Quando la cronaca politica sfuma nella finzione
di Diego Gabutti
Dei 13 palestinesi non importa niente a nessuno
Arafat viene fischiato dai "suoi" a Jenin
Sharon, nel Likud, conta come il due di briscola
Ma che Storia abbiamo visto fino ad ora?
Se ne stanno lì, in un hotel cipriota, e ammazzano il tempo leggendo il Corano e guardando con impazienza l'orologio, in attesa d'essere distribuiti, come carte da gioco, sul tavolo verde della diplomazia europea. Alcuni finiranno in Irlanda, due o tre in Portogallo, un paio in Italia o in Spagna, altri in Belgio e in Olanda. Sono tredici terroristi conclamati, islamisti radicali per mestiere, oltre che per vocazione religiosa. Fino a qualche giorno fa, quando l'esercito onnipotente di Sharon sciamava nei territori e assediava la chiesa cattolica di Betlemme, anzi per la verità assediava la Chiesa cattolica tout court, che dava segni evidenti di fastidio, sembrava che questi tredici terroristi fossero la posta in gioco e che le regole del gioco fossero chiare e condivise: era in corso una guerra contro il terrorismo e c'erano dei terroristi da mettere in gabbia. Non era così: i tredici terroristi, evidentemente, erano soltanto una scala venuta male o un full sballato e la posta era probabilmente un'altra, come pure il gioco.
Non si spiega, altrimenti, perché il governo israeliano, dopo aver guardato a vista la chiesa di Betlemme attraverso il mirino dei fucili e dalle torrette dei carri armati per un mese e mezzo, adesso faccia spallucce e addirittura s'impegni a non chiedere in futuro l'estradizione dei tredici cavalieri dell'Apocalisse, le cui convinzioni religiose e politiche non sono nel frattempo certamente cambiate, per non parlare delle loro intenzioni.
Non si spiega neppure perché il governo americano (che nel 1985 rischiò un mezzo scontro armato col governo italiano perché il presidente del consiglio dell'epoca, Bettino Craxi, non volle consegnare ai marines atterrati a Sigonella il terrorista Abul Abbas, che aveva diretto l'attacco all'Achille Lauro e condiviso la responsabilità dell'uccisione d'un passeggero ebreo e paraplegico) nella presente occasione abbia tanto insistito, in concerto con la diplomazia vaticana, per convincere l'Italia ad accollarsi, da sola, tutto il peso di un'operazione imbarazzante e di segno opposto: portare in salvo tredici pericolosi terroristi, graziandoli di fatto, come da noi non si graziano neppure Adriano Sofri o Mario Tuti, che pure di galera ne hanno già fatta fin troppa.
Berlusconi, che si sta dimostrando un ottimo ministro degli Esteri, ha respinto la polpetta avvelenata, almeno in parte, ché una briciola o due ci toccherà comunque masticarla, volere o volare. Ma non si spiega perché il governo italiano, e con esso l'Unione europea, non mostrino nessuna perplessità di fronte a questo imprevedibile scioglimento della crisi. È come se una soluzione così bizzarra e realpolitika d'un problema enorme, quello del terrorismo palestinese e dei kamikaze, fosse cosa normale e magari anche prevedibile fin dall'inizio della crisi. Una crisi che a occhio sembrava irresolubile, come tutte le grane che i diversi avatar del dio biblico, da Yahweh a Gesù ad Allah, ci hanno procurato, bontà loro, negli ultimi tremila o quattromila anni.
Probabilmente l'alta politica, nell'epoca della globalizzazione e del nuovo ordine mondiale, sta diventando sempre più ermetica e occultistica, come del resto la teologia, di cui è ormai una delle forme. Anche raccontarla, non soltanto capirla e interpretarla, sta diventando difficile, per non dire impossibile.
Sembrava tutto così chiaro e così evidente. Poi si scopre che nessuno, all'interno della chiesa di Betlemme, stava morendo di fame, qualunque cosa ne dicessero le gazzette, i francescani e i no global in viaggio premio. Si scopre anche che Arafat, il quale sempre secondo le gazzette era ed è una superstar per i suoi palestinesi, ieri è stato fischiato a Jenin (il campo profughi del "massacro", un "massacro" di cui non parla più nessuno). È stato accolto così male, si dice, che ha dovuto rinunciare alla visita per "ragioni di sicurezza", come una signora in minigonna che pretendesse di fare shopping nelle strade di Teheran.
Si scopre che Sharon, nel suo partito, conta quanto una scartina di briscola, al punto che ha dovuto digerire un voto contrario alla nascita d'uno Stato palestinese, che è poi la prospettiva alla quale anche il più gaglioffo e reazionario dei governi israeliani, se vuole fare politica e non demagogia, deve rassegnarsi.
Si scopre che dei tredici superterroristi, gente con una fedina penale lunga e complicata come il Vecchio Testamento, non importa un accidente a nessuno, nemmeno al Mossad e forse neppure ai palestinesi, che però non possono parlare ma solo apparire nelle news di Al Jazeera agitando bandiere e inneggiando all'Onnipotente oppure mentre stanno seguendo, in lacrime, la bara d'un "martire". Poi la bara si rovescia e il morto balza in piedi, com'è capitato qualche giorno fa in diretta tivù. Sembrava la storia del mondo e invece era fiction . Non basta diffidare di quel che ci raccontano. Ora ci tocca diffidare anche dei nostri sensi, anche di quel che vediamo con i nostri occhi.




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