Affermare che non esiste un'opera sistematica di Carlo Marx che affronti la teoria dello Stato moderno è senz'altro corretto. E' un fatto. Affermare che non esiste una teoria marxista sullo Stato è ardito, tuttavia è ancora possibile, se - per ventura - ci si aspettava da Marx una concezione dello Stato da giurista o da filosofo "borghese" della politica. Se cioè si considera il marxismo come una corrente di pensiero tesa a "spiegare il mondo" così come è, al massimo operando per "migliorarlo".
Se si dimenticano i presupposti del materialismo storico, della "filosofia della praxis" (Gramsci), è possibile affermare tranquillamente che Marx non ci ha lasciato una teoria dello Stato.
Per la verità Marx ci ha lasciato ancor meno una teoria sistematica che descriva la futura società comunista, rifiutandosi, come è noto, di " cucinare ricette per la cucina dell'avvenire". Persino la sua monumentale indagine sulla formazione economico-sociale capitalistica è, in fondo, se siamo onesti, ben altra cosa da un mero trattato di economia politica, o anche di sociologia economica.
Voler giudicare il marxismo dimenticandosi (o ponendo su un diverso piano) di fatto della sua natura di teoria rivoluzionaria "della classe operaia" è fuorviante. Significa innanzitutto prescindere dalla concezione marxiana della relazione fra scienza "sociale" e lotta di classe.
Significa sorvolare sulla distinzione fra "scienza" ed "ideologia" nell'impianto "filosofico" del "materialismo storico e dialettico".
E' sicuramente rassicurante, per molti, interpretare Marx come se fosse stato un professore universitario "politicamente impegnato", una sorta Norberto Bobbio del XIX secolo, ovviamente più intelligente e profondo.
E' forse rassicurante ma soprattutto mistificante.
Infatti Marx fu innanzi tutto un rivoluzionario, un teorico della lotta di classe e delle sue magnifiche "sorti e progressive", il fondatore di una religione "secolarizzata" con ambizioni "scientifiche".
Eppure se si pone in relazione il pensiero di Marx (ed Engels) sullo Stato, con le opinioni comuni delle scienze "borghesi", si troverà che il marxismo condivide con queste l'idea essenziale del potere politico come "ordinamento che regola e monopolizza l'uso della forza" (Kelsen). Marx non si preoccupa più di tanto delle forme e delle modalità della legittimazione, sociale, etica o giuridica, del "monopolio della violenza" (Engels). Per Marx si tratta comunque di mistificazioni ideologiche e di fenomeni pur sempre sovrastrutturali.
Il "materialismo storico" si deve occupare piuttosto della relazione dialettica intercorrente fra Stato e formazione economico-sociale, fra Stato e lotte di classe, fra potere politico e potere economico.
Il "socialismo scientifico", studiando la dinamica dei processi sociali che influenzano il movimento della formazione ecomico-sociale capitalistica, interpreta la storia politica, giuridica ed istituzionale in relazione ai processi "storico naturali" strutturali che la determinano in una inter-relazione "dialettica".
I rapporti fra le classi, che hanno origine dai rapporti sociali di produzione, sono dal punto di vista storico-politico, sostanzialmente, dei rapporti di forza. D'altra parte l'apparato politico-istituzionale e giuridico moderno, è necessariamente, per Marx, volto a regolare e tutelare il sistema sociale capitalistico e a garantirne la riproduzione.
La natura soprastrutturale del potere politico e della produzione giuridica, rende di per sè evidente la determinazione dialettica che queste ricevono dalla "società civile" capitalistica, sia direttamente che tramite la "mediazione " di altri elementi sovrastrutturali quali l'ideologia, la cultura, la religione.....
Il monopolio della violenza (forza), in una società divisa in classi, che caratterizza e qualifica il contenuto del potere politico, è dunque in ultima analisi, per Marx, una relazione di dominio che consente alla classe economicamente dominante di essere anche la classe politicamente dominante.
Per questo Marx ridicolizza il programma "di Gotha" del partito operaio tedesco, con le sue teorizzazioni dello "Stato libero popolare".
Lo Stato essendo un organo del dominio di classe non è mai "libero", e quando si può finalmente parlare di "libertà", ecco allora che lo Stato inizia a venir meno, ad "estinguersi".
Questo è essenzialmente il punto di vista di Marx ed Engels.
L'estinzione dello Stato è posta in relazione alla soppressione delle classi e del loro antagonismo, che sarebbe il risultato della rivoluzione proletaria, e della conseguente trasformazione dei rapporti sociali.
Il periodo storico corrispondente all'artuarsi di detta trasformazione, è il periodo della costituzione del proletariato in classe dominante.
Se la rivoluzione sociale è il punto d'approdo della lotta di classe, essa rappresenta, dal punto di vista politico, la presa del potere da parte della classe operaia. Ma se nella prima fase delle elaborazioni marxiane ciò implica, nella sostanza, la mera conquista dello Stato, soprattutto per quanto riguarda l'Inghilterra e gli Stati Uniti (ove mancava ancora lo sviluppo della moderna burocrazia e dell'esercito permanente) successivamente risulta sempre più chiaro che per dirla con uno slogan famoso: "lo Stato borghese si abbatte e non si cambia".
Secondo Roderigo io avrei attribuito a Marx addirittura... l'avversione verso il "suffragio universale".
Per la verità io ho semplicemente riportato molto sinteticamente l'evoluzione del pensiero di Marx (e di Engels) a riguardo.
Mentre in un primo momento, soprattutto riguardo ad Inghilterra e nordamerica, Marx confidava (ingenuamente) che con il suffragio universale la costituzione del proletariato, in quanto maggioranza, in classe dominante fosse assicurata, successivamente dovette cambiare opinione.
Il suffragio universale non per questo è da avversare, secondo Marx, esattamente il contrario,ma rimane tuttavia completamente all'interno "dell'orizzonte borghese".
Non solo, dice Marx, il suffragio universale non rappresenta più, "lo Stato futuro" al quale aspirare,almeno in Svizzera ed in nord-america, ove è di fatto "lo Stato presente" (senza che la Svizzera e gli Usa siano diventate comuniste e si siano avviate al abolire il capitalismo), ma persino in Germania è un obiettivo limitato, insufficiente, borghese se non accompagnato dalla chiara coscienza del processo rivoluzionario che nessariamente deva procedere oltre.
Engels nota che il suffragio universale non può assicurare la vittoria del proletariato, ma può rappresentare al massimo il termometro politico col quale rilevare il grado di coscienza e di radicalizzazione della classe operaia.
I rapporti di forza fra le classi, anche i rapporti di forza politici, in ultima analisi, non sono mai rapporti di forza..... elettorali, non lo sono principalmente, non lo sono per la prospettiva storica rivoluzionaria indicata dal marxismo .
Nei paesi ove il suffragio universale è via via introdotto, la borghesia non solo conserva il proprio dominio politico, ma addirittura lo attua in modo tendenzialmente più efficace.
La democrazia politica, anche la migliore, dirà Lenin, resta uno strumento della dittatura della borghesia: " un paradiso per i ricchi ed una trappola ed un inganno per i poveri e gli sfruttati ". Sul piano politico-sociale, della relazione fra struttura economico-sociale e soprastruttura politica, la " repubblica democratica è il migliore involucro politico per il capitalismo ", scrive Lenin sulla base delle parole di Engels sul "dominio della ricchezza" in regime di democrazia borghese fondata sul suffragio universale.
La democrazia moderna è, nella sua sostanza di classe, per il marxismo, una forma, la migliore (ovviamente non l'unica, non quella "ineluttabile" sempre e comunque, non quella "definitiva"), della dittatura di classe della borghesia.
Tramite la democrazia politica il potere della borghesia "è tanto più saldo e sicuro", al contrario di quel che pensavano inizialmente gli stessi Marx ed Engels.
Ciò nonostante la conquista della democrazia politica resta, in generale, un obiettivo sostanziale per il proletariato.
Dunque non è che Marx o Engels avversino in sè "il suffragio universale". Come sicuramente non "avversano", di per sè, la repubblica democratica. Il pensiero di Marx è "dialettico" anche perchè tende a valutare i fenomeni storico-politici nel loro divenire ed in relazione al movimento della formazione economico-sociale.
Riguardo allo sviluppo della lotta di classe, alla sua attuazione, all'agibilità politica del proletariato e delle sue organizzazioni,inoltre, la repubblica democratica rappresenta una condizione "un milione di volte" (Lenin) più vantaggiosa della forma non democratica della dittatura capitalistica.
Se lo Stato è l'organizzazione del monopolio della violenza, questo monopolio è esercitato, in regime capitalistico, nell'interesse della borghesia. Questo anche in regime democratico. La legalità borghese, le istituzioni borghesi, gli organismi borghesi rimangono tali in democrazia.
Nell'ambito della legalità, delle istituzioni e degli organismi politici borghesi non è di per sè possibile, aggiungerà Lenin, attuare le misure rivoluzionarie necessarie per sopprimere il capitalismo ed avviare la trasformazione della società.
La concezione marxista della dittatura rivoluzionaria del proletariato, che Bobbio individua soltanto (sic!) negli scritti sulla Comune (che riduce a ...cronaca) e sulla lotta di classe in francia, e che traduce in una sorta di democrazia liberale, con invertito rapporto di classe (esattamente come l'ultimo Kautsky), si inserisce esattamente in tutto questo contesto e non è separabile dal medesimo.
Saluti liberali




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