Urbani e Sgarbi verso la resa dei conti
Dopo l'invettiva del critico contro il direttore della Biennale di Venezia Bernabè, il ministro chiede l'intervento del premier: "Pazienterò fino all'11 giugno, ne va dell'immagine del governo".
ROMA - La misura sembra veramente colma. Dopo l’ultima plateale invettiva di Vittorio Sgarbi, questa volta rivolta contro il direttore della Biennale di Venezia Franco Bernabè, il ministro dei Beni Culturali Giuliano Urbani sembra veramente deciso a dare l’ultimatum al suo sottosegretario.
“Ha ragione Woody Allen a non voler partecipare, spero che la Mostra del cinema fallisca, Bernabè è una zucca vuota”, aveva esternato, come al solito senza ombra di sfumature, il sottosegretario. E il ministro si è infuriato. Ira che questa volta tuttavia non verrà soffocata, né superata con un’alzata di spalle. “Pazienterò fino all’11 giugno. Aspetto la voce dell’organo più direttamente interessato, quella del Consiglio dei ministri”. E proprio nel premier Urbani potrebbe trovare una sponda. Riferendosi al ministro dei Beni Culturali, Berlusconi, a Mosca, aveva ironizzato: “Gli abbiamo inflitto una pena quotidiana, si chiama Vittorio Sgarbi”.
Fatto sta che il rapporto tra il ministro e il sottosegretario pare avviato al capolinea. In ballo c’è l’immagine, se non l’identità e la titolarità, del ministero. E’ lo stesso Urbani, interpretando in tal modo un dubbio condiviso da moltissimi, a riconoscere che “qualcuno potrebbe chiedersi qual è la vera voce: una, l’altra o l’altra ancora”. Certo, poi come sottolinea il ministro, alla fine parlano “gli atti amministrativi con cui parla il Governo”, più delle dichiarazioni “vistosissime” e fuori dai ranghi del sottosegretario. Rimane il fatto però che quelle esternazioni attirano moltissimo l’attenzione, finendo per dare un’immagine “prismatica”, come dice Urnabi, del ministero. La replica di Sgarbi è da copione. “Dimettermi? Rientrare nei ranghi? Non mi parre il caso”. E per non smentire la sua fama, sul "casus belli" ricara la dose: “Tra me e Bernabè è guerra totale, non aspetto che le sue dimissioni, finché ci sarà lui per quanto mi riguarda la Biennale non avrà più una lira”.
(6 APRILE 2002, ORE 100)




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