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Per la City di Londra... l'Eni deve morire
Andrea Angelini
Il quotidiano economico britannico Financial Times è tornato all’attacco contro l’Italia questa volta prendendo sotto tiro l’Eni e il suo ruolo e il suo peso sullo scacchiere energetico internazionale. Il quotidiano, che come il settimanale Economist, è controllato dal gruppo editoriale Pearson e rappresenta la voce “ufficiale” della City londinese, in un suo articolo di commento ha invitato il gruppo italiano a separare la produzione di petrolio e gas dalla fase del trasporto e della distribuzione. L’articolo del Financial Times riprende l’analoga richiesta fatta dal fondo di investimento statunitense Knight (titolare di una quota dell’1%) in una lettera inviata lo scorso 31 luglio allo stesso amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni. Secondo Knight, che si era attaccato a considerazioni puramente finanziarie, la separazione tra produzione e distribuzione farebbe crescere considerevolmente il valore del titolo in borsa. La richiesta degli anglo-americani si somma a quella già fatta in tal senso dal presidente dell’Autorità garante per l’Energia, Alessandro Ortis, che aveva chiesto all’Eni di vendere la quota azionaria di maggioranza della Snam, che controlla la rete di distribuzione del gas in Italia, per rendere il mercato più concorrenziale e accessibile al maggior numero di distributori finali. Come se poi nei fatti il mercato non fosse già tale.
In realtà questa soluzione, respinta sia da Scaroni, che dallo stesso governo, primo azionista dell’Eni, se fosse attuata compromettererbbe in maniera irreparabile la posizione dell’Eni sul mercato internazionale. Il gruppo italiano vanta infatti la sua forza sul fatto di essere l’unico ad essere totalmente integrato sia per il petrolio che per il gas; ad essere cioè presente in tutte le fasi aziendali, dalla ricerca alla produzione, dalla raffinazione al trasporto fino alla distribuzione finale. Un unicum, che oggi più di ieri, dà fastidio alle grandi majors concorrenti, le ex Sette Sorelle anglo-americane, ora ridotte a cinque, e la francese Total-Fina-Elf. Oggi, come ai tempi di Enrico Mattei, l’Eni dà fastidio perché opera anche per l’indipendenza energetica del nostro Paese ed è sconfortante prendere atto che, in nome di una discutibile interpretazione del significato di quella che è la parola Mercato, anche in Italia vi siano persone e organismi che si muovono per indebolire una azienda nazionale che già incontra non pochi problemi sul mercato internazionale dovendo competere con gruppi esteri di dimensioni più che doppie come la Exxon-Mobil, tanto per fare un nome, le quali sicuramente non troveranno mai un politico Usa, repubblicano o democratico che sia, industrialista o ambientalista, disposto a fargli le scarpe.
Non si deve poi scordare che i fondi di investimento anglo-americani controllano una bella fetta del nostro gruppo energetico, dopo la sciagurata privatizzazione del 70% delle azioni Eni in mano al Tesoro realizzata nella seconda metà degli anni novanta e il cui 30% (pari ad almeno un 20% complessivo) venne collocata all’estero per volontà dell’allora ministro Carlo Azeglio Ciampi (!) e di Mario Draghi (!), allora direttore generale del Ministero e al tempo stesso presidente del Comitato Privatizzazioni (!), poi approdato alla Goldman Sachs (!) e alla Banca d’Italia. Come a dire che ci sono dei precisi corsi e ricorsi storici.
L’uscita del Financial Times non è comunque da prendere sotto gamba perché molto spesso gli articoli del quotidiano londinese anticipano manovre speculative o minatorie in corso o in progetto contro questa o quella società che non intendono soggiacere a determinate logiche. Nello specifico comunque è singolare che qualcuno in Italia possa dare importanza o rilievo alla richiesta di Knight che, come fondo di investimento, ragiona in termini puramente finanziari, ossia di speculazione, di dividendi e di guadagno immediato, e non già all’interno di una logica industriale di crescita e di sviluppo.
Confindustria scettica
Una lettura che sembra condivisa da Antonio Costato vicepresidente per l’Energia di Confindustria che ha sottolineato che l’azione di Scaroni “punta anche su motivazioni geopolitiche e sul peso che deve avere Eni a livello internazionale”.
Quanto allo spezzatino auspicato dall’organo della finanza britannica, per Costato
“sono decisioni che spettano all’azionista di riferimento che è il governo”. Salomonico per altri versi il suo commento quando ha notato che “le ragioni che sono esposte sul Financial Times sono valide e altrettanto consistente è la risposta data da Scaroni”. Ma sicuramente, ha precisato, l’Eni è “una compagnia particolare, già assimilata ad altre compagnie petrolifere attive sullo scacchiere internazionale”. E allora, in questo senso, “è giusto mantenere un certo peso politico in capo a Eni perché è un gruppo che ha delle specificità”. In altre parole, no allo spezzatino voluto dai concorrenti esteri e dai loro sodali.
Governo schierato con l’Eni
E infatti lo stesso Stefano Saglia, sottosegretario allo Sviluppo economico con delega all’Energia, dopo aver ricordato che l’Europa ha indicato ai gruppi la strada della sola “separazione funzionale e gestionale” tra approvvigionamento e distribuzione, ha poi precisato che una separazione societaria creerebbe “una asimmetria” tra l’Italia e gli altri Paesi. Più significativo è semmai la replica di Saglia a Knight: “Le banche d’affari – ha notato - fanno bene a esercitarsi. Del resto – ha agggiunto, speriamo ironicamente - c’è un certo movimento nel mondo economico e istituzionale angloamericano che non vede con simpatia alcune iniziative intraprese in questi ultimi mesi dall’Eni”. Come gli accordi strategici e di lungo respiro raggiunti con la Russia e con la Libia.




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