Per la cronaca, dal prossimo anno la più forte squadra ciclistica del mondo, la MAPEI, sparirà.
Colpa di tutto questa confusione, che di certo non fa bene all'immagine dell'azienda.


Per la cronaca, dal prossimo anno la più forte squadra ciclistica del mondo, la MAPEI, sparirà.
Colpa di tutto questa confusione, che di certo non fa bene all'immagine dell'azienda.
ULTRAS MODUS VIVENDI


Su questo sono d'accordissimo. Se gli atleti credono di non poter fare a meno di certe sostanze (ed è così, dato che il doping in certi sport è sempre esistito), lo dicano chiaramente e cerchino di cambiare il regolamento. Ma purtroppo funzionerà sempre così, chi ha il culo di non essere beccato se ne sta zitto, finchè non beccano lui e può gridare al complotto.Originally posted by Aug83
Io potrei anche accettare un compromesso, del tipo:
il problema è irrisolvibile, quindi consentiamo l'uso di certe sostanze. Ma venire a dire che non ha preso nulla, no...non lo accetto.


Ti sbagli di grosso. Conosco diversi ciclisti di livello amatoriale, e mi hanno detto che anche in gare con in palio un salame o prendi qualcosa o arrivi "esimo".Originally posted by Aug83
secondo me sono pochissime le volte in cui sono i ciclisti che prendono sostanze dopanti di loro spontanea volontà.
Chi non ha interessi di classifica se ne frega, chi vuole lottare per la vittoria si rivolge al medico e chiede.
Figurati a livelli professionistici...


La mia opinione sulla vicenda la conoscete, l'ho espressa su altri thread.
Ed è stato bello per me vedere che ogni tanto anche qualche "esperto" esce dal comune ragliare e dice le cose come stanno.
Da La Nazione
«MANETTE E TANTA IPOCRISIA
COSI' HANNO UCCISO LO SPORT»
«E' un lutto. Il ciclismo è morto. Ma così stanno ammazzando tutto lo sport».
Colpa del doping.
«No, no. Semmai dell'antidoping».
Ercole Baldini sta per tagliare il traguardo dei settant'anni. In bicicletta ha vinto una Olimpiade nel 1956, un Giro e un mondiale nel 1958. E' stato primatista dell'ora. E' un nonno controcorrente. Fino a poco tempo fa, è rimasto nell'ambiente del pedale, con incarichi dirigenziali.
«Sono uscito perché non sopportavo l'ipocrisia. Ci voleva il coraggio di dire la verità».
E lei la dica.
«Guardi, è impopolare sostenere questa tesi, lo so. Eppure, trasformare il doping in un reato penale è stato un errore».
Lei pensa?
«Penso. Ormai è fatta, in Italia e anche nel resto d'Europa. Ma che senso ha mandare in galera professionisti che cercano di fare il loro mestiere?»
Barano. Imbrogliano.
«Mi ascolti. Quando io andavo in bici, prendevo quello che c'era a disposizione allora, per pedalare più forte. E lo facevano tutti».
Gino Bartali negava.
«Gino diceva una bugia. Coppi invece era onesto. Ma è sempre stato così. Sin dall'antichità».
Dalla antichità?
«Certo. Ma cosa crede, che cinquanta anni fa un atleta mangiasse come suo nonno contadino? E poi intendiamoci: cosa è il doping? Se io ho un dottore che mi cura meglio, lei può star certo che vivrò meglio di una persona cui manchino le medicine. Se un americano può permettersi la bistecca tutti i giorni e un uzbeko una volta al mese, l'americano corre più forte. Questo allora è doping?».
Veramente…
«Mi lasci dire. Il ciclismo controlla i suoi atleti da oltre trent'anni. Ci sono sport dove invece i controlli ancora oggi non si fanno o si fanno per finta».
Non è una giustificazione.
«Ma io non cerco alibi. Guardi, io penso al modello americano».
In che senso?
«La vera risposta è la liberalizzazione. Cosa fanno nelle leghe professionistiche Usa? Colpiscono e puniscono l'uso delle vere droghe, la cocaina, l'eroina. Ma lasciano l'atleta libero di curarsi come preferisce. La responsabilità è individuale».
Noi abbiamo leggi diverse.
«E infatti io non sono d'accordo. La lotta al doping va fatta a livello giovanile, perché a rovinarsi sono i ragazzini che, senza assistenza medica, prendono questo o quel prodotto convinti di andare più forte. Lì bisogna battersi. Poi le voglio dire un'altra cosa».
Prego.
«I controlli glieli raccomando. Generano confusione. C'è il tal corridore che prendendo la tal cosa ha una reazione fisica per la quale risulterà positivo, mentre il suo collega no. Non me l'invento io, lo sostengono fior di dottori. Manca la certezza del diritto».
Garzelli pensa addirittura al sabotaggio..
«Questo io non lo so. Lui sapeva di essere sottoposto ai test. Fosse confermata la contestazione, più che da squalifica sarebbe da ricovero in manicomio, ma ripeto che la questione è un'altra».
Certo che sentir parlare di complotto fa pensare ai gangster, mica allo sport.
«Sicuramente la sua squadra, la Mapei, si era creata molti nemici».
Con la sua campagna contro il doping.
«Una campagna che non era mica un bel modello, se permette. Perché se uno dice di se stesso: io pedalo a pane e acqua, beh, fa pensare che gli altri a pane e acqua non vadano».
Insomma…
«Ma nemmeno questo è il punto. Senta, mettiamo che le controanalisi confermino la positività della maglia rosa. Bene, sa cosa dovrebbe fare il gruppo?» Cosa dovrebbe fare? «I corridori, tutti i corridori, dovrebbero finalmente dire la verità. Dovrebbero dire: quello che prende Garzelli lo prendiamo anche noi».
Una autoaccusa collettiva.
«Sarebbe una prova di coraggio, invece. Chi è stato ciclista lo sa. Chi è nell'ambiente lo sa. Si vive assieme, ci si copia, dove va una formica vanno tutte le formiche».
E' un po' la tesi di Marco Pantani.
«Anche Pantani, come Garzelli, è una vittima».
Una vittima?
«Certo. Marco non doveva negare l'evidenza, di fronte ai dati scientifici non puoi farlo. Ma l'hanno rovinato, gli hanno dato addosso perché è stato arrogante nei confronti del sistema, è stato aggressivo davanti al potere. L'hanno distrutto».
Mentre era uguale agli altri.
«E così il ciclismo è stato ammazzato e andando avanti così a morire sarà tutto lo sport».
Come se ne esce?
«Alla americana. Con la liberalizzazione per i professionisti, gliel'ho detto. E tutelando i minorenni».
Ma i più griderebbero alla resa, al cedimento.
«Difendere la verità non è mai una prova di debolezza».
di Leo Turrini


Il livello amatoriale non è il professionismo, scusami.Originally posted by ARI6
Ti sbagli di grosso. Conosco diversi ciclisti di livello amatoriale, e mi hanno detto che anche in gare con in palio un salame o prendi qualcosa o arrivi "esimo".
Chi non ha interessi di classifica se ne frega, chi vuole lottare per la vittoria si rivolge al medico e chiede.
Figurati a livelli professionistici...
Non ci sono pressioni di sponsor e soprattutto non ci sono direttori sportivi che ti spingono a prendere sostanze dopanti.
ULTRAS MODUS VIVENDI


Appunto: interessi in pratica nulli e sostanze "dopanti" in grande quantità. Pensa quando per la vittoria, invece del salame, ci sono tanti bei soldini e la possibilità di contratti molto migliori...Originally posted by Aug83
Il livello amatoriale non è il professionismo, scusami.
Non ci sono pressioni di sponsor e soprattutto non ci sono direttori sportivi che ti spingono a prendere sostanze dopanti.


C'è un bell'articolo su il foglio di oggi 24 maggio: per inquadrare il doping in un'ottica storica. Il doping è sempre esistito, in una maniera o in un altra, lede profondamente i valori di sana competizione che lo sport dovrebbe garantire, ma, da un certo punto di vista, è comunque profondamente dipendente da i volori di un determinarto periodo storico, e dalle sue conoscenze/certezze scentifiche. Per quanto mi riguarda (quindi da semplice spettatore) mi limito a rilevare come tutto ciò mi abbia definitivamente allontanato dal ciclismo, sport che amavo, perchè sono venuti a mancare i presupposti di fiducia e credibilità che rendono una competizione godibile: impossibile gioire di una vittoria se c'è il dubbio che il giorno dopo venga trovato dopato come una mucca pazza. Salutoni.
(Questo è il linkhttp://www.ilfoglio.it/pdf/24052002_2.pdf - un pdf)


Lo stesso vale per me.Originally posted by Pentothal
C'è un bell'articolo su il foglio di oggi 24 maggio: per inquadrare il doping in un'ottica storica. Il doping è sempre esistito, in una maniera o in un altra, lede profondamente i valori di sana competizione che lo sport dovrebbe garantire, ma, da un certo punto di vista, è comunque profondamente dipendente da i volori di un determinarto periodo storico, e dalle sue conoscenze/certezze scentifiche. Per quanto mi riguarda (quindi da semplice spettatore) mi limito a rilevare come tutto ciò mi abbia definitivamente allontanato dal ciclismo, sport che amavo, perchè sono venuti a mancare i presupposti di fiducia e credibilità che rendono una competizione godibile: impossibile gioire di una vittoria se c'è il dubbio che il giorno dopo venga trovato dopato come una mucca pazza. Salutoni.
(Questo è il linkhttp://www.ilfoglio.it/pdf/24052002_2.pdf - un pdf)
ULTRAS MODUS VIVENDI