Al «Minotauro» conferenza di Silvio Pozzani e Giovanni Masciola per la Dante Alighieri
Garibaldi in città, tra luci e ombre
Venne nel marzo 1867 per saggiare i sentimenti italiani del popolo
VERONA - Si è tenuto allla libreria «Il Minotauro» in via Cappello il primo incontro della serie promossa dal comitato scaligero della Società Dante Alighieri in collaborazione con la stessa libreria. Hanno parlato di Garibaldi a Verona e delle camicie rosse scaligere Silvio Pozzani, presidente dell'Associazione Mazziniana d'Italia sezione di Verona, e Giovanni Masciola, giornalista pubblicista.
Masciola ha esordito sottolineando la consistenza del numero dei garibaldini veronesi partiti da Quarto: ventiquattro. Né i veronesi parteciparono solo alla liberazione del regno borbonico. Combattenti scaligeri fra le schiere di Garibaldi erano presenti anche a Roma nel 1849, nella seconda guerra d'indipendenza nel 1859, sul fronte del Tirolo, nel 1866. Notizie e fotografie dei nostri garibaldini sono state raccolte negli anni proprio da Silvio Pozzani, che ha pubblicato diversi articoli sull'argomento.
Combattente della repubblica romana fu il diciassettenne veronese Giulio Emanuelli, distintosi a villa Spada il 30 giugno 1849 e catturato dagli austriaci al largo di Cesenatico, nel tentativo di raggiungere Venezia non ancora arresasi agli asburgici. Folto il gruppo dei legnaghesi: erano ben sette. L'unico caduto fu uno di loro: Girolamo Gilieri, ucciso da una cannonata a Palermo nel maggio del 1860. E Legnago fu l'unica piazzaforte del quadrilatero a ribellarsi contro gli austriaci. Fra le testimonianze scritte di quei tempi bellissime le memorie del pittore veronese Angelo Pegrassi, volontario nel 5° reggimento dei cacciatori delle Alpi a Bezzecca.
Masciola ha concluso rimarcando il disinteresse della generazione che fece l'Italia. La gran parte dei garibaldini morì infatti povera.
Silvio Pozzani ha ricordato come il bambino veneto che è comparso nella recente fiction di Raiuno fosse realmente esistito. Si chiamava Giuseppe Marchetti, era di Chioggia e divenuto adulto morì di fame, dimenticato da tutti. Una legge del Regno stabilì nel 1865 la corresponsione d'una pensione di 83 lire mensili ai partecipanti alla liberazione delle due Sicilie, somma ben presto erosa dall'inflazione. Al contrario di quel che si diceva, la classe dirigente dell'Italia unita non era affatto disonesta.
Giuseppe Garibaldi venne a Verona il 7 e l'8 marzo del 1867, accolto da una folla immensa. Ripassò da Verona l'11 marzo, dove al caffè della stazione compì il famoso battesimo laico del figlio del sarto Amadio Sommacampagna. L'Eroe dei due mondi pronunciò le parole: "Ti benedica il Cristo, battezzatore dell'umanità." Al bimbo fu posto il nome di Chiassi, cognome del colonnello mantovano comandante il 5° reggimento, quello di Pegrassi, caduto eroicamente a Bezzecca. Era noto l'anticlericalismo di Garibaldi e nel marzo del '67 non mancò di scagliarsi contro il governo pontificio, che teneva ancora Roma e il Lazio.
A Verona Garibaldi era venuto per saggiare i sentimenti italiani del popolo e per appoggiare i candidati della sinistra alle prossime elezioni. La risposta dei veronesi fu esaltante per un verso, negativa invece sul piano politico, quando peraltro il voto era censitario. Pozzani ha rammentato come le parole del condottiero ai cittadini di Verona fossero: "Curate l'istruzione del popolo, perché da quella deriva la rigenerazione dell'Italia e naturalmente esercitatevi nel tiro della santa carabina." E naturalmente in piazza Bra', davanti a una folla strabocchevole, lanciò il grido di battaglia coniato a Marsala nel '62: "O Roma o morte".
tratto da http://www.larena.it/




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