di Gianni Vattimo
Il mondo rovesciato, non c'è un altro termine che venga in mente. Il padrone del partito di Bossi e Sgarbi, oltre che delle televisioni, il raccontatore di barzellette e il «cornificatore» di foto di gruppo di statisti, lui chiama gli intellettuali di sinistra italiani una banda di clown. Lui che ha fatto più di chiunque altro per confermare e intensificare in tutto il mondo l'immagine buffonesca della società e della politica italiana, e che gli italiani stessi che lo votano considerano prima di tutto un simpatico briccone, lui ci chiama clown. Anche solo questa spudoratezza verbale basterebbe a far capire quale modello di libero dialogo sociale Berlusconi persegua. Tutto a rovescio: vuole limitare la libertà sindacale e le garanzie del lavoro, ma dice e fa credere che sia per difendere i diritti dei giovani e creare nuova occupazione.
Vuole difendersi dai processi, ma dice di fare la riforma della giustizia. Vuole rimanere padrone di mezza (?) Italia, ma sostiene di aver fatto la migliore possibile legge sul conflitto di interessi. Si vanta persino di rispettare e affermare con la sua politica le ragioni dei deboli e i valori della famiglia.
Comprereste mai un'auto usata da un personaggio simile? La domanda che si faceva polemicamente ai tempi di Nixon e del suo Watergate si attaglia perfetamente al nostro indigeno tricky Dick. Ogni volta che sentiamo parlare forzisti in buona fede (ce ne sono, anche se fatichiamo a crederlo), per esempio quando sentiamo l'appassionata perorazione di Renato Brunetta a Suscià a proposito dell'articolo 18, ci rimproveriamo di non esaminare con più distacco e obiettività le ragioni pro e contro la riforma, come dicono del «mercato del lavoro». Ma come dimenticare chi è che comanda tutto questo gioco, come prender sul serio l'archetipo del bugiardo che occupa la poltrona di capo del governo? E come prender sul serio coloro che ci invitano a prenderlo sul serio? Non c'è nessun moralismo eccessivo, nessuna spocchia intellettuale in tutto questo. L'odio che Berlusconi ci rimprovera di nutrire nei suoio confronti è solo elementare e prudentissima diffidenza, giustificata da quel (poco, invero) che sappiamo di lui. Mettiamo pure che sia una pregiudiziale, come lo stralcio dell'articolo 18. Perché la destra italiana, se c'è qualcosa che possa chiamarsi tale al di là dell'azienda del Cavaliere, non prende atto che il vero ostacolo al «cambiare l'Italia», a liberare il mercato del lavoro, a porre le basi di una democrazia più autentica, è per l'appunto Berlusconi stesso? Quello di cui ci si sta rendendo conto in questi mesi - attraverso l'inaspettata rinascita della «piazza» politica e sindacale italiana, ma anche attraverso le sempre più evidenti smagliature del sistema di potere berlusconiano, i contrasti tra i Pera e Casini da un lato,i Bossi, i Tremonti e Martino dall'altro - è che anche le riforme più accettabili sognate dalla destra non si potranno fare in un'Italia minacciata dall'imporsi di uno stato patrimoniale, dal ritorno all'identità tra sovrano politico e padrone. Raccontano che l'avvocato Agnelli abbia detto, anni fa (ora non sembra crederci più), che in Italia una politica di destra può farla solo un governo di sinistra. Non l'intenderemmo proprio così: ma il senso accettabile della battuta è che, sicuramente, questa destra italiana, se non si libera dal suo (e nostro, sempre più) padrone, non produrrà se non sconquassi, lacerazioni del tessuto sociale, crescita di una opposizione anche violenta. Il superclown Bossi, invece, crede che il terrorismo rinasca per colpa dei sindacati; si guardi piuttosto in casa, se vuol capire qualcosa di ciò che succede.
l'Unità 28 marzo 2002


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