Ritorneremo a tempo debito all'argomento dell'esychia e
    della invocazione del nome. La clausura della cella
    monastica e il nome di Gesù sono esplicitamente connessi
    in una frase di Giovanni di Gaza a proposito del suo
    confratello eremita Barsanufio: "La cella in cui è rinchiuso
    vivo come in una tomba, per amore del nome di Gesù, è il
    suo luogo di riposo; nessun demone vi entra, neppure il
    principe dei demoni, il Diavolo. È un santuario perché
    contiene la dimora di Dio".

    Per l'esicasta, dunque, la cella è casa di preghiera,
    santuario e luogo d'incontro tra uomo e Dio. Tutto ciò è
    espresso con particolare efficacia nel detto "La cella dal
    monaco è la fornace di Babilonia, in cui i tre fanciulli
    trovarono il Figlio di Dio; è la colonna di nubi da cui Dio
    parlò a Mosè". Questa nozione della cella come punto focale
    della Presenza divina, si ritrova nelle parole d' un eremita
    copto contemporaneo, Abuna Matta al-Mesin.

    Quando un visitatore gli chiese se avesse mai pensato di
    andare in pellegrinaggio ai luoghi santi, egli rispose:
    "Gerusalemme. la santa, è qui, dentro e attorno queste
    caverne, perché che altro è la mia caverna se non il luogo in
    cui nacque il mio Salvatore, Cristo; che altro è la mia
    caverna se non il luogo in cui Cristo, mio Salvatore, fu
    condotto al riposo, che altro è la mia caverna se non il luogo
    da cui Egli al massimo della gloria risorse dai morti?
    Gerusalemme è qui, proprio qui, e tutte le ricchezze
    spirituali della città santa si possono trovare in questa
    radura".

    A questo punto, ci stiamo muovendo velocemente dal
    significato esteriore a quello più interiore del termine
    "esychia".

    Interpretato in termini di spiritualità della cella, la parola
    significa non solo una condizione esteriore, fisica, ma anche
    uno stato dell'anima. Denota l'attitudine d'uno che sta nel
    suo cuore di fronte a Dio.

    "La cosa principale" dice il vescovo Teofane il Recluso
    (1815-94) "è stare di fronte a Dio con la mente nel cuore, e
    continuare a restare di fronte a Lui incessantemente, notte
    e giorno, fino al termine della vita".

    E questo è, praticamente, ciò che la quiete ed il silenzio
    significano per l'esicasta.



    3. Esychia e il "ritorno in sé stessi"

    Questa comprensione più interiorizzata di "esychia" è
    perfettamente espressa nella definizione classica
    dell'esicasta come la ritroviamo in S. Giovanni Climaco ( +
    ca. 649): "L'esicasta è uno che cerca di confinare il suo
    essere incorporeo nella sua casa corporea, per quanto ciò
    possa parere paradossale". L'esicasta, nel vero senso del
    termine, non è qualcuno che ha viaggiato all'esterno verso il
    deserto, qualcuno che si separa fisicamente dagli altri,
    chiudendo la porta della sua cella, ma uno che "ritorna in sé
    stesso" chiudendo la porta della sua mente. "Ritornò in sé"
    è detto del figliuol prodigo e questo è ciò che anche
    l'esicasta fa. Egli risponde alle parole di Cristo "Il Regno di
    Dio è dentro di voi" e cerca di "guardare il cuore con tutta
    l'attenzione" (Pr. 4,23).

    Reinterpretando la nostra definizione originale dell'esicasta
    come di un solitario che vive nel deserto, possiamo dire che
    la solitudine è uno stato dell'anima, non un fatto di
    collocazione geografica, il deserto reale si trova dentro, nel
    cuore.

    Il "ritorno in sé" è descritto con precisione da S. Basilio il
    Grande ( + 379) e da S. Isacco di Siria (VII sec.). "Quando la
    mente non è più dispersa nelle cose esterne", scrive Basilio,
    "né sperduta nel mondo a causa dei sensi, allora essa
    ritorna in sé; e per mezzo di sé stessa ascende al pensiero
    di Dio".

    "Siate in pace con la vostra anima" intima Isacco, "e allora
    cielo e terra saranno in pace con voi. Entrate prontamente
    nel tesoro che è dentro di voi, e così vedrete le cose che
    sono in cielo; perché una sola è l'entrata che conduce ad
    entrambi. La scala che porta al Regno è nascosta nella
    vostra anima. Sfuggite il peccato, immergetevi in voi stessi,
    e nella vostra anima scoprirete la scala su cui ascendere".

    A questo punto sarà utile fare una breve pausa e
    distinguere con maggior precisione tra i significati interiore
    ed esteriore della parola "esychia".

    In un famoso detto di abba Arsenio si indicano tre livelli.
    Quando era ancora tutore dei figli dell'imperatore nel
    palazzo, Arsenio pregò Dio: "Mostrami come posso essere
    salvato". E una voce rispose: "Arsenio. sfuggi dagli uomini e
    sarai salvato". Egli si ritirò nel deserto e divenne un
    solitario; e poi pregò ancora, con le stesse parole. Questa
    volta la voce rispose: "Arsenio, sta' lontano, sta, in silenzio,
    sta' in quiete, perché queste sono le radici della libertà del
    peccato". Fuggire gli uomini, restare in silenzio, rimanere in
    quiete: tali sono i tre gradi dell'esychia. Il primo è spaziale, il
    "fuggire gli uomini", esternamente, fisicamente. Il secondo è
    ancora esterno, il "rimanere in silenzio", il desistere dal
    parlare. Nessuna di queste cose può trasformare un uomo
    in un reale esicasta; perché anche se vive in una solitudine
    esteriore e tiene la bocca chiusa, può essere interiormente
    pieno di irrequietezza e agitazione. Per conseguire la vera
    quiete è necessario passare dal secondo livello al terzo,
    dall'esychia esterna a quella interiore, dalla mera privazione
    di parlare a quella che S. Ambrogio di Milano chiama
    "Negotiosum silentium", il silenzio attivo e creativo.

    S. Giovanni Climaco distingue gli stessi tre livelli: "Chiudi la
    porta della tua cella materialmente, la porta della lingua al
    parlare, e la porta interiore ai cattivi spiriti". Questa
    distinzione tra i livelli di esychia, ha importanti implicazioni
    per i rapporti dell'esicasta con la società.

    Uno può fuggire nel deserto visibilmente e geograficamente,
    e pure nel cuore rimanere ancora nel mezzo della città;
    inversamente un uomo può continuare a restare fisicamente
    nella città ed essere esicasta vero nel cuore.

    Per un cristiano ciò che importa non è la posizione spaziale,
    ma il suo stato spirituale. È vero che alcuni scrittori
    dell'oriente cristiano, e in particolare S. Isacco di Siria, sono
    giunti molto vicino all'affermazione che non ci può essere
    esychia interiore senza solitudine esteriore. Ma questo non
    è certo opinione comune. Ci sono storie nei "Detti", in cui
    laici, completamente impegnati in una vita di servizio attivo
    nel mondo, sono paragonati ad eremiti e solitari; un dottore
    d'Alessandria è considerato, per esempio, spiritualmente
    pati a S. Antonio il grande stesso. S. Gregorio il Sinaita
    rifiutò la tonsura ad un suo discepolo chiamato Isidoro, e lo
    rimandò da Monte Athos a Tessalonica, per essete di
    esempio e guida ad un gruppo di laici. Ben difficilmente
    Gregorio avrebbe potuto fate questo, se avesse considerato
    la vocazione di esicasta urbano come una contraddizione. S.
    Gregorio Palamas insiste, nella maniera più chiara, che il
    comando di S. Paolo "pregate incessantemente" si applica a
    tutti i cristiani senza eccezioni. A questo proposito si
    dovrebbe ricordare che, quando scrittori ascetici greci. come
    Evagrio o Massimo il confessore, usano i termini "vita attiva"
    e "vita contemplativa" per essi "vita attiva" non significa la
    vita di servizio diretto al mondo, come la predicazione,
    l'insegnamento, il lavoro sociale ecc., ma la battaglia
    interiore per sottomettere le passioni ed acquistare le virtù.
    Usando il termine in questa accezione, si può dire che molti
    eremiti e molti religiosi viventi in stretta clausura, sono
    ancora coinvolti nella "vita attiva".

    E così ci sono uomini e donne completamente impegnati
    nella vita di servizio al mondo che pure posseggono la
    preghiera del cuore; e di essi si può dire che vivono la "vita
    contemplativa". S. Simeone il nuovo teologo ( + 1022)
    affermava che la pienezza della visione di Dio è possibile
    "nel mezzo delle città" come "nelle montagne e nelle celle".
    Egli credeva che persone sposate, con lavori secolari e
    bambini, e gravati delle ansietà di condurre una grande
    famiglia, potessero nondimeno ascendere le vette della
    contemplazione; S. Pietro aveva obblighi familiari eppure il
    Signore lo chiamò a salire il Tabor e ad assistere alla gloria
    della trasfigurazione. Il criterio non sta nella situazione
    esterna, ma nella realtà interna. E così come è possibile
    vivere nella città ed essere esicasta, ci sono analogamente
    alcuni il cui dovere è di parlare sempre e che tuttavia sono
    interiormente in silenzio. Secondo le parole di abba Poen,
    "un uomo appare rimanere silenzioso e pure condanna gli
    altri in cuore: una tal persona sta parlando tutto il tempo.
    Un altro parla da mattina a sera eppure resta in silenzio;
    cioè, egli non dice nulla all'infuori di ciò che è utile agli
    altri".

    Ciò concorda esattamente con la posizione degli startsi
    come S. Serafino di Sarov e i padri spirituali di Optimo della
    Russia del XIX secolo: costretti dalla loro vocazione a
    ricevere un flusso interminabile di visitatori - dozzine e
    anche centinaia in un sol giorno - non perciò tralasciavano
    la loro esychia interiore. Invero, era proprio a causa di
    questa esychia interiore che potevano agire da guida agli
    altri. Le parole che dicevano a ciascun visitatore erano
    cariche di potere, perché erano parole che provenivano dal
    silenzio. In una delle sue risposte, Giovanni di Gaza fece
    una chiara distinzione tra silenzio interiore ed esteriore. Un
    fratello vivente in una comunità che trovava nei suoi doveri
    di lavoro come falegname una causa di disturbo e
    distrazione chiese, se non avesse dovuto divenire eremita e
    "praticare il silenzio di cui i padri parlano". Giovanni non fu
    d'accordo "come i più" rispose "tu non capisci cosa s'intende
    col silenzio di cui parlano i padri. Silenzio non consiste nel
    tenere la bocca chiusa. Un uomo può dire diecimila parole
    utili, e ciò vale come silenzio; un altro dice una sola parola
    non necessaria, ed è rompere il comandamento del Signore:
    Nel giorno del giudizio renderete conto di ogni parola oziosa
    che esce dalla vostra bocca".



    4. Esychia e povertà spirituale

    La quiete interiore, quando è intesa come custodia del cuore
    e ritorno in sé, implica un passaggio dalla molteplicità
    all'unità, dalla diversità alla semplicità e alla povertà
    spirituale. Per usare la terminologia di Evagrio, la mente
    deve diventare "nuda". Questo aspetto dell'esychia è reso
    esplicito in un'altra definizione di S. Giovanni Climaco:
    "Esychia è mettere da parte i pensieri". In ciò egli adatta
    una citazione di Evagrio "preghiera è mettere da parte i
    pensieri". La esychia implica un progressivo
    autosvuotamento, in cui la mente è spogliata di tutte le
    immagini visuali e di tutti i concetti umani, e così contempla
    in purezza il mondo di Dio. L'esicasta, da questo punto di
    vista, è uno che è avanzato dalla "praxis" alla "theoria". Dalla
    vita attiva alla contemplativa. S. Gregorio dei Sinai
    contrappone l'esicasta al "praktikos" e continua a parlare
    "degli esicasti che son contenti di pregare a Dio solo nel loro
    cuore e di astenersi dai pensieri". L'esicasta, quindi, non è
    tanto uno che s'astiene dall'incontrare e parlare con gli altri,
    quanto chi, nella sua vita di preghiera, rinuncia ad ogni
    immagine, ogni parola, e ragionamento discorsivo, e che è
    "sollevato al di sopra dei sensi nel puro silenzio".

    Questo "puro silenzio", sebbene sia denominato "povertà
    spirituale", è lontano dall'essere una semplice assenza o
    privazione. Se l'esicasta spoglia la propria mente da ogni
    concetto di provenienza umana, per quanto sia possibile, il
    suo scopo in questo "autoannullamento" è del tutto
    costruttivo. Che egli possa essere riempito
    dall'Onnicomprensivo senso della presenza Divina, è fatto
    notare bene da S. Gregorio il Sinaita: "Perché dilungarsi nel
    parlare? La preghiera è Dio, che fa ogni cosa in ogni uomo".

    "La preghiera è Dio"; "non è tanto qualcosa che io faccio, ma
    qualcosa che Dio sta facendo in me" ... "non io, ma Cristo in
    me" .

    Il programma dell'esicasta è delineato esattamente nelle
    parole del Battista riguardo al Messia: "Egli deve crescere
    ma io diminuire".

    L'esicasta cessa le sue attività, non per essere ozioso, ma
    per entrare nella attività di Dio. Il suo silenzio non è
    assenza, non è negativo - una pausa vuota tra due parole,
    un breve riposo prima di riprendere il discorso - ma del
    tutto positivo; un'atteggiamento di attenzione alerte, di
    vigilanza, e soprattutto di ascolto. L'esicasta è per
    eccellenza colui che ascolta, che è aperto alla presenza di
    un Altro: "Stai in quiete e sappi che io sono Dio" .

    Nelle parole di S. Giovanni Climaco "L'esicasta è uno che
    dice dormo, ma il mio cuore resta vigile" . Ritornando in sé
    stesso, l'esicasta entra nella camera segreta del suo cuore e
    può così, restando là di fronte a Dio, ascoltare il linguaggio
    senza parole del suo creatore. "Quando preghi" osserva uno
    scrittore ortodosso contemporaneo della Finlandia "devi tu
    stesso star in silenzio e lasciar parlare la preghiera". - o più
    esattamente - lasciar parlare Dio. L'uomo dovrebbe sempre
    star zitto e lasciar Dio solo parlare". Questo è ciò che
    l'esicasta mira ad ottenere. Esychia perciò denota la
    transizione della "Mia" preghiera alla preghiera di Dio che
    opera in me - o per usare una terminologia del vescovo
    Teofane - dalla preghiera strenua o laboriosa, alla preghiera
    'che agisce da sé' o che 'muove da sé'.

    Il vero silenzio interiore o esychia, nel senso più profondo, è
    identico all'incessante preghiera dello Spirito Santo dentro
    di noi.

    Come dice S. Isacco di Siria "Quando lo Spirito prende
    dimora in un uomo questi non cessa di pregare, perché lo
    Spirito continuerà a pregare costantemente in lui. Allora né
    nel sonno, né nella veglia, la preghiera potrà essere
    separata dalla sua anima; ma quando mangia, quando beve,
    quando giace e quando fa qualsiasi lavoro, i profumi della
    preghiera saliranno spontaneamente dal suo cuore".

    Altrove S. Isacco paragona questo entrare nella preghiera
    spontanea, ad un uomo che varca una porta, dopo che la
    chiave è stata girata nella serratura, e al silenzio dei servi
    quando il padrone sopraggiunge fra loro. "Ciò che avviene in
    seguito è l'ingresso nel tesoro. A questo punto ogni bocca
    ed ogni lingua tace. Il cuore, tesoriere dei pensieri, la
    mente, che governa i sensi, e lo spirito, quell'uccello veloce,
    tutti debbono stare quieti; perché è arrivato il padrone della
    casa". Compresa in questo senso, come ingresso nella vita e
    nell'attività di Dio, l'esychia è qualcosa che, durante l'età
    presente, gli uomini possono ottenere solo ad un grado
    limitato e imperfetto. È una realtà escatologica, che è
    riservata nella sua pienezza nell'età a venire. Nelle parole di
    Isacco "Il silenzio è un simbolo del mondo futuro".

  10. #10
    Qoelèt
    Ospite

    Predefinito


    II. ESYCHIA E PREGHIERA DI GESU'

    La "preghiera di Gesù" consiste nel ripetere incessantemente la
    seguente invocazione: "Signore, Gesù Cristo, Figlio del Dio
    vivente, abbi pietà di me, peccatore". Ogni invocazione può
    essere ritmata con la respirazione e conteggiata con un apposito
    cordoncino composto di nodi (komboi) il cui nome è
    komboskini. La foto sottostante raffigura il venerato padre
    Giuseppe (+ 15 agosto 1959) gran praticante di questa preghiera.

    In linea di principio esychia è
    un termine generico per la
    preghiera interiore, ed
    abbraccia una varietà di più
    specifici modi di pregare. In
    pratica, comunque, la
    maggioranza degli scrittori
    ortodossi più recenti, usano la
    parola per designare un
    sentiero spirituale in
    particolare: l'invocazione del
    nome di Gesù.
    Occasionalemnte, sebbene
    con minor giustificazione, il
    termine "esicasmo" è
    impiegato in un senso ancor
    più ristretto ad indicare la
    tecnica fisica e gli esercizi di respirazione che talvolta sono
    usati in connessione con la "preghiera di Gesù".

    L'associazione dell'esychia col nome di Gesù e, come
    sembra, col respiro - si ritrova già in S. Giovanni Climaco:
    "Esychia è restare di fronte a Dio in incessante adorazione.
    Fate che il ricordo di Gesù sia unito al vostro respiro e
    allora conoscerete il valore dell'esychia". Qual'è la relazione
    tra preghiera di Gesù ed esychia? In che modo l'invocazione
    del Nome aiuta il raggiungimento del silenzio interiore, ora
    descritto?
    La preghiera, è stato detto, è "metter da parte i pensieri",
    un ritorno dal molteplice all'unità. Ora chiunque faccia un
    serio sforzo di pregare interiormente, stando di fronte a Dio,
    con attenzione raccolta, diviene immediatamente conscio
    della sua disintegrazione interiore - della sua incapacità di
    concentrarsi nel momento presente, nel "Kairos".
    I pensieri si muovono senza posa nella testa, come mosche
    ronzanti (vescovo Teofane) o come il capriccioso saltare di
    ramo in ramo delle scimmie (Ramakrishna). Questa
    mancanza di concentrazione, questa incapacità di essere qui
    ed ora con l'intero essere, è una delle più tragiche
    conseguenze della caduta. Che si deve fare? La tradizione
    ascetica dell'Oriente ortodosso distingue due principali
    metodi per superare i "pensieri". Il primo è diretto:
    contraddire i nostri "logismi", incontrarli faccia a faccia,
    tentando di espellerli per uno sforzo di volontà. Un tal
    metodo può, comunque, dimostrarsi controproducente.
    Quando sono represse con violenza, le nostre fantasie,
    tendono a tornare con forza accresciuta. A meno che si sia
    estremamente sicuri di sé; è più sicuro usare il secondo
    metodo che è indiretto. Invece di combattere direttamente i
    pensieri e cercare di scacciarli con uno sforzo di volontà, si
    può cercare di distogliere l'attenzione da essi e guardare
    altrove. La strategia spirituale diviene così positiva invece
    che negativa: l'obiettivo immediato non è tanto svuotare la
    mente da ciò che è male, quanto di riempirla di ciò che è
    buono. E questo secondo metodo che è raccomandato da
    Barsanufio e Giovanni di Gaza. "Non contraddire i pensieri
    suggeriti dai tuoi nemici" consigliano "perché è esattamente
    ciò che vogliono, e non desisteranno. Ma rivolgiti al Signore
    per ricevere aiuto contro di essi, ponendo di fronte a Lui la
    tua impotenza; perché Lui è capace di espellerli e di ridurli a
    niente".
    È evidente che non è possibile fermare il flusso dei pensieri
    con un violento sforzo della volontà. È di poco o di nessun
    valore il dire a noi stessi "smetti di pensare"; si potrebbe
    dire ugualmente "smetti di respirare". "La mente razionale
    non può restare oziosa" insiste S. Marco il monaco. Come
    posso conseguire, la povertà spirituale ed il silenzio
    interiore? Anche se non è possibile far desistere
    completamente l'inquieta intelligenza dalla sua instabilità,
    ciò che si può fare è semplificare e unificare la sua attività
    ripetendo in continuazione una certa formula di preghiera.
    Il flusso di immagini e pensieri continuerà, ma si sarà
    gradualmente resi capaci di distaccarci da esso.
    L'invocazione ripetuta ci aiuterà a "lasciare andare" i
    pensieri presentatici dal nostro io conscio o inconscio.
    Questo "lasciar andare" sembra corrispondere a ciò che
    Evagrio aveva in animo quando parlava della preghiera come
    di un "mettere da parte" i pensieri. Non un selvaggio
    conflitto, non una campagna spietata di furiosa aggressione,
    ma un gentile eppur persistente atto di distacco.
    Tale è la psicologia ascetica presupposta nell'uso della
    preghiera di Gesù. L'invocazione del nome ci aiuta a
    focalizzare la nostra personalità disintegrata su un singolo
    punto. "Attraverso il ricordo di Gesù Cristo" scrive Filoteo
    del Sinai (IX-X sec.) "raccogliete la vostra mente dispersa".
    La preghiera di Gesù è da considerarsi come un
    'applicazione del secondo metodo: l'indiretto, di combattere i
    pensieri; invece di cercare di scordare le nostre corrotte e
    triviali immaginazioni attraverso un confronto diretto, ci
    distogliamo e guardiamo al Signore Gesù; invece di fare
    affidamento sulle nostre forze, prendiamo rifugio nella forza
    e nella grazia che agiscono tramite il Nome Divino.
    L'invocazione ripetuta ci aiuta a "lasciar andare" e a
    distaccarci dal continuo chiacchierio dei nostri "logismi".
    Concentriamo ed unifichiamo la nostra mente,
    continuamente attiva, nutrendola con una dieta spirituale
    che è ad un tempo ricca eppur estremamente semplice. "Per
    fermare il continuo ribollire dei nostri pensieri" dice il
    vescovo Teofane "dovete legare la mente con un pensiero, o
    con il pensiero di uno solo - il pensiero del Signore Gesù".
    S. Diadoco di Foticea (V sec.) afferma: "Quando abbiamo
    bloccato tutte le uscite della mente per mezzo del ricordo di
    Dio, allora essa ci richiede ad ogni costo qualche impegno
    che soddisfi il suo bisogno di attività. Diamole allora, come
    sola attività il Signore Gesù".
    Tale in generale è il modo in cui la "preghiera di Gesù" può
    essere usata per stabilire l'esychia all'interno del cuore. Ne
    derivano due importanti conseguenze. Prima, per
    conseguire il suo proposito l'invocazione dovrebbe essere
    ritmica e regolare, e nel caso di un esicasta d'esperienza
    provata (ma non di un principiante che deve procedere con
    cautela) dovrebbe essere ininterrotta e continua per quanto
    è possibile. Aiuti esterni, come l'uso del comvoschini (= una
    specie di "rosario" ortodosso) e il controllo del respiro,
    hanno come loro principale scopo precisamente di stabilire
    questo ritmo regolare. In secondo luogo, durante la
    recitazione della "preghiera di Gesù", la mente dovrebbe
    essere vuota d'immagini mentali, per quanto ciò è possibile.
    Perciò è meglio praticare la preghiera in un luogo dove vi
    siano rari rumori o nessuno del tutto; dovrebbe essere
    recitata nell'oscurità o con gli occhi chiusi, piuttosto che di
    fronte ad un'icona illuminata da candele o da lampada
    votiva.
    Lo starets Silvano del Monte Athos (1866-1938), quando
    diceva la preghiera usava riporre l'orologio nell'armadio per
    non udire il ticchettio, e poi si tirava sugli occhi e le orecchie
    il suo spesso cappuccio monacale. Anche se immagini visive
    sorgeranno inevitabilmente quando preghiamo, non per
    questo debbono essere deliberatamente incoraggiate.
    "La preghiera di Gesù" non è una forma di meditazione
    discorsiva sugli eventi della vita di Cristo. Quelli che
    invocano il Signore Gesù dovrebbero avere in cuore
    un'intensa e bruciante convinzione che essi stanno nella
    immediata presenza del Salvatore, che egli è di fronte e
    dentro di loro, che egli sta ascoltando la loro invocazione e
    rispondendo a sua volta. Tale consapevolezza della presenza
    di Dio non dovrebbe comunque essere accompagnata da
    alcuna immagine visiva, ma confinata a una semplice
    sensazione o convinzione; come dice S. Gregorio di Nissa ( +
    395) "lo Sposo è presente, ma non è visibile".

    III. PREGHIERA E AZIONE

    Nell'Ortodossia non esiste contraddizione o opposizione tra vita
    attiva e vita contemplativa. Non esistono ordini di "vita attiva" e
    ordini di "vita contemplativa". Tutto è concepito in modo
    unitario! Il monaco è dunque dedito al rapporto con Dio e
    all'attenzione verso il prossimo. D'altronde anche l'Occidente
    viveva in questa prospettiva. Si veda, ad esempio, la vita di San
    Patrizio, monaco e missionario presso gli Irlandesi (V sec.). Un
    esempio moderno che mostra la medesima comprensione è dato
    pure dalla vita di San Cosma di Etolia (in figura), vissuto nel
    periodo della turcocrazia (XVIII sec.).

    Esychia, dunque, implica una
    separazione dal mondo -
    separazione esteriore oppure
    interiore, e talvolta entrambe:
    esteriore per mezzo della fuga
    nel deserto; interiore
    attraverso il "ritorno in sé" e il
    "mettere da parte i pensieri".
    Per cirare i "Detti dei Padri del
    deserto": "A meno che uno
    non dica nel suo cuore: io solo
    e Dio siamo nel mondo, non
    troverà riposo". "Da solo al
    Solo". Ma non è forse ciò
    egoistico, un rifiutare il valore
    spirituale della creazione
    materiale ed un evadere le
    proprie responsabilità verso i
    propri simili? Quando
    l'esicasta chiude gli occhi e le
    orecchie al mondo esterno,
    come faceva Silvano nella sua
    cella al monte Athos, quale
    servizio positivo e pratico sta egli rendendo al suo
    prossimo?

    Consideriamo questo problema sotto due principali punti di
    vista. In primo luogo: l'esicaismo è colpevole delle stesse
    distorsioni di cui fu colpevole il quietismo nell'occidente del
    XVII sec.? Finora si è deliberatamente evitato di tradurre
    "esychia" con "quiete" a causa del significato sospetto
    connesso al termine "quietista". L'esicasta non si trova in
    pratica a sostenete posizioni analoghe a quelle quietiste? In
    secondo luogo, qual'è l'attitudine dell'esicasta rispetto al suo
    ambiente fisico e umano? Di che utilità è agli altri?

    Il principio fondamentale del quietismo - è stato detto - è la
    condanna di ogni sforzo umano. Secondo i quietisti, l'uomo
    per essere perfetto, deve ottenere una completa passività e
    annichilazione della volontà, abbandonandosi a Dio, a tal
    punto, da non curarsi né di cielo, né d'inferno, né della
    propria salvezza. L'anima rifiuta coscientemente non solo
    tutte le meditazioni discorsive, ma anche ogni atto distinto
    quale il desiderio per la virtù, l'amore di Cristo, l'adorazione
    delle persone divine, per restare semplicemente nella
    presenza di Dio in pura fede. Una volta che si sia
    conseguito l'apice della perfezione il peccato è impossibile.
    Se questo è il quietismo, la tradizione esicasta è
    decisamente non quietista. Esychia significa non passività
    ma vigilanza, "non l'assenza di lotta ma l'assenza di
    incertezza e confusione". Anche qualora un esicasta sia
    avanzato al livello della "Theoria" o contemplazione, egli non
    deve desistere dall'impegno della "praxis" o azione, cercando
    con sforzo positivo di acquistare virtù e rigettare il vizio.
    Praxis e theoria, la vita attiva e la contemplativa, nel senso
    definito più sopra, non dovrebbero essere considerate come
    alternative, né come due stadi, cronologicamente successivi,
    l'uno cessante quando l'altro inizia; ma piuttosto come due
    livelli d'esperienza spirituale interpenetrantesi e presenti
    simultaneamente nella vita di preghiera. Ciascuno deve
    lottare al livello della praxis fino al termine della vita. Questo
    è il chiaro insegnamento di S. Antonio d'Egitto: "Il compito
    principale dell'uomo è d'essere memore dei suoi peccati al
    cospetto di Dio, e di aspettarsi tentazioni fino all'ultimo
    respiro. Chi siede nel deserto da esicasta ha sfuggito tre
    guerre: udire, parlare, vedere; ma c'è una cosa che deve
    continuamente combattere - la battaglia che è dentro il suo
    cuore".

    È vero che l'esicasta come il quietista, non usa la
    meditazione discorsiva nella sua preghiera, ma sebbene
    l'esychia comporti un "lasciare andare" o un "mettere da
    parte i pensieri e immagini", ciò non implica da parte
    dell'esicasta un atteggiamento di "completa passività", né l'
    assenza di "ogni atto distinto quale... l'amore di Cristo". Il
    "lasciare andare" del male o dei logismi banali, durante la
    ripetizione della "preghiera di Gesù", e la loro sostituzione
    con l'unico pensiero del Nome, non è passività, ma un modo
    positivo in sé stesso per controllare i pensieri. L'invocazione
    del nome è certamente una forma del "restare in presenza
    di Dio in pura fede", ma allo stesso tempo è contrassegnata
    da un attivo amore per il Salvatore e da un'acuta nostalgia
    di condividere ancora più pienamente la vita divina. I lettori
    della Filocalia non possono non restare colpiti dall'ardore di
    devozione mostrato da autori esicasti, dal senso di
    immediata e personale amicizia per il "mio Gesù".

    A differenza del quietista, l'esicasta non fa alcuna
    dichiarazione d'essere senza peccato o immune da
    tentazioni. L'apatheia o "indifferenza", di cui parlano i testi
    ascetici Greci, non è uno stato di disinteresse passivo o di
    insensibilità, e ancor meno una condizione in cui sia
    impossibile peccare.
    "Apatheia" dice S. Isacco di Siria: "Non consiste nel non
    sentire più le passioni, ma nel non accettarlè". Come insiste
    S. Antonio, l'uomo deve "aspettarsi tentazioni fino all'ultimo
    respiro" e con le tentazioni c'è sempre la genuina possibilità
    di cadere nel peccato. "Le passioni restano vive" dice abba
    Abraham "ma son legate dai santi". Quando un anziano
    afferma: "Sono morto al mondo" il vicino replica gentilmente
    "Non essere così fiducioso, fratello, finché non hai lasciato il
    corpo. Tu puoi dire: ' Sono morto ' ma Satana non è morto".
    Negli scrittori Greci a partire da Evagrio, apatheia è
    strettamente connessa con l'amore, ciò indica il contenuto
    dinamico e positivo del termine. Nella sua essenza
    fondamentale è uno stato di libertà spirituale, in cui l'uomo
    è capace di levarsi verso Dio con desiderio ardente. Non è
    una mera mortificazione delle passioni fisiche del corpo, ma
    la sua nuova e rinnovata energia; è uno stato dell'anima in
    cui l'ardente amore per Dio e per l'uomo non lascia spazio
    per passioni egoistiche e animalesche.
    A denotare il suo carattere dinamico, S. Diadoco usa la frase
    espressiva: "Il fuoco dell'apatheia". Tutto ciò a dimostrare
    l'abisso tra esicasmo e quietismo. Per venire ora alla
    seconda questione: dato per scontato che la tradizione
    esicasta di preghiera non è "quietista", in un senso sospetto
    ed eretico, fino a che punto essa è negativa nei confronti del
    mondo materiale e antisociale nel suo rapporto con gli altri?
    Questo dubbio può essere illustrato da una storia dei
    "Detti" su tre amici che divennero monaci. Il primo adotta
    come lavoro ascetico il compito di rappacificatore, cercando
    di riconciliare coloro che ricorrono alla legge l'uno contro
    l'altro. Il secondo cura gli ammalati ed il terzo va nel
    deserto. Dopo un certo tempo, i primi due diventano
    completamente logorati e scoraggiati. Per quanto duramente
    combattano, essi sono fisicamente e spiritualmente incapaci
    di fronteggiare tutte le richieste a loro poste. Prossimi alla
    disperazione, vanno dal terzo monaco, l'eremita, e gli dicono
    i loro affanni. Dapprima egli sta in silenzio; poi versa acqua
    in una ciotola e dice: "guardate". L'acqua è torbida e
    turbolenta. Attendono alcuni minuti. L'eremita dice
    "guardate ancora". Il sedimento è affondato e l'acqua
    interamente chiara; essi possono vedere i propri volti come
    in uno specchio. "Questo è ciò che avviene - dice l'eremita -
    a chi vive tra gli uomini: a causa della turbolenza non vede i
    suoi peccati, ma quando ha imparato la quiete, soprattutto
    nel deserto, riconosce le proprie colpe". Così finisce la
    storia. Non ci è detto come i primi due monaci abbiano
    applicato la parabola dell'eremita; forse saranno ritornati nel
    mondo portando dentro di sé qualcosa dell'esychia del
    deserto. In questo caso, le parole del terzo monaco
    sarebbero interpretate nel significato che l'azione sociale, di
    per sé stessa, non è sufficiente, se non c'è un centro
    immobile nel mezzo della tempesta. Se uno, pur nel mezzo
    delle sue attività, non preserva una stanza segreta nel
    cuore dove restare solo davanti a Dio, perde ogni senso di
    direzione spirituale e vien fatto a pezzi.
    Senza dubbio questa è la morale che molti lettori del XX
    sec. sarebbero propensi a trarre: tutti dobbiamo, in una
    certa misura, essere eremiti del cuore. Ma era questa
    l'intenzione originale della storia? Probabilmente no. Molto
    più facilmente essa fu intesa come propaganda in favore
    della vita eremitica nel senso più letterale e geografico. E ciò
    solleva subito l'intero problema dell'apparente egoismo e
    negatività di questo tipo di preghiera contemplativa. Qual è,
    allora, la vera relazione dell'esicasta con la società? Deve
    essere immediatamente ammesso che, similmente al
    movimento esicasta del XIV sec., nella rinascenza esicasta
    del XVIII sec., e nella Ortodossia contemporanea i centri
    principali di preghiera esicasta sono stati i piccoli sketes, gli
    eremitaggi che accolgono solo un minuscolo gruppo di
    fratelli, viventi come una piccola famiglia monastica
    strettamente integrata, nascosta dal mondo. Molti autori
    esicasti esprimono una preferenza definita per lo "skete" nei
    confronti dei cenobi completamente organizzati, la vita in
    una grande comunità è considerata troppo distraente per la
    pratica intensiva della preghiera interiore. Pure, anche se
    l'ambiente esterno dello "skete", considerato come ideale,
    pochi arriverebbero al punto di affermare che esso gode un
    monopolio esclusivo. Sempre il criterio è quello non della
    condizione esteriore ma del suo stato interiore. Certe
    condizioni esterne possono risultare più favorevoli di altre
    per il silenzio interiore; ma non c'è alcuna situazione di
    sorta che renda il silenzio interiore del tutto impossibile.
    S. Gregorio del Sinai, come abbiamo visto rimanda il suo
    discepolo Isidoro nel mondo; molti dei suoi compagni più
    vicini del monte Athos e del deserto di Paroria divennero
    patriarchi e vescovi, capi e amministratori della Chiesa.
    S. Gregorio Palamas, insegnò che la preghiera continua è
    possibile per ogni cristiano; concluse egli stesso la sua vita
    come arcivescovo. Il laico Nicola Cabasilas (XIV sec.)
    servitore civile e cortigiano, amico di molti celebri esicasti,
    afferma con grande enfasi: "Ciascuno dovrebbe mantenere
    la propria arte o professione. Il generale dovrebbe
    continuare a comandare, il contadino a lavorare la terra,
    l'artigiano a praticare la sua arte. E vi dirò perché: non è
    necessario ritirarsi nel deserto, prendere cibo senza sapore,
    cambiare d'abito, compromettere la propria salute, o fare in
    genere cose non sagge, perché è del tutto possibile
    rimanere nella propria casa senza abbandonare tutto ciò
    che si ha, eppure praticare la meditazione continua".
    Nello stesso spirito, Simeone il nuovo teologo insiste che la
    "vita più alta" è lo stato a cui Dio chiama ciascuno
    personalmente: "Molti considerano la vita eremitica come la
    più beata, altri la vita in una comunità monastica, oppure il
    lavoro di governo, di istruzione o di educazione o
    d'amministrazione della chiesa... Da parte mia, comunque,
    non porrei nessuno di questi modi di vita sopra gli altri, né
    loderei l'uno a scapito degli altri. Ma in ogni situazione è la
    vita per Dio ed in accordo a Dio che è veramente beata". La
    via dell'esychia è dunque aperta a tutti: l'unica cosa
    necessaria è il silenzio interiore non esteriore. E sebbene
    questo silenzio interiore presupponga il "mettere da parte"
    le immagini nella preghiera, l'effetto finale di questa
    negazione è l'asserzione vivida del valore ultimo di tutte le
    cose e di tutte le persone in Dio. La via della negazione è
    contemporaneamente la via della superaffermazione. Ciò
    risulta molto dalla "Via del pellegrino". L'anonimo russo che
    è l'eroe del racconto trova che la costante ripetizione della
    "preghiera di Gesù" trasfigura la sua relazione con la
    creazione materiale, cambiando tutte le cose in un
    sacramento della presenza di Dio e rendendole trasparenti.
    "Quando... pregavo con tutto il mio cuore" egli scrive "tutto
    attorno a me sembrava delizioso e meraviglioso. Gli alberi,
    l'erba, gli uccelli, la terra, l'aria, la luce sembravano volermi
    dire che esistevano per amore dell'uomo, che
    testimoniavano l'amore di Dio per l'uomo, che tutto provava
    l'amore di Dio per l'uomo, che tutto pregava a Dio e cantava
    la sua lode. Così arrivai a capire quello che la Filocalia
    chiama: la conoscenza del linguaggio di ogni creatura ...
    sentii un ardente amore per Gesù Cristo e per tutte le
    creature di Dio". Analogamente l'invocazione del Nome
    trasforma la relazione del pellegrino con i suoi simili "...
    ripartii per il mio pellegrinaggio. Ma ora non camminavo più
    come prima, pieno di preoccupazioni. L'invocazione del nome
    di Gesù rallegrava il mio cammino. Tutti erano gentili con
    me era come se ciascuno mi amasse... se qualcuno mi fa del
    male, mi basta pensare 'come è dolce la preghiera di Gesù' e
    l'offesa e la rabbia svaniscono e dimentico tutto". Un
    'ulteriore evidenza della natura affermativa dell'esychia
    rispetto al mondo, è da trovarsi nella posizione centrale data
    dagli esicasti al mistero della trasfigurazione. Il metropolita
    Antony Bloom dà una impressionante descrizione delle due
    icone della trasfigurazione che vide a Mosca, una di Andrei
    Rublev e l'altra di Teofane il greco: "L'icona di Rublev mostra
    Cristo nello splendore delle sue abbaglianti vesti bianche
    che illuminano tutto ciò che è attorno. Questa luce cade sui
    discepoli, sulle montagne e le pietre, su ogni filo d'erba. In
    questa luce, che è... la Gloria divina, la luce divina stessa
    inseparabile da Dio, tutte le cose acquistano una intensità
    di essere che non potrebbero altrimenti avere; in essa
    raggiungono una pienezza di realtà che è possibile avere
    solo in Dio". Nell'altra icona "le vesti di Cristo sono
    argentate dai riflessi blu, e i raggi di luce che emanano
    attorno sono pure bianchi argento e blu. Tutto dà
    un'impressione di minore intensità. Poi si scopre che tutti
    questi raggi di luce che cadono dalla presenza divina... non
    danno rilievo ma trasparenza alle cose. Si ha l'impressione
    che questi raggi di luce divina tocchino le cose o affondino
    in esse, le penetrino, tocchino qualcosa dentro di esse
    cosicché dal nucleo delle cose, di tutte le cose create, la
    stessa luce riflette e risplende come se la vita divina
    accrescesse le capacità e potenzialità di ogni cosa e le
    facesse tutte tendere verso se stessa. A questo punto la
    situazione escatologica è realizzata nelle parole di S. Paolo
    "Dio è tutto in tutto". Tale è il duplice effetto della "Gloria"
    della trasfigurazione: di far risaltare ogni cosa e ogni
    persona in perfetta distinzione, nella sua essenza, unica e
    irripetibile; e allo stesso tempo di rendere ogni cosa e ogni
    persona trasparenti, da rivelare la presenza divina al di là e
    dentro di loro.
    Lo stesso duplice effetto è prodotto dall'esychia. La
    preghiera del silenzio interiore non è negativa rispetto al
    mondo, ma anzi gli dà risalto. Permette all'esicasta di
    guardare al di là del mondo verso l'invisibile creatore; e in
    questo modo gli permette di ritornare al mondo e di vederlo
    con occhi nuovi. Viaggiare, è stato spesso detto, è ritornare
    al punto di partenza e vedere di nuovo la nostra casa, come
    per la prima volta. Ciò è vero del viaggio della preghiera
    come anche di altri viaggi. L'esicasta può apprezzare il
    valore di ogni cosa più del sensuale o del materialista,
    perché vede ciascuna in Dio e Dio in ciascuna.
    Non è per caso che nella controversia Palamita del XIV sec.,
    San Gregorio ed i suoi sostenitori esicasti erano impegnati a
    difendere precisamente le potenzialità spirituali della
    creazione materiale ed in particolare il corpo fisico
    dell'uomo. Tale, in breve, è la risposta a quelli che vedono
    l'esicasmo come negativo e dualista nel suo atteggiamento
    verso il mondo. L'esicasta nega per riaffermare; si ritira per
    ritornare. Con una frase che riassume la relazione tra
    esicasta e società, tra preghiera interiore ed azione
    esteriore, Evagrio Pontico dice: "Monaco è chi è da tutto
    separato e a tutto unito". L'esicasta opera un atto di
    separazione esternamente, ritirandosi in solitudine;
    interiormente "mettendo da parte i pensieri". Eppure
    l'effetto di questa fuga è di congiungerlo agli uomini più
    intimamente di prima, di farlo più profondamente sensibile
    ai bisogni altrui, più acutamente consapevole delle loro
    possibilità nascoste. Ciò è visibile con maggior evidenza nel
    caso dei grandi "startsi". Uomini come S. Antonio d'Egitto e
    S. Serafino di Sarov vissero per decenni in silenzio totale ed
    isolamento fisico. Eppure l'effetto ultimo di tale isolamento
    fu di conferir loro chiarezza di visione ed eccezionale
    compassione.
    Proprio perché avevano imparato ad essere soli, potevano
    identificarsi istintivamente con gli altri. Potevano discernere immediatamente le caratteristiche profonde di ogni uomo e forse parlare con due o tre sole frasi, ma quelle poche parole erano la sola cosa che, in quella particolare occasione, si doveva dire. S. Isacco dice che è meglio acquistare purezza di cuore che convertire intere nazioni di pagani. Non è che egli disprezzi il lavoro di apostolato, ma vuol dire che finché non si sia ottenuta una certa misura di silenzio interiore, è improbabile che si converta qualcuno a qualsiasi cosa. Questo è reso menoparadossalmente da Ammonas discepolo di Antonio (IV sec.): "Perché essi avevano prima praticato profonda esychia, essi possedettero il potere di Dio abitante in loro; e poi Dio li mandò in mezzo agli uomini".
    E anche se molti solitari non sono mai, in pratica, rimandati al mondo come apostoli o startsi, ma continuano la pratica di silenzio interiore per tutta la vita, completamente sconosciuta agli altri, ciò non significa che la loro nascosta contemplazione sia inutile e la loro vita sprecata. Essi servono la società non con lavori attivi, ma con la preghiera;non con ciò che fanno, ma con ciò che sono,non esternamente ma esistenzialmente.Essi possono dire con le parole di S. Macario di Alessandria:"Sto a guardia delle mura"

 

 
Pagina 1 di 2 12 UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. Per la difesa della cultura umanistica italiana
    Di Carlos Wieder nel forum Patria Italiana
    Risposte: 41
    Ultimo Messaggio: 18-02-24, 14:42
  2. Alcune considerazioni
    Di Daniele nel forum Prima Repubblica di POL
    Risposte: 22
    Ultimo Messaggio: 02-05-13, 16:29
  3. Ecco come sbugiardo alcune frasi di Anita Garibaldi ieri a Porta a Porta
    Di lasteccanelcoro nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 17
    Ultimo Messaggio: 05-05-08, 12:58
  4. Alcune considerazioni
    Di adso88 nel forum Centrosinistra Italiano
    Risposte: 8
    Ultimo Messaggio: 07-02-08, 16:20
  5. Alcune considerazioni
    Di Der Wehrwolf nel forum Centrodestra Italiano
    Risposte: 4
    Ultimo Messaggio: 27-07-02, 17:06

Chi Ha Letto Questa Discussione negli Ultimi 365 Giorni: 0

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito