Don Vitaliano, un Guevara fuori tempo massimo


di Diego Gabutti

Martire dei no global, è un sacerdote felice
Una "piazzata" vivente che sguazza nei tumulti
E che cerca il suo quarto d'ora di celebrità
Un consiglio: se lo goda, finché dura...

Don Vitaliano Della Sala, sacerdote no-globalista, parroco di Sant'Angelo a Scala nei paraggi d'Avellino, probabilmente non diventerà mai santo, a differenza del beato Monsignor Escrivà de Balaguer, fondatore dell'Opus Dei, che s'accinge ad entrare nel calendario dei santi cattolici dopo aver azzeccato ben due miracoli due. Ma un'aureola o almeno un passamontagna possono sempre avvitarglielo sulla testa i ragazzi dei centri sociali e i portavoce dei social forum. Di questa chiesa primitiva, che ha dichiarato guerra per mare e per terra al gran satanasso mondialista, Don Vitaliano è diventato uno dei martiri.

Dei martiri (sbranati dai leoni, mazzolati dai poliziotti napoletani, crocifissi e spellati vivi, financo cacciati in malo modo dall'aeroporto di Tel Aviv) Don Vitaliano dovrebbe avere l'aspetto afflitto e sofferente. Non è così. Indagato dalla magistratura per istigazione a delinquere, sempre meno simpatico alle autorità ecclesiastiche che gli vorrebbero portar via la parrocchia per darla a un prete anemico, nemico numero uno (o due, facciamo tre) del nuovo ordine mondiale, il Don ha l'aria di non essere mai stato tanto felice. Sorride alle telecamere, tiene sermoni ai giornalisti, gli brillano gli occhi e la sua barba è ormai decisamente la barba d'un filosofo.

Bisogna capirlo, d'altra parte. Anche la persecuzione ha il suo fascino. Molti nemici molto onore, diceva del resto la buonanima, alla cui scuola l'Italia intera continua a ispirarsi, qualunque cosa se ne dica. Ma alla chiesa cattolico-romana, già piena di problemi fino alla tonsura, dalla crisi delle vocazioni allo scandalo dei preti pedofili, le mattane tardosessantottesche di Don Vitaliano non rendono particolare onore. Universale in fatto d'evangelizzazione, ma assai poco tenera col mondialismo che ha il torto di globalizzare la modernità, la chiesa bersaglia d'anatemi il consumismo, il liberismo, la genetica hard, la libertà sessuale e tutto ciò che insomma rende più varia e più godibile la vita, ma lo fa con intelligenza, privilegiando l'alta politica, evitando le piazzate. Don Vitaliano, invece, è una piazzata vivente, che soltanto nei tumulti, quando la polizia carica e i no global rispondono a dir poco per le rime, comunica con l'Onnipotente. Di questi vecchie glorie la chiesa non sa più che farsene.

Seguace fuori tempo massimo della teologia della liberazione, prete pasionario e pauperista, vicino agli ultimi e agli umili, nemico degli epuloni imperialisti, Don Vitaliano non è nemmeno un fantasma degli anni sessanta e settanta, quando gli opuscoli sulle imprese dei preti guerriglieri inondavano le librerie Feltrinelli. Non è e non sarà mai (come forse gli piacerebbe, e come certamente piacerebbe ai suoi amici dei social forum) un avatar o una reincarnazione dei sacerdoti guevaristi che imbracciavano il mitra e via, verso il Regno di Dio, compañeros.

Come il movimento no-globalista, che a sua volta dei sessantotti e delle guerriglie urbane è soltanto la caricatura, anche la parabola giudiziario-televisiva di Don Vitaliano non è che l'ombra dell'ombra d'una stagione per fortuna irripetibile, quella della chiesa rivoluzionaria e assatanata, che giocò tutte le sue carte e perse la partita prima che Giovanni Paolo II salisse al Sacro Soglio e prendesse il timone della nave in tempesta. All'apparenza, più che un prete cattolico, il Don è una specie di mullah islamico, che evangelizza la società egoista e caotica al grido di "Yahweh Akbar!" In realtà, come i portavoce dei no global, Don Vitaliano è soltanto uno di noi. Uno di quelli che, come diceva Andy Wahrol, aspirano a un passaggio televisivo e, per questa via, a un quarto d'ora di celebrità. Se lo goda, finché dura.