Ridateci il nostro carro armato»
L’assalto a San Marco cinque anni dopo Il 9 maggio 1997, Moreno Menini studente veronese di economia aveva appena compiuto vent’anni. Era il più giovane degli otto indipendentisti che avevano preso di mira lo storico companile. Dopo aver patteggiato a Mestre, ha chiuso la sua vicenda giudiziaria con altri sei mesi di reclusione per aver fatto parte del Veneto Serenissimo Governo. Oggi rivela alcuni retroscena che non sono mai stati raccontati
Potrebbe essere usato come cimelio e chi ne ha voglia lo potrebbe anche visitare
di Luigi Grimaldi
Esattamente cinque anni fa, il 9 maggio 1997, quando assaltò il campanile di San Marco a Venezia, Moreno Menini, studente veronese di economia e commercio che vive a Mezzane, aveva 20 anni. È il più giovane degli otto indipendentisti e, dopo aver patteggiato due anni al processo di Mestre, ha chiuso la sua vicenda giudiziaria patteggiando altri sei mesi di reclusione per aver fatto parte del Veneto Serenissimo Governo. In questa intervista, esattamente a cinque anni dal clamoroso assalto, Menini rivela alcuni retroscena delle gesta del suo gruppo mai raccontati finora.
- Come entrò in contatto con il Veneto Serenissimo Governo?
«Frequentavo Colognola ai Colli e alcuni amici sapevano che mi stavo interessando di questioni sull’autonomia del Veneto. Così mi chiesero se avevo le stesse idee di Luca Peroni e Andrea Viviani, che allora non conoscevo. Mi misi in contatto con loro e poi conobbi gli altri».
- Suo padre era democristiano e consigliere comunale. Prima che morisse, aveva mai espresso con lui queste sue simpatie politiche?
«No, perché mi avvicinai dopo la sua morte all’ideologia autonomista. Qualche volta ho scritto al professor Miglio che mi rispose. Però non credo che ci sarebbero stati problemi con mio padre. Ilvo Diamanti ha scritto che in fondo la Dc è stata "il partito del consenso etnico" e teorizzava il fatto che, attraverso i rappresentanti locali, c’era la possibilità di ottenere più vantaggi dal potere centrale di Roma. E poi la Dc non era un partito classista, come il partito liberale, per esempio. Rappresentava un po’ tutti».
- Perché decideste di anticipare l’assalto che invece, come propagandavate con le interferenze audio sui Tg della Rai, avreste dovuto compiere il 12 maggio 1997, nel bicentenario della caduta della Serenissima?
«La scelta era nell’aria dopo il fermo di Fausto Faccia, capo del nostro gruppo, ad aprile. Gli investigatori erano convinti che fosse lui il famoso "pirata" delle interferenze sui Tg Uno delle 20. Così, per evitare di essere scoperti prima, preferimmo agire nella notte tra l’8 e il 9 maggio».
- C’è un particolare che non ha mai raccontato?
«Sì, riguarda proprio il fermo di Fausto ad aprile. Sapevamo che era stato convocato dal magistrato per essere interrogato e così, proprio nell’orario in cui lui si trovava di fronte agli investigatori, organizzammo un’interferenza sui canali televisivi della Rai. A quel punto, dovettero rilasciarlo. Perché se lui era lì, davanti a loro, non poteva certo essere il "pirata". Sapevamo però che l’avrebbero seguito».
- Lei ha 25 anni. Com’è cambiata la sua vita da quel giorno?
«A parte il fatto che spero di laurearmi entro breve tempo, non è cambiata molto. Gli amici sono rimasti sempre gli stessi, e, se qualcuno che conosco da poco viene a sapere cosa ho fatto, magari approva o disapprova, ma nei rapporti personali non noto atteggiamenti legati a quella scelta».
- Lei lo rifarebbe?
«Certo».
- Cioè trascorrerebbe ancora mesi in carcere?
«L’arresto era preventivato. Quando decidemmo di assaltare il campanile di San Marco, sapevamo che avremmo rischiato di finire in carcere, ne eravamo tutti consapevoli».
- E oggi, nell’attuale situazione politica, servirebbe un’azione così eclatante?
«Io credo di sì. I problemi che volevamo mettere in luce cinque anni fa ci sono ancora, non sono stati risolti».
- Però oggi c’è la Lega al governo...
«Non mi sembra che la situazione sia cambiata. Non basta cambiare governi, noi abbiamo una posizione chiara sull’autonomia del Veneto».
- Lei svolge attività politica?
«Non faccio attività partitica. Abbiamo dato vita ad un gruppo che si chiama "Milizia Veneta". Ne fanno parte giovani che, attraverso rievocazioni storiche in costume, cercano di risvegliare l’orgoglio veneto».
- Lei sa che a livello internazionale c’è una lista di gruppi considerati terroristici. Non pensa che il Veneto Serenissimo Governo possa già essere inserito in quell’elenco?
«Lo temo e penso che non sarebbe affatto giusto. Anzi, aspetto ancora che l’attuale governo italiano prenda finalmente una posizione sull’assalto al campanile di San Marco e che dica chiaramente che noi non siamo eversori».
- Scusi, come si fa a dire che non ci fu eversione se invece la vostra posizione era proprio quella di sottrarre una fetta di territorio, cioè il Veneto, al controllo dello Stato italiano?
«Gli atti illeciti di Venezia sono sicuramente innegabili, ma non fanno parte di una sfera terroristica o eversiva. C’è solo un problema politico e cioè bisogna chiarire se i veneti possano o meno tornare in possesso del loro territorio».
- E al governo attuale cosa chiederebbe ancora?
«Di restituirci le nostre cose sequestrate cinque anni fa».
- Cosa?
«Prima di tutto il "Tanko", cioè il carro armato che portammo a San Marco».
- Scusi Menini, ma lei e i suoi amici perché lo rivolete e cosa ve ne fate del carro armato?
«Lo rivogliamo perché è nostro e basta. E poi perché potremmo usarlo come nostro cimelio, una specie di monumento, che può essere visitato da chi ha voglia di vedere com’è fatto e per ricordare quel fatidico 9 maggio».




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