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    Predefinito Conoscetelo anche voi......

    ....se lo conosci lo eviti, se lo conosci non.......LO VOTI!!


    Vita, opere e miracoli di Silvio,
    il Venditore
    cura di Massimiliano Marena
    Bilancia.
    Silvio Berlusconi nasce il 29 settembre 1936, sotto il segno zodiacale della Bilancia, ascendente Bilancia, in una abitazione al numero 60 di via Volturno, a Milano. Suo padre, Luigi Berlusconi, è un funzionario della Banca Rasini. Sua madre, Rosa Bossi, è casalinga. In seguito nasceranno la sorella Antonietta (1943) e il fratello Paolo (1949).

    Dai slesiani.
    Dopo la licenza elementare, a 12 anni Berlusconi viene affidato ai padri salesiani e nel vecchio convitto ristrutturato di via Copernico 9, a Milano, svolge gli studi sino a quando, diciannovenne, ottiene la maturità classica. I suoi ex compagni di scuola ricordano come Berlusconi facesse i compiti in un baleno e poi aiutasse i vicini di banco pretendendo in cambio caramelle, oggettini, di preferenza 20 o 50 lire.

    Le navi da crociera.
    Finito il liceo classico nell'istituto religioso dell'Opera salesiana, Silvio Berlusconi si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza dell'Università Statale di Milano. Per guadagnare qualche soldo si fa pagare piccole commissioni per la famiglia e vende aspirapolveri al vicinato. Al terzo anno di studi universitari trova lavoro in una impresa edile (la Immobiliare costruzioni). D'estate si imbarca sulle navi da crociera della compagnia Costa dove, durante le traversate nel Mediterraneo, fa l'animatore di bordo, l'intrattenitore, racconta barzellette, recita sketch e canta canzoni. Con lui, Fedele Confalonieri al pianoforte.

    La laurea.
    Nel 1961 Berlusconi consegue la laurea in Giurisprudenza, a 25 anni, con una tesi dal titolo "Il contratto di pubblicità per inserzione", relatore il docente Remo Franceschelli, voto 110 e lode. Con la tesi Berlusconi vince un premio di 2 milioni messo in palio dall'agenzia pubblicitaria Manzoni di Milano. Il giovane neolaureato riesce a evitare il servizio militare.


    La cantieri riuniti.
    A inizio anni Sessanta, Berlusconi conosce Carla Elvira Dall'Oglio, nata a La Spezia nel 1940 e trasferitasi con i suoi a Milano. I due si sposano nel marzo 1965 e dalla loro unione nascono i figli Maria Elvira detta Marina (1966) e Pier Silvio (1969). Berlusconi si mette in proprio: fonda con il costruttore edile Pietro Canali, cliente della Banca Rasini, la Cantieri riuniti milanesi srl e acquista per 190 milioni un terreno in via Alciati a Milano grazie alla fideiussione della banca di papà.

    La prima Edilnord e Brugherio.
    Nel 1962, per costruire un quartiere residenziale da 4 mila abitanti a nord di Milano, a Brugherio, Berlusconi costituisce la Edilnord sas di Silvio Berlusconi e C. dove lui figura come "socio d'opera", mentre i capitali arrivano da Lugano, dalla Finanzierungesellschaft fur Residenzen Ag, rappresentata dall'avvocato svizzero Renzo Rezzonico.

    La seconda Edilnord e Milano 2.
    La Edilnord sas di Silvio Berlusconi e C. nel settembre 1968 acquista per oltre 3 miliardi di lire un'area di 712 mila metri quadrati a Segrate, alla periferia di Milano, su cui realizzare il quartiere residenziale di Milano 2. Nel 1972 la prima Edilnord viene messa in liquidazione e entra in scena la Edilnord centri residenziali di Lidia Borsani e C. Borsani, cugina di Berlusconi, è socia accomandataria; accomandante è una finanziaria svizzera di Lugano, l'Aktiengesellschaft fur Immobilienlagen in Residenzzentren Ag, che fornisce il capitale iniziale. Il Comune di Segrate nel 1969 concede a Edilnord la prima licenza edilizia. Milano 2 viene completata nel 1979. Nel 1973, Berlusconi riesce a far deviare le rotte degli aerei che, decollati a Linate, passavano sopra il quartiere.

    Case, palazzi, città.
    Nel 1975 la società di costruzioni Italcantieri srl (1973), a capitale svizzero, viene trasformata in spa e Berlusconi ne assume la presidenza. Nel gennaio 1978 viene liquidata la Edilnord per fare posto alla Milano 2 spa, una società costituita a Segrate grazie alla trasformazione della Immobiliare San Martino spa amministrata a Roma (dal 1974) da Marcello Dell'Utri, con soci fondatori Servizio Italia fiduciaria spa e Saf, Società azionaria fiduciaria spa. Nel luglio 1978, il capitale della Milano 2 spa viene portato a 2 miliardi.

    La Fininvest, Milano 3, la Sardegna.
    A metà anni Settanta a Roma nasce la Fininvest, con soci fondatori le stesse società che hanno costituito la Immobiliare San Martino divenuta poi Milano 2 spa: Servizio Italia e Saf. Nel 1979 la Fininvest Roma srl incorpora la Fininvest finanziaria d'investimenti spa di Milano e la sede è trasferita a Milano. Nel consiglio d'amministrazione siedono il presidente Silvio Berlusconi, il fratello Paolo e il cugino Giancarlo Foscale. Capitale sociale 52 miliardi, con le quote intestate alle due società fondatrici, fiduciarie della Banca Nazionale del Lavoro. Tra il 1979 e il 1990 Berlusconi realizza a Basiglio una nuova cittadella residenziale, Milano 3, il centro commerciale Il Girasole a Lacchiarella e progetta il villaggio residenziale Costa Turchese, a sud di Olbia, in Sardegna. In questo periodo ha contatti d'affari con il faccendiere Flavio Carboni.

    Arcore, Veronica Lario, la P2.
    La società Immobiliare Idra srl, nata a Roma nel 1980, acquista a prezzi vantaggiosissimi una villa con parco ad Arcore, ex dimora dei Casati Stampa. Berlusconi vi trasferisce la sua residenza privata. Sempre nel 1980 Berlusconi incontra una giovane attrice bolognese, Miriam Bartolini, in arte Veronica Lario, nata nel luglio 1956, con la quale inizia una relazione extraconiugale che si sviluppa tra la villa in via Rovani 2 a Milano e i week-end a Saint-Moritz e Portofino. Nel marzo 1981 vengono scoperte le liste della loggia massonica P2 di Licio Gelli. Silvio Berlusconi risulta affiliato alla loggia dal 26 gennaio 1978, con la tessera numero 1816. La relazione della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla P2 segnalerà: "Alcuni operatori (Genghini, Fabbri, Berlusconi) trovano appoggi e finanziamenti al di là di ogni merito creditizio". Nel 1985 Berlusconi si separa dalla signora Dall'Oglio. Un anno e mezzo prima aveva avuto da Veronica Lario la figlia Barbara. Nel 1986 nasce Eleonora e nel 1988 il quinto figlio di Berlusconi, Luigi. Veronica Lario, divenuta la seconda moglie di Silvio Berlusconi, e i suoi tre figli, vivono nella settecentesca villa dei Visconti a Macherio. Nella villa di Arcore, invece, vivono i due figli nati dal primo matrimonio. Ad Arcore viene ad abitare il boss di Cosa nostra Vittorio Mangano.

    Canale 5, la notte di San Valentino.
    Nel 1977 Berlusconi entra nel consiglio d'amministrazione del deficitario "Giornale nuovo" di Indro Montanelli. Nel 1978 rileva il Teatro Manzoni di Milano, in crisi. Ma il suo nuovo business è la tv: a Milano 2 aveva già creato la sua prima tv via cavo, Telemilano, che dal 1974 aveva iniziato a trasmettere come "tv condominiale"; nel 1979 costruisce un circuito televisivo nazionale, che sarà alimentato da Publitalia 80, la concessionaria che raccoglie pubblicità. Il 14 febbraio 1983, nel corso di un blitz delle forze dell'ordine (la "notte di San Valentino"), vengono arrestati a Milano imprenditori considerati i colletti bianchi della mafia; la Banca Rasini, con la quale Berlusconi era da sempre in stretti rapporti, è indicata come implicata nel riciclaggio di denaro sporco.

    Decreto Berlusconi, legge Mammì.
    Negli anni Ottanta, dopo aver lanciato Canale 5, la Fininvest di Berlusconi acquista Rete 4 dalla Mondadori e Italia 1 dalla Rusconi. In mancanza di leggi sulle tv e grazie agli appoggi politici, Berlusconi cresce fino a insidiare il monopolio Rai. Nell'ottobre 1984 le tre reti Fininvest sono oscurate dai pretori di Roma, Torino e Pescara per avere illegittimamente trasmesso su tutto il territorio nazionale. Quattro giorni dopo Bettino Craxi, amico di Berlusconi e presidente del Consiglio, vara un decreto legge (che passerà alla storia come "decreto Berlusconi") che consentirà alla Fininvest, in assenza di una legge sulle emittenze, di riprendere le trasmissioni su tutta Italia. Nel 1986 Silvio Berlusconi diviene proprietario e presidente del Milan.
    Tra il 1988 e il 1989, la Mondadori passa dalle mani di Carlo De Benedetti a quelle di Silvio Berlusconi, che nel 1990 diviene presidente della casa editrice. Dopo un lungo contrasto nelle aule di tribunale, nell'aprile 1991 è firmato l'accordo che assegna la Mondadori alla Fininvest. Nell'agosto 1990, dopo polemiche e contrattazioni senza fine, il Parlamento approva la legge Mammì sulla regolamentazione del settore televisivo. La legge garantisce a Berlusconi la proprietà di tutti e tre i suoi network e l'egemonia nella raccolta pubblicitaria; vieterebbe alla Fininvest il controllo del Giornale di Montanelli, ma Berlusconi la aggira cedendolo nel 1992 al fratello Paolo. Nell'autunno 1990 ottengono la concessione governativa altri tre canali (le pay-tv Tele+1, Tele+2 e Tele+3), controllati da Berlusconi attraverso prestanomi.

    I debiti e la politica.
    Dopo il 1992 le inchieste di Mani pulite portano alla dissoluzione dei partiti che erano stati vicini a Berlusconi. La Fininvest è oberata dai debiti. Le banche creditrici pretendono una sorta di commissariamento: ai vertici dell'azienda s'insedia il manager Franco Tatò. Berlusconi, spinto da Marcello Dell'Utri, crea un suo partito, Forza Italia.

    Forza Italia.
    Forza Italia vince le elezioni politiche del 27 marzo 1994, grazie all'accordo con la Lega di Umberto Bossi e la destra post-fascista di Gianfranco Fini. L'11 maggio 1994 Silvio Berlusconi diventa presidente del Consiglio alla guida di un governo di centrodestra. Nel giugno 1994, alle elezioni europee, Forza Italia raggiunge il 30,6 per cento dei voti. Nel dicembre 1994 la Lega nord provoca la crisi e la caduta del governo. Il 21 aprile 1996 alle elezioni politiche Berlusconi è sconfitto dalla coalizione di centrosinistra dell'Ulivo guidata da Romano Prodi. Rilegittimato da Massimo D'Alema come "padre costituente" nella Commissione bicamerale, Berlusconi cresce, raccoglie successi alle elezioni europee e regionali e si prepara alle politiche del 13 maggio 2001, candidandosi per la terza volta a presidente del Consiglio.

    Il resto lo sapete.

    Ve l'ha detto ....LUI!

  2. #2
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    E' nato in via Volturno? Davanti alla sede del PCI!

  3. #3
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    Originally posted by Alberich
    E' nato in via Volturno? Davanti alla sede del PCI!
    Già!!

    Meschiiiiino!!

  4. #4
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    Tragicomico '94
    di Andrea Colombo
    20 maggio-22 dicembre: i sette mesi tutti da ricordare del governo di Berlusconi

    Il governo Berlusconi ottiene dalla Camera una solida fiducia, 366 voti a favore 245 contrari, il 20 maggio del 1994. Conta 25 ministri e 37 sottosegretari. C'è qualche faccia nota al grande pubblico, quello televisivo. Giuliano Ferrara, ex Pci, poi pasdaran craxiano e conduttore d'assalto sulle reti Mediaset, è ministro per i Rapporti con il Parlamento. Antonio Guidi, portatore di handicap reso celebre dal Maurizio Costanzo Show, guida il dicastero della Famiglia. Ma, per la stragrande maggioranza, i ministri del governo del Polo della libertà e del buongoverno sono volti ignoti. Politici di lungo corso, ma relegati ai margini del gioco come gli ex missini di An, oppure principianti assoluti miracolati dal terremoto che in meno di due anni ha abbattuto i partiti storici della prima Repubblica, passati in pochi mesi dall'anonimato al governo sotto i vessilli azzurri di Forza Italia, il partito-azienda di Silvio Berlusconi, o con la Lega del barbaro Umberto Bossi.
    Francesco Speroni, celebre soprattutto per le abbacinanti cravatte e per il look da ranchero texano vestito a festa, è ministro per le Riforme istituzionali. Un premio di consolazione per la mancata ascesa alla presidenza del Senato, bloccata dallo stesso Berlusconi e soprattutto dal veto del presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. Roberto Maroni, l'eterno braccio destro di Bossi, è ministro degli Interni. Cesare Previti, chiacchieratissimo avvocato del cavalier Berlusconi, abituato al gioco pesante e ai colpi bassi, origini neofasciste mai rinnegate, non è ministro della Giustizia per un pelo. Anche in questo caso, la nomina è stata ostacolata da Scalfaro, oltre che dall'indignazione della stampa. L'avvocato romano, che finirà qualche anno dopo sotto processo, fa parte ugualmente della pattuglia ministeriale di Forza Italia, ma come responsabile della Difesa. Al suo posto, in veste di Guardasigilli, c'è un vecchio leader radicale di provato garantismo, Alfredo Biondi. Ma nei sette mesi di vita del governo Berlusconi, l'avvocato Previti continuerà a occuparsi di giustizia assai più che di forze armate, tanto da far apparire Biondi quasi solo un prestanome. Un altro liberale, Raffaele Costa, è ministro della Sanità.
    Nella foto di gruppo del governo mancano due uomini che il presidente del Consiglio ha cercato in ogni modo di arruolare tra i suoi ministri. Il primo è Antonio Di Pietro, pm di punta del pool Mani pulite, all'apice della sua popolarità. La sua inclusione nella squadra metterebbe il Cavaliere al riparo da ogni accusa e sospetto di corruzione. Per convincere il recalcitrante magistrato, Berlusconi invoca (invano) i buoni uffici del presidente Scalfaro, poi quelli dell'ex presidente Cossiga, che di Tonino Di Pietro è amico. Il pm arriva a Roma in segreto, parla con Berlusconi e con Scalfaro, poi chiede consiglio a Cossiga che lo spinge al rifiuto. Sul futuro del governo del Polo, profetizza, è meglio non scommettere troppo. Il secondo grande assente è Marco Pannella, indisponibile a entrare se non in veste di ministro degli Esteri, un posto che Berlusconi ha già riservato ad Antonio Martino, liberale di antica schiatta democristiana, con ottimi rapporti negli Stati Uniti.
    Non che mettere a punto la lista dei ministri sia stato un lavoretto facile. Ci sono volute notti di estenuanti trattative: solo il braccio di ferro intorno al ministero Mastella è durato quasi una settimana. Tra un Berlusconi deciso a non offuscare la patina "nuovista" del governo con un nome che più democristiano non si potrebbe immaginare e un Mastella altrettanto determinato a fregiarsi del titolo di ministro l'ha spuntata il secondo. Il presidente del Ccd, già braccio destro di Ciriaco De Mita e discusso proconosole della Rai, indiscusso ras di Ceppaloni e dintorni, è ministro del Lavoro. Al compagno di partito Francesco D'Onofrio va la Pubblica istruzione, e stavolta nessuno si oppone. Docente universitario ed ex cossighiano, D'Onofrio rappresenta la faccia colta e meno coinvolta con il sottogoverno dello scudocrociato
    La voracità di Mastella è il minore dei guai: una tipica rissa sulla spartizione delle poltrone ma nulla di più. Ben diverso il caso dei ministri targati Alleanza nazionale. Il ricordo del vecchio Msi neofascista è ancora troppo recente per far finta di niente. A Strasburgo il Parlamento europeo ha approvato, con un solo voto di scarto, una mozione contraria all'ingresso dei neofascisti nel futuro governo. Berlusconi tenta di aggirare lo scoglio con la classica trovata dei "ministri d'area". Fini s'impunta, il futuro premier cede. I ministri di An saranno cinque, tre dei quali dirigenti storici del Msi. Pinuccio Tatarella, eminenza grigia di An e principale artefice dell'operazione che ha portato il partito di Almirante dal ghetto al governo, guida il ministero delle Poste e assume anche, in tandem con il leghista Roberto Maroni, la vicepresidenza del Consiglio. Completano la pattuglia Publio Fiori, ex Dc romano gambizzato dalle Br negli anni Settanta, poco o nulla da invidiare a Mastella quanto a democristianicità, e il professor Domenico Fisichella, un acquisto dell'ultima ora che ha aderito a An senza passare, caso raro, per la fiamma.
    Gianfranco Fini non si accontenta. Con l'eccezione del ministero della Poste e telecomunicazioni, una postazione chiave, la rappresentanza del suo partito è stata relegata nei dicasteri di secondo piano. Per sbrogliare la matassa Berlusconi dimentica le fantasie innovative e ricorre a una versione aggiornata del manuale Cencelli. Nomina Maurizio Gasparri sottosegretario agli Interni, ma con poteri tali da farne quasi un ministro ombra.
    Per la delegazione governativa del suo neonato partito, il padrone di Mediaset ha pescato un po' ovunque. Viene direttamente dai vertici dell'azienda il potente sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta. Al Tesoro, il presidente piazza un tecnico, Lamberto Dini, già presidente di Banca d' Italia, famoso per i dissapori con il governatore Ciampi. La casella vacante è quella del ministero delle Finanze, una postazione fondamentale per un presidente del Consiglio che sulla diminuzione della pressione fiscale ha impostato buona parte della campagna elettorale. La scelta cade su Giulio Tremonti, eletto per la verità in una lista d'opposizione, quella del Patto Segni. Ma la trattativa è rapidssima e, a meno di due mesi del voto, Tremonti passa dai banchi dell'opposizione a quelli del governo. Foltissima, infine, la rappresentanza leghista. Tra ministri e sottosegretari Bossi piazza al governo quasi l'intero stato maggiore del Carroccio. Rimane escluso, per volontà dello stesso senatur, l'ideologo della Lega, il professor Gianfranco Miglio, che non gradisce lo sgarbo, abbandona offeso l'infido senatur e si iscrive al gruppo misto. È la prima di una serie di defezioni (o espulsioni) che di lì a poco decimeranno il gruppo dirigente della Lega.
    Il voto di fiducia a Montecitorio è una passegiata priva di suspence, tanto è schiacciante il vantaggio del centrodestra. La prova era stata ben più difficile e incerta al Senato, il 18 maggio. Privo di maggioranza assoluta, con solo 154 seggi conquistati nelle elezioni del 27 marzo, il Polo aveva temuto il peggio sino all'ultimo minuto. Grazie all'appoggio di alcuni senatori a vita e all'assenza dall'aula di quattro senatori del Ppi, poi espulsi dal gruppo (tra cui Cecchi Gori) il governo Berlusconi aveva passato il test più difficile di stretta misura, con 159 voti contro i 153 dell'opposizione.
    Il brivido di palazzo Madama arriva al termine di una gestazione tra le più travagliate nella storia della Repubblica. Tra le elezioni del 27 marzo e il varo definitivo del governo corrono quasi due mesi di scontri, tensioni e mercanteggiamenti da far impallidire i momenti peggiori della prima Repubblica. Nonostante le roboanti dichiarazioni del Cavaliere e i sondaggi trionfali che sbandiera a ripetizione, il suo governo nasce fragile e malaticcio. Alle origini della sua debolezza c'è l'ambigua formula grazie alla quale il centrodestra si è affermato nelle elezioni di marzo, le prime dopo il referendum elettorale del 1993 e l'introduzione del maggioritario.
    Il Polo della libertà e del buon governo, vittorioso nelle urne, è in realtà inesistente. La fantasiosa definizione indica la giustapposizione di due alleanze diverse, quella tra Forza Italia e An al sud, quella tra il partito azienda di Berlusconi e la Lega al nord, dove An addirittura si contrappone all'asse Berlusconi-Bossi in alcuni collegi. In virtù di questa bizzarra alchimia, la Lega si sente in diritto sin dal primo momento di rivendicare una piena autonomia, nonché di esigere una rappresentanza molto superiore al suo peso reale. Con l'8,3 per cento dei voti, la Lega nord ottiene la quota parlamentare più cospicua, 118 deputati e 58 senatori, più di An, col suo 13,4 per cento e della stessa Forza Italia, primo partito nella coalizione e nel Paese con il 21 per cento dei voti (il Pds, principale partito del cartello riformista aveva preso il 20,3 per cento, il Ppi, in lizza come terza forza autonoma, l'11per cento ).
    Umberto Bossi passa all'offensiva appena chiuse le urne. Nelle 48 ore successive al voto rivendica il ruolo di primo piano del Carroccio e non esita a mettere in discussione la stessa premiership di Berlusconi, proponendo un governo costituente che vari il federalismo: il leader di Forza Italia dovrebbe subentrare a Palazzo Chigi solo in un secondo momento. Nelle settimane seguenti, il senatur arriva a più miti consigli. Ma il suo prezzo è salato, e non solo in termini di ministeri e sottosegretariati. Bossi ottiene anche una poltrona al vertice delle istituzioni. Fallito il tentativo di piazzare Speroni alla presidenza del Senato, si impunta sulla nomina alla presidenza della Camera di Irene Pivetti, non ancora trentenne, cattolica integralista celebre per i continui attacchi contro il cardinal Martini. La Pivetti viene eletta il 16 aprile, mentre al Senato il forzista Carlo Scognamiglio supera di un voto il presidente uscente, Spadolini.
    La strada per trasformare la vittoria elettorale in un governo è stata defatigante, ma, a operazione compiuta, per un attimo che dura quasi due mesi, Silvio Berlusconi ha l'impressione di aver travolto ogni ostacolo. Le elezioni europee che si svolgono il 12 giugno segnano il trionfo del Polo, che arriva a un passo dalla maggioranza assoluta e in particolare di Forza Italia che supera il 30 per cento.
    Sull'onda del trionfo elettorale, con un'opposizione annichilita e il segretario del Pds, Achille Occhetto, dimissionario, il governo passa all'offensiva. Tra giugno e luglio snocciola un decreto dopo l'altro, passa dal condono edilizio a quello fiscale, assedia e conquista i vertici Rai in virtù di un emendamento che vincola la permanenza del consiglio d'amministrazione all'approvazione da parte dell'esecutivo del suo piano triennale di rilancio dell'azienda pubblica. Al cda non resta che prendere atto del diktat e dimettersi 24 ore dopo la presentazione dell'emendamento.
    Subito dopo la Rai, è il turno di Banca Italia. Il governo tenta l'arrembaggio. Berlusconi rivendica il diritto a nominare i vertici della Banca centrale. Ma stavolta la replica arriva direttamente dal Quirinale. Scalfaro, con una dichiarazione ufficiale, difende l'autonomia della Banca centrale. Non sarà l'ultima volta che il capo dello stato si troverà costretto a ricordare all'esecutivo l'autonomia dell'istituto centrale. Tensioni, scontri e stilettate proseguiranno per tutta l'estate, in particolare dopo l'aumento del costo del denaro di mezzo punto, deciso il 12 agosto.
    Sempre sull'onda del successo elettorale, Berlusconi tenta l'affondo contro la magistratura a metà luglio. Il governo vara un decreto, firmato dal Guardasigilli Biondi, ma ispirato da Cesare Previti che limita fortemente i margini della custodia cautelare per i reati di corruzione e concussione. Il decreto interessa una parte minima della popolazione carceraria, ma consente di mettere in libertà quasi tutti gli imputati in attesa di giudizio per le inchieste sulla corruzione politica. Viene ribattezzato immediatamente "decreto salvaladri". Il pool Mani pulite della procura di Milano ribatte in diretta tv. I pm annunciano le loro dimissioni, si dichiarano non più in grado di svolgere il loro lavoro, puntano sull'effetto scenico con un plateale abbraccio d'addio di fronte alle telecamere. Il crollo di popolarità del governo è immediato, e Berlusconi peggiora la situazione litigando, nel corso di una conferenza stampa, con una giornalista de il manifesto Giovanna Pajetta. Ancora una volta le telecamere registrano lo spettacolo del premier che lascia a metà una conferenza stampa, inseguito dai cronisti, accusando la giornalista di essere "soltanto una agit-prop". Per la prima volta vacilla persino la fedeltà di Alleanza nazionale che, sferzata dal suo stesso elettorato, chiede il ritiro del decreto. La Lega fa lo stesso e minaccia addirittura le dimissioni del ministro degli Interni Maroni. Il 19 luglio il decreto Biondi viene ritirato, ma la dèbacle non resta senza conseguenze. Per il governo inizia una lunga agonia, una crisi sempre più profonda che inutilmente il premier cerca di risolvere, prima affrontando il nodo del conflitto di interessi, cioè la più pesante tra le ipoteche alla sua credibilità, poi tentando l'affondo sulla riforma delle pensioni.
    Il piano che dovrebbe risolvere il conflitto di interessi viene presentato alla fine di luglio e viene subito giudicato del tutto inefficace dagli esperti. Prevede l'istituzione di un blind trust, in concreto l'affidamento della guida delle aziende di proprietà del premier a un gestore, scelto dallo stesso Berlusconi. Un comitato di garanti composto dal presidente della Repubblica e dai presidenti delle due camere dovrebbe confermare o revocare la scelta. Ma è lo stesso Scalfaro a silurare per primo il progetto, segnalando l'incostituzionalità di un suo intervento in qualità di garante. Subito dopo è il turno della Lega, che boccia il piano definendolo inutile.
    Ormai il governo passa da una sconfitta all'altra, corre a precipizio verso una crisi ampiamente prevedibile. La Lega scalpita, moltiplica gli attacchi al governo, si comporta sempre più come un partito di opposizione invece che di governo. In agosto Berlusconi ospita Bossi ad Arcore, lo abbraccia a beneficio dei telespettatori, dichiara chiarito ogni equivoco. Il senatur lo smentisce a stretto giro di posta e continua a martellare il governo.
    In settembre Berlusconi tenta di risolvere la crisi con un affondo. Inserisce nella finanziaria 1995 un progetto di riforma delle pensioni, che prevede l'immediato slittamento dell'età pensionabile. I sindacati rispondono con una serie di scioperi, poi a metà ottobre con manifestazioni in tutte le principali città. Il 19 novembre centinaia di migliai di persone sfilano a Roma invocando lo sciopero generale, che viene proclamato per il 2 dicembre. Alla camera, dove è in discussione la finanziaria, la Lega fa fronte comune con l'opposizione appoggiando e a volte proponendo in prima persona emendamenti che depotenziano la riforma.
    Per tutto novembre, il presidente del Consiglio sembra deciso alla prova di forza, assicura che neppure lo sciopero generale potrebbe convincerlo a ritirare la riforma. Ma proprio mentre le piazze si riempiono e gli scioperi si moltiplicano, il fronte giudiziario torna incandescente. Il procuratore di Milano Francesco Saverio Borrelli rilascia un'intervista, che verrà criticata non solo dal governo ma dallo stesso capo dello Stato, in cui lascia intuire che Berlusconi potrebbe presto ricevere un avviso di garanzia, nel quadro delle inchieste sulla corruzione. Il governo presenta un esposto alla Corte costituzionale e minaccia una denuncia penale contro Borrelli. Ancora una volta è Scalfaro a impedire un cozzo frontale tra poteri dello Stato di proporzioni inaudite anche nell'Italia degli anni Novanta. Il presidente impone un ridimensionamento dell'esposto e l'annullamento dei progetti di denuncia, in cambio si impegna a portare il caso Borrelli al Consiglio superiore della magistratura.
    Ma l'avviso di garanzia arriva davvero, il 22 novembre, e nel momento per Berlusconi più devastante: mentre presiede a Napoli il vertice internazionale sulla lotta alla criminalità.
    Bersagliato su tutti i fronti, il governo si arrende anche sulle pensioni il primo dicembre. A 24 ore dallo sciopero generale, il progetto viene ritirato. Tre giorni dopo il successo del centrosinistra nelle elezioni amministrative evidenzia la crisi terminale del governo del Polo.
    Per le opposizioni è il momento di sferrare l'attacco finale, portando a termine una manovra preparata nel corso dell'estate soprattutto dal nuovo segretario del Pds, Massimo D'Alema, eletto in luglio. Nel corso di una serie di colloqui segreti, D'Alema si assicura prima di tutto la disponibilità del Ppi, guidato dal filosofo cattolico Rocco Buttiglione, i cui voti sono determinanti per formare una nuova maggioranza in caso di caduta del governo. Poi inizia la marcia di avvicinamento verso il Carroccio. Sulla volontà di Bossi di porre termine all'alleanza con il partito di Arcore non ci sono dubbi. In pochi mesi, il senatur si è trasformato nel più spietato e irriducibile tra i nemici del governo, non passa giorno senza un suo attacco in particolare contro Berlusconi. Ma Bossi sa di non poter aprire la crisi di governo senza la garanzia che ciò non comporterà elezioni anticipate dalle quali la Lega uscirebbe distrutta. È una garanzia che può essere chiesta solo al presidente della Repubblica. E Scalfaro, prendendo la decisione più discutibile ed effettivamente discussa della sua tempestosa presidenza, si impegna. Fa sapere a Bossi che, in presenza di una maggioranza alternativa, non scioglierebbe le camere, forte del testo costituzionale che impone al capo dello Stato di verificare ogni possibilità di tenere in vita la legislatura prima di disporne la chiusura.
    Il 22 dicembre 1994 Silvio Berlusconi, rimasto senza maggioranza parlamentare, si dimette da presidente del Consiglio.

  5. #5
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    Tanto denaro dal nulla
    di Luca Andrei
    Società svizzere e sconosciute casalinghe alle origini dell'impero del Cavaliere. Poi, un'architettura di holding intricata e oscura

    " È una casalinga di Segrate il socio misterioso di Berlusconi". Correva l'anno 1983 e il mensile economico Espansione titolava così il ritratto indiscreto di un rampante protagonista della Milano degli affari. A quei tempi Silvio Berlusconi era ancora lontanissimo dal teatrino della politica. Al più la gente sentiva parlare di lui come l'abile costruttore che aveva tirato su dal nulla il quartiere di Milano 2. E molte migliaia di italiani incominciavano ad appassionarsi ai programmi di Canale 5, in rapida ascesa grazie anche al fresco acquisto di Italia 1 dall'editore Edilio Rusconi. Il futuro leader di Forza Italia, però, dimostrava già una spiccata attitudine alle pubbliche relazioni. Apriva la villa di Arcore ai giornalisti amici, mostrava orgoglioso la collezione di quadri del Quattro-Cinquecento e la superbiblioteca da 10 mila volumi e agli intimi riservava un'esibizione al pianoforte. Ma non era solo una questione di convenevoli. Nei primi anni Ottanta il futuro leader di Forza Italia si preoccupò di costruirsi attorno una leggenda da self made man all'americana, da imprenditore che si è fatto da sé grazie alle sue straordinarie capacità di venditore.
    Nella carriera del nuovo Paperone facevano bella mostra i più diversi mestieri: cantante nel locali da ballo e sulle navi da crociera, fotografo ai matrimoni, piazzista di elettrodomestici. Tutto veniva buono per creare l'immagine dell'uomo d'affari vincente, anche grazie all'uso abilissimo della grancassa dei media. Resta memorabile, a questo proposito, un'intervista rilasciata al mensile Capital nel 1981, dove un Berlusconi in vena di confessioni spiegava come riuscì a far fruttare il piccolo gruzzolo (qualche milione) affidatogli dal padre Luigi, funzionario di banca.
    Ovviamente la realtà dei fatti risulta un po' più complessa. Non basta la leggenda per spiegare come il fondatore della Fininvest abbia potuto accumulare una fortuna personale di svariate centinaia di miliardi nel giro di un decennio o poco più: dagli esordi da immobiliarista a metà degli anni Sessanta fino alla fine degli anni Settanta, quando prese il via l'attività televisiva. Per raccontare questa storia servono dati concreti, numeri e percentuali. Ma su tutto questo Berlusconi ha sempre glissato.
    E allora conviene tornare alla casalinga di Segrate, quella di cui parlò il mensile Espansione nel 1983. La signora in questione si chiama Nicla Crocitto e oggi dovrebbe avere una settantina d'anni. Un giorno di giugno del 1978 alla signora Crocitto venne affidato un compito molto importante. Fu lei a sottoscrivere la quota di maggioranza di 38 società, tutte con lo stesso nome, Holding italiana, e distinte una dall'altra in base a una numerazione progressiva: Holding italiana prima, seconda, terza e così via fino all'ultima della serie. Molte di queste finanziarie negli anni successivi si persero per strada. Furono accorpate tra di loro oppure con altre società.
    Le prime 22 però, nel loro piccolo, erano destinate a passare alla storia. A ciascuna di queste venne attribuita una piccola quota del capitale della Fininvest. E fino a oggi, a parte un paio di holding fuse di recente tra di loro, la situazione è rimasta la stessa. Ma perché mai fu scelta un'architettura così complessa? Non sarebbe stato più comodo, sull'esempio di tutti i grandi gruppi industriali italiani, cavarsela con un paio di finanziarie di controllo. "Motivi fiscali", questa la spiegazione offerta innumerevoli volte dai portavoce di Berlusconi. Eppure, a ben guardare, in soli bolli e imposte di registro la gestione di ben 22 finanziarie finisce per risultare molto costosa. Piuttosto, se si considerano gli ingenti flussi di capitali transitati dalle holding verso la Fininvest, allora è possibile immaginare una spiegazione diversa da quella ufficiale.
    Sì, perché anche le somme più ingenti, se divise in 22 parti, danno meno nell'occhio e consentono di mimetizzare al meglio operazioni di grande rilievo finanziario. La signora Crocitto era ovviamente solo una comparsa in una storia molto più grande di lei. Pochi mesi dopo aver posato la prima pietra del futuro impero Fininvest, la casalinga di Segrate si fece da parte. Arriva Berlusconi? Proprio no, perché il capitale delle holding passa a due fiduciarie: la Saf del gruppo bancario Bnl e la Parmafid. Il padrone vero, il miliardario di Arcore, resta ancora dietro le quinte e sulla poltrona di amministratore unico delle finanziarie arriva Luigi Foscale, classe 1915, zio di Berlusconi. A questo punto, e siamo nel dicembre del 1978, la girandola dei miliardi è davvero pronta a partire. Attenzione però, siamo alle prese con una giostra velocissima. I miliardi vanno e vengono, girano a gran velocità da una scatola all'altra. E allora conviene concentrarsi sui movimenti più importanti e lasciar perdere le operazioni di contorno, che rischiano di portarci fuori strada. Che poi, con ogni probabilità, era proprio l'obiettivo di chi ha costruito queste complesse operazioni finanziarie. Così a conti fatti si scopre che tra il 1978 e il 1980, dalle 22 holding transitano circa 82 miliardi di lire. Una somma che vale circa 315 miliardi di oggi. Dove vanno a finire questi soldi? E da dove arrivano?
    La risposta alla prima domanda è relativamente semplice. Quei flussi finanziari servono ad alimentare la Fininvest, impegnata nel lancio delle televisioni e in svariati affari immobiliari. Al secondo quesito invece non ci sono risposte certe. Francesco Giuffrida, il tecnico della Banca d'Italia che nel 1998 ha svolto una consulenza tecnica per conto della Procura di Palermo sui flussi finanziari delle holding, racconta per filo e per segno gli affari in questione. Raramente però si arriva ad afferrare il bandolo della matassa. A volte perché la documentazione bancaria, a distanza di quasi 20 anni, è andata perduta. Ma, più spesso, perché le operazioni appaiono costruite ad arte per dissimulare la reale provenienza del denaro.

    Facciamo un esempio e torniamo nell'ottobre del 1979, quando le holding dalla settima alla diciassettesima fanno il pieno di capitali. In totale incassano 11 miliardi, che corrispondono a circa 40 miliardi attuali. E per questo grazioso regalo devono ringraziare la Ponte, una piccola società spuntata dal nulla proprio per rifornire di denaro quelle piccole finanziarie berlusconiane. Dove ha preso quei soldi la Ponte? Mistero, dalle carte ufficiali non si capisce. Quel che si sa per certo è che questa società era amministrata da un anziano signore di nome Enrico Porrà, che per di più era reduce da un ictus. Sembra l'identikit di un prestanome. E Amilcare Ardigò, il commercialista milanese che seguì quell'operazione, ha in effetti confermato agli investigatori della Procura di Palermo che Porrà era al servizio di Berlusconi. Sta di fatto che una volta completata l'operazione, la Ponte sparisce nel nulla. E di questa società risulta smarrita qualunque documentazione contabile. Tempo un paio di mesi e scende in campo la Palina, un'altra società usa e getta intestata a Porrà, che, per la cronaca, è morto nel 1986.
    Nel dicembre del 1979, dopo soli due mesi di vita, la Palina è già pronta a finanziare le holding (dalla 1 alla 5 e dalla 18 alla 23) per un totale di 27,6 miliardi, cioè oltre 100 miliardi di oggi. È stato Silvio Berlusconi in persona, come risulta dai documenti ufficiali, a disporre l'accredito di quel denaro dai conti bancari della Palina a quelli delle holding. Resta da capire da dove arrivassero i soldi, visto che non c'è traccia della contabilità della Palina, liquidata già nel maggio del 1980. Insomma, la tracce dei finanziamenti si perdono nel nulla. Ed è inutile anche bussare alla porta delle fiduciarie Parmafid, Saf e poi Servizio Italia a cui erano formalmente intestate le quote di controllo delle holding. Già, perché molto spesso le operazioni si svolgevano "franco valuta". Cioè venivano regolate direttamente tra il fiduciante, ovvero Silvio Berlusconi, e le sue holding. Le fiduciarie si accontentavano di una conferma scritta dell'affare, senza parteciparvi direttamente e senza ottenere documentazione contabile.
    Insomma, Saf e Servizio Italia compravano a scatola chiusa, mentre dietro le quinte il rampante leader della Fininvest dirigeva il traffico dei miliardi. Non era una novità. Facciamo un altro passo indietro fino al 1963, quando Berlusconi, a soli 27 anni, lancia il suo primo progetto immobiliare a Brugherio nell'hinterland milanese. Per gestire l'operazione nasce la Edilnord di Silvio Berlusconi & C., una società in accomandita con un unico finanziatore. E questo finanziatore batte bandiera svizzera. Già, perché nel ruolo di socio accomandante compare la Finanzierungesellschaft di Lugano, una società gestita dall'avvocato ticinese Renzo Rezzonico. Lo schema funziona, se è vero che anche per l'operazione Milano 2, che scatta nel 1968, i capitali di partenza arrivano da Lugano. Per l'occasione nasce la Edilnord di Lidia Borsani & C, finanziata interamente dalla Aktiengesellschaft für Immobilienalangen in Residenzzentren.
    Quest'ultima ha sede a Lugano ed è gestita da Rezzonico. Lidia Borsani, invece, è una cugina di Berlusconi. La costruzione di Milano 2 viene però portata a termine da una terza società, la Italcantieri, nata nel 1973. Soci fondatori: le finanziarie Cofigen di Lugano ed Eti di Chiasso.
    A questo punto chi fosse dotato di molto tempo e di grande buona volontà potrebbe risalire di scatola finanziaria in scatola finanziaria nel complicato organigramma che sta dietro queste ultime due finanziarie. Si imbatterebbe in banche e fiduciarie, in società non sempre al di sopra di ogni sospetto per via dei loro rapporti con il riciclaggio di denaro sporco. Tutto questo però non basterebbe a risolvere il mistero della reale provenienza del denaro che ha permesso il finanziamento delle prime iniziative immobiliari di Berlusconi. Da sempre il sistema bancario elvetico è organizzato in modo da rendere praticamente impossibile ricostruire le fonti del denaro. E nella gran massa di capitali che prendono il volo verso gli accoglienti forzieri della Confederazione spesso si mescolano capitali di provenienza criminale e denaro frutto di evasione fiscale. Senza contare che nell'Italia degli anni Settanta la legge puniva gli esportatori di capitali. E quindi centinaia di imprenditori che avevano depositato parte delle loro fortune in Svizzera, quando avevano bisogno di capitali in Italia spesso si affidavano agli spalloni oppure si servivano di società schermo con base oltreconfine. Tutto questo per eludere i controlli della Guardia di finanza.
    Anche Berlusconi, a dire il vero, fu sottoposto a una indagine delle Fiamme Gialle già nel 1979. Interrogato dagli investigatori nel novembre di quell'anno, l'attuale leader di Forza Italia si descrisse come un semplice consulente della Edilnord, un "progettista" a cui era stato affidato "l'incarico professionale della progettazione e della direzione generale del complesso residenziale di Milano 2". Berlusconi aveva anche prestato delle garanzie personali a favore della Edilnord presso le banche creditrici. Piuttosto strano per un semplice progettista. Anche su questo punto, interrogato dalla Guardia di finanza, il padrone della Fininvest aveva la riposta pronta. Eccola: "Non ho avuto alcuna difficoltà a prestare fideiussioni, apparendomi anzi tale fatto come una possibilità di acquisire benemerenze nei confronti delle mie principali clienti, con la sicurezza di non incorrere in alcun rischio, essendo io a perfetta conoscenza della solvibilità e delle serietà" di queste società.
    Così parlò Berlusconi, tradotto nel burocratese della Guardia di finanza. A voler credere a questa versione, un semplice progettista avrebbe prestato garanzie personali per centinaia di milioni nei confronti di società sue clienti per fare bella figura nei loro confronti. E le banche avrebbero accettato senza batter ciglio. La Guardia di finanza però prende questo racconto per oro colato. E archivia l'accertamento valutario che ipotizzava che la Edilnord centri residenziali dipendesse da una società off shore. "Non è emerso alcun elemento comprovante che nella persona del dottor Berlusconi si possa identificare l'effettivo soggetto economico delle società estere Afire (che sta per Aktiengesellschaft für Immobilienanlagen in Residenzzentren, ndr) di Lugano e Cefinvest di Lugano".
    Resta una ciliegina sulla torta. A raccogliere le dichiarazioni di Berlusconi fu un capitano del Nucleo speciale di polizia valutaria. Il suo nome è Massimo Maria Berruti, che negli anni Ottanta lasciò le Fiamme Gialle per mettersi in proprio come commercialista. In seguito Berruti lavorò a lungo per conto del gruppo Fininvest. Ora è deputato. Il partito? Forza Italia.

  6. #6
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    Originally posted by MrBojangles
    Tanto denaro dal nulla
    di Luca Andrei
    Società svizzere e sconosciute casalinghe alle origini dell'impero del Cavaliere. Poi, un'architettura di holding intricata e oscura

    " È una casalinga di Segrate il socio misterioso di Berlusconi". Correva l'anno 1983 e il mensile economico Espansione titolava così il ritratto indiscreto di un rampante protagonista della Milano degli affari. A quei tempi Silvio Berlusconi era ancora lontanissimo dal teatrino della politica. Al più la gente sentiva parlare di lui come l'abile costruttore che aveva tirato su dal nulla il quartiere di Milano 2. E molte migliaia di italiani incominciavano ad appassionarsi ai programmi di Canale 5, in rapida ascesa grazie anche al fresco acquisto di Italia 1 dall'editore Edilio Rusconi. Il futuro leader di Forza Italia, però, dimostrava già una spiccata attitudine alle pubbliche relazioni. Apriva la villa di Arcore ai giornalisti amici, mostrava orgoglioso la collezione di quadri del Quattro-Cinquecento e la superbiblioteca da 10 mila volumi e agli intimi riservava un'esibizione al pianoforte. Ma non era solo una questione di convenevoli. Nei primi anni Ottanta il futuro leader di Forza Italia si preoccupò di costruirsi attorno una leggenda da self made man all'americana, da imprenditore che si è fatto da sé grazie alle sue straordinarie capacità di venditore.
    Nella carriera del nuovo Paperone facevano bella mostra i più diversi mestieri: cantante nel locali da ballo e sulle navi da crociera, fotografo ai matrimoni, piazzista di elettrodomestici. Tutto veniva buono per creare l'immagine dell'uomo d'affari vincente, anche grazie all'uso abilissimo della grancassa dei media. Resta memorabile, a questo proposito, un'intervista rilasciata al mensile Capital nel 1981, dove un Berlusconi in vena di confessioni spiegava come riuscì a far fruttare il piccolo gruzzolo (qualche milione) affidatogli dal padre Luigi, funzionario di banca.
    Ovviamente la realtà dei fatti risulta un po' più complessa. Non basta la leggenda per spiegare come il fondatore della Fininvest abbia potuto accumulare una fortuna personale di svariate centinaia di miliardi nel giro di un decennio o poco più: dagli esordi da immobiliarista a metà degli anni Sessanta fino alla fine degli anni Settanta, quando prese il via l'attività televisiva. Per raccontare questa storia servono dati concreti, numeri e percentuali. Ma su tutto questo Berlusconi ha sempre glissato.
    E allora conviene tornare alla casalinga di Segrate, quella di cui parlò il mensile Espansione nel 1983. La signora in questione si chiama Nicla Crocitto e oggi dovrebbe avere una settantina d'anni. Un giorno di giugno del 1978 alla signora Crocitto venne affidato un compito molto importante. Fu lei a sottoscrivere la quota di maggioranza di 38 società, tutte con lo stesso nome, Holding italiana, e distinte una dall'altra in base a una numerazione progressiva: Holding italiana prima, seconda, terza e così via fino all'ultima della serie. Molte di queste finanziarie negli anni successivi si persero per strada. Furono accorpate tra di loro oppure con altre società.
    Le prime 22 però, nel loro piccolo, erano destinate a passare alla storia. A ciascuna di queste venne attribuita una piccola quota del capitale della Fininvest. E fino a oggi, a parte un paio di holding fuse di recente tra di loro, la situazione è rimasta la stessa. Ma perché mai fu scelta un'architettura così complessa? Non sarebbe stato più comodo, sull'esempio di tutti i grandi gruppi industriali italiani, cavarsela con un paio di finanziarie di controllo. "Motivi fiscali", questa la spiegazione offerta innumerevoli volte dai portavoce di Berlusconi. Eppure, a ben guardare, in soli bolli e imposte di registro la gestione di ben 22 finanziarie finisce per risultare molto costosa. Piuttosto, se si considerano gli ingenti flussi di capitali transitati dalle holding verso la Fininvest, allora è possibile immaginare una spiegazione diversa da quella ufficiale.
    Sì, perché anche le somme più ingenti, se divise in 22 parti, danno meno nell'occhio e consentono di mimetizzare al meglio operazioni di grande rilievo finanziario. La signora Crocitto era ovviamente solo una comparsa in una storia molto più grande di lei. Pochi mesi dopo aver posato la prima pietra del futuro impero Fininvest, la casalinga di Segrate si fece da parte. Arriva Berlusconi? Proprio no, perché il capitale delle holding passa a due fiduciarie: la Saf del gruppo bancario Bnl e la Parmafid. Il padrone vero, il miliardario di Arcore, resta ancora dietro le quinte e sulla poltrona di amministratore unico delle finanziarie arriva Luigi Foscale, classe 1915, zio di Berlusconi. A questo punto, e siamo nel dicembre del 1978, la girandola dei miliardi è davvero pronta a partire. Attenzione però, siamo alle prese con una giostra velocissima. I miliardi vanno e vengono, girano a gran velocità da una scatola all'altra. E allora conviene concentrarsi sui movimenti più importanti e lasciar perdere le operazioni di contorno, che rischiano di portarci fuori strada. Che poi, con ogni probabilità, era proprio l'obiettivo di chi ha costruito queste complesse operazioni finanziarie. Così a conti fatti si scopre che tra il 1978 e il 1980, dalle 22 holding transitano circa 82 miliardi di lire. Una somma che vale circa 315 miliardi di oggi. Dove vanno a finire questi soldi? E da dove arrivano?
    La risposta alla prima domanda è relativamente semplice. Quei flussi finanziari servono ad alimentare la Fininvest, impegnata nel lancio delle televisioni e in svariati affari immobiliari. Al secondo quesito invece non ci sono risposte certe. Francesco Giuffrida, il tecnico della Banca d'Italia che nel 1998 ha svolto una consulenza tecnica per conto della Procura di Palermo sui flussi finanziari delle holding, racconta per filo e per segno gli affari in questione. Raramente però si arriva ad afferrare il bandolo della matassa. A volte perché la documentazione bancaria, a distanza di quasi 20 anni, è andata perduta. Ma, più spesso, perché le operazioni appaiono costruite ad arte per dissimulare la reale provenienza del denaro.

    Facciamo un esempio e torniamo nell'ottobre del 1979, quando le holding dalla settima alla diciassettesima fanno il pieno di capitali. In totale incassano 11 miliardi, che corrispondono a circa 40 miliardi attuali. E per questo grazioso regalo devono ringraziare la Ponte, una piccola società spuntata dal nulla proprio per rifornire di denaro quelle piccole finanziarie berlusconiane. Dove ha preso quei soldi la Ponte? Mistero, dalle carte ufficiali non si capisce. Quel che si sa per certo è che questa società era amministrata da un anziano signore di nome Enrico Porrà, che per di più era reduce da un ictus. Sembra l'identikit di un prestanome. E Amilcare Ardigò, il commercialista milanese che seguì quell'operazione, ha in effetti confermato agli investigatori della Procura di Palermo che Porrà era al servizio di Berlusconi. Sta di fatto che una volta completata l'operazione, la Ponte sparisce nel nulla. E di questa società risulta smarrita qualunque documentazione contabile. Tempo un paio di mesi e scende in campo la Palina, un'altra società usa e getta intestata a Porrà, che, per la cronaca, è morto nel 1986.
    Nel dicembre del 1979, dopo soli due mesi di vita, la Palina è già pronta a finanziare le holding (dalla 1 alla 5 e dalla 18 alla 23) per un totale di 27,6 miliardi, cioè oltre 100 miliardi di oggi. È stato Silvio Berlusconi in persona, come risulta dai documenti ufficiali, a disporre l'accredito di quel denaro dai conti bancari della Palina a quelli delle holding. Resta da capire da dove arrivassero i soldi, visto che non c'è traccia della contabilità della Palina, liquidata già nel maggio del 1980. Insomma, la tracce dei finanziamenti si perdono nel nulla. Ed è inutile anche bussare alla porta delle fiduciarie Parmafid, Saf e poi Servizio Italia a cui erano formalmente intestate le quote di controllo delle holding. Già, perché molto spesso le operazioni si svolgevano "franco valuta". Cioè venivano regolate direttamente tra il fiduciante, ovvero Silvio Berlusconi, e le sue holding. Le fiduciarie si accontentavano di una conferma scritta dell'affare, senza parteciparvi direttamente e senza ottenere documentazione contabile.
    Insomma, Saf e Servizio Italia compravano a scatola chiusa, mentre dietro le quinte il rampante leader della Fininvest dirigeva il traffico dei miliardi. Non era una novità. Facciamo un altro passo indietro fino al 1963, quando Berlusconi, a soli 27 anni, lancia il suo primo progetto immobiliare a Brugherio nell'hinterland milanese. Per gestire l'operazione nasce la Edilnord di Silvio Berlusconi & C., una società in accomandita con un unico finanziatore. E questo finanziatore batte bandiera svizzera. Già, perché nel ruolo di socio accomandante compare la Finanzierungesellschaft di Lugano, una società gestita dall'avvocato ticinese Renzo Rezzonico. Lo schema funziona, se è vero che anche per l'operazione Milano 2, che scatta nel 1968, i capitali di partenza arrivano da Lugano. Per l'occasione nasce la Edilnord di Lidia Borsani & C, finanziata interamente dalla Aktiengesellschaft für Immobilienalangen in Residenzzentren.
    Quest'ultima ha sede a Lugano ed è gestita da Rezzonico. Lidia Borsani, invece, è una cugina di Berlusconi. La costruzione di Milano 2 viene però portata a termine da una terza società, la Italcantieri, nata nel 1973. Soci fondatori: le finanziarie Cofigen di Lugano ed Eti di Chiasso.
    A questo punto chi fosse dotato di molto tempo e di grande buona volontà potrebbe risalire di scatola finanziaria in scatola finanziaria nel complicato organigramma che sta dietro queste ultime due finanziarie. Si imbatterebbe in banche e fiduciarie, in società non sempre al di sopra di ogni sospetto per via dei loro rapporti con il riciclaggio di denaro sporco. Tutto questo però non basterebbe a risolvere il mistero della reale provenienza del denaro che ha permesso il finanziamento delle prime iniziative immobiliari di Berlusconi. Da sempre il sistema bancario elvetico è organizzato in modo da rendere praticamente impossibile ricostruire le fonti del denaro. E nella gran massa di capitali che prendono il volo verso gli accoglienti forzieri della Confederazione spesso si mescolano capitali di provenienza criminale e denaro frutto di evasione fiscale. Senza contare che nell'Italia degli anni Settanta la legge puniva gli esportatori di capitali. E quindi centinaia di imprenditori che avevano depositato parte delle loro fortune in Svizzera, quando avevano bisogno di capitali in Italia spesso si affidavano agli spalloni oppure si servivano di società schermo con base oltreconfine. Tutto questo per eludere i controlli della Guardia di finanza.
    Anche Berlusconi, a dire il vero, fu sottoposto a una indagine delle Fiamme Gialle già nel 1979. Interrogato dagli investigatori nel novembre di quell'anno, l'attuale leader di Forza Italia si descrisse come un semplice consulente della Edilnord, un "progettista" a cui era stato affidato "l'incarico professionale della progettazione e della direzione generale del complesso residenziale di Milano 2". Berlusconi aveva anche prestato delle garanzie personali a favore della Edilnord presso le banche creditrici. Piuttosto strano per un semplice progettista. Anche su questo punto, interrogato dalla Guardia di finanza, il padrone della Fininvest aveva la riposta pronta. Eccola: "Non ho avuto alcuna difficoltà a prestare fideiussioni, apparendomi anzi tale fatto come una possibilità di acquisire benemerenze nei confronti delle mie principali clienti, con la sicurezza di non incorrere in alcun rischio, essendo io a perfetta conoscenza della solvibilità e delle serietà" di queste società.
    Così parlò Berlusconi, tradotto nel burocratese della Guardia di finanza. A voler credere a questa versione, un semplice progettista avrebbe prestato garanzie personali per centinaia di milioni nei confronti di società sue clienti per fare bella figura nei loro confronti. E le banche avrebbero accettato senza batter ciglio. La Guardia di finanza però prende questo racconto per oro colato. E archivia l'accertamento valutario che ipotizzava che la Edilnord centri residenziali dipendesse da una società off shore. "Non è emerso alcun elemento comprovante che nella persona del dottor Berlusconi si possa identificare l'effettivo soggetto economico delle società estere Afire (che sta per Aktiengesellschaft für Immobilienanlagen in Residenzzentren, ndr) di Lugano e Cefinvest di Lugano".
    Resta una ciliegina sulla torta. A raccogliere le dichiarazioni di Berlusconi fu un capitano del Nucleo speciale di polizia valutaria. Il suo nome è Massimo Maria Berruti, che negli anni Ottanta lasciò le Fiamme Gialle per mettersi in proprio come commercialista. In seguito Berruti lavorò a lungo per conto del gruppo Fininvest. Ora è deputato. Il partito? Forza Italia.


    Adesso non cominciare a fare il deficente scaricando tutto il materiale che hai nel tuo sito, a questo punto è chiaro che tu usi il forum in maniera del tutto impropria mi sembra che sia il caso di segnalere il problema alla direzione visto che sospendono senza ragione altri utenti.

  7. #7
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    Originally posted by Free




    Adesso non cominciare a fare il deficente scaricando tutto il materiale che hai nel tuo sito, a questo punto è chiaro che tu usi il forum in maniera del tutto impropria mi sembra che sia il caso di segnalere il problema alla direzione visto che sospendono senza ragione altri utenti.
    Avrai MICA letto TUTTO il mio sito???

    Saresti la prima persona!!!
    (Oltre a me, ovviamente)

    Ehm!!
    Come sta Mancuso??
    Spero bene.

  8. #8
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    Originally posted by Free

    Adesso non cominciare a fare il deficente scaricando tutto il materiale che hai nel tuo sito, a questo punto è chiaro che tu usi il forum in maniera del tutto impropria mi sembra che sia il caso di segnalere il problema alla direzione visto che sospendono senza ragione altri utenti.
    Mmm... non è che queste tue eccezioni di netiquette forumistica nascondano il semplice fastidio/rabbia per il contenuto dei post?

  9. #9
    Free
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    Originally posted by bom-bim-bom


    Mmm... non è che queste tue eccezioni di netiquette forumistica nascondano il semplice fastidio/rabbia per il contenuto dei post?
    Il contenuto del post riguarda vicende private che solo gli addetti ai lavori possono contestare, io non metto becco in nulla di quanto scritto, se però qualcuno si incazza poi non ci si deve lamentare se arriva la polizia di stato a luchettare.

  10. #10
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    Originally posted by Free


    Il contenuto del post riguarda vicende private che solo gli addetti ai lavori possono contestare, io non metto becco in nulla di quanto scritto, se però qualcuno si incazza poi non ci si deve lamentare se arriva la polizia di stato a luchettare.
    E' tutto materiale già edito.
    Dove stanno le smentite DOCUMENTATE del Cav. Banana??

 

 
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