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Discussione: VADEMECUM Repubblicano

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    Predefinito tratto da http://www.pri.it

    Una ricorrenza per parlare di valori e relativismo culturale

    Intervento presentato a Ospedaletto, 16 settembre 2005, nell'ambito delle giornate repubblicane.

    di Gianni Ravaglia

    Al di là delle varie interpretazioni filosofico - culturali, che lascio a chi meglio di me ha approfondito i caratteri del mazzinianesimo, ritengo importante rilevare che in Mazzini, a differenza di altri pensatori liberali, l'idea di libertà è innervata dal concetto del dovere che comporta l'esigenza di rafforzare le virtù civiche dei cittadini, la loro integrazione civica, per realizzare, a cominciare dalla famiglia, un superiore interesse nazionale e, quindi, universale.

    Non so se l'indubbio successo delle manifestazioni per il bicentenario della nascita di Mazzini abbiano lasciato il segno nella riproposizione del pensiero che sottende tutta l'opera del maestro e cioè che uno stato democratico, una repubblica, non può vivere se non ha valori condivisi che ne sostengano le fondamenta.

    Credo comunque che la misura del successo delle celebrazioni di questo bicentenario sarà dato dalla sensibilizzazione che avremo fornito all'opinione pubblica circa l'esigenza di recuperare quei concetti di repubblicanesimo e di religione civile, che sono propri del pensiero mazziniano, quali presupposti di valore del nostro stato laico democratico e che vorremmo diventassero valori universali.

    Trovo decisivo riscoprire tali concetti per vari motivi.

    Innanzitutto, dalla nascita dello stato italiano ad oggi il tema dell'identità italiana, dello scoprire la ragion d'essere del nostro stare insieme come Stato o per meglio dire come Patria comune, ha coinvolto un dibattito tra cattolici e laici, tra liberalismo e totalitarismo, tra il valore della giustizia e quello della libertà, sul significato della resistenza, sulla validità dei principi inseriti nella nostra Carta Costituzionale. Di fatto però l'unico riconoscimento univoco che si è riusciti ad ottenere è il valore dello Stato democratico laico, inteso come non etico.

    Per il resto un comune sentire circa l'identità della nazione è ancora condizionato da conflitti atavici.

    Il problema che io mi pongo allora è questo: se ancora non abbiamo un comune sentire nazionale, pure in una normale dialettica che almeno riconosce il vincolo della democrazia, come faremo ad affrontare la nuova sfida, che si pone a tutto l'occidente, del fondamentalismo islamico, che invece non riconosce questo vincolo, che ancora concepisce solo lo stato etico, che neppure sa declinare la parola libertà, che non esiste nel lessico arabo?

    In secondo luogo si avverte in Italia la carenza di valori civili di base, condivisi, elemento questo cui fa da contrappeso l'affermarsi di un relativismo culturale di derivazione marxista, del quale l'espressione più problematica è un generico multiculturalismo, con effetti deleteri sul piano interno e internazionale, ma anche il potenziamento dell'unica supplenza valoriale oggi avvertita che è quella della Chiesa.

    Per intenderci, io penso che tra gli articoli più disattesi della nostra Costituzione vi sia l'articolo 4 che recita: "il cittadino deve concorrere al progresso spirituale e materiale della società". Cioè l'articolo dei doveri.

    Nel comune sentire dei cittadini la nostra pare essere solo una democrazia di diritti, ciò che manca è una cultura dei vincoli di cittadinanza. L'esempio, per non dire altro, del livello della nostra evasione fiscale, che attraversa tutti i ceti, è il sintomo più evidente dell'assenza di tali vincoli. Le grandi energie di solidarietà che pure esistono sono investite fuori dal quadro politico, dentro una realtà sociale che non sa o non vuole trasferire alla politica tali motivazioni. Cosicché la politica si dimostra incapace di fissare obiettivi che vadano oltre il menu di diritti individuali se non in alcuni casi delle licenze individuali e dei gruppi corporativi.

    Ciò che manca all'Italia è una diffusa cultura repubblicana.

    Cittadinanza, civismo, integrazione civica, patriottismo costituzionale, religione civile, interesse nazionale, sono tutti concetti propri di un lessico repubblicano.

    Se anche i laici vivono di rendita

    Non è il momento qui, dato il tempo a disposizione, di affrontare la complessità dei problemi che si pongono, mi basta denunciare un punto: anche la cultura laica in questi anni ha creduto di poter vivere di rendita sulle tesi dei suoi grandi maestri senza produrre riflessioni innovative.

    Il problema della secessione imposto dalla Lega, i nodi dello sgretolamento della famiglia, del ruolo delle scuola, i problemi dell'immigrazione, quelli del progressivo depauperamento delle condizioni di sviluppo della Nazione, i problemi immensi che pone lo sviluppo della bioetica, sono tutti temi che invece andrebbero approfonditi alla luce dei valori repubblicani.

    Così come credo vada approfondito il tema della religione civile.

    Come religione civile potremmo intendere -con G. E. Rusconi- un insieme di credenze che fanno riferimento ad una unità trascendente che fungono da legittimazione a una comunità politica e alla qualità della sua integrazione.

    Al di là della religione di chiesa, quella cristiana, nella tradizione italiana possiamo riconoscere due varianti di religione civile: quella crociana "di religione della patria come religione di libertà" e quella mazziniana che ci dice: "l'ordinamento politico di una nazione è un solenne atto religioso e nella parola ordinatrice la religione e la politica affratellano in bella e santa armonia. Il nome di Dio splenderà sull'alto edificio che la nazione innalzerà: il popolo ne sarà la base. E' Repubblica questa? E' Repubblica".

    Il potere temporale della Chiesa e la sua contrarietà all'unità della nazione ha poi fatto prevalere, negli interpreti del mazzinianesimo, concetti fortemente anticlericali tali da accantonare la forza e la modernità complessiva del messaggio mazziniano nella sua versione di una ricerca di una religione civile.

    Il ruolo della religione civile

    Ebbene io credo che, se il mazzinianesimo vuole svolgere un ruolo di interesse nazionale, riproponendo i valori propri di una identità nazionale per l'Italia, deve rivalutare anche il concetto di religione civile di Mazzini.

    Repubblicanesimo e religione civile provengono dallo stesso ceppo e sono due modi di completare le teorie della libertà promuovendo anche l'integrazione civica e il civismo, senza i quali la stessa libertà rischia di perire nell'arbitrio o nell'anarchia. In altri termini, senza negare ad alcuno, a cominciare da me stesso, il diritto al proprio umanesimo ateo, se riteniamo che per uno stato democratico sia essenziale avere cittadini liberamente consapevoli di avere vincoli di reciprocità e di cittadinanza, e se crediamo sia decisivo per l'Italia che i cittadini scoprano il legame repubblicano della reciprocità tra diritti e doveri, ritenendo tale legame fondamentale per una comunità politica che voglia configurarsi come nazione; dunque, come laici dobbiamo concedere, abbandonando quelle forme di anticlericalismo di cui ancora si ammanta certa cultura laicista, che i cittadini cattolici mantengano la propria autonomia dogmatica e istituzionale e avanzino con gli strumenti dello stato liberale le proprie richieste per il rafforzamento dell'identità religiosa, così come i cattolici debbono porsi l'obiettivo essi stessi di costruire una religione civile, riconoscere la forma liberale dello stato che ha compiti suoi propri separati da quelli della chiesa, nel reciproco riconoscimento di una comune identità nazionale. Un cattolicesimo liberale dunque in grado di riconoscere che, pur esistendo una storia di divisioni, esiste anche una comune identità nazionale.

    Dibattito a più voci

    A tal proposito credo sia importante approfondire il dibattito a più voci tra Pera, Habermas e il nuovo Papa Ratzinger, soprattutto laddove quest'ultimo ammette che "vi sono patologie della religione che sono assai pericolose e che rendono necessario considerare la luce divina della ragione come un organo di controllo, ma anche alla ragione-se si parla di bomba atomica e dell'uomo visto come prodotto- devono essere rammentati i suoi limiti ed essa deve imparare la capacità di ascolto nei confronti delle grandi tradizioni religiose dell'umanità".

    A mio parere i principi del repubblicanesimo e della religione civile rappresentano anche una risposta al relativismo culturale. Su questo piano ritengo si giochi il nodo dei rapporti culturali con la sinistra postcomunista e socialista. Crollato il muro di Berlino e il mito del totalitarismo di stampo marxista-collettivista, la sinistra, in debito di valori guida, nel rifiuto della cultura liberale e di quella repubblicana, non volendo smentire le proprie origini marxiste, ha abbracciato la filosofia relativista.

    Il relativismo nega che i valori possano essere oggettivamente fondati. Secondo questa concezione non esistono valori universali da condividere e da difendere, in base ai quali giudicare altre culture, altri regimi, altri valori, ciò in quanto gli uomini, i loro pensieri, sono solo frutto dell'ambiente e della cultura in cui vivono. Tale concezione in sostanza non riconoscere il valore liberale dell'autonomia dell'uomo come individuo pensante. Tale concezione invece è figlia del pensiero di Marx, che scrive: "non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere,ma è,al contrario, il loro essere che determina la loro coscienza".

    Dal relativismo è nato il concetto di multiculturalismo in forza del quale ogni cultura ha una sua valenza che è inutile giudicare. E così i valori che da Socrate in poi in occidente si sono ritenuti universali, della libertà , della democrazia, per tale scuola di pensiero, sono solo illusioni, credenze accettate in quanto appunto prevalenti nelle società occidentali.

    Dunque per impedire un giudizio storico di forte critica sul totalitarismo collettivista, il politicamente corretto della sinistra italiana ed europea, oggi vuole imporre un pensiero prevalente che non permette a noi, sulla base dei nostri valori occidentali liberali e repubblicani, di giudicare i regimi teocratici o quelli totalitari, né potremmo decidere di voler insegnare ad altre culture i valori della dignità dell'uomo e del suo essere capace di capovolgere la premessa marxista: di decidere il proprio essere e la propria storia con la propria coscienza.

    Esportare la democrazia

    Il dibattito attorno alla validità o meno della tesi di esportare la democrazia nei regimi che non solo ne impediscono lo sviluppo, ma che minacciano in vario modo lo sviluppo delle nostre società, ha al fondo una valutazione su tali aspetti.

    Anche il comportamento che dovremo tenere nei confronti dell'immigrazione discende dall'aver sciolto tale nodo ideale e politico. Sergio Romano sul "Corriere della Sera" scrive che lui non si preoccupa se in futuro potremo avere un Italia islamica. Non so perché Romano la pensi così, so però che questo è il vero obiettivo della sinistra marxista, che preferisce l'islamismo al liberalismo.

    Io invece mi preoccupo , non tanto per me che non la vedrò, ma per i miei figli e nipoti.

    La polemica sugli scritti della Fallaci o sulle esternazioni di Marcello Pera è il frutto di diverse valutazioni attorno a tale problematica. Ma anche qui a ben vedere la cultura repubblicana e della religione civile ci offre gli elementi per una risposta.

    Se è possibile ed anzi auspicabile ricercare i caratteri di una religione civile in chi, come la chiesa cattolica, riconosce il valore della ragione per mitigare i fondamentalismi della fede, e il valore dello stato laico democratico, come ha scritto il nuovo Papa, ben più difficile ci appare il dialogo con le religioni che ancora negano tali principi.

    Ci si dovrebbe domandare prima di contestare la Fallaci o Pera, quale potrebbe essere il punto di incontro e se c'è un punto di incontro.

    Si parla di stati arabi moderati, ma la moderazione di tali stati è conseguenza dei rapporti di forza geopolitica oppure è, come noi vorremmo, il risultato di un processo educativo che ha scoperto e che insegna la dignità dell'individuo, uomo o donna che sia, la sua autonomia di pensiero, la sua libertà di partecipare e di decidere la forma democratica del proprio stato.

    Come mai, mi chiedo, il responsabile della Lega araba ha contestato duramente la prima Costituzione in odore di democrazia, approvata da uno stato arabo, quello iracheno. E ancora, i cittadini che giungono in Italia dai paesi arabi hanno interesse ad integrarsi, ad accettare i nostri valori, a discutere assieme a noi della validità dei loro. Hanno la volontà di diventare parte attiva, con valori condivisi, dei diritti e dei doveri della cittadinanza - o no. Se noi accettiamo, secondo la logica del relativismo e del multiculturalismo, che l'Arabia Saudita continui a finanziare le madrasse e i doposcuola per insegnare anche in Italia la logica del terrore ai bambini musulmani, come ci potrà essere integrazione? E ancora, se è vero che la logica demografica, stante i processi immigratori in atto, potrebbe condannare l'Europa a soccombere di fronte all'avanzata dell'Islam- di questo passo, infatti, i nostri nipoti sarebbero costretti a vivere in una Europa a maggioranza islamica- quale comportamento dobbiamo assumere? Accettiamo il multiculturalismo e snaturiamo i nostri valori fondamentali, o chiediamo che siano gli altri a cambiare se vogliono ospitalità in Italia e in Europa, riproponendo per intero l'insegnamento dei valori del liberalismo, del repubblicanesimo e della religione civile?

    La mia risposta avrete capito qual è. Dico di più: io disprezzo il cinismo di Sergio Romano. Ma se Romano continua a dettare il suo verbo politicamente corretto nel maggiore quotidiano della borghesia nazionale, qual è la gravità del pericolo?

    Cari amici, la posta è molto grossa.

    Io credo che vada denunciato con forza che sul valore della libertà, sui diritti umani, individuali della persona, sui diritti alla partecipazione democratica, sul principio dell'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, quale che sia il sesso, la razza o la religione professata, tutti principi sconosciuti e anzi combattuti dall'islamismo, non esiste meticciato possibile.

    La mia valutazione è che vada difeso Pera contro coloro che lo denigrano senza aver capito il senso del suo ragionamento, e lo difendo contro l'intellettualismo politicamente corretto che, per citare un detto della sinistra francese, ha sempre preferito aver torto con Sartre piuttosto che avere ragione con Aron, ma che appunto ha sempre avuto torto. Il dramma è che continua imperterrita a sentenziare, e trova sempre nuovi utili idioti che le credono.

    Ma siccome la democrazia è anche questo, dico solo che il dialogo, lo scambio, l'integrazione, nuove sintesi culturali e politiche sono sempre possibili e auspicabili, ma esse trovano fondamento proprio nell'affermazione e condivisione di alcuni valori universali che vanno difesi e possibilmente affermati in tutto il mondo.

  2. #12
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    Quando gli altri ci tolgono la libertà
    Come tutelare l'uguaglianza dei cittadini: che cos'è l'idea repubblicana

    di Philip Pettit

    L'articolo di Philip Pettit, professore di Teoria politica e sociale presso l'Autralian National University di Canberra, è tratto dal numero 3 de Il pensiero mazziniano, rivista trimestrale dell'associazione mazziniana italiana. Dello stesso autore è appena uscito il libro Il repubblicanesimo.



    Una teoria della libertà e del governo (Feltrinelli, pagg. 380, lire 60.000). Il repubblicanesimo, nella versione di Pettit, ambisce a costruire una terza via tra liberalismo e comunitarismo, le due teorie concorrenti che hanno dominato il panorama degli anni Ottanta.
    Si pensi a come ci si sente quando il proprio "stato del benessere" dipende dalle decisioni di altri e non è possibile reagire contro tali decisioni. Si è in una posizione nella quale si può "affondare" o "galleggiare", sulla base di una decisione che spetta ad altri. E non si ha nessun diritto di ricorso, psicologico o legale, nessuna possibilità di salvezza, anche se ci si trova in un consesso di amici che si aiutano, non si può sovvertire nulla. In queste occasioni si è nelle mani degli altri; si è alla loro mercé.
    L'esperienza di dominazione (o supremazia) su di un altro assume diverse forme. Si pensi al bambino di un genitore emotivo e volubile; alla moglie di un marito occasionalmente violento; allo scolaro con un insegnante che, arbitrariamente, apprezza o disapprezza. Si pensi all'impiegato, la cui sicurezza dipende dal mantenere buoni rapporti con il proprio padrone o manager; al debitore, la cui sorte dipende dal capriccio del prestatore di denaro o dal manager di banca; o al piccolo imprenditore, la cui sopravvivenza dipende dal modo di comportarsi di un grande concorrente o da chi gestisce un'associazione.
    Si pensi al destinatario di interventi di sostegno sociale la cui sorte può mutare in base all' umore dell'impiegato-ragioniere che concede i contributi; all'immigrato o all'indigeno la cui condizione è vulnerabile, dipendendo dall'andamento erratico delle decisioni politiche e dei dibattiti radiofonici; o all'impiegato pubblico, la cui carriera dipende non dalle sue capacità ma dai collaboratori politici di cui un ambizioso ministro si circonda, perché li ritiene utili elettoralmente. Si pensi alla persona anziana che deve sottomettersi, sul piano culturale e istituzionale, alle volontà sfrenate di una gang di giovani della sua area. O si pensi proprio al giovane delinquente la cui punizione dipende da come i politici e i giornali scelgono di stimolare in un dato momento la cultura della vendetta.
    In tutti questi casi qualcuno vive alla mercé di altri. La persona è dominata da altre, nel senso che anche se queste non interferiscono direttamente nella sua vita, hanno la possibilità di poterlo fare: vi sono alcune restrizioni o dei "pesi" che frenano il suo comportamento. Se la persona "dominata" riesce ad evitare il trattamento malevolo, questo accade per la concessione o il favore del "dominante". La persona vive comunque sottomessa al suo potere o sotto il controllo di altri: questi ultimi occupano la posizione di un dominus - il termine latino per indicare il capo - nella loro vita.
    Se si comprende l'esperienza dell'essere esposti e soggetti alla vulnerabilità di un altro e se si può osservare che cosa incute timore, allora si è sulla giusta strada per comprendere il repubblicanesimo. Il tema centrale che ha coinvolto il repubblicanesimo nel corso dei secoli è stato il desiderio di predisporre le diverse situazioni in maniera tale che i cittadini non fossero sottoposti a dominazioni di nessun genere, non dovessero vivere, come usavano dire i Romani, in potestate domini, sotto al potere di un padrone.
    Questo interesse repubblicano è sempre stato espresso come un impegno per la libertà, sin da quando la libertà, secondo i canoni repubblicani, richiede espressamente l'assenza di dominazione.
    Per rispondere ai requisiti sottesi alla libertà repubblicana una persona deve essere un uomo o una donna indipendente e questo presuppone che essi non abbiano un padrone o dominus che li tenga sotto il suo potere, in relazione ad alcun aspetto della loro vita.
    Il concetto di libertà repubblicana è più rigido, quindi, del concetto di libertà inteso nel senso contemporaneo di "non interferenza". Si potrebbe essere abbastanza fortunati o sufficientemente accorti da evitare interferenze di qualcuno, ma se poi si vive sotto lo spettro del potere di un terzo, che potrebbe essere un datore di lavoro, uno sposo o uno sfruttatore locale, seguendo l'idea repubblicana non si è liberi in tali situazioni, anche prima che vi siano eventuali interferenze. La libertà richiede una sorta di immunità da interferenze che diano la possibilità di poter fissare chiunque altro negli occhi. Nessuno è libero se deve mantenere un occhio sempre vigile per i capricci di chi ha più potere, e, all'occorrenza, adottare attitudini servili verso costoro, come farebbe una marionetta.
    I temi ai quali abbiamo fatto prima riferimento hanno una lunga storia, come ci hanno dimostrato studiosi quali Pocock, Skinner e Viroli che se ne sono occupati.
    La "fiamma" del repubblicanesimo cominciò a divampare nella Roma classica, dove Cicerone e altri pensatori si vantavano della indipendenza e della mancanza di sottomissione del cittadino romano. Si riaccese durante il Rinascimento, quando i cittadini di città italiane come Venezia e Firenze erano fieri del modo in cui potevano tenere alte le loro teste, senza dover elemosinare favore da alcuno. Essi si sentivano cittadini "uguali" di una repubblica, ed erano di una specie politica differente dai soggetti "intimiditi" della Roma papale o della corte francese.
    La fiamma repubblicana passò al popolo di lingua inglese nel diciassettesimo secolo, quando la tradizione del Commonwealth, che venne plasmata durante il periodo della guerra civile inglese, fissò e istituzionalizzò l'opinione secondo la quale il re ed il popolo dovevano vivere seguendo una disciplina contenuta nella medesima legge. Secondo questa prima versione del repubblicanesimo la monarchia non andava abbandonata, ma doveva essere parte di un ordine costituzionale, e non poteva esserle concesso di diventare centro di un potere assoluto. Entusiasti all'idea di un commonwealth - termine inglese che significa "repubblica" - sostenevano che, essendo protetti da una legge chiara, nessun inglese sarebbe dipeso dalla volontà arbitraria di un altro, nemmeno dalla volontà arbitraria del re; a differenza dei francesi e degli spagnoli, gli inglesi erano una razza di vigorosi e indipendenti - anche aspri e schietti - uomini liberi.
    Questo dibattito ebbe naturalmente delle ripercussioni sulla storia successiva degli inglesi. Durante il diciottesimo secolo i coloni americani si persuasero che a loro stessi erano negate quelle libertà che invece erano dovute: ci si riferiva in particolare alla dipendenza dalla volontà arbitraria di un parlamento straniero. Forse dovevano pagare solamente un penny di tasse al governo londinese, come fece osservare uno scrittore contemporaneo, ma il governo che disponeva su di un penny aveva il potere di disporre anche su quello che rappresentava l'ultimo penny. Forse il padrone britannico era gentile e ben disposto, si adattava alle mutevoli esigenze, ma coloro che erano sottoposti al padrone gentile erano comunque dei sottoposti; non avevano l'immunità dal potere arbitrario che richiede la vera libertà. I coloni americani pensarono di sfuggire alla dominazione britannica spezzando il loro legame con il paese da cui provenivano e diedero vita alla prima grande repubblica del mondo costruita senza aiuto di alcuno.
    Il precedente americano, e certamente il modello inglese di monarchia costituzionale, aiutarono nel favorire la creazione nel 1790 della repubblica francese. Questa seconda importante rivoluzione condusse, è noto, ad un regno di terrore ma nacque dallo stesso desiderio della cittadinanza di sentirsi libera dal giogo a cui era sottoposta. La libertà intesa come non dominazione, quale risultava nella tradizione francese, richiedeva eguaglianza e fraternità, e uno scenario nel quale ciascuno potesse camminare a testa alta, sicuro che nessuno fosse in grado di tiranneggiare su di lui. Ognuno poteva guardare i propri consimili negli occhi, osservare gli altri cittadini, e nessuno possedeva speciali privilegi. Nessuno doveva adulare o essere servile, nessuno doveva dipendere dalla grazia o dal favore di un altro.
    Ho osservato in precedenza che si è in grado di comprendere il repubblicanesimo se si ha la cognizione di che cosa significa la dominazione e le ragioni per cui va considerata detestabile. Nella Roma classica, nel Rinascimento italiano, durante il diciassettesimo secolo in Inghilterra o nel diciottesimo in America e in Francia, tutti i repubblicani videro la dominazione come il più grande pericolo da evitare organizzando una comunità e la vita sociale. Essi pensarono alla libertà come al supremo valore politico ed equipararono la libertà con il non essere sottoposto a nessun altro, anche se persona benevola o despota "protettivo". La libertà repubblicana assume questi significati: essere in grado di tenere la propria testa alta, poter guardare gli altri dritto negli occhi, e rapportarsi con chiunque senza timore o deferenza.

    Tratto da http://lgxserver.uniba.it/lei/rassegna/001003a.htm

  3. #13
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    Riceviamo da Renato Traquandi

    Ideario Repubblicano

    Ho aspettato due settimane dal convegno di Milano della Voce Repubblicana, egregiamente tenuto alla fine del mese di ottobre del corrente anno, con lusinghieri risultati, prima di mettermi al computer e buttar giù quanto nei miei pensieri si andava arroccando da mesi.
    In altri ambienti e in circostanze analoghe, persone alquanto a noi affini sovente si interrogano sui quesiti dell’esistenza, fornendo, ciascuno a suo modo, risposte variegate sul “ chi siamo, da dove veniamo, dove vogliamo andare?”
    In questo tempo il Partito Repubblicano Italiano, pur mai stato un partito così detto “ di massa”, è pressoché ridotto ai minimi termini, e non soltanto rispetto al consenso elettorale, ma per le esigue risorse e la scarsa presa che ancora riesce ad ottenere sul fronte della agorà culturale, nazionale e non solo.
    Sono passati oltre dodici decadi dai patti di fratellanza, dalla scapigliatura repubblicana, dall’economia associazionista, ed oggi ancora il nostro Partito può fregiarsi, senza peraltro essere smentito da chicchessia, di essere il più antico tra le formazioni politiche italiane.
    Certo che si, dal 1885 ad oggi, la società italiana è profondamente mutata, ed anche il P.R.I. non è più quello che aveva posto al primo punto del suo programma la forma repubblicana dello Stato.
    Nato come partito formato da piccoli coltivatori, mezzadri, artigiani e piccoli funzionari statali, in alcune regioni particolarmente ostili al potere papale e regio, come la Romagna, le Marche, il Lazio e la Sicilia, presto divenne un partito di respiro nazionale, in cui militavano anche operai, impiegati, imprenditori ed intellettuali, assieme a qualche, se pur minima, presenza di militari di carriera.
    La crescita delle attenzioni verso le tematiche mazziniane e risorgimentali è sempre stata vivace e penetrante, nelle variegate categorie che nel corso dei decenni si sono andate formando nella società italiana. Se, dal 1831 al 1848, l’esigenza primaria era l’Italia una, libera, repubblicana, dalla prima guerra di indipendenza alla prima guerra mondiale l’impegno dei molti “progressisti” si incentrò sullo stato sociale delle classi e sulle rivendicazioni operaie, le quali, sì, erano state ben messe in evidenza da Giuseppe Mazzini, ma che non avevano ne il tempo ne la voglia di evolversi attraverso la cultura e le buone azioni prospettate dalla democrazia.
    Questo determinò situazioni di autentico disagio tra militanti formatisi al repubblicanesimo per eredità familiare o frequentazioni di ambienti a loro compatibili e i nuovi aderenti, attratti da generica simpatia o solidarietà per gli atteggiamenti di attenzione ai problemi politici, economici e sociali, ma privi di maturazione ideologica.
    Durante tutto il periodo dello stato monarchico, pervicacemente tenuto dalla famiglia francese dei Savoia, poco amata dalla quasi totalità degli italiani, capitava spesso di sentire militanti del partito repubblicano che sostenevano tesi classiste o liberiste, alcuni si dichiaravano libertari, incentrando la principale ed accanita loro lotta sul problema dei rapporti stato – chiesa.
    E’ in quei decenni che nascono gli antagonismi e le contraddizioni; i sudditi giustamente reclamano diritti, riconoscendo alla dinastia sovrana il tributo dei doveri cui si assoggettano, e quasi non si accorgono di assumere posizioni in netto contrasto con la dottrina storica del P.R.I. , che non ha dogma univoci, come la presa del potere da parte delle masse operaiste predicata dal marxismo, ne la fede necessaria a credere in redenzioni ultraterrene, come il clero asserisce.. Il P.R.I. non ha schemi prefissati, manifesti da divulgare, testi sacri da esporre a laudazione, non presuppone schemi prefissati, regolamentazioni utopistiche, meccanicismi deterministici: sotto questo aspetto il P.R.I. è il vero erede della grande polemica tra Mazzini e Bakunin e prende le distanze dai tanti seguaci di Marx e Engels.
    Ovviamente il P.R.I. una sua dottrina ce l’ha, eccome! Non si tratta comunque di utopia solitaria e agguerrita come quella social comunista, ne tanto meno della rassegnata vocazione al martirio di chi crede che la sofferenza terrena sia il viatico per il futuro celestiale della post mortem, bensì del maturato convincimento che una preparazione culturale, impermeata sulla conoscenza ed il progresso scientifico, costituisca la base, in un ambito storico geografico quale quello italiano, per il benessere di una comunità integrata.
    E’ divenuto luogo comune tra gli storici definire la prima guerra mondiale combattuta sul fronte del Carso, sull’Isonzo e sul Piave, come “ quarta guerra di indipendenza”, tagliando corto, con questa lapidaria definizione, ai disagi delle popolazioni della Corsica, dell’Istria, e delle altre numerose zone dove forte è l’identità italiana.
    I carbonari, gli aderenti alla Giovine Italia, i Martiri di Belfiore, i fratelli Bandiera, Mazzini e il giovane Garibaldi si erano fatti tutti un’idea diversa di come dell’Italia, una, libera e quindi repubblicana e nel 1919 ancora non c’era ne il tempo ne la voglia di prospettare ai più, e quindi raggiungere democraticamente questo obiettivo.
    Scrisse Giuseppe Tramarollo, mitico e ineguagliabile presidente, nel periodo tra il 1970 e il 1980 della Associazione Mazziniana Italiana, che per tal motivo era componente d’onore del Consiglio Nazionale del Partito che quella distinzione faceva del partito fondato da Giuseppe Mazzini “… una formazione che può trovare similarità, ma non identità fuori della penisola. Per il P.R.I. non ci sono possibilità di adesioni dottrinarie e disciplinari come la internazionale socialista o quella liberale o quella cristiana, per non parlare del rapporto internazionalista dei partiti comunisti. Al Parlamento Europeo di Strasburgo i deputati repubblicani, dopo aver aderito, per necessità di collocazione, al partito socialista, hanno potuto benissimo aderire a quello liberale, trovandosi, però, parimenti a disagio.
    Questo fa del P.R.I. una formazione storica, e non storicista, estremamente diffidente delle ricette universali valide per tutti i tempi e per tutti i paesi; viene da qui la critica mazziniana al socialismo utopistico anglo tedesco francese che è ben sintetizzata nell’avvertimento ai delegati del Congresso di Roma del 1871 delle Società Operaie , da cui uscì il celebre Patto di Fratellanza, che è la prima organizzazione nazionale del lavoro italiano:….. ^^ Se l’emancipazione operaia è universale, le diverse condizioni dei popoli fanno diversi i modi e a ciascun popolo appartiene essenzialmente il segreto della scelta di quei modi^^.
    Riconosce però che solo nella fase della trasformazione dei sistemi, utili alla perdita dei poteri monarchici e clericali, con l’avvento della democrazia e della tecnologia, che sono prodotti della cultura e della ricerca scientifica, la pregiudiziale del territorio e della popolazione ivi cresciuta resti valida.
    Bisogna diffonderlo a chiare lettere che fu Giuseppe Mazzini ad intuire che solo per un determinato lasso di tempo la storia umana sarebbe stata determinata dal concetto etico politico delle nazionalità., cioè in volontà politiche definite linguisticamente, etnicamente, territorialmente….
    “ La Patria sacra, oggi, sparirà forse un giorno, quando ogni individuo rispecchierà in se la coscienza dell’umanità”.
    Ancor oggi, in piena globalizzazione, e lo dimostrano le recenti vicende della decolonizzazione e de il sorgere dei paesi denominati “terzo mondo”, la nazionalità dei popoli è ancora viva e vitale, con le sue degenerazioni come nazionalismo, imperialismo, razzismo.
    Nella disgregazione dell’imperialismo sovietico forte è stato il ruolo, quasi sempre vincente, della nazionalità, che mai era stata domata dal bolscevismo russo, che in settant’anni di potere assoluto aveva praticato un vero e proprio genocidio linguistico, oltre che umano.
    Mazzini, dunque, aveva disconosciuto il potere in mano alla chiesa, senza mai rinnegare Dio, cui soleva coniugare i termini Patria e Famiglia, ed ancora non accettava i fermenti internazionalisti, riconoscendo al contempo con l’intuizione della Terza Roma e La Giovine Europa, i cui postulati già presagivano l’abbattimento dei confini.
    Terzo carattere del repubblicanesimo è il “laicismo”, che non significa affatto anti clericalismo, divieto a svolgere e divulgare gli insegnamenti religiosi, ma presa di distanza tra i problemi dello spirito e la gestione della società civile; il Campanile per nutrire l’anima e la Torre Civica per custodire al meglio la persona fisica, secondo la tradizione umanistica classica.
    All’opposto della concezione laica dello stato c’è il modello confessionale.
    Confessionali sono l’attuale stato italiano, come quello spagnolo, confessionali sono gli stati arabi, che fondano la società civile sul diritto cranico, confessionali sono i paesi marxisti, che hanno una pedagogia, una estetica, una morale, prettamente di stato.
    L’ideale repubblicano laico è quello dell’articolo 7 della Costituzione Repubblicana Romana del 1849 che recita: “ Dalla credenza religiosa non dipende l’esercizio dei diritti civili e politici”.
    Anche il 1° emendamento della Costituzione U.S.A. è per noi positivo: “ Il Congresso mai potrà fare alcuna legge per il riconoscimento di qualsiasi religione, tanto meno proibirne il libero culto”.
    Pertanto ribadiamo con fermezza che il laicismo professato dal P.R.I. non è indifferenza di fronte alla esigenza religiosa dello spirito umano; questo atteggiamento nasce invece da una concezione religiosa della vita umana, che rispetta la personalità nei suoi diritti individuali ( libertà civili) e nelle formazioni sociali ( famiglia, partito, associazione, chiesa).
    Dalle cose dette fin qui, allora, il P.R.I. è un partito mazziniano? Solo al Vate si ispirano tutti coloro i quali in questo partito operano?
    Certo, nella cultura repubblicana in alta considerazione sono tenuti gli insegnamenti mazziniani, ma come ben sanno i tanti che in questo partito militano, nel P.R.I. è ben presente l’illuminismo di Cattaneo, così come non sono mai stati cestinati i contributi di Bovio con il suo idealismo, il positivismo di Ghisleri e Conti, il patriottismo militaresco di Pacciardi. Se si riconosce la funzione portante del Mazzini per l’unità d’Italia, e si è laici e democraticamente portati al confronto culturale delle idee, oltre che favorevoli alla divulgazione ed allo sviluppo della ricerca scientifica, si può benissimo essere repubblicani.
    Non è invece possibile essere repubblicani del P.R.I. e marxisti, repubblicani e anarchici, come invece è possibile essere repubblicani e credenti, facendo fare al cervello un sano lavoro di selezione con il sale del ragionamento.
    Un altro concetto respinto dal repubblicanesimo italiano è quello di sovrastruttura: diritto, morale, arte non sono sovrastrutture dell’unica determinazione economica, ma categorie universali e permanenti, anche se i contenuti variano secondo una precisa evoluzione storica. Nell’ambito di questa concezione antimaterialistica, antideterministica, antimeccanicistica c’è ampio spazio per il liberalismo economico di Cattaneo, come per molti postulati del socialismo democratico nord europeo. Contro il concetto totalitario : “Tutto nello stato, tutto per lo stato, nulla contro lo stato”, il repubblicano contrappone il motto mazziniano: “ Tutto per l’associazione nella libertà”.
    Secondo l’etica repubblicana non è l’economia la forza trasformatrice del mondo ma l’educazione e la conoscenza, entrambe incentrate nel sistema scolastico prima e nelle forme associative ( circolo, partito, sindacato) e istituzionali ( enti locali, legislazione statale, pubblica e privata gestione delle risorse. L’educazione scolastica resta fondamentale e spetta allo stato, almeno nella fascia dell’obbligo, per formare i futuri cittadini ed abituarli a capire il mondo che li circonda.
    Possiamo dunque concludere che il P.R.I. è l’opportunità della cultura laica per il senso dello stato e garanzia primordiale, perché senza repubblica non c’è piena democrazia, non c’è piena libertà, non c’è progresso sociale, non si risolvono i disagi civili e le problematiche di sviluppo del mezzogiorno.
    Quale funzione può avere oggi il P.R.I.?
    Esiste una continuità di comportamenti dei partiti politici italiani sul proscenio partitico; tuttora il consenso viene ricercato secondo il principio del voto di scambio. Il cittadino elettore domanda soddisfazioni: la promozione nel posto di lavoro, l’aumento di stipendio, la pensione, l’occupazione dei rampolli, la licenza edilizia, la pratica di condono, il posto al ricovero per l’anziano genitore, e le mille e mille altre soluzioni ai problemi di tutti i giorni. E le segreterie politiche si organizzano e promettono l’interesse e la probabile soluzione.
    Il P.R.I. offre agli elettori la possibilità del “ voto della ragione” come Giovanni Spadolini definiva il consenso che al P.R.I. arrivò nel primo lustro degli anni “80”, quando venne superata la vetta altissima del 5%.
    Già Ghisleri Conti Pacciardi e La Malfa avevano identificato per il P.R.I. una funzione illuministica, contro ogni genere di fanatismo e ogni minaccia all’unità nazionale.
    Ghisleri diceva che “…il P.R.I. è depositario di una dottrina più culturalmente avanzata perciò liberatrice ed antagonista di quella marxista e di quella cattolica”, ponendolo in prima linea contro il male maggiore di oggi, che è quel modo di agire reso celebre dal principe di Lampedusa e dal recente film Il Vicerè. Ricordate? Cambiare tutto per non cambiare nulla.
    Brigare così, parlando di voler procedere a fare riforme, per poi partorire sgangherate soluzioni a vantaggio dei soliti noti, non porterà alcun vantaggio al Paese.
    Dall’una e dall’altra parte delle sponde del bipartitismo si continua a parlare e a discutere dell’aria fritta e del sesso degli angeli.
    Sta al Partito repubblicano Italiano rompere ogni indugio e porre all’elettorato risoluzioni al modello di società, di economia, di organizzazione dello stato per l’energia, l’ambiente, il sociale, il diritto al lavoro e ad una vecchiaia serena.
    Oltre che un patrimonio da salvaguardare abbiamo una reputazione da difendere!

    Renato Traquandi

    Quest'articolo, che Renato Traquandi ci ha inviato, e' stato pubblicato anche sulla Voce Repubblicana di Mercoledi 2 e Giovedi 3 gennaio 2008

 

 
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