Non vi è dubbio che in Italia la vicenda dei cattolici impegnati in politica assume facce e connotazioni diverse: cattolici democratici e cattolici liberali oggi si trovano a fronteggiarsi politicamente ed a schierarsi su diversi versanti sempre opposti tra di loro.

Questa distizione classica era stata rappresentata su "La Stampa" di Torino nella primavera del 2007, anche in maniera nuova, e con riferimento proprio alla nostra rivista "Quarta Fase", da Gianni Baget Bozzo con una definizione che racchiude in sé il diverso approccio ai nuovi temi sociali e bioetici che accompagnano questo nuovo millennio, ma anche riferita alla diversa collocazione politica: la distinzione cioè tra cattolici modernisti e cattolici integralisti.

Il modernismo, si sa, è stato un filone culturale che si è sviluppato all'interno della Chiesa cattolica agli inizi del secolo scorso e che non ha avuto ripercussioni politiche (se si eccettua il solo don Romolo Murri, leader della prima Democrazia Cristiana), essendo esso un fermento di pensiero per lo più ecclesiale che non ha avuto riflessi politici importanti.

Più che di modernismo, dunque, parlerei di "scomodità" con riferimento ai cattolici democratici. Perché quello che Baget Bozzo dimenticava (forse volutamente) nelle sue riflessioni era il tratto distintivo particolare che caratterizza i cattolici democratici (o come amava dire Baget Bozzo "cattolici modernisti"): l'autonomia politica dei cattolici dalla Chiesa.

Ed è proprio su quet'ultimo versante che si è giocato e si gioca ancora oggi la vicenda politica dei cattolici democratici. Proprio per aver sempre sostenuto con forza e con idee nuove l'autonomia politica dalla Chiesa, i cattolici democratici sono sempre stati definiti "scomodi".

Scomodi, nel secondo dopoguerra, rispetto ad una concezione della gerarchia ecclesiastica ancora intrisa di principi ottocenteschi inneggianti il ritorno del potere temporale dei Papi e della Chiesa.

Scomodi rispetto alla teorizzazione del Partito laico dei cattolici, fondato da don Luigi Sturzo, e dei valori a cui ispirarsi nell'impegno politico attivo: quell'umanesimo politico che racchiude in sé le posizioni dei credenti e dei non credenti sulla base di quel principio laico teorizzato da Giuseppe Lazzati secondo il quale in politica ha valore la frase "l'uomo salvato dall'uomo".

Ma la vicenda politica dei cattolici democratici scomodi non si esaurisce certamente in questa presa di posizione coraggiosa e rivoluzionaria nei riguardi della Chiesa cattolica: non si possono sottacere le vicende del dossettismo e de "La Base", quando si teorizzò il centrosinistra e poi tutta la vicenda politica della sinistra democristiana all'interno della DC (rispetto alla concezione machiavellica del potere di dorotei e fanfaniani); fino ad arrivare alla terza fase di Aldo Moro e Benigno Zaccagnini e la conseguente apertura al Partito Comunista tanto vituperata all'epoca non solo dalle forze conservatrici democristiane, ma soprattutto dalle super potenze mondiali.

Oggi che, come sostiene Roberto Di Giovan Paolo, i cattolici democratici vivono la quarta fase della loro esistenza politica, non mancano certamente motivi e prese di posizione che ci additano ancora come "scomodi" rispetto a idee e proposte politiche nuove che ci portano ancora ad essere avanguardia politica nel variegato mondo del cattolicesimo italiano.

Ma questo è il nostro cammino (e la nostra condanna), la nostra peculiarità rispetto a chi vuol rimanere fisso ed immobile ed immagina l'azione politica e di governo come un fine cui tendere doroteisticamente.

Ricordo sempre una riflessione di Luigi Granelli che mi espose nell'ormai lontano 30 giugno 1988, ma dalla quale traspare tutta l'attualità delle idee politiche dei cattolici democratici di ieri (o se si vuole degli uomini della sinistra democristiana). Mi diceva Granelli ad una mia specifica domanda su cosa significasse il termine di uomo di sinistra all'interno della DC: "essere di sinistra è un atteggiamento dello spirito, è una attitudine culturale, è un senso del dovere della politica che non viene meno ma anzi si sostanzia quando si assumono le responsabilità, in quanto l'uomo della sinistra democristiana è chiamato ad andar sempre controcorrente e a non sentirsi mai appagato, perché quando la politica appaga vuol dire che ha raggiunto un tasso alto di conservazione e di pura gestione del potere".

Non si è fatto questo sintetico excursus storico-politico per nostalgia del passato, ma proprio per evidenziare il percorso sempre difficile che ha accompagnato i cattolici democratici italiani sino ai giorni nostri. Perché oggi non siamo più chiamati ad essere "lievito che fa fermentare la massa", ma ad assumerci responsabilità di guida politica (Partito Democratico) per ridare speranza al popolo italiano degli onesti, dei lavoratori, dei disoccupati, dei poveri, dei pensionati e di tutti quei cittadini che guardano a noi con speranza ma che, nel contempo, ci chiedono di saper interpretare i loro bisogni e le loro attese e di saperle degnamente rappresentare in un programma di governo credibile.

E' questa la sfida che i cattolici democratici debbono saper raccogliere anche in vista del prossimo Congresso nazionale del Partito Democratico (sul quale torneremo più approfonditamente con un altro articolo).

Se sapremo assolvere ancora a questo compito, se sapremo essere punto di convergenza e di equilibrio, ma anche di rottura di una politica che si trascina sterilmente giorno dopo giorno con il solo obiettivo di raggiungere la meta finale del potere, allora saremo degni del nostro passato e sapremo ancora incarnare quella tradizione dei cattolici democratici "scomodi" di cui l'Italia ha bisogno ancor di più oggi rispetto a ieri.