Gli insediamenti colonici nei territori occupati tra le questioni non più rimandabili per la soluzione della crisi mediorientale

di Paolo Castellani

Una solenne ipocrisia regge gli inconsistenti discorsi della diplomazia americana intorno al cosiddetto processo negoziale arabo-israeliano, del quale si ostina a voler mantenere il monopolio e consiste nel continuare a parlare di pace senza spendere una parola – non si dice una piattaforma, un progetto, una proposta, ma una parola – su una delle principali questioni aperte, apertissime che impediscono qualunque trattativa, ammesso che una trattativa sia possibile con un popolo, quello israeliano, che solo qualche settimana fa è sceso massicciamente in piazza per rivendicare l’unità di Gerusalemme, israeliana ovviamente, e la volontà di spazzare via gli arabi dalle terre ebraiche.
Ci riferiamo alla presenza dei coloni in quelle terre (Cisgiordania e Gaza) che, in base agli accordi di Oslo del 1994, avrebbero dovuto godere di autonomia transitoria per cinque anni per poi essere a pieno titolo lo Stato di Palestina, senz’altra sovranità che quella palestinese.
Invece i coloni sono ancora lì, molti dei quali armati e bellicosi, a violare quel poco (23% della Palestina storica) di terra che un discutibile (e inaccettabile per Hamas, Hezbollah, Siria, Iran ecc) processo di pace ha ottenuto per gli Arabi.
Sono lì a uccidere, a sparare sulle ambulanze, ad arrestare in modo coatto, a requisire le risorse idriche, a godere della libertà di movimento negata ai palestinesi, a minare quotidianamente il tentativo di vivere una vita normale.
Le proposte che continuano ad accavallarsi – creando nell’opinione pubblica l’impressione che l’attività diplomatica statunitense sia incessante e che la buona volontà, e la buona fede, americana siano fuori discussione - sono tutte illegittime proprio perché partono da un presupposto fuorviante.

Le regole del gioco

Le regole del gioco per questi negoziati vengono continuamente cambiate, perché l’intenzione è di evitare le questioni più spinose e più odiose, che sono anche quelle in nome delle quali i palestinesi stanno combattendo una battaglia impari, avendo lasciato sul terreno dal 28 settembre a oggi (gennaio 2001) oltre 350 martiri, la stragrande maggioranza dei quali civili e per giunta giovanissimi, cioè quei ragazzi che le televisioni italiane ed occidentali in generali dipingono come esaltati e incitati da una scarsa considerazione della vita.

Il monopolio Usa

Gli Stati Uniti, i grandi “mediatori”, non stanno facendo altro che consigliare, forzare i negoziatori palestinesi ad accettare le proposte israeliane che non contemplano, come detto, le basi necessarie per un qualsiasi accordo fondato sulla giustizia e non sulla prevaricazione, vale a dire l’applicazione della risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (il vero organismo fantasma della crisi) che prevede l’evacuazione di tutti i territori occupati.
Se il valore, simbolico e reale, della questione della sovranità di Gerusalemme era stato certamente il motivo scatenante della rivolta di Al-Aqsa scatenata dalla passeggiata di Sharon il 28 settembre scorso, non va dimenticato che in questi anni di apparente tregua – dal 1993 al 2000 sono comunque caduti per la causa dell’indipendenza 385 civili palestinesi e 23 poliziotti – la questione della colonizzazione è stata vissuta come l’autentica violazione della libertà dal popolo palestinese.
Basterebbe ricordare l’anniversario della NEKBA – la “catastrofe”, come i palestinesi amano ricordare la cacciata dalle loro case nel 1948-49 -, commemorato il 15 maggio del 2000, quando migliaia di palestinesi assediarono Netzarim (Gaza) e poi Negohot, Beit el e Pesagot in Cisgiordania, gli odiosi insediamenti ebraici, per capire che cosa davvero conta in una pace che non può arrivare per caso o per pietà.
“Queste colonie, costruite nel cuore del territorio palestinese, esasperano i palestinesi.
Giorno dopo giorno rosicchiano le loro terre. La loro “Protezione” richiede la presenza di migliaia di soldati israeliani, di molteplici “check points” – estremamente umilianti – e la costruzione di “strade di aggiramento” riservate ai coloni.
La loro stessa esistenza trasforma qualsiasi idea di Stato vivibile e indipendente in una chimera. (dall’articolo di Alan Greish, Intifada per una vera pace, pubblicato da “Le Monde diplomatique).

Obliquità sionista

Che la volontà di pace israeliana sia molto forzata e comunque solo di facciata lo dimostra l’obliquità con cui lo stesso Primo Ministro, mentre annunciava l’intenzione di arrivare ad una soluzione, nel frattempo approvava la costruzione di case (attraverso un finanziamento specifico di 500 milioni di dollari indicato nel bilancio del 2001) nelle colonie – in questo peraltro coerente con tutti i predecessori, stando al semplice dato sulle nuove presenze di case e persone: dal 1993 (accordi di Oslo) a oggi (pre-crisi di settembre 2000) 78.500 coloni si sono insediati nei territori per 11.190 alloggi, in 144 insediamenti totali, in completa violazione, ma forse è superfluo sottolinearlo, degli accordi.
“Ancora a metà maggio. Il Ministro degli Insediamenti, prometteva nuovi privilegi agli ebrei che si stabilivano nella colonia di Ariel. (…) In queste colonie, tutte situate all’interno di territori palestinesi, si concentrano i più cruenti punti di attrito della Nuova Intifada.
Il principale messaggio degli insorti è chiaro: Israele deve scegliere tra la pace e queste colonie, che gli Statuti della Corte Penale Internazionale, adottati a Roma nel 1998 , definiscono “crimini di guerra” “.(dall’articolo di Alan Greish, Intifada per una vera pace, pubblicato da “Le Monde diplomatique).
Stando alle testimonianze, la rivolta sta almeno rendendo insopportabile la vita ai coloni stessi, la cui protezione comincia a costare molto, sotto ogni punto di vista, a Israele, ed è un primo successo dell’Intifada.
A pensarla così sono anche molti politici e intellettuali ebrei.
David Grossman, scrittore, ha chiesto lo smantellamento delle colonie, così come Yossi Sarid, deputato del Meretz (movimento di sinistra) che ne ha riconosciuto la pericolosità “prima di tutto per i loro abitanti e poi anche per i soldati”.

Israele non ha tenuto fede ai patti.

L’OLP ha sempre richiesto il rispetto dell’unica risoluzione riconosciuta anche dagli Stati Uniti e Israele, cioè la 242, e di procedere su quella base, rinunciando a ogni altro mezzo (nessun atto “terroristico” è stato firmato dal ’97 al 2000), ma lo Stato ebraico, nonostante le rassicurazioni fornite dai palestinesi in termini di sicurezza e tregua militare, ha continuato la confisca della terra e, come sostiene l’analista palestinese Ghassan Khatib, “ha affermato (Camp David, luglio 2000) che l’accordo finale avrebbe dovuto prevedere il mantenimento delle colonie come parte integrante di Israele e che la parte di Gerusalemme (est) annessa non sarebbe stata più restituita”.
“Queste ingiunzioni inaccettabili sono state, insieme alla vittoria di Hezbollah nel sud del Libano grazie alla lotta armata, le molle che hanno fatto scattare l’insurrezione palestinese (…), che è popolare e spontanea”, come del resto lo fu la prima Intifada (1987-1993), “ma ha anche una sua originalità: (…) è guidata essenzialmente da Al Fatah (…).
Tutte le organizzazioni nazionali e islamiche, ivi comprese Hamas e la Jihad islamica, sono riunite in un direttivo comune e riconoscono la leadership di Al Fatah” (dall’articolo di Alan Greish, Intifada per una vera pace, pubblicato da “Le Monde diplomatique).

Il ruolo di Arafat

Nonostante Arafat sia parzialmente screditato, al punto che la rivolta vorrebbe essere diretta anche contro di lui al fine di un ricambio al vertice del movimento, “un Arafat sul territorio palestinese – mentre nel 1987 era in esilio in Tunisia – incarna la lotta nazionale.
E il leader palestinese ha mostrato ancora una volta di saper interpretare le aspirazioni del suo popolo. In ogni caso, gli obiettivi politici della direzione palestinese e quelli dell’Intifada coincidono:restituzione di tutti i territori occupati nel giugno 1967, compresa Gerusalemme Est. Non un metro quadrato in più, ma neanche uno in meno.
I palestinesi ritengono di aver accettato un “compromesso storico” rinunciando al 78% della Palestina storica e non intendono abbandonare altri territori.
Esigono quindi un ritorno alla legalità internazionale - stabilita dalla risoluzione 242 del 22 novembre 1967e dal riconoscimento del diritto al ritorno dei rifugiati (risoluzione 194 dell’11 dicembre del 1948) – e un nuovo meccanismo per i negoziati” (dall’articolo di Alan Greish, Intifada per una vera pace, pubblicato da “Le Monde diplomatique).
Negoziati che non possono avere come unico mediatore gli Stati Uniti, che ne hanno fatto un monopolio, ma devono avere la rappresentanza di tutte le nazioni interessate nella regione (Siria, Giordania e Libano) e l’ONU come supervisore.
La richiesta Statunitense e israeliana di tornare alla situazione pre-Intifada di Al-Aqsa, per concludere, è subdola ed ipocrita: “non è possibile tornare alla situazione esistente prima del 28 settembre 2000, poiché è appunto questa situazione (inaccettabile) che ha creato le condizioni dell’esplosione attuale” (dall’articolo di Alan Greish, Intifada per una vera pace, pubblicato da “Le Monde diplomatique).

Oltre Camp David

Si sente spesso parlare, nelle cronache della crisi filtrate dai media nostrani, di Camp David e di una presunta “occasione mancata” in quell’accordo, i cui frutti sarebbero stati sprecati dall’attuale ripresa degli scontri.
Premesso che di quell’incontro americano di luglio 2000 non esisterebbero resoconti forniti dai rappresentanti statunitensi e che l’unica testimonianza ci arriva da Akram Haniyyem, membro della delegazione palestinese (quindi la presunta versione di parte non lo è per il semplice fatto che esiste solo una parte), vanno rilevati alcuni fatti sostanziali.
Innanzitutto, Arafat aveva posto alcune condizioni di confine (sempre sulla base della 242) per parteciparvi, e sono state disattese.
In secondo luogo l’opera mediatrice degli Stati Uniti è stata quella di mettersi in mezzo, ma chiedendo uno stesso grado di concessioni alle due parti, quasi non esistesse una situazione di oggettiva disparità di partenza fra occupanti ed occupati, fra aggrediti ed aggressori.
Ma i principali punti di non incontro hanno riguardato la situazione dei profughi e la proprietà-sovranità dei territori, per le quali Arafat ha ribadito l’inflessibilità sulle risoluzioni ONU 242,198 e 338.
Malgrado tutto questo e “malgrado l’insurrezione popolare iniziata nei territori palestinesi occupati – fa notare Faycal Husseini, membro del Comitato Esecutivo dell’OLP, incaricato della specifica questione di Gerusalemme – il governo israeliano continua a proclamare di aver fatto numerose concessioni ai palestinesi al vertice di Camp David.
Tuttavia, queste proposte non garantivano le condizioni minime per la creazione di uno Stato Palestinese vivibile, non soddisfacevano i nostri diritti su Gerusalemme e non offrivano una risposta adeguata alla tragedia dei rifugiati palestinesi.
Gli Israeliti – spiega Husseini – hanno preferito ricorrere alla logica della forza, affermando che le colonie illegali nei territori occupati davano loro la possibilità di modificare le frontiere del 4 giugno 1967, sancite dalle risoluzioni ONU 242 e 338.
Questo calcolo sbagliato è la causa del fallimento dell’accordo concluso ad Oslo nel 1993” (dall’articolo di Faycal Husseini , il compromesso mancato, pubblicato da “Le Monde diplomatique).
Da allora, come sopra dicevamo, non è stato fatto alcun progresso, anzi gli insediamenti si sono moltiplicati e l’economia dei territori è stata ulteriormente danneggiata dai blocchi militari.
Tutte le situazioni che a Camp David non venivano in alcun modo modificate.
Lo Stato a macchia di leopardo, senza alcun controllo sulla parte di Gerusalemme occupata e senza collegamenti coi principali Paesi della zona (chiuso a Nord verso il Libano e la Siria, ad Est verso la Giordania, a Sud verso l’Egitto, frontiere tutte controllate da Israele, anche se con zone cuscinetto nel caso del Libano meridionale e Siria), non veniva certo migliorato, anzi il controllo israeliano ne usciva rafforzato.

Tre cantoni

“Le carte mostrano che la Cisgiordania sarebbe divisa in tre cantoni e le colonie non verrebbero smantellate, mentre a Gerusalemme Est avremmo un puzzle inestricabile di zone controllate dai palestinesi ed altre da colonie israeliane.
Un accordo del genere non assicurerà né la possibilità di sviluppo economico, né le condizioni minime per uno Stato politicamente indipendente”.
“Quella decisione storica (di accettare una soluzione fondata sulla coesistenza di due Stati – Consiglio Nazionale Palestinese riunitosi ad Algeri nel 1988) riconosceva non soltanto il diritto all’esistenza di Israele, ma anche l’esercizio di questo diritto sul 78% della Palestina storica.
Il CNP accettava uno stato palestinese su Cisgiordania e Gaza, con Gerusalemme, pari ad appena il 22% della Palestina.
Grazie a questo atto, i palestinesi, popolo originario della Palestina, riconoscevano ad Israele un’esistenza pacifica e sicura nell’ambito della frontiera del 4 giugno 1967”.
Poi c’è stata la Conferenza di Madrid del 1991 e Oslo nel 1993 (preludio a Camp David), ma nella sostanza nulla è cambiato.
“Sette anni dopo – ricorda Husseini – i palestinesi controllano soltanto parzialmente il 40% della Cisgiordania ed il 70% della striscia di Gaza, mentre Israele continua a tergiversare sul terzo ritiro previsto dagli accordi (…) Più di 80.000 coloni si sono insediati dopo gli accordi di Oslo. La città Santa di Gerusalemme resta preclusa alla maggior parte dei palestinesi, che subiscono dure restrizioni nei loro spostamenti tra le città della Cisgiordania e Gaza.
A Camp David ci siamo scontrati con un partner molto più potente di noi, e gli Stati Uniti si sono alleati con Israele per fare pressione su di noi e strapparci concessioni talmente ampie che il popolo palestinese non le avrebbe mai accettate – così come il mondo arabo e mussulmano non avrebbe accettato i punti relativi a Gerusalemme.

Il vertice è dunque fallito”.

Non esiste perciò negoziato possibile che non parta dagli unici criteri e presupposti accettati dalle parti e dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, cioè i confini del 1967, la sovranità di Gerusalemme Est, il ritorno dei profughi e la fine del periodo di transizione per l’Autonomia palestinese al fine della creazione del nuovo Stato.
Ma, per questo, sostiene Husseini, occorre “istituire un meccanismo di controllo internazionale che garantisca l’applicazione da parte di Israele degli accordi firmati.
E il mondo deve riconoscere che, se gli israeliani possono costruire colonie mentre stanno negoziando, i palestinesi hanno tutto il diritto di manifestare durante questi stessi negoziati”.