«Basta prodotti delle colonie»
Parla Abu Gazaleh di Parc,ong attiva nelle zone rurali palestinesi
Terra bruciata L'attività di sviluppo rurale, protezione ambientale e sostegno all'attività delle donne vanificata dall'esercito di Sharon
GERALDINA COLLOTTI - ROMA
«Come membro dei Palestinian agricultural relief committes (Parc), sono stato il primo a entrare a Jenin dopo l'assedio. Non ci sono parole per descrivere l'orrore». A parlare così è Salim Abu Gazaleh, 36 anni, direttore commerciale dei Parc. Fondati nel 1983 da alcuni ingegneri agrari che hanno lavorato per 4 anni come volontari, Parc è ora l'ong più grande di Palestina (140 dipendenti e 7.250 volontari), attiva nel settore dello sviluppo rurale, della protezione ambientale e nel sostegno alle attività di promozione e lavoro delle donne.
Cosa avete visto a Jenin?
Una carneficina. Abitazioni rase al suolo, famiglie uccise nel sonno. E case intatte, ma piene di cadaveri carbonizzati. Sospettiamo che li abbiamo bruciati, forse col lanciafiamme. Tutto questo è documentato in due filmati che ho portato con me e un video, girato da un abitante di Jenin, che per prudenza ho spedito. Ma l'ultima invasione di Sharon ha devastato anche Ramallah. Esercito e coloni hanno sradicato alberi, saccheggiato il territorio. Casa mia è stata distrutta e così la sede dei Parc, hanno rubato i computer. Ci siamo trasferiti a Gerusalemme est.
In cosa consiste il vostro lavoro?
Aiutiamo le comunità rurali di Jenin, Nablus e Ramallah nelle attività di produzione e sviluppo dei terreni, facciamo progetti di formazione per le cooperative che impiegano donne, per i contadini e gli agricoltori, per gli ingegneri agrari, progetti di ricostruzione e potenziamento della rete idrica e fognaria nei campi. Curiamo anche una sezione di marketing dei nostri prodotti agricoli, che vendiamo all'interno e all'estero. Attraverso le botteghe del commercio equo e solidale, avete in Italia il cus-cus prodotto dalle donne nella Striscia di Gaza. Ma in questo momento facciamo solo progetti a breve scadenza, anche per non mettere a rischio i pochi aiuti internazionali. Sharon potrebbe tornare. Per ora cerchiamo di garantire acqua e generi di prima necessità a 10.000 famiglie, e di proporre adozioni a distanza degli orfani.
Chi vi finanzia?
Molte Ong internazionali, alcuni stati quali Italia, Francia, Olanda, Danimarca tramite i dipartimenti di assistenza ai rifugiati. Ma gli organismi internazionali dovrebbero pretendere che Sharon li risarcisca per il denaro, proveniente anche dalle tasse dei contribuenti, finito in opere che l'esercito distrugge.
Quali garanzie di agibilità avete?
Praticamente nessuna. Per superare i posti di blocco, a volte usiamo i camion delle organizzazioni umanitarie che si occupano dei profughi. Ci aiutano i pacifisti israeliani che, dopo l'arrivo delle delegazioni europee, sempre più numerosi si spingono fino ai check point. Grazie ai «disobbedienti», durante l'invasione siamo riusciti a salvare qualche ospedale, dei centri medici. Ma chiediamo ancora sostegno per costringere Sharon ad allentare la morsa, per smascherare i crimini che ha compiuto durante l'ultima invasione.
Voi proponete il boicottaggio dei prodotti agricoli israeliani. Non temete ricadute sull'economia palestinese?
I palestinesi offrivano manodopera solo nelle fabbriche, ma ora non possono più muoversi, e la disoccupazione è al 75%, peggio di così... Noi chiediamo di boicottare i prodotti esportati illegalmente da Israele dai territori occupati, riconoscibili dai codici a barre che iniziano con 729: in particolare datteri e uva senza semi, e in parte l'olio d'oliva.
Avete contatti con i contadini israeliani?
Sì, abbiamo relazioni con Hadsh, il partito comunista israeliano. E facciamo programmi di formazione per donne palestinesi e israeliane, che lavorano insieme. Tutto quel che viene importato in Italia è prodotto da cooperative femminili che danno lavoro a 215 donne nella Striscia di Gaza e nei campi profughi, e mantengono 1.400 persone. Una parte consistente dei nostri programmi è rivolta alle donne palestinesi, alla promozione di attività lavorative, all'inserimento nella vita pubblica e allo sviluppo di relazioni sociali democratiche.
C'è una differenza tra la vostra organizzazione e quelle islamiche?
Non conosco il funzionamento interno delle cooperative islamiche, non sono presenti nelle comunità rurali, si concentrano nelle poche città della Striscia di Gaza. Ma so che la percentuale di donne impiegate è nettamente inferiore alla nostra. Da noi le donne contano: il 35% nel consiglio generale dei Parc, 3 su 8 nel consiglio amministrativo. Anche se per tutti ora il problema è resistere all'occupazione di Sharon, con il nostro lavoro prefiguriamo una Palestina libera, laica e solidale.
Abu Gazaleh sarà presente oggi alle 15 a Roma, nella Sala delle Bandiere del Parlamento Europeo (via IV Novembre), invitato da: Disobbedienti, Ya Basta, Ctm e Botteghe del Mondo.
il manifesto 9 maggio 2002
http://www.ilmanifesto.it
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