Tanti anni fa un politologo americano, Harold J. Lasky, si è occupato di un tema do odierna attualità, (l’imprenditore-politico) nel suo studio «Democrazia in crisi» (in Italia, Laterza, 1935): «E’ significativo che in tutta la storia della democrazia parlamentare non ci sia stato in alcun paese un grande statista che fosse anche uomo d’affari. La ragione è semplice: l’opinione pubblica non ha mai potuto ammettere la pretesa del capitalista di essere fiduciario dell’interesse pubblico. Essa lo ha sempre considerato per quello che è, uno specialista del fare danaro e non ha mai effettivamente creduto che un senso di responsabilità fuori dall’ambito ristretto dei suoi interessi. Certo, non v’è ragione di dubitare della sua sincerità quando crede che il suo benessere privato coincida col bene pubblico. Ma la particolare psicologia del suo ruolo gli impedisce di capire quanto sono profonde le sue limitazioni. Accetta dai tribunali solo le sentenze della «sua» giustizia. Quanto più strenuamente l’imprenditore-statista si difende, tanto più aspra sarà l’opposizione che incontra. Alla democrazia rappresentativa non rimane che respingere le pretese dell’uomo d’affari oppure essa, sia in bene che in male, non sarà più né rappresentativa né democratica».
Notate le prime righe del brano di Lasky, quando dice che «in tutta la storia della democrazia parlamentare non era mai accaduto...».
L’edizione americana era del 1933. E’ finito il secolo, ne è cominciato uno nuovo e l’affermazione resta vera. «Non è mai accaduto» perché come spiega l’autore, è innaturale che accada.
Già; innaturale.
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