.....il diritto alla difesa.
Il discorso di Sharon alla Knesset, uno dei momenti più tragici della vita di Israele, deve essere valutato per la sostanza che consiste nella rivendicazione del diritto a difendersi dagli attentati che puntano a terrorizzare la popolazione civile e a impedire ogni possibilità di soluzione dei contrasto territoriali. Su questo Sharon ha ragione. Si può discutere se con una politica diversa si sarebbe potuto evitare di arrivare a questo punto. Si possono anche avvertire le contraddizioni di una posizione che si afferma come via di difesa di Israele e al tempo stesso costringe quel paese a un grado altissimo di isolamento internazionale. Nelle parole di Sharon si leggono i segni di una situazione grave, della difficoltà dei rapporti con gli alleati e soprattutto con l’America.
Persino un cupo senso di disperazione.
Ma tutto ciò non oscura il fatto che l’esistenza stessa di Israele è tuttora in pericolo per la scelta adottata da Arafat che ha risposto alle offerte di pace di Barak con la seconda intifada, cominciata con le pietre, poi con i mitra e infine con i kamikaze. Se poi, come dice Sharon Arafat abbia sviluppato una consapevole strategia terrorista o non sia riuscito a controllarla dopo averla messa in moto, a questo punto conta poco. Il diritto all’esistenza di Israele, che tutti in occidente riconoscono, non può essere disgiunto da quello di difendersi. Tutte le posizioni che cercano di trovare vie d’uscita dal conflitto, senza sciogliere questo nodo sono ambigue e pericolose. E’ giusto chiedere ad Arafat di condannare il terrorismo, ma non si può pensare che gli israeliani affidino la loro vita e la loro sicurezza alle parole del rais palestinese.
Anche le posizioni prese da Prodi, la sua minaccia di sanzioni anti israeliane, finiscono con non rispondere alla domanda centrale: come garantire la difesa della vita dei cittadini israeliani. Sharon lo fa con i carri armati che assediano i villaggi palestinesi. Non può essere questa la soluzione definitiva, è un atto per colpire i nemici ma non è in grado di persuaderli a cambiare atteggiamento.
Ma per indurlo a fare marcia indietro ci vuole un’altra soluzione per garantire la difesa, non pure esortazioni alla pacificazione e minacce alla vittima, che continua ad essere Israele.
dal Il Foglio di martedì 9
saluti




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