GUERRE&PACE - APRILE - 2002


ITALIA/mese

Terroristi e sciacalli

Alla vigilia della più straordinaria mobilitazione popolare del dopoguerra, convocata per difendere i diritti minacciati dal governo Berlusconi, è stato assassinato Marco Biagi, consulente del ministro Maroni, con il quale aveva collaborato all’estensione del "Libro Bianco" sul lavoro.

PUNTUALI COME LA MORTE

In questo paese dei molti terrorismi, delle strategie della tensione e degli omicidi di stato, il delitto è piombato, "puntuale come la morte" (per riprendere il titolo del "Manifesto"), dentro uno scontro politico e sociale assai acuto, con il prevedibile effetto di favorire quanti vogliono intimidire e stroncare l'opposizione democratica e pacifica di massa.

E a questo scopo, con la stessa puntualità, il governo ha cercato e cerca di servirsene.

Il presidente di Confindustria ha dato il via allo sciacallaggio affermando: "Quella di Marco Biagi è purtroppo una morte annunciata, che nasce in un clima di odio, in una campagna di denigrazione". Gli ha fatto eco Silvio Berlusconi: "Bisogna uscire dalla spirale dell'odio politico e da un funesto linguaggio degno di guerra civile. È l'odio ad armare la mano degli assassini". Carlo Taormina, Francesco Cossiga, Giuliano Ferrara, Ernesto Galli della Loggia ecc. si sono uniti al coro. Roberto Maroni ha sfrontatamente accusato i sindacati, storico bersaglio del terrorismo, di averlo incoraggiato e ha "intimato" loro di escludere dalle manifestazioni i nuovi movimenti. La vacua Orietta Colli ha stabilito un filo diretto fra i girotondisti e gli assassini.
Così un governo in difficoltà - che ha deliberatamente provocato lo scontro sociale con le sue politiche, che calpesta ogni giorno la legalità, che alimenta l'odio xenofobo definendo "orda", "criminali" e "invasori" gli immigrati - sta tentando di rovesciare la frittata per mettere a tacere la protesta e ri-costruire a proprio vantaggio uno spirito di "unità nazionale".

A voler seguire la logica ingenua dei cui prodest, ha scritto ironicamente Umberto Eco, "si dovrebbe pensare che un sicario governativo si è messo il casco, è salito in motorino ed è andato a sparare a Marco Biagi." Non lo diremo. Non possiamo affatto escludere che a colpire siano state le "nuove" Br che hanno rivendicato il delitto via internet, autonominandosi "avanguardia" e "veri rappresentanti" della "classe operaia". Ma non possiamo esimerci da due considerazioni.

I TERRORISTI, NEMICI DEI MOVIMENTI

La prima è che vi è una profonda differenza dagli anni Settanta. Allora le Br rappresentavano una realtà certo ultraminoritaria ma con legami, contiguità, "radici" in alcune fabbriche e in settori di movimento dove potevano sperare di pescare reclute, simpatie, aiuti. Oggi esse appaiono fantasmi del passato non solo totalmente assenti dalla realtà sociale, dalle scuole, dalle fabbriche, ma totalmente incapaci di "comunicare", per cultura, per pratiche, per linguaggio, con giovani, lavoratori, movimenti che li sentono, senza eccezioni, anche i più "radicali", estranei e nemici.

Non è un caso che il documento di rivendicazione, come hanno rilevato alcuni esperti, denoti (diversamente da quanto è accaduto in passato) un sostanziale e singolare disinteresse per il "reclutamento" o per i movimenti sociali antagonisti, che non vengono nemmeno citati. Né è un caso che tutti gli exportavoce del Genoa social forum abbiano espresso, in singole prese di posizione e poi in un comunicato unitario, non solo la più dura condanna ma indignazione e disgusto per questo barbaro assassinio, visto come il tentativo di colpire vigliaccamente, insieme a un uomo inerme, le lotte di migliaia di uomini e donne che si battono per "un altro mondo possibile".

Ma allora perché queste nuove Br così evanescenti e "scoperte", così poco organizzate da poter colpire solo bersagli facili e disarmati come D'Antona o Biagi, sono così imprendibili?

SCAJOLA, DA GIULIANI A BIAGI

Questa domanda è tanto più inevitabile oggi - e qui passiamo alla seconda considerazione - in quanto i servizi segreti da molti giorni avevano "messo in guardia" su una offensiva terroristica e sui suoi obiettivi. E il documento era stato pubblicato da "Panorama", settimanale del presidente del Consiglio. Così come, alcuni giorni prima, era stato il ministro Castelli a prevedere la bomba (allora innocua), che è scoppiata puntualmente due giorni dopo al ministero degli Interni.

Se si sapeva prima, come è possibile che non si sappia adesso dove mettere la mani? E, se si "sapeva" o anche solo si "temeva", perché è stata negata la scorta a Biagi, benché fosse fra gli obiettivi previsti, fosse oggetto di minacce dirette e l'avesse chiesta? Perché, sapendo che cosa gli poteva accadere, ci si è "voltati dall'altra parte" finché non è accaduto?

Domanda particolarmente pertinente se rivolta a un ministro come Scajola, che per due volte in nove mesi si trova a doverci spiegare un omicidio in cui vi sono evidenti responsabilità dello stato (e sue): prima quello di Carlo Giuliani, con tutto il circostante disastro di Genova, oggi quello di Marco Biagi. Meno pertinente, e più inquietante, è che per due volte Scajola svicoli prima assicurando che si è fatto tutto al meglio, poi scaricando sui sottoposti (ieri alcuni funzionari di polizia, oggi alcuni prefetti) le "eventuali" responsabilità. Il che autorizza tutti i dubbi, da quelli più benevoli sulla sua capacità di fare il ministro degli Interni a quelli più malevoli sulla volontà di resuscitare una strategia della tensione o almeno di "conviverci", come con la mafia, e di servirsene.

Per questo il fatto che non si dimetta non è solo vergognoso. È una minaccia alla sicurezza dei cittadini e alla democrazia.

CONTRO IL TERRORISMO, E IL SUO USO

Di conseguenza la lotta contro il terrorismo (sia esso coltivato da piccoli gruppi, sia creato ad arte dai soliti servizi o sia il torbido intreccio delle due cose) passa anche attraverso la lotta contro ogni tentativo di usarlo per accreditare il governo come perno di un rinnovato dialogo e di una ritrovata "unità" tra le parti contro "la violenza". Cioè, nel linguaggio di questa maggioranza, contro chi vuole contrastarne le politiche antidemocratiche e anticostituzionali.

Questo tentativo, sconfitto in prima battuta dalla giusta decisione di mantenere la manifestazione del 23 marzo e dalla sua eccezionale riuscita, resta pericoloso perché può trovare orecchie attente sia in settori del centrosinistra (che già in passato hanno sacrificato un’intera generazione politica sull’altare della "lotta al terrorismo"), sia tra i sindacati confederali, in particolare Cisl e Uil (ma anche la Cgil è esposta al rischio), che accettano con fatica lo sciopero generale e già pensano di riprendere le pratiche concertative.

Ancora una volta si vorrebbe giustificare col "terrorismo" la politica dell’emergenza, in base a cui il dissenso è lecito solo nei limiti fissati dal governo e l’unica opposizione democratica è quella "di sua maestà", che autolimita la sua azione alla sterile dinamica istituzionale.

LE "ALTRE" EMERGENZE

Non ci stiamo. Noi continuiamo a vedere altre emergenze, prodotte dalle politiche di Berlusconi, dai dettami del neoliberismo, dal terrorismo di stato di Sharon e di Bush.

Pensiamo all'intenzione degli Stati Uniti di mantenere e rafforzare la loro egemonia aprendo - dopo le stragi in Afghanistan - nuovi fronti di guerra, dalla Colombia al Venezuela, dall'Iraq all'Asia orientale, anche col dichiarato impiego di ordigni atomici, cioè precipitando il mondo nell'incubo del terrore nucleare e dell'insicurezza globale. Pensiamo alla necessità della mobilitazione per l'indipendenza della Palestina e contro la guerra già preannunciata all'Iraq.

Pensiamo al vertice della Unione Europa di Barcellona che, mentre non sa o non vuol adoperarsi sul serio perché finisca la feroce occupazione israeliana della Palestina, muove guerra ai diritti e ai salari dei lavoratori e punta a precarizzare ancora di più condizioni di lavoro e di vita, sull'esempio di Berlusconi, chiedendo più flessibilità e più privatizzazioni a vantaggio del capitale.

Pensiamo in Italia alla svendita del servizio pubblico, dalla scuola alla sanità; alla cementificazione "ad alta velocità" del ministro Lunardi; a una politica della giustizia che cerca di sottrarre il potere politico a qualsiasi controllo di legalità mentre alza il tiro contro il dissenso e la mobilitazione sociale.

Pensiamo alla politica razzista contro i migranti, espressa dalla legge Bossi-Fini e dalla sua applicazione antelitteram contro i profughi. Si tratta per un verso di una politica contraria a ogni principio di civiltà, che si è concretata nel respingimento di kurdi, tamil e nigeriane verso paesi dove sono esposti al carcere e alla morte, in violazione del diritto costituzionale d'asilo. Si tratta, per altro verso, di una politica che legando il permesso di soggiorno al contratto di lavoro mira a destrutturare tutto il mercato del lavoro, assicurando al padronato mano d'opera ricattabile e togliendo forza contrattuale agli stessi lavoratori italiani. Pensiamo alla necessità che la mobilitazione per i diritti includa, come è troppo poco successo finora, i diritti dei migranti.

Contro queste emergenze occorre moltiplicare le iniziative di lotta, coordinandole sempre più fra loro. La grande forza messa in campo a Roma deve poter trovare nuova espressione ad aprile nello sciopero generale già indetto dalla Cgil e in quello generalizzato proposto dai Social forum, e continuare poi con una prolungata mobilitazione di massa per battere, insieme al terrorismo e al suo uso, le politiche antisociali, razziste e di guerra del governo Berlusconi.

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