Pugnalati alla schiena
di Diego Gabutti
La battaglia del Salone del Libro è solo la prima
La Francia ci rinfaccia ancora d'averla attaccata
E considera i nostri governi totalitari e fascisti
Gli intellettuali fuoriusciti? Come nemici abbiamo di meglio
Beh, siamo in guerra con la Francia, e che nessuno si faccia illusioni. Ce n’est q’un debut: la battaglia del Salone del Libro parigino è soltanto la prima di molte scaramucce. Ne seguiranno presto altre, che combatteremo all’ultimo sangue (e all’occorrenza anche alll’ultimo barattolo pieno di merda, come ieri a Parì) sul fronte delle fiere dei vini, nelle trincee delle sfilate di moda, sulle barricate delle sagre del formaggio tipico. E adesso nessuno si finga stupito, per favore. Dovevamo aspettarcelo che la Francia, alla quale l’Italia di Mussolini Dux dichiarò guerra per mare e per terra solo dopo che Hitler l’ebbe invasa e conquistata, ci avrebbe restituito prima o poi la pugnalata alla schiena.
Per la Francia colta e cerebrale, per gl’intellos di sangue puro, eredi dei giacobini ma soprattutto della filosofia zerbinotta degli anni settanta, agli occhi dei seguaci della postmodernità lyotardiana, della nouvelle philosophie, del tardo situazionismo frou frou e e del divenire molteplice deleuziano, i governi e i partiti politici italiani sono sempre gli stessi. Vale a dire che sono uno più totalitario e fascistone dell’altro. Facce cespugliose, pugni sui fianchi, mascelle quadrate. Non è la prima volta, del resto, che la Francia radical ci mette alla gogna, accusandoci del peggiore dei delitti: lesa sinistra chic.
Oggi scatenano il Salone del Libro contro Berlusconi e i suoi manipoli, colpevoli di bivaccare nelle aule sorde e grige delle istituzioni rappresentative, ma soltanto una o due stagioni or sono, nel formidabile 1977, quando il Pci e il sindacato avevano avuto il torto e il cattivo gusto di schierarsi contro l’autonomia operaia, gli ultras della P38 e gl’indiani metropolitani, intellos e gazzettieri della rive gauche erano scesi in massa a Bologna, dove avevano firmato appelli e tuonato nelle assemblee, accusando proprio il Pci e la Cgil (cioè la sinistra onesta e pulita che oggi difendono) d’essere organizzazioni poliziesche e fascistone, facce quadrate, mascelle cespugliose. Berlusconì, agli occhi dell’intellighenzia franciosa, non è dunque il primo avatar del Puzzone in terra italiana ma solo uno dei tanti: l’ultimo in ordine di tempo. Prima del Chevalier c’erano già stati Berlinguer e Lamà. Altri, prevedibilmente, ce ne saranno in futuro.
Pugnalata alle spalle da Mussolini, la Francia politica e intellettuale risponde dunque smerdando Vittorio Sgarbi, che non sarà un Althusser e nemmeno un Foucault ma che non è neppure uno squadrista, per quanto esibisca in ogni occasione un certo look gaglioffo e incazzoso, da legionario fiumano incravattato. Ogni esercito, d’altra parte, ha i generali che si merita: loro francesi la signora ministra Catherine Tasca che detesta Berlusconì ma ammira Castrò, noi italiani un sottosegretario in quota Telemarket che prende a pacchere i tapiri d’oro ed entra ed esce nottetempo dai musei, come Belfagor dal Louvre nel vecchio feuiletton televisivo. Tra i nostri nemici, oltre agli intellos con l’erre moscia postmaoista, andrebbero calcolati per la verità anche i fuorusciti italiani della dimanche, i Tabucchì e i Consolò e i Camillerì, che si sono costituiti in Comitato di Resistenza antiberlusconiana, come gli antifascisti (veri e seri) della Concentrazione parigina ai tempi del Dux, della Guerra di Spagna e delle Brigatre Internazionali. Ma francamente questi qua è già difficile calcolarli come intellettuali. Perciò passons. Come nemici, oltretutto, abbiamo di meglio: terroristi, clericali e demagoghi.




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