A Ramallah, rappresaglia infinita
Scatta nella notte la rappresaglia israeliana per l'attacco suicida di Megiddo dell'altroieri. Bombardato per ore il quartier generale di Arafat e distrutti vari altri edifici. Il leader palestinese: «Non ci piegheremo».
MICHELE GIORGIO - RAMALLAH
Continueremo a lottare, questo attacco fascista non ci piegherà». Yasser Arafat ha reagito con l'abituale determinazione all'ultimo pesante raid israeliano contro il Muqata di Ramallah, il suo quartier generale già gravemente danneggiato dall'assedio di aprile. È apparso stanco, però, mentre rivolgeva questa parole alla folla di sostenitori giunta ieri mattina al Muqata dopo il ritiro dei carri armati seguito a sei ore di cannoneggiamenti senza sosta. Stanco, e non solo per la notte insonne trascorsa a proteggersi dalle raffiche di mitragliatrice pesante che hanno preso di mira l'edificio che ospita il suo ufficio e il suo alloggio privato. Intorno a lui ci sono ormai solo rovine. L'attacco dell'esercito israeliano è stato persino più devastante di quello di aprile. I bulldozer militari hanno ridotto in cumuli di macerie alcuni edifici intorno al suo ufficio. La prigione del Muqata è stata fatta saltare con cariche di dinamite. E insieme alle rovine, cresce l'isolamento internazionale. A Washington e nelle capitali europee ormai è passata la linea del governo Sharon: la responsabilità degli attentati suicidi compiuti dai kamikaze palestinesi - compreso quello di mercoledì mattina nei pressi di Megiddo che ha provocato la morte di 17 israeliani, quasi tutti soldati di leva - non deve essere attribuita ai gruppi armati ma ad Arafat, che non farebbe nulla per impedirli. Una accusa che il presidente palestinese ha sempre respinto, ma che presto potrebbe essere seguita da nuove e più devastanti offensive israeliane, proprio contro Ramallah e il Muqata. L'espulsione di Arafat dai Territori occupati è una opzione alla quale il premier israeliano Sharon e i suoi ministri non intendono rinunciare e che gli Stati uniti non scartano.
«Questa incursione è servita a mettere in evidenza le responsabilità di Arafat» nell'ultima ondata di attentati, ha detto ieri il ministro della difesa israeliano Benyamin Ben Eliezer annunciando nuove rappresaglie in caso di altri attacchi kamikaze in Israele. Ma a rendere ancora più precaria la posizione del leader palestinese è stato l'avvertimento giunto da Washington. I giornali ieri riferivano che il direttore della Cia, George Tenet, incaricato di «riorganizzare» i servizi di sicurezza dell'Autorità nazionale palestinese, ha consegnato ad Arafat un messaggio che non lascia spazio alle intepretazioni: se ci saranno nuovi attentati, gli Stati uniti non potranno più garantire la sua protezione di fronte ad una rappresaglia israeliana.
I rischi per Arafat sono altissimi. È esposto alle pressioni che arrivano da più fronti. I movimenti armati islamici affermano di non voler mettere fine agli attentati in Israele e continuando questa strategia potrebbero fare un favore proprio a Sharon offrendogli su un piatto d'agento Arafat. E non è certo superfluo ricordare che l'eliminazione del presidente palestinese e dell'Anp non fa soltanto gli interessi del governo israeliano ma anche quelli di Hamas e della Jihad islamica. che non si sono mai sentiti tanto forti come in questo momento e ritengono di avere in pugno Arafat. Secondo Issam Nassar, storico e analista politico, il quadro della situazione si è ulteriormente aggravato. «Siamo giunti ad un punto di non ritorno - spiega lo studioso - l'occupazione israeliana è il problema numero uno, ma la gente comincia ora a chiedersi se è giusto che la causa palestinese sia decisa dalle azioni di Hamas e della Jihad, che certo non rappresentano la maggioranza dei palestinesi. La popolazione sa che gli attentati fanno proprio il gioco di Sharon, ma i gruppi islamici non fanno altro che offrire pretesti a Israele per metterci sotto assedio con il pieno consenso internazionale».
Ramallah appare una città in affanno. Da mesi è schiacciata tra le «zone cuscinetto» costituite dall'esercito di occupazione a nord tra Surda e Bir Zeit e a sud tra Qalandia e Gerusalemme. Quella che è sempre stata nota come la città palestinese più dinamica, sempre pronta a reagire, adesso accusa i colpi dell'assedio militare israeliano. Gli abitanti fanno fatica a riprendere le loro attività dopo ogni incursione israeliana e chi ne ha le possibilità si organizza per lasciare la città e partire per gli Stati uniti o l'Europa. «In queste condizioni non è più possibile vivere - ci ha detto ieri il sociologo Sari Hanafi - Israele ha fatto di tutto per rendere la nostra esistenza un inferno. Ed è riuscito a raggiungere questo obiettivo ottenendo peraltro un ampio consenso internazionale». Fare programmi per il fututo, ha aggiunto Hanafi, è diventato impossibile, la popolazione è scoraggiata, anche se per il momento conserva la determinazione di lottare contro l'occupazione militare.
Mercoledì notte, i soldati israeliani mentre per sei ore prendevano di mira gli edifici che compongono il quartier generale di Arafat, hanno trovato il tempo di devastare il centro commerciale «Al-Isra'», situato a pochi decine di metri di distanza. I proprietari ieri calcolavano in migliaia di dollari i danni subiti. In un altro centro commerciale, «Al-Natche», nel centro della città, proseguono invece i lavori di riparazione dei danni enormi causati dal fuoco dei mezzi corazzati israeliani durante l'assedio di aprile. «Mi sono indebitato pur di riparare e riaprire il mio locale e tutti mi dicono che sono stato un pazzo perché gli israeliani torneranno e faranno di nuovo a pezzi Ramallah», ci ha detto Amir, 47 anni, uno dei proprietari del fast-food Checkers, fino a qualche tempo fa uno dei ritrovi più popolari tra gli adolescenti di Ramallah.
Ieri pomeriggio nella città è improvvisamente esploso il panico. Una quindicina di mezzi corazzati israeliani sono entrati sparando nella vicina Betunia. Decine di persone impaurite sono scappate verso il centro cittadino in cerca di scampo mentre i soldati cominciavano i rastrellamenti. Poi, dopo un paio d'ore, hanno fatto marcia indietro. «Ma questa precarietà sta diventando insopportabile e la gente è esausta» ha aggiunto Hanafi.
Ieri sera è scesa una notte carica di tensione su Ramallah e sul resto dei Territori occupati. Una nuova incursione era attesa da tutti dopo l'uccisione di un colono israeliano di Ofra in agguato di un gruppo armato palestinese. Oggi invece nella città si svolgeranno i funerali dell'agente dei servizi di sicurezza palestinesi ucciso mercoledì notte nell'attacco al Muqata. Ieri si sono svolti i funerali di 9 dei 17 israeliani rimasti uccisi nell'attentato a Megiddo. Una ventina di feriti rimangono in ospedale in gravi condizioni.
il manifesto 7 giugno 2002
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