"Heri dicebamus", come avrebbero detto i nostri padri per riprendere un discorso incompiuto. Dicevamo, noi giuristi "riformisti" - Giugni, Grandi, Treu, Ichino, io stesso - da molti anni, quello che Marco Biagi ha continuato a ripetere dalle colonne di questo giornale e del Sole 24 Ore, fino alla vigilia del suo assassinio: il sistema garantista-promozionale consacrato dallo Statuto dei lavoratori, ivi compreso l'art. 18, richiede un sostanziale aggiornamento, per renderlo più efficace e più giusto. Personalmente ho espresso molte più perplessità sull'impatto sistematico del disegno di legge delega sul mercato del lavoro che sul punto costituito dal varo di alcune eccezioni parziali e temporanee alla reintegra in caso di licenziamento senza giusta causa.
Dubito, però, che questo sia il momento del ragionare pacato, come testimonia lo spettacolo non edificante di un mite e coraggioso "eroe borghese" strattonato a destra e a manca. Marco era un giurista ed un comparativista raffinato, come tale ben sapeva che la tutela reale non era stata costituzionalizzata dal Giudice delle leggi, e non dominava un panorama d'oltralpe caratterizzato da un tasso di attività più elevato e di disoccupazione più basso. Ma non era e non pretendeva di essere un economista, capace di coltivare granitiche certezze circa la fertilità occupazionale del progettato ritocco dell'art. 18. Marco era un riformista, consapevole, come testimonia la chiusa del suo ultimo scritto, che le riforme vere devono camminare sul consenso, ma non possono farlo sull'unanimismo.
Se non è il momento del ragionare pacato, certo lo può essere di un raffreddamento che, però, chiede il classico passo indietro di tutti i protagonisti. Si potrebbe ripartire da un dato ben noto agli operatori giuridici, magistrati, professori, avvocati, che, cioè, il problema dell'art. 18 è di "costo" di un accertamento giudiziario interminabile e imprevedibile, assai più e prima che di "rilievo" di una reintegra, quasi sempre monetizzata a richiesta dello stesso lavoratore. Non occorre riprendere qui le molte cose scritte e riscritte sula necessità di valutare la strada alternativa dell'arbitrato.
Non solo, perché quando si parla di reintegra, si parla anzitutto del periodo fra il licenziamento e l'accertamento giudiziale definitivo: non pare equo scaricarlo completamente sul datore di lavoro, perdente in uno qualsiasi dei gradi del giudizio; meglio sarebbe forfetizzarlo, non solo con un minimo ma anche con un massimo, chiamando eventualmente in causa per il residuo un fondo costituito ad hoc. Da sinistra si vuole lo stralcio, da destra, si risponde con un fermo rifiuto. Basterebbe accordarsi per un ritorno al tavolo dei negoziati che per il momento la questione della sanzione non verrà toccata; mentre potrà esserlo quella relativa all'accellerazione dell'iter processuale ed alla attenuazione del costo datoriale relativo al periodo fra il licenziamento e l'accertamento giudiziale definitivo.
Forse Marco Biagi sarebbe d'accordo. Lo penso solo a voce alta, perché i morti possono segnare il cammino ma i vivi mantengono tutta per loro la responsabilità di sceglierlo e percorrerlo
di Franco Car da
Il Resto Del Carlino


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