Apro questa discussione, riportando uno stralcio di questo saggio di Piombini, che ritengo molto interessante.
Possono dei beni pubblici come le strade, i parchi, le fontane lo sviluppo armonico della città, essere forniti da un soggetto diverso dal governo? Le idee dominanti nelle scienze economiche e sociali negano decisamente questa eventualità, perché la ricerca del profitto personale tipica delle transazioni di mercato viene considerata un fattore incompatibile con la produzione di beni che avvantaggiano l'intera collettività. Secondo la nozione moderna messa a punto da Paul Samuelson i "beni pubblici" si caratterizzerebbero per i due profili della "non escludibilità" (essendo impossibile, o eccessivamente costoso, impedire a qualcuno di usufruirne, una volta che il bene è stato prodotto), e della "non rivalità" (il consumo da parte di qualcuno non riduce sensibilmente il consumo del bene da parte degli altri). E' in presenza di queste due peculiarità che sorge il problema del "free rider" (o "scroccone") gli individui, sapendo che anche senza il proprio contributo potranno comunque fruire del bene, e non avendo alcuna assicurazione dell'altrui partecipazione, saranno indotti a sottrarsi a quest'obbligo, dissimulando le proprie preferenze. Se questo ragionamento razionale viene seguito da un ampio numero di persone ne deriverà l'impossibilità di produrre il bene, o una sua produzione subottimale, malgrado la sua grande utilità; i free riders devono quindi essere sottoposti a coercizione. Tra gli esempi di beni pubblici vengono comunemente indicati la difesa nazionale, l'ordine pubblico, l'aria pulita, il verde, le infrastrutture, le strade, le dighe, i servizi sociali. Più precisamente i beni pubblici costituirebbero, secondo la teoria economica ortodossa, un caso particolare di "esternalità", cioè un classico fallimento del mercato. Le esternalità sono gli effetti di un'attività o di uno scambio che ricadono su persone diverse da quelle che vi sono direttamente coinvolte. Mentre le esternalità positive causano una sottoproduzione del bene, perché i produttori non sono in grado di catturarne integralmente i vantaggi, le esternalità negative generano un'eccessiva produzione di mali, perché i produttori non le annoverano tra i costi (ad esempio, non vengono conteggiati come tali i sacrifici imposti alle persone che respirano l'aria inquinata dai prodotti delle industrie chimiche). In entrambi i casi, il sistema dei prezzi di mercato si dimostrerebbe incapace di perseguire risultati efficienti (e da ciò la necessità della presenza della mano pubblica).
I postulati dell'economia del benessere (esternalità, beni pubblici, fallimenti del mercato, economie di scala) sembrano essere rimasti gli unici argomenti capaci di giustificare i comportamenti predatori e autoritari dello Stato, una volta che le vecchie legittimazioni dell'esercizio del potere (il diritto di conquista, il diritto divino, i destini imperiali, la volontà generale, la volontà della nazione, lo Stato etico, la dittatura del proletariato, la pianificazione economica ecc.) hanno perso la loro attrattiva. Essi rappresentano l'ultimo e più sofisticato parto scaturito dalle fervide menti degli intellettuali di Stato per dare una parvenza di moralità alle confische e alle violenze perpetrate dal proprio "datore di lavoro". In quest'articolo mostreremo che non una delle loro premesse, pratiche o teoriche, è fondata. L'affermazione secondo cui solo lo Stato può produrre beni pubblici può infatti essere contestata sotto il profilo storico, economico, etico e filosofico.
a) La critica etica alla teoria dei beni pubblici. Un punto da tenere sempre presente è che tra il mercato e l'intervento statale esiste un'abissale differenza d'ordine morale il primo si basa su libere transazioni vantaggiose per tutte le parti coinvolte, le quali si trovano su un piano di parità; il secondo si fonda sull'esproprio coercitivo compiuto da un soggetto in posizione sovraordinata, che arricchisce alcuni a danno di altri. Il mercato è quindi il luogo della pacifica e volontaria cooperazione nel rispetto dei diritti di tutti, mentre lo Stato è il regno delle relazioni egemoniche che certi uomini (amministratori e beneficiari dell'apparato statale) instaurano nei confronti di altri uomini (i governati). Sembra strano che argomenti così teorici intellettualistici, e astratti, quali la teoria dei beni pubblici, il problema del free rider, i fallimenti del mercato, le esternalità, le economie di scala, possano rappresentare una ragione valida per giustificare la violazione dei diritti degli uomini, con tutte le brutalità che inevitabilmente ne conseguono (costrizioni, irregimentazioni, confische, persecuzioni,). Non basta affermare che senza l'impiego della forza nessuno contribuirebbe alle spese di cui tutti beneficiano a parte il fatto che il "beneficio" è tutto da dimostrare, manca comunque la volontarietà dello scambio. Per dirla con David Friedman, "se un privato viene da me e mi dice "Ti fornisco certi servizi, che tu li voglia o meno, e quindi mi devi pagare", parliamo di un tentativo di estorsione, ma se un governo si comporta allo stesso modo allora parliamo di tassazione. Da un punto di vista etico non vedo alcuna differenza tra i due casi. O li accettiamo entrambi o li respingiamo".
b) La critica economica alla teoria dei beni pubblici. Anche restando su un piano strettamente economicistico, la teoria secondo cui solo lo Stato può fornire in maniera adeguata i beni d'utilità collettiva fa acqua da tutte le parti. La presenza di "fallimenti del mercato" non dimostra nulla, perché i "fallimenti del governo" possono essere in quella situazione di gran lunga superiori. La scuola della Public Choice, applicando alla politica l'analisi economica, ha dimostrato che le decisioni degli organismi pubblici tendono a soddisfare non tanto l'interesse generale, quanto gli interessi della classe politico-burocratica e di particolari gruppi di pressione. L'intervento dello Stato non rimedia affatto alle esternalità o ad altri supposti difetti del mercato, perché nulla assicura che la tassa imposta a ciascuno non superi l'ammontare che questi pagherebbe volontariamente per disporre del bene in questione. Più che ad eliminare le esternalità, lo Stato si limita a redistribuirle in una quantità complessivamente superiore (potendo esigere, ad esempio, qualsiasi ammontare di tasse dai cittadini per realizzare le politiche antinquinamento). La tesi del fallimento del mercato nella produzione dei beni pubblici è quindi viziata da astrattezza, perché tratta le persone come monadi che vivono nell'etere, e non come soggetti che agiscono in un preciso contesto storico e sociale. Essa dimentica che gli uomini generalmente vivono all'interno di associazioni, famiglie, comunità, e che numerosi sono i sistemi di produzione privata dei beni pubblici. Gli imprenditori privati possono infatti trovare profittevole la costruzione e la gestione di opere pubbliche, se hanno la possibilità di applicare tariffe agli utenti; vi sono poi i meccanismi della carità e del mecenatismo, che hanno permesso la realizzazione di ospedali, musei, università, istituti filantropici, mentre le sponsorizzazioni e la pubblicità hanno avuto un ruolo importante nel finanziamento di restauri, manifestazioni, opere di carità, giardini pubblici; molti servizi sociali vengono svolti in maniera estremamente efficiente dalle associazioni di volontariato; alcuni beni pubblici nascono come sottoprodotti di domande private che avvantaggiano incidentalmente i vicini (come nel caso del proprietario che abbellisce la facciata della propria abitazione o cura il proprio giardino); infine, non bisogna sottovalutare la forza che le pressioni sociali (sanzioni morali, disapprovazioni, boicottaggi, ostracismi) possono assumere nei confronti degli approfittatori. Spesso viene detto che l'alternativa tra Stato e mercato è quella tra il fornire dei beni pubblici, seppure imperfettamente, e il non fornirli affatto. La realtà sembra però indicare un'alternativa diversa: mentre nel mercato, mal che vada, gli individui beneficiano dei beni pubblici indipendentemente dal fatto che abbiano contribuito o meno, nello statalismo gli individui rischiano di pagare il bene pubblico anche se questo non viene utilizzato o addirittura fornito!
c) La critica filosofica alla teoria dei beni pubblici. L'attacco più radicale e devastante ai postulati dell'"economia del benessere" è stato però portato, su un piano più filosofico, da Murray N. Rothbard, il quale nega che possa esistere alcunché di definibile come bene pubblico o collettivo, dato che il "pubblico" è un'astrazione che non può avere bisogni. E in relazione ad individui che possiamo parlare di preferenze, senza dimenticare che queste sono soggettive e non possono mai essere individuate a priori sulla base di un ragionamento ipotetico. Solo mediante l'effettivo atto di scelta un individuo rivela la propria preferenza, tutto il resto è pura imposizione o immaginazione di estranei. Non ha quindi senso affermare che il mercato offre in maniera insufficiente un determinato bene pubblico a causa del problema del free rider, poiché non esiste alcun modo per sapere, al di fuori delle scelte concretamente compiute dagli individui, quale sia l'offerta ottimale di questo servizio. Come si fa ad asserire che taluno desidera consumare e finanziare un certo bene pubblico quando il suo comportamento dimostra inequivocabilmente il contrario? L'esistenza di esternalità negative o positive non giustifica affatto l'intervento coercitivo dello Stato, perché in realtà esse altro non sono se non un inseparabile prodotto della civilizzazione. Noi tutti, spiega Rothbard, siamo free rider del passato e del presente, dato che approfittiamo dei vantaggi derivanti dal vivere in una società che si è evoluta grazie agli sforzi delle generazioni precedenti. Il biasimo verso i free rider parte dunque da due assunti parimenti inaccettabili: che non si abbia il diritto di ricevere dagli altri dei benefici gratuiti, e che non si possa avvantaggiare liberamente col proprio comportamento terze persone.
d) La critica storica alla teoria dei beni pubblici. Secondo la metodologia falsificazionista popperiana, le leggi scientifiche sono sempre ipotetiche e tali rimangono fino a che un fatto della realtà non si riveli in contrasto con i suoi assunti; centinaia di conferme non valgono ad avvalorare definitivamente una teoria scientifica, ma è sufficiente una singola smentita per falsificarla. La tesi secondo cui il mercato sarebbe incapace di produrre beni pubblici in quantità e qualità adeguata è stata falsificata non una, ma un'infinità di volte, dato che nella storia non esiste un bene pubblico la cui offerta non sia stata efficientemente apprestata, in determinate occasioni, dal settore privato. Fa a pugni con il senso comune pensare ad una comunità di uomini liberi che facciano a meno di un indispensabile bene collettivo perché non riescono a realizzarlo attraverso liberi accordi. Il servizio antincendio, ad esempio, viene svolto in Arizona e in altri Stati americani quasi esclusivamente da imprese private. La più famosa di tutte, la Rural/Metro. Per quanto riguarda un altro classico "bene pubblico" come il faro, Ronald Coase ha ridicolizzato gli economisti che sostenevano a tavolino l'impossibilità della sua fornitura privata dimostrando, in un celebre saggio, come per lungo tempo in Gran Bretagna questo servizio di illuminazione venisse svolto al di fuori delle istituzioni pubbliche. Prima dell'avvento dello "stato sociale" la società civile nei paesi più sviluppati aveva saputo creare una fittissima ed efficiente rete di istituzioni educative, assistenziali, e di beneficenza poi in larga parte esautorate dal processo di burocratizzazione. L'emissione della moneta è oggi universalmente un'attività svolta dallo Stato in condizioni di monopolio, ma il denaro e le banche sono il risultato dello spontaneo sviluppo di transazioni commerciali, e il loro assorbimento da parte dell'autorità statale è un fenomeno relativamente recente. Molti sembrano dimenticare che anche il diritto è costituito in larga parte da regole consuetudinarie che continuano ad evolversi nel tempo, e non dalla legislazione statale. Il diritto commerciale, ad esempio.....




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