Militari in piazza. Contro Berlusconi
di Toni De Marchi
«Me lo ricordo come fosse ieri. Berlusconi ci disse che ci aspettava a casa sua dopo le elezioni. Ci disse anche di andarci in tuta, perché c’era da lavorare sodo: metterci intorno ad un tavolo e risolvere tutti i problemi delle forze armate». L’ha ben presente, quella frase, il maggiore dell’Esercito Gustavo Giuliana, di Belluno. C’era anche lui dal Cavaliere, quel giorno. Era il 24 gennaio dello scorso anno, tra carabinieri e militari era scoppiata una mezza rivolta. Gli aumenti di stipendio promessi dal governo Amato si erano ridotti a poco più di ventimila, misere lire. Berlusconi convocò i militari in via del Plebiscito e promise loro un avvenire radioso. Come ai pensionati, ai disoccupati e a tutti gli altri. «È passato più di un anno e noi non siamo mai più stati chiamati» commenta Giuliana «per questo adesso vogliamo andare a palazzo Chigi, guardarlo negli occhi e sapere che fine hanno fatto quelle promesse».
Il maggiore fa parte del Cocer, la rappresentanza interna dei militari. Giovedì, gli ufficiali e i sottufficiali del Cocer hanno annunciato che il 16 aprile alle cinque del pomeriggio saranno in divisa davanti al palazzo del governo. Per chiedere a Berlusconi se i militari, come hanno scritto in un comunicato, «da servi non siano diventati schiavi». La frase ha una sua spiegazione: di fronte alla protesta di un anno fa, l’attuale vicepresidente Fini accusò il governo di centrosinistra di aver trasformato i militari «da servitori a servi dello Stato».
La rivolta dei sottufficiali e degli ufficiali ha radici lontane, e sarebbe sbagliato pensare che tutto si riduca ad una banale questione di denaro. Certo, i soldi c’entrano, perché anche quest’anno gli aumenti promessi pare si riducano a poco più di dieci euro, come l’anno scorso, prima delle promesse. Certo, ieri il ministro Scajola, dopo il comunicato del Cocer, si è affrettato a dire che altre risorse sarebbero state trovate. Ma i militari non ci credono più. Perché dopo le dichiarazioni di disponibilità pre-elettorali, i ministri del centro destra sono scomparsi dall’orizzonte. «Da quando questo governo è in carica, il ministro della difesa ha dedicato agli incontri con la rappresentanza militare due minuti in tutto» commenta Giuseppe Pesciaioli, un maresciallo dell’Esercito, anche lui nel Cocer. «Noi dovremmo essere i referenti naturali del ministro della Difesa. Invece, ad ogni riunione il ministro si presenta, saluta e se ne va, perché dice sempre di avere altri impegni» spiega senza ironia il maresciallo. «In verità quello che sta succedendo è che vogliono riportare la condizione di noi militari a venticinque anni fa, prima della legge dei principi, quando l’unico portavoce di noi militari era il comandante» commenta Pesciaioli, riferendosi alla riforma della rappresentanza militare in discussione in questi giorni alla Camera.
Una riforma «con cui si vuole mettere un pietra tombale sulle aspettative del personale militare», è scritto nel comunicato diffuso giovedì pomeriggio dal Cocer Difesa. Le rappresentanze dei militari nascono nel 1978, sull’onda delle proteste soprattutto dei sottufficiali dell’Aeronautica che scesero in piazza a reclamare il diritto di essere considerati anch’essi cittadini, sia pure con le stellette. La legge in discussione, secondo molti militari, sposta indietro le lancette dell’orologio, in nome di un’idea puramente autoritaria e paternalistica del rapporto gerarchico. «Pensi che nella riforma si prevede che ci siano anche i rappresentanti dei comandanti: cioé le controparti della rappresentanza dentro la rappresentanza» segnala Pesciaioli.
«Vogliamo andare davanti palazzo Chigi anche perché c’è un attacco generalizzato ai nostri diritti, come l’orario di lavoro. Stati maggiori e governo vogliono far saltare il principio che c’è un orario di servizio normale anche per i militari. In cambio di soldi, per riaffermare l’idea che per noi non ci sono diritti ma solo concessioni dei comandanti» sottolinea con una certa amarezza Alfredo Squitieri, maresciallo dell’Aeronautica in servizio in Puglia, uno dei padri storici del movimento democratico dei militari, al terzo mandato al Cocer. «La situazione è confusa: a fronte di una malessere generale nelle forze armate - spiega Antonella Manotti, direttore del settimanale “Il nuovo giornale dei militari” che si occupa della tutela delle donne e degli uomini delle forze armate - c’è un governo che accelera i processi di ristrutturazione provocando disagi enormi tra il personale, attacca il diritto all’orario di lavoro e vuol far passare una concezione autoritaria dei rapporti di servizio. I generali hanno ripreso in mano la disciplina e tentano di ostacolare lo sviluppo di un associazionismo di tutela che si sta invece affermando sempre di più. Purtroppo anche l’opposizione fa una politica non di alto livello, e nessuna battaglia di principio».
«È un po’ tardi, ma alla fine anche questo Cocer si è accorto che certe promesse elettorali sono difficili da mantenere» commenta Vincenzo Fralicciardi, ufficiale elicotterista dell’Esercito, presidente dell’Amid, un’associazione di difesa dei diritti dei militari «ma è anche vero che ormai il Cocer non interpreta più le aspettative dei militari, c’è troppa distanza. Dopo tanti anni di rappresentanze, forse la richiesta non è molto chiara tra la gente, ma è certamente maturo il tempo per un sindacato».
Il 16 aprile c’è anche lo sciopero generale per l’articolo 18. Come mai l’appuntamento in piazza proprio quel giorno? «Una coincidenza, solo una coincidenza» assicura il maggiore Giuliana.




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