Da: Adolf Hitler «LA MIA VITA» Bompiani, 1942
(...) Una malattia mi venne improvvisamente in aiuto, la quale decise in poche settimane del mio avvenire e pose fine al lungo conflitto. Una grave affezione polmonare consigliò a un medico di proporre a mia madre di non lasciarmi mai, a nessun patto, far vita d'ufficio. Per le stesse ragioni, la frequentazione della scuola tecnica doveva venir sospesa almeno per un anno. Ciò che avevo desiderato in silenzio per tanto tempo, ciò per cui mi ero sempre battuto, s'era fatto ora realtà, improvvisamente, quasi da sé.
Sotto l'impressione della mia malattia, mia madre accettò di togliermi più tardi dalla scuola tecnica, e di lasciarmi frequentarel'Accademia.
Son questi i miei giorni più fortunati, che mi appaiono oggi come un mirabile sogno; e non fu, difatti, che un sogno. Due anni più tardi, la morte di mia madre segnò la fine improvvisa di quei bei piani.
La sua morte fu la conclusione d'una lunga e dolorosa malattia, che fin dall'inizio non aveva dato adito a speranze di guarigione. Pure, quel colpo mi abbattè terribilmente. Io avevo onorato mio padre, ma amavo mia madre.
La necessità, una dura realtà, mi costrinsero a prendere una rapida decisione. Il mediocre asse paterno era stato in gran parte consumato per la malattia di mia madre; la pensione da orfano, che mi spettava, non bastava a farmi vivere; mi toccava dunque, in un modo o nell'altro, guadagnarmi il pane.
Con una valigia piena di vestiti e di biancheria, con un'indomita volontà nel cuore, partii per Vienna. Ciò che era riuscito a mio padre 50 anni prima, speravo anch'io di poterlo strappare dal destino ; anch'io volevo diventare qualcuno, certo — ma a nessun costo un impiegato !
Come mia madre morì, il destino aveva in certo senso già presa la sua decisione.
Già durante gli ultimi mesi della sua malattia, io ero andato a Vienna a sostenervi gli esami di ammissione in quella Accademia. Armato di un grosso rotolo di disegni, mi ero accinto al gran viaggio, convinto di poter sostenere facilmente tale esame, quasi giuocando. Alla scuola tecnica io ero di gran lunga il miglior disegnatore della mia classe, e da allora la mia abilità si era enormemente perfezionata, talché ne andavo orgoglioso, e speravo nel meglio.
Una sola ombra al quadro: il mio talento pittorico sembrava sorpassato da quello pel disegno, specialmente per ciò che riguardava l'architettura. In compenso, il mio interesse per l'architettura ne riusciva aumentato;
e anche stimolato, da quando avevo potuto, e non avevo ancora sedici anni, recarmi per la prima volta a Vienna per due settimane. Vi ero andato per visitare la Galleria di quadri del museo di Corte, ma la mia attenzione si era rivolta quasi esclusivamente al museo stesso. Dalla mattina presto fino a notte io correvo da un museoall'altro, ma eran quasi sempre i palazzi che mi attiravano a tutta prima. Ero capace di passare delle ore davanti all'Opera o davanti al Parlamento; e il Ring agiva su di me come un incantamento delle Mille e una Notte.
Adesso mi trovavo per la seconda volta nella bella città, e aspettavo con focosa impazienza il risultato del mio esame. Ero talmente convinto del successo, che la bocciatura mi colpì come un fulmine a ciel sereno. Ma era proprio così. Come mi presentai al Rettore e gli chiesi di chiarirmi i motivi della mia bocciatura, quel signore mi assicurò che dai disegni che avevo presentato risultava con ogni evidenza che non ero assolutamente adatto a fare il pittore, ma che il mio talento mi portava piuttosto verso il campo dell'architettura ; non c'era per me altra prospettiva che la scuola di architettura dell'Accademia stessa; ma in nessun caso quella di pittura. E gli riuscì naturalmente incomprensibile che io non avessi mai frequentato dei corsi d'architettura...
Completamente abbattuto, abbandonai il bel palazzo di Piazza Schiller; per la prima volta, in vita mia, in disaccordo con me stesso. Ciò che io avevo udito a proposito delle mie capacità mi parve gettare improvvisamente una luce cruda su un contrasto interno, a cagion del quale io avevo a lungo sofferto, senza riuscire a farmene una chiara ragione. Ma in pochi giorni intuii che la mia vocazione era appunto l'architettura.
Certo, questa nuova via era molto difficile, poiché proprio ciò che per dispetto io avevo trascurato alla scuola tecnica, mi si faceva ora necessario. L'ammissione nella scuola d'architettura presupponeva la licenza della sezione architettonica della scuola tecnica; ma l'entrata in questa esigeva la licenza di una scuola media. Tutto ciò mi mancava completamente. A viste umane, l'adempimento del mio bel sogno d'arte non era più possibile.
Quando poi, dopo la morte di mia madre, giunsi a Vienna per la terza volta, e stavolta coll'intenzione di starci molti anni, calma e decisione avevan seguito a quel grave colpo. E mi era tornata quella mia caparbietà infantile; e davanti ai miei occhi stava ormai definito il mio scopo. Volevo diventare architetto, e rifiutavo di ammettere ostacoli, davanti ai quali dovessi capitolare. Tali ostacoli io li avrei spezzati, avendo sempre davanti agli occhi l'immagine di mio padre, che da povero ragazzo di villaggio era riuscito a diventare impiegato di Stato. La mia situazione mi appariva migliore della sua, il terreno di lotta più favorevole; e ciò che allora mi sembrò durezza di destino, lo apprezzo oggi come saviezza provvidenziale. Ogni volta che la dea necessità mi prese nelle sue braccia e minacciò di stritolarmi, crebbe del pari la mia volontà di resistenza, e la mia volontà seppe vincere.
E' proprio questo che io devo a quel tempo; di esser diventato duro, di saper essere duro. E ancor più io ringrazio il bisogno, perché mi strappò dalla vacuità di una esistenza tranquilla, dalle braccia della mamma, e fece della nera cura la mia nuova madre, gettandomi nel mondo della povertà, della miseria, e portandomi a contatto delle cose, per le quali più tardi io dovevo lottare (...)




Rispondi Citando
...ebbbravo il nostro mitico Nebbia!!!!





