Una certa idea della Francia

6 maggio 2002


di Barbara Spinelli



Jacques Chirac ha infine vinto la propria scommessa, assai più trionfalmente di quanto si prevedesse. Ha ottenuto più dell’80 per cento dei voti, ed è riuscito a bloccare l’ascesa dell’estrema destra. Le Pen non raccoglie molto più di quel che aveva ottenuto al primo turno - il 18 per cento circa dei suffragi, un punto in più rispetto al 21 aprile ­ e un fatto è ormai sicuro: il leader del Fronte non è stato capace di creare alcuno slancio, fra il primo e il secondo turno. E’ rimasto grosso modo dov’era: un peso nella vita politica francese, un ostacolo alla sua normalizzazione democratica soprattutto in vista delle legislative del 9 e 16 giugno, ma un peso tenuto a bada, ed emarginato grazie a un ampio fronte popolare che comprende destra, centro, e sinistra.

Il Presidente gollista ha dunque visto giusto, in tutti questi anni, e il suo rifiuto categorico di scendere a patti con le forze del nazionalismo e della xenofobia è stato premiato. E’ la grande originalità di questa sua battaglia elettorale, così significativa per tutta l’Europa. Per la prima volta la destra combatte apertamente contro le proprie deviazioni estremiste, e queste vengono accantonate. È un segnale cruciale anche internazionalmente. Nei paesi del vecchio continente come in America le destre classiche tendono a negoziare con gli integralisti del proprio campo: li albergano nel proprio seno come un malattia di cui si vergognano, o li incorporano in ampie coalizioni governative come in Italia e Austria.

La Francia mostra che un’altra via è percorribile, anche se impervia. L’estrema destra resta una componente forte della società, è dilatata dalle paure che suscitano mondializzazione e disoccupazione, è il punto di riferimento di coloro che hanno orrore dell’Europa, ma può essere sconfitta senza essere abbracciata, inglobata. Precisamente questa era la scommessa del Presidente rieletto, e la sinistra gli ha creduto e lo ha fatto re. Dopo l’eliminazione di Jospin dal primo turno, i suoi elettori si sono riportati senza patemi d’animo su Chirac. Probabilmente si sono comportati nello stesso modo numerosi estremisti di sinistra: troppo massicce erano state le manifestazioni anti-frontiste che hanno sfilato in Francia nelle settimane scorse, troppo numerosi gli appelli di intellettuali a votare il candidato gollista, perché il movimento di ripulsa nei confronti di Le Pen venisse smentito dalle urne.

La lezione francese sarà studiata con cura, nelle capitali europee come negli Stati Uniti. I nuovi nazionalismi e le xenofobie nascono dentro le destre, e non saranno le sinistre da sole a poterle combattere e ridurre. Spesso, anzi, la sinistra suscita l'estremismo di destra per dividere il blocco avversario e tentarlo: tale fu per anni la strategia di Mitterrand, che Chirac ha fatto propria solo in apparenza visto che il risultato ottenuto non è il rafforzamento del radicalismo di destra. L’iniziativa di fronteggiarlo non può che partire dalla destra moderata ­ sempre che quest’ultima sappia fare appello alle sinistre e opporre un rifiuto al radicalismo del proprio blocco ­ e questa destra può anche raccogliere i frutti della propria inflessibilità senza perdersi. Nei prossimi giorni si vedrà quali conclusioni Chirac tirerà dall’ampiezza inaspettata del successo.

Essa gli consente infatti molte possibilità, compresa quella di nominare un primo ministro capace di raccogliere consensi che vanno oltre il proprio campo: un primo ministro fedele alla maggioranza presidenziale vincente,che non è interamente di destra. La via per giungere a simile risultato non è stata facile per Chirac. La sua presa di posizione sul fascismo di Vichy, nel ‘95, venne accolta con sdegno dall’estremismo di destra e fu approvata con cautela perfino dai socialisti: le élite francesi che nel ‘45 erano riuscite ad apparire come vincitrici della guerra guardarono insospettite questo presidente non carismatico ma determinato, che denunciava le responsabilità della sua Repubblica e della nazione nella deviazione di Pétain, e nello zelo con cui venne accolta l'occupazione nazista. Ma lo scacco più grande Chirac lo subì nel ‘96, quando sciolse prematuramente le Camere dopo il grande sciopero contro le riforme economiche del premier Juppé.

Non fu solo questo sciopero, e non fu solo Juppé, a provocare la sconfitta di allora. Le legislative furono perse perché la maggioranza del centrodestra, su preciso ordine di Chirac, rifiutò di patteggiare con le Pen in svariati duelli locali. La vittoria di oggi ha alle spalle uno scacco, che si è rivelato in fin dei conti salutare. Resta da capire come mai questa destra anomala in Europa è riuscita, con l’aiuto della sinistra, a emarginare gli estremismi al proprio fianco. E qui non è solo il metodo che conta, e la forza di un rifiuto testardo, ma anche la storia del paese.

La Francia è un’antica nazione che fatica a pensare il suo posto in Europa, oggi, proprio perché è un’antica nazione. La sua attitudine a far fronte ai pericoli ha radici potenti, perché la Resistenza antifascista non è stata fatta solo dalla sinistra. E’ stata fatta anche e soprattutto da De Gaulle, ed è significativo che Chirac si sia richiamato più volte a lui durante la campagna. Si è richiamato a lui, e a quella che il Generale chiamava, quando era in esilio a Londra, una certa idea della Francia. La Francia non è solo un luogo, una genealogia pura, una nazione con le sue frontiere e le sue chiusure. Questo è il sogno dell’estrema destra.

La Francia come la pensava De Gaulle è un’idea, da difendere quando la nazione e i suoi confini vacillano. E’ l’idea che ha vinto nelle elezioni di ieri. È l’idea che protegge i francesi dalle ricadute nel passato, e che li ha spinti nel dopoguerra a inventare l'Unione europea assieme ai tedeschi. E’ l’idea che potrebbe servire per inventare la nuova Europa politica, se la classe dirigente francese apprenderà qualcosa di duraturo dallo scontro che ha dovuto affrontare in questi giorni con i propri demoni nazionalisti.