STATI UNITI
In Georgia
La guerra globale richiede una presenza globale. L'imperatore non può fidarsi dei vassalli. Per questo deve mandare dovunque i suoi fedeli, a controllare la situazione
GIULIETTO CHIESA - http://www.ilmanifesto.it
Vladimir Putin ha ingoiato anche il quarto rospo. Dopo l'arrivo di truppe americane in Uzbekistan, Tagikistan, Kirghizia, è ora la volta della Georgia. Resta l'interrogativo solo sul Turkmenistan, ma anche vicino al deserto del Karakum, con ogni probabilità, da qualche parte, segretamente, sventola la bandiera a stelle e strisce. Turkmenbashi non vuole guai, e preferisce non dare troppa pubblicità, ma è assai difficile che possa avere resistito alle pressioni di Washington e alle allettanti prospettive degli oleodotti in partenza dal suo paese, attraverso l'Afghanistan "americanizzato", verso il Golfo Persico.
Quando arrivò, pochi giorni fa da Washinghton, la notizia del 200 "consiglieri" Usa stavano per sbarcare a Tiblisi la stampa russa diede in escandescenze.
Il troppo è troppo", scrisse un commentatore di solito molto filo-americano. E, con lui, quasi tutto lo schieramento, dall'estrema destra all'estrema sinistra, levò alti lai contro l'espansione americana ormai fin dentro il cortile di casa che fu prima imperiale russo, poi sovietico.
Due furono i motivi della protesta. Uno formale: Shevardnadze aveva trattato con Washington senza nemmeno informarne Putin. Il quale l'aveva saputo, a cose decise, dal Dipartimento di Stato. L'altro sostanziale: cosa vengono a fare in "casa nostra"? Quanto resteranno?
Certo l'argomento di Washington era forte: siamo venuti perché chiamati. E quello georgiano era l'altra faccia della medaglia: li abbiamo chiamati perché ci aiutino a combattere i terroristi, proprio gli stessi che usano la gola del Pankisi come retrovia per colpire la Russia in Cecenia.
Ma non bastarono le giustificazioni, solo a prima vista sincere. I georgiani, è evidente, non hanno affatto intenzione di aiutare i russi contro i ceceni. Non l'hanno fatto fino a ieri, non si vede perché dovrebbero farlo adesso. In realtà l'aiuto americano sarà usato assai presto contro i due secessionismi georgiani che dilaniano la repubblica praticamente dalla fine dell'Urss: quello dell'Ossetia del Sud (che vuole associarsi alla Federazione Russa unificandosi con l'Ossetia del Nord ); e quello, ben più serio, dell'Abkhazia, proclamatasi indipendente dalla Georgia, non senza l'aiuto di Mosca (e rimasta tale in questi ultimi nove anni solo perché aiutata dai militari di Mosca).
Il gioco degli Stati Uniti è stato quello di promettere a Shevardnadze la riunificazione del paese in cambio di mano libera contro i terroristi. A Washington il proprio tornaconto, a Tbilisi altrettanto. C'è solo da tenere presente che i due tornaconti non sono identici.
La prima reazione ufficiale del Cremlino è stata più che fredda, gelida. "Mosca ha ben fondate preoccupazioni che un coinvolgimento diretto di soldati statunitensi nella battaglia contro il terrorismo in Georgia potrebbe complicare ulteriormente la situazione nella regione". Parola d'alto livello perché per bocca niente meno che del ministro degli esteri Igor Ivanov. Ma è stato subito evidente che Mosca non poteva opporsi alla mossa di Tbilisi e Washington.
Sono bastati due giorni perché il Cremlino, per bocca questa volta di Vladimir Putin in persona, accettasse il fatto compiuto: con un argomento formalmente ineccepibile. "Se parliamo di lotta contro il terrorismo nella gola del Pankisi noi dobbiamo appoggiare quella lotta non importa chi vi sia impegnato, americani, o partners europei, o i nostri colleghi georgiani". Fedele ai patti, davvero? Putin trangugia amaro, ma trangugia. "Se (l'aiuto americano, ndr) lo chiedono i paesi dell'Asia Centrale, perché non dovrebbe potere la Georgia?".
Qui si coglie una punta di acrimonia, ma non molto di più. Il linguaggio è frenato, prudente. Il resto è constatazione di impotenza allo stato puro. Mosca non può offrire niente a Tbilisi. Washington arriva offrendo a una paese alla disperazione qualcosa come 64 milioni di dollari per equipaggiare e istruire quattro battaglioni di 300 uomini ciascuno. Cioè un piccolo esercito di 1200 uomini, al completo di armi leggere, veicoli, sistemi di comunicazione. In più Eduard Shevardnadze ha già in tasca la promessa di elicotteri, carri armati, blindati, artiglieria pesante di produzione americana. Col che la Georgia diventa un'appendice militare degli Stati Uniti, poiché tutti quegli armamenti saranno coniugati con consiglieri e istruttori militari americani, permanentemente stazionanti nel paese.
E solo un cieco può non vedere che molte di queste cose serviranno assai più contro l'esercito della soi-disant repubblica di Abkhasia che non contro i ribelli islamici di Cecenia. Vladimir Putin non è un ingenuo, e neppure un cieco e, quindi, sa perfettamente tutto ciò. Ma pensa che gli convenga di più fingere di non essersene accorto. Che gli convenga davvero, o meno, è altra questione, alla quale dare risposta non è facile. Forse pensa che, per ora, è meglio lasciar fare agli americani, per incamerare una sconfitta definitiva della guerriglia cecena. Poi si vedrà, quando i tempi saranno migliori. Certo è che Mosca ha già subito una lunga serie di affronti e non è chiaro se sia afflitta da masochismo e se prepari una vendetta di lunga prospettiva.
Chi ha capito tutto, al volo, è Vladislav Ardzinba, il presidente di Sukhumi, che si è affrettato a chiedere a Mosca l'associazione dell'Abkhazia alla Federazione Russa. Creando sicuramente un vasto moto di consenso popolare, perché le spiagge di Sukhumi, regalate alla Georgia da Ghennadij Burbulis, tornerebbero di nuovo russe. Ma per Vladimir Putin dirgli di sì sarà pressoché impossibile, perché equivarrebbe a dichiarare guerra alla Georgia. Anche se dirgli di no rischia di essere una mossa oltremodo impopolare in Russia, specie tra i militari, ma non solo.
Eppure sarà questa la decisione. George Bush, infatti, non sarebbe contento di un comportamento così irrispettoso, anche se bisognerebbe prima spiegargli dov'è la Georgia, e che la Georgia di cui si parla è altra cosa rispetto alla Georgia repubblica della Confederazione. Così procede, per ora, la guerra asimmetrica dell'imperatore contro il terrorismo internazionale. Con questa caratteristica, che diventa sempre più evidente con il passare dei giorni e delle settimane: che, dopo ogni "vittoria" (anche se non è sempre del tutto chiaro cosa significhi vittoria, dopo quello che sta succedendo in Afghanistan), restano le basi militari americane e s'instaura una dipendenza politica diretta da Washington.
E' accaduto in Kosovo; sta accadendo nello Yemen, dove arrivano i consiglieri americani; sta accadendo nelle Filippine, dove l'esercito Usa è già in azione; sta accadendo discretamente in Sudan, dove la leadership locale pare preoccupata soprattutto di non dispiacere a Washington e si appresta a fare quanto le verrà dettato.
Adesso tocca alla Georgia, che non ha scelta. Semmai i georgiani dovrebbero finalmente cominciare a chiedersi se era questa l'indipendenza che volevano quando inneggiarono a Gamsakhurdia e lo elessero trionfalmente presidente. Ma chissà se a Tbilisi c'è ancora qualcuno che ha voglia di ricordarsi quella storia.
In ogni caso è una storia che a Washington non interessa. Ai vinti non si chiede permesso. La guerra globale richiede una presenza globale. L'imperatore non può fidarsi dei vassalli. Per questo deve mandare dovunque i suoi fedeli, a controllare la situazione.




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