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    SENATORE di POL
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    Predefinito Il Marxismo, lo Stato e la lotta di classe

    Affermare che non esiste un'opera sistematica di Carlo Marx che affronti la teoria dello Stato moderno è senz'altro corretto. E' un fatto. Affermare che non esiste una teoria marxista sullo Stato è ardito, tuttavia è ancora possibile, se - per ventura - ci si aspettava da Marx una concezione dello Stato da giurista o da filosofo "borghese" della politica. Se cioè si considera il marxismo come una corrente di pensiero tesa a "spiegare il mondo" così come è, al massimo operando per "migliorarlo".
    Se si dimenticano i presupposti del materialismo storico, della "filosofia della praxis" (Gramsci), è possibile affermare tranquillamente che Marx non ci ha lasciato una teoria dello Stato.
    Per la verità Marx ci ha lasciato ancor meno una teoria sistematica che descriva la futura società comunista, rifiutandosi, come è noto, di " cucinare ricette per la cucina dell'avvenire". Persino la sua monumentale indagine sulla formazione economico-sociale capitalistica è, in fondo, se siamo onesti, ben altra cosa da un mero trattato di economia politica, o anche di sociologia economica.
    Voler giudicare il marxismo dimenticandosi (o ponendo su un diverso piano) di fatto della sua natura di teoria rivoluzionaria "della classe operaia" è fuorviante. Significa innanzitutto prescindere dalla concezione marxiana della relazione fra scienza "sociale" e lotta di classe.
    Significa sorvolare sulla distinzione fra "scienza" ed "ideologia" nell'impianto "filosofico" del "materialismo storico e dialettico".
    E' sicuramente rassicurante, per molti, interpretare Marx come se fosse stato un professore universitario "politicamente impegnato", una sorta Norberto Bobbio del XIX secolo, ovviamente più intelligente e profondo.
    E' forse rassicurante ma soprattutto mistificante.
    Infatti Marx fu innanzi tutto un rivoluzionario, un teorico della lotta di classe e delle sue magnifiche "sorti e progressive", il fondatore di una religione "secolarizzata" con ambizioni "scientifiche".
    Eppure se si pone in relazione il pensiero di Marx (ed Engels) sullo Stato, con le opinioni comuni delle scienze "borghesi", si troverà che il marxismo condivide con queste l'idea essenziale del potere politico come "ordinamento che regola e monopolizza l'uso della forza" (Kelsen). Marx non si preoccupa più di tanto delle forme e delle modalità della legittimazione, sociale, etica o giuridica, del "monopolio della violenza" (Engels). Per Marx si tratta comunque di mistificazioni ideologiche e di fenomeni pur sempre sovrastrutturali.

    Il "materialismo storico" si deve occupare piuttosto della relazione dialettica intercorrente fra Stato e formazione economico-sociale, fra Stato e lotte di classe, fra potere politico e potere economico.
    Il "socialismo scientifico", studiando la dinamica dei processi sociali che influenzano il movimento della formazione ecomico-sociale capitalistica, interpreta la storia politica, giuridica ed istituzionale in relazione ai processi "storico naturali" strutturali che la determinano in una inter-relazione "dialettica".
    I rapporti fra le classi, che hanno origine dai rapporti sociali di produzione, sono dal punto di vista storico-politico, sostanzialmente, dei rapporti di forza. D'altra parte l'apparato politico-istituzionale e giuridico moderno, è necessariamente, per Marx, volto a regolare e tutelare il sistema sociale capitalistico e a garantirne la riproduzione.
    La natura soprastrutturale del potere politico e della produzione giuridica, rende di per sè evidente la determinazione dialettica che queste ricevono dalla "società civile" capitalistica, sia direttamente che tramite la "mediazione " di altri elementi sovrastrutturali quali l'ideologia, la cultura, la religione.....
    Il monopolio della violenza (forza), in una società divisa in classi, che caratterizza e qualifica il contenuto del potere politico, è dunque in ultima analisi, per Marx, una relazione di dominio che consente alla classe economicamente dominante di essere anche la classe politicamente dominante.
    Per questo Marx ridicolizza il programma "di Gotha" del partito operaio tedesco, con le sue teorizzazioni dello "Stato libero popolare".
    Lo Stato essendo un organo del dominio di classe non è mai "libero", e quando si può finalmente parlare di "libertà", ecco allora che lo Stato inizia a venir meno, ad "estinguersi".
    Questo è essenzialmente il punto di vista di Marx ed Engels.
    L'estinzione dello Stato è posta in relazione alla soppressione delle classi e del loro antagonismo, che sarebbe il risultato della rivoluzione proletaria, e della conseguente trasformazione dei rapporti sociali.
    Il periodo storico corrispondente all'artuarsi di detta trasformazione, è il periodo della costituzione del proletariato in classe dominante.
    Se la rivoluzione sociale è il punto d'approdo della lotta di classe, essa rappresenta, dal punto di vista politico, la presa del potere da parte della classe operaia. Ma se nella prima fase delle elaborazioni marxiane ciò implica, nella sostanza, la mera conquista dello Stato, soprattutto per quanto riguarda l'Inghilterra e gli Stati Uniti (ove mancava ancora lo sviluppo della moderna burocrazia e dell'esercito permanente) successivamente risulta sempre più chiaro che per dirla con uno slogan famoso: "lo Stato borghese si abbatte e non si cambia".


    Secondo Roderigo io avrei attribuito a Marx addirittura... l'avversione verso il "suffragio universale".
    Per la verità io ho semplicemente riportato molto sinteticamente l'evoluzione del pensiero di Marx (e di Engels) a riguardo.
    Mentre in un primo momento, soprattutto riguardo ad Inghilterra e nordamerica, Marx confidava (ingenuamente) che con il suffragio universale la costituzione del proletariato, in quanto maggioranza, in classe dominante fosse assicurata, successivamente dovette cambiare opinione.
    Il suffragio universale non per questo è da avversare, secondo Marx, esattamente il contrario,ma rimane tuttavia completamente all'interno "dell'orizzonte borghese".
    Non solo, dice Marx, il suffragio universale non rappresenta più, "lo Stato futuro" al quale aspirare,almeno in Svizzera ed in nord-america, ove è di fatto "lo Stato presente" (senza che la Svizzera e gli Usa siano diventate comuniste e si siano avviate al abolire il capitalismo), ma persino in Germania è un obiettivo limitato, insufficiente, borghese se non accompagnato dalla chiara coscienza del processo rivoluzionario che nessariamente deva procedere oltre.
    Engels nota che il suffragio universale non può assicurare la vittoria del proletariato, ma può rappresentare al massimo il termometro politico col quale rilevare il grado di coscienza e di radicalizzazione della classe operaia.
    I rapporti di forza fra le classi, anche i rapporti di forza politici, in ultima analisi, non sono mai rapporti di forza..... elettorali, non lo sono principalmente, non lo sono per la prospettiva storica rivoluzionaria indicata dal marxismo .
    Nei paesi ove il suffragio universale è via via introdotto, la borghesia non solo conserva il proprio dominio politico, ma addirittura lo attua in modo tendenzialmente più efficace.
    La democrazia politica, anche la migliore, dirà Lenin, resta uno strumento della dittatura della borghesia: " un paradiso per i ricchi ed una trappola ed un inganno per i poveri e gli sfruttati ". Sul piano politico-sociale, della relazione fra struttura economico-sociale e soprastruttura politica, la " repubblica democratica è il migliore involucro politico per il capitalismo ", scrive Lenin sulla base delle parole di Engels sul "dominio della ricchezza" in regime di democrazia borghese fondata sul suffragio universale.
    La democrazia moderna è, nella sua sostanza di classe, per il marxismo, una forma, la migliore (ovviamente non l'unica, non quella "ineluttabile" sempre e comunque, non quella "definitiva"), della dittatura di classe della borghesia.
    Tramite la democrazia politica il potere della borghesia "è tanto più saldo e sicuro", al contrario di quel che pensavano inizialmente gli stessi Marx ed Engels.
    Ciò nonostante la conquista della democrazia politica resta, in generale, un obiettivo sostanziale per il proletariato.
    Dunque non è che Marx o Engels avversino in sè "il suffragio universale". Come sicuramente non "avversano", di per sè, la repubblica democratica. Il pensiero di Marx è "dialettico" anche perchè tende a valutare i fenomeni storico-politici nel loro divenire ed in relazione al movimento della formazione economico-sociale.
    Riguardo allo sviluppo della lotta di classe, alla sua attuazione, all'agibilità politica del proletariato e delle sue organizzazioni,inoltre, la repubblica democratica rappresenta una condizione "un milione di volte" (Lenin) più vantaggiosa della forma non democratica della dittatura capitalistica.
    Se lo Stato è l'organizzazione del monopolio della violenza, questo monopolio è esercitato, in regime capitalistico, nell'interesse della borghesia. Questo anche in regime democratico. La legalità borghese, le istituzioni borghesi, gli organismi borghesi rimangono tali in democrazia.
    Nell'ambito della legalità, delle istituzioni e degli organismi politici borghesi non è di per sè possibile, aggiungerà Lenin, attuare le misure rivoluzionarie necessarie per sopprimere il capitalismo ed avviare la trasformazione della società.
    La concezione marxista della dittatura rivoluzionaria del proletariato, che Bobbio individua soltanto (sic!) negli scritti sulla Comune (che riduce a ...cronaca) e sulla lotta di classe in francia, e che traduce in una sorta di democrazia liberale, con invertito rapporto di classe (esattamente come l'ultimo Kautsky), si inserisce esattamente in tutto questo contesto e non è separabile dal medesimo.

    Saluti liberali

  2. #2
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    Predefinito

    L’idea della dittatura rivoluzionaria del proletariato ha subito, nella storia dell’ideologia marxista, indubbie trasformazioni. Essa è tuttavia indissolubilmente legata a:
    A) l’analisi marxiana della formazione economico-sociale capitalistica e delle sue “insanabili contraddizioni” che, ineluttabilmente, la condurrebbero verso il baratro;
    B) la concezione marxiana della lotta di classe, in cui progressivamente si chiarisce anche l’idea della coscienza politica di classe;
    C) la concezione marxiana della relazione fra struttura economica-sociale e sovrastruttura politica, giuridica, culturale….;
    D) la concezione marxiana ed engelsiana dello Stato come prodotto della scissione della società in classi contrapposte, irriducibilmente antagoniste;
    E) la concezione della storia come “umanizzazione della scimmia”, con l’idea di un suo svolgimento di fatto teleologicamente orientato dall’inferiore al superiore, dunque verso il progresso, seppur in modo “dialettico” (concezione che Marx ed Engels credono supportata dalla contemporanea biologia darwinista, e dall’antropologia di Morgan) secondo una sorta di “escatologia secolarizzata”, in parte innestata sul paradigma di un messianismo giudaico-cristiano privato del lato teologico, in parte fondata sull’idea hegeliana della storia come “dispiegamento dell’idea di libertà” e “prodotto dello spirito” (contenuto “provvidenziale” della dialettica come movimento fondato sulla contraddizione) , tradotta in senso “materialistico”;
    La dittatura del proletariato, come forma politica del periodo della trasformazione della società capitalistica in società comunista, non è pertanto un’idea marginale nel/del marxismo, ne’ può essere banalizzata come una estrapolazione condotta da Marx durante la “cronaca” dell’esperienza delle lotte di classe in Francia e poi della Comune di Parigi.
    Ovviamente sulla dittatura del proletariato le idee dei marxisti sono state poi le più varie.
    In altra occasione ho citato il punto di vista di Otto Bauer che (come il nostro soviet999) colloca detta “forma politica” come residuo dell’influenza delle idee giacobine (dunque borghesi) sul marxismo, e dunque come teoria di fatto obsoleta se non per le eventuali rivoluzioni socialiste che, come quella bolscevica, dovessero vincere in paese capitalisticamente arretrati (con l’assunzione dei compiti “borghesi” accanto a quelli proletari).
    L’idea della dittatura rivoluzionaria sorge in effetti in relazione alle rivoluzioni borghesi transalpine, ed è presenta anche nel comunista complottista Luigi Augusto Blanqui.
    L’idea della dittatura rivoluzionaria é di fatto l’idea di un potere eccezionale e transitorio, attuato come nel caso degli antichi dittatori romani, al fine di affrontare una situazione a propria volta eccezionale (quale indubbiamente è una rivoluzione politica e sociale).

    Il punto di vista della socialdemocrazia tedesca, durante il dibattito sul revisionismo, vede da un lato il completo abbandono dell’idea di dittatura proletaria e della stessa concezione dello Stato come “strumento di classe” nella destra riformista. I rivoluzionari (sinistra e centro) rimproverano infatti a Bernstein e compagni di aver di fatto ripudiato l’idea della lotta di classe e di aver assunto la concezione della democrazia e dello Stato tipica del liberalismo, approdando infatti ad una visione della democrazia “in generale” sempre più autonoma dalla struttura capitalistica della società e dalla funzione della borghesia quale classe economicamente dominante.
    La democraticizzazione dello Stato corrisponde quindi, per il revisionismo, al suo divenire sempre più “neutrale” dal punto di vista “di classe”, se non addirittura alla trasformazione della forma politica nel senso più favorevole all’emancipazione dei lavoratori e all’introduzione progressiva di misure “socialiste” o propedeutiche al socialismo nei rapporti sociali.
    Questo punto di vista è criticato tanto dall’estrema sinistra di Luxemburg e Pannekook, quanto dal “centro” ortodosso di Kautsky, che almeno formalmente sono unanimi nel rilevare che lo Stato, anche il più democratico, rimane in regime capitalistico un organo del dominio di classe della borghesia finchè non avviene la conquista del potere da parte del proletariato organizzato dal partito socialdemocratico (rivoluzionario).
    Rosa Luxemburg, nel criticare aspramente l’idea “liberale” e “borghese” di democrazia dei revisionisti e nel ribadire la concezione rivoluzionaria marxista della lotta di classe, pone in evidenza come la forma democratica del potere borghese non sia affatto la forma ordinaria che assume lo Stato in regime capitalistico. La borghesia passa con disinvoltura, a seconda dei propri interessi di classe, dalla forma democratica a quella non democratica, e la democrazia pur essendo il terreno più favorevole per la lotta di classe proletaria resta, finchè la classe operaia non spezza i rapporti di produzione capitalistici e assume nelle proprie mani il controllo del potere politico, una organo del dominio di classe borghese.
    La lotta rivoluzionaria è si per la Luxemburg una lotta per la democrazia (e per la sua difesa dalla reazione borghese una volta che questa diventa un pericolo per la classe dominante), ma la democrazia non abolisce, come credono i revisionisti, la necessità della lotta rivoluzionaria.
    La Luxemburg rivolgerà poi contro Lenin e Trotzky dure critiche sulle modalità di attuazione del potere rivoluzionario nella Russia bolscevica, rimproverando aspramente le misure di “soppressione della democrazia” e il terrore rosso attuato e teorizzato dai comunisti. Per la Luxemburg, seppur alcune misure repressive potessero eventualmente essere inevitabili, date le circostanze concrete di sviluppo della rivoluzione in russia, le stesse non potevano certo diventare la regola, o “giuste per principio” come credevano o bolscevichi: “la libertà è pur sempre la libertà di chi pensa diversamente”. Per l’estrema sinistra socialdemocratica, in ultima analisi, il regime della dittatura del proletariato deve corrispondere ad un ampliamento piuttosto che ad una restrizione della democrazia, proprio perché rappresenta finalmente il dominio politico esercitato nell’interesse della grande maggioranza della popolazione contro un esigua minoranza di sfruttatori. Questo ampliamento della democrazia implica il mantenimento sostanziale delle classiche “libertà borghesi” per tutta la popolazione, ad esclusione dei provvedimenti tesi a colpire la proprietà privata capitalistica.
    L’utopia della posizione della Luxemburg, che ripete verso Lenin in qualche modo le critiche mosse qualche anno prima verso la concezione “dispotica” del partito del capo bolscevico (“partito guardiano notturno”), sta nel eclissare la “lezione” di Engels (nella sua polemica contro gli anarchici), ripresa da Lenin, sul carattere senz’altro autoritario della rivoluzione in quanto tale. La dittatura proletaria ribatte realisticamente Lenin “è un potere che non è limitato da alcuna legge”, e la democrazia proletaria è una democrazia “per la sola classe rivoluzionaria”, che può ben assumere svariate forme concrete, ma senza mai perdere il proprio contenuto rivoluzionario di “organizzazione della violenza della classe operaia per spezzare la resistenza della borghesia”. L’irruzione rivoluzionaria sul diritto di proprietà, ammessa in generale dai marxisti, è di per sé un atto autoritario che è formalmente antidemocratico giacchè lede un diritto soggettivo perfetto, seppur a vantaggio di “una minoranza”. Questa incursione rivoluzionaria, di soppressione di un “diritto borghese” è ritenuta “democratica” riguardo al contenuto di classe, in quanto attuata nell’interesse della “stragrande maggioranza” della popolazione. Questa visione è anche dal punto di vista generale, intrinsecamente antidemocratica nella misura in cui, come è stato notato anche su questi forum (Gribisi), si traduce necessariamente in una deformazione dell’idea democratica, al di là della mistificatoria riconduzione ad un presunto “contenuto di classe”, in una sostanziale “dittatura della maggioranza”. Ma bisogna riconoscere che tanto Marx, che soprattutto Engels e Lenin erano ben consapevoli di tutto ciò. Soprattutto Lenin criticherà con asprezza, in tutta la sua vita di teorico marxista e di dirigente rivoluzionario, le idee “borghesi” e “liberali” di democrazia, e quindi l’idea di democrazia della stessa tarda socialdemocrazia “ortodossa” di Kautsky (responsabile, in buona sostanza, di un deciso “arretramento” verso il liberalismo borghese, al pari del vecchio revisionismo che pur Kautsky aveva a propria volta combattuto).
    La combinazione in Lenin, nella sua teorizzazione rigorosamente marxista della dittatura del proletariato, di una visione duramente realistica e autoritaria con la teorizzazione della “democrazia diretta” più libera (con deputati eleggibili e revocabili in qualsiasi momento, remunerati con salario da operaio) è il lato caratteristico del suo contributo alla teoria marxista sullo Stato e sulla democrazia, che deve essere tuttavia rapportato alla concezione leniniana della formazione della coscienza politica di classe e del partito rivoluzionario in rapporto a questa.


    Continua….

  3. #3
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    Basta, il marxismo ha gia fatto il suo tempo ed ha fallito

  4. #4
    Roderigo
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    Originally posted by S.P.Q.R.
    Basta, il marxismo ha gia fatto il suo tempo ed ha fallito
    Vuoi umiliare Pieffebi nell'arte della sintesi?

    R.

  5. #5
    SENATORE di POL
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    Beh per dire le stesse cose c'è chi scrive qualche centinaio (a dir poco) di pagine.... si potrebbe anche scrivere solo quello che dice SPQR, ma sarebbe come scrivere E=MC2 senza spiegare perchè.


    Saluti liberali

  6. #6
    BENESSERE&OZIOXTUTTI
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    ...per quanto riguarda i paesi economicamente avanzati ho forse trovato una soluzione che mi soddisfa nella dipendenza univoca che lega struttura e sovrastruttura borghese...il processo rivoluzionario dovrebbe partire dall'economia e coinvolgerebbe inevitabilmente (in termini marxisti) la politica...senza fase di dittatura armata del proletariato (che in Italia rischierebbe di essere la dittatura di 4/5 milioni di persone)
    TUTTO IL POTERE AI SOVIET!

  7. #7
    SENATORE di POL
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    Non è possibile comprendere la relazione, nel pensiero comunista, tra dittatura del proletariato e dittatura del partito prescindendo dalla concezione leniniana del partito rivoluzionario.
    La relazione fra lotta e coscienza di classe è fondamentale per comprendere la concezione leninista del partito rivoluzionario e del suo ruolo.
    L'idea che il socialismo rappresenti spontaneamente la coscienza del proletariato, come immediatamente determinata dalla posizione dei lavoratori salariati all'interno dei rapporti sociali di produzione capitalistici è ritenuta senz'altro ingenua dai maggiori teorici del marxismo rivoluzionario.
    In primo luogo perchè la soggezione materiale del lavoratore al Capitale è anche una soggezione psicologica, in secondo luogo perchè la classe dominante ha tutti i mezzi economici, culturali, e via discorrendo, per imporre la propria ideologia ( più antica e più collaudata di quella socialista), seppur adeguandola, alla classe operaia.
    "L'ideologia dominante fu in ogni epoca l'ideologia della classe dominante" scrivevano già Marx ed Engels negli anni quaranta dl secolo XIX, e questo dato è tenuto in stretta considerazione da parte di Lenin.
    La lotta di classe, storicamente e concretamente, non genera dunque affatto l'ideologia comunista, che è invece il prodotto degli intellettuali "transfughi" della borghesia.
    Spontaneamente, dirà Kautsky poi seguito da Lenin, la coscienza che si forma nel corso delle lotte di classe è, nel migliore dei casi, un embrione della coscienza politica di classe: la coscienza "tradeunionistica", sindacale.
    La coscienza sindacale, rileva Lenin, soggiace ancora completamente all'ideologia borghese, giacchè pone gli interessi di classe,la loro soluzione ed i loro obiettivi , ancora all'interno dei rapporti di produzione capitalistici e della società borghese.
    La lotta sindacale tende al soddisfacimento dei bisogni e degli interessi dei lavoratori nel quadro del sistema economico-sociale esistente.
    La coscienza politica rivoluzionaria, dunque, può essere portata alla classe operaia solo dall'esterno, dall'esterno della lotta tradeunionistica.
    La lotta di classe diventa dunque anche lotta ideologica. Il soggetto che unicamente può portare alla classe operaia la coscienza politica socialista, può essere solo il partito politico di classe, il partito rivoluzionario.
    Il partito è, nella visione comunista classica, la cinghia di trasmissione fra la "scienza marxista" e il fisico movimento operaio. Non è, come detto, una semplice associazione operaia, ma è l'organizzazione politica dell'avanguardia cosciente del proletariato, la classe "per sè", il proletariato concretamente esistente come classe cosciente dei propri interessi storici e del proprio ineluttabile destino.
    Tutto il problema del partito rivoluzionario è quindi quello della conquista alle proprie bandiere della grande maggioranza del proletariato ed anche degli strati popolari semi-proletari. E' il problema dell'educazione politica della classe operaia alla "coscienza socialista".
    In questo compito il partito si trova innanzi al dominio ideologico borghese, che spontaneamente si impone sulla società intera, compresa la classe operaia.
    La lotta ideologica è una lotta pratica, politica, concreta. Lenin in "Che Fare?" (1902) avverte che non solo la coscienza socialista è portata all'operaio "dall'esterno" della lotta economica( da parte del partito rivoluzionario), ma che "ogni allontanamento dall'ideologia socialista implica un rafforzamento dell'ideologia borghese ".
    La lotta ideologica è quindi una lotta contro l'influenza dell'ideologia borghese sul "movimento operaio", una lotta senza quartiere contro ogni "cedimento" verso le superstizioni borghesi, verso i "pregiudizi piccolo-borghesi" che si impongono "spontaneamente" agli operai e che impediscono loro di approdare ad una chiara e completa visione dei propri interessi generali e particolari.
    Anche la lotta contro il revisionismo riformistico, la lotta contro "gli opportunisti", ossia coloro che svendono l'ideologia socialista e i suoi obiettivi generali in cambio di presunti e pretesi "vantaggi immediati", è parte integrante e qualificante della lotta del partito rivoluzionario per l'elevazione della classe operaia alla coscienza rivoluzionaria. Non solo, il partito rivoluzionario, per Lenin, non ha solo avversari "di destra" in seno al movimento operaio, ha anche avversari "di sinistra", come i sostenitori del "terrorismo individuale" e "piccolo borghese", come gli "economicisti" che hanno una versione distorta della formazione della coscienza politica di classe. Come gli anarchici e come gli "estremisti" ("L'estremismo, malattia infantile del comunismo" - 1920), ossia coloro che non comprendono le necessità della lotta rivoluzionaria per la conquista della maggioranza del proletariato alle bandiere comuniste, ma oppongono alle necessità tattiche e strategiche volte al raggiungimento di questo obiettivo essenziale, delle questioni "di principio", in apparenza "terribilmente rivoluzionarie" ma di fatto "infantili", radicalmente controproducenti e autolesioniste.
    Come dunque il partito rivoluzionario deve agire per portare alla classe operaia la "coscienza politica di classe"?
    Non è certo sufficiente propagandare i principi fondamentali del comunismo, non basta presentare agli operai i punti programmatici fondamentali del partito comunista, sperando che la loro mera conoscenza possa produrre una piena, immediata, convinta e concreta adesione delle masse operaie, insegnano Lenin e i dirigenti bolscevichi.
    Con la mera propaganda "teorica" si può sperare di convincere solo un ristretto numero di operai e di intellettuali, il nucleo iniziale dell'avanguardia rivoluzionaria, non certo le larghe masse proletarie e semi-proletarie che sono necessarie alla vittoria nella lotta mortale per il potere. D'altro canto, è sempre Lenin a parlare : "Ogni sottomissione del movimento operaio alla spontaneità, ogni 'menomazione' della funzione dell'elemento cosciente, della funzione della socialdemocrazia [leggi partito rivoluzionario], significa di per sè - non importa lo si voglia o no - un rafforzamento dell'ideologia borghese sugli operai. Tutti coloro che parlano di sopravvalutazione dell'ideologia (...) immaginano che il movimento puramente operiao sia di per sè in grado di elaborare - ed elabori in realtà un'ideologia indipendente. Ma questo è un profondo errore. "
    Dunque il partito rivoluzionario può adempiere alla sua funzione di "combattente d'avanguardia" soltanto se riesce a portare alla coscienza socialista la classe, cioè soltanto attraverso la politica rivoluzionaria articolata secondo una strategia e una tattica capaci di intervenire nei processi delle concrete lotte di classe , guidandole attraverso la propaganda, l'agitazione, la denuncia di TUTTI i casi concreti di ingiustizia, oppressione, sfruttamento che colpiscono la vita del popolo lavoratore in TUTTI gli aspetti della vita sociale, politica, economica, produttiva, familiare.
    La conquista delle masse al socialismo significa il portare la classe operaia dal terreno della mera lotta economica, sindacale, tradeunionistica e al limitato orizzonte politico correlato a queste, alla lotta politica autentica, che pone come obiettivo finale del processo rivoluzionario la questione del potere, dell'abbattimento dello Stato borghese, della instaurazione della dittatura rivoluzionaria, della trasformazione dei rapporti di produzione capitalistici in rapporti socialistici con la cosiddetta abolizione dello "sfruttamento" dell'uomo sull'uomo e la finale estinzione dello Stato con la paradisiaca società senza classi e sanza potere politico: il comunismo.
    Questa conquista delle masse al partito rivoluzionario non avviente tuttavia nel vuoto, avviene in lotta permanente con l'ideologia borghese, con le altre tendenza che si proclamano "socialiste" e "operaie" e che propongono una lotta gradualista per il possibile, per un'avanzata "graduale" verso il socialismo, o per il mero miglioramento delle condizioni di vita e del regime delle libertà politiche all'interno della società presente. Il partito rivoluzionario deve dimostrare NELLA PRASSI che tutte queste costituiscono delle superstizioni, dei cedimenti, e sostanzialmente dei tradimenti degli interessi concreti e storici del proletariato. Per dimostrarlo i comunisti devono svelare nei fatti la concreta natura delle rivendicazioni degli "agenti borghesi in seno al movimento operaio" e quindi la vera natura di questi ultimi.
    Il partito rivoluzionario è dunque, nella sostanza, non un'associazione operaia qualsiasi con un programma politico genericamente volto alla tutela degli interessi della classe operaia, determinati secondo le sensazioni e i punti di vista degli operai stessi, come costituitisi dall'esperienza quotidiana del lavoro produttivo e della lotta per ottenere migliori condizioni di vita e di lavoro. Il partito rivoluzionario è la traduzione concreta della teoria rivoluzionaria, che è scientifica, che è una guida per l'azione, in azione politica rivoluzionaria per la conquista delle masse e per la conduzione di queste masse alla conquista del potere politico, verso il socialismo.
    Soltanto il partito rivoluzionario è propriamente LA CLASSE OPERAIA cosciente e consapevole di sè, dei propri interessi, dei propri destini, dei propri compiti politici.
    Soltanto il partito rivoluzionario è il rappresentata legittimo del PROLETARIATO, e ciò non in virtù del consenso che lo stesso ottiene dalla classe, seppur gli è necessario per vincere, ma in virtù della propria superiorità ideologica, del proprio essere "partito d'avanguardia" guidato da una "teoria d'avanguardia". La lotta ideologica del partito del proletariato è tuttavia una lotta anche contro l'influenza dell'ideologia borghese, contro la "contaminazione" revisionista, all'interno dello stesso partito rivoluzionario.

  8. #8
    SENATORE di POL
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    La relazione tra lotta di classe e rivoluzione proletaria è affrontata dal comunista consiliare Korsch in "Marxismo e Filosofia", sviluppando i presupposti precisati da Lenin (in un'opera fortemente critica non solo più verso gli epigoni di Lenin, ma verso lo stesso artefice della rivoluzione d'ottobre) e "storicizzando" la stessa teoria rivoluzionaria marxista.
    Scrive Korsch: " il compito storico della lotta di classe proletaria contro la classe borghese (...) consiste quindi nel distruggere il fondamento economico del potere di classe capitalistico, eliminando la mancanza di libertà del'uomo che lavora in produzione ”.
    Questa liberazione è lo scopo che si prefigge il partito rivoluzionario nella misura in cui organizza la classe e la conduce all'assalto del potere borghese. Assalto che è sindacale, politico, ideale.
    Korsch risolve in questo modo la relazione fra lotta tradeunionista, lotta rivoluzionaria e lotta ideologica : “come l'azione economica della classe rivoluzionaria non rende superflua l'azione politica (?), anche l'azione che è economica e politica ad un tempo non rende superflua l'azione ideale: questa deve essere piuttosto portata avanti fino alla fine sul piano pratico e teorico, come critica scientifica rivoluzionaria e attività di agitazione prima della presa del potere da parte del proletariato e come attività scientifica di organizzazione e dittatura ideologica dopo la conquista del potere ”.
    La storicizzazione della teoria rivoluzionaria sostenuta da Korsch, porta l'eretico del comunismo a conclusioni in parte convergenti con alcune affermazioni del Bauer di “Socialdemocrazia o Bolscevismo?”, che egli svolge però da posizioni di “estrema sinistra", fino ad approdare alla convinzione, supportata da un ragionamento filosofico sulla “conservazione” della dialettica hegeliana nel marxismo e anche nel leninismo, che la teoria rivoluzionaria di Marx si è costituita “ non come si è sviluppata sulle proprie fondamenta, ma al contrario come emergente dalla rivoluzione borghese, una teoria dunque che è legata sotto ogni rapporto nel contenuto e nella forma ai caratteri generali del giacobinismo, della teoria borghese della rivoluzione ”. Nella sua genesi storica pertanto la teoria rivoluzionaria che è in Lenin centrale nella stessa determinazione dell'essenza e della prassi del partito comunista, è scoperta da Korsch come una teoria e prassi della rivoluzione democratico-borghese, come sua variante importata nel movimento operaio.
    La critica di Korsch è importante, non tanto per quel che rappresenta in sé nella storia del pensiero marxista “occidentale” del XX secolo, ma perchè permette di fare luce proprio sulla natura dell'ideologia comunista moderna come sviluppatasi sulla base dell'esperienza storica della rivoluzione d'ottobre e dei successivi tentativi prima occidentali (senza successo) e poi orientali (con alcuni risultati) di dare avvio alla “rivoluzione socialista mondiale”, auspicata dai vecchi maestri.
    La storicizzazione della “scienza marxista” della rivoluzione, congiunta alla realizzazione storica dei partiti leninisti e della Terza Internazionale aveva già portato Korsch a riflettere sul fatto che “ La coscienza metodica di un partito comunista non sta fuori o in qualche modo sopra la prassi di questo partito, ma forma una parte costitutiva importante di questa stessa prassi rivoluzionaria ”, concetto che applicato al ruolo del partito comunista, nella direzione del processo rivoluzionario DOPO la conquista del potere e l'instaurazione della dittatura rivoluzionaria, evidenzia come la relazione fra prassi e teoria (e fra teoria e lotta di classe con la mediazione dialettica della prassi politica), vada affrontata con gli strumenti della concezione materialistica della storia.
    Quella che Korsch denuncia nel 1926/27 (ancora) come una “deviazione riformistica del leninismo”, un “nuovo revisionismo” che colpisce questa volta un partito comunista al potere, quello bolscevico, è interpretata non a caso come “ il considerare come socialismo qualche cosa che è solo un capitalismo diverso, più sviluppato (???), un capitalismo di Stato, cooperativistico ”. Ma il Koprsh del 1930 e 31 è ormai consapevole che non si tratta tanto di una “deviazione dal leninismo”, in quanto è il leninismo stesso, nella sua struttura ideologica, il portatore dei germi ideologici e pratici di questa “deformazione”.
    Il problema della formazione della coscienza politica di classe, che il leninismo vuole portata dall'esterno della mera lotta economica, dall'esterno dell'autocoscienza proletaria come spontaneamente generata dalla posizione dei lavoratori nei rapporti di produzione capitalistici e nelle lotte sociali che dai medesimi sono determinati, è strettamente connesso con la questione della formazione storica della teoria rivoluzionaria e della corripondente ideologia comunista.
    Se l'ideologia comunista sorge in Marx ed Engels, sulla base della filosofia rivoluzionaria borghese, che trova la sua espressione intellettuale più elevata nella dialettica hegeliana, e in politica approda alla forma estrema del rivoluzionarismo giacobino, con la sua mitologia della dittatura rivoluzionaria e della virtù del Terrore come “dispotismo della libertà”, ecco che l'esperienza leninista si deve intendere nalla sua relazione con questa genesi e con la concreta esperienza storica del movimento socialista, a cavallo fra il XiX e il XX secolo, con le peculiarità tipiche delle necessità rivoluzionaria nella “fortezza europea della reazione”, l'autocratica Russia zarista.
    La formazione ideologica bolscevica, sostiene anche il Bettheleim, è senz'altro correlata alle vicende delle lotte di classe in Russia, tanto prima, che durante che dopo la presa del potere, sebbene l'ancoraggio datole da Lenin alla teoria marxista-rivoluzionaria sarà elemento caratterizzante imprescindibile.
    Nel Bordiga la rappresentazione della rivoluzione d'ottobre come “rivoluzione doppia”, ossia carica di compiti socialisti e proletari, da espletare da parte del partito rivoluzionario accanto a compiti ancora classicamente borghesi e democratici, non porta chiaramente alla determinazione di una relazione meccanica fra questa “natura” del processo storico concreto e la teorie e prassi leniniste. Bordiga interpreta innanzi tutto Lenin come il formidabile “restauratore” della invariante scienza marxista della rivoluzione proletaria, mentre senz'altro il concreto accorciamento della “rivoluzione doppia” alla sola fase borghese determinerà materialisticamente le progressiva degenerazione della formazione ideologica del partito al potere, non senza che il medesimo venisse attraversato dalla dinamica della mortale lotta di classe internazionale fra proletariato e borghesia.
    La concezione leninista del partito rivoluzionario e della funzione storica del partito nella elevazione della coscienza di classe proletaria a “coscienza socialista”, rappresenta in un certo qual modo la concezione leninista dell'egemonia, che è egemonia ideologica che deve essere conquistata sulla base della prassi rivoluzionaria del partito comunista, dispiegata secondo una strategia e una tattica a pieno campo. Questa concezione è strettamente connessa non solo con l'ideologia organizzativa del partito rivoluzionario, sempre sospeso fra l'essere un “partito di quadri” di “rivoluzionari di professione” e l'essere un “partito di massa” (verso il quale il partito di quadri è necessariamente proteso nella visione leniniana), ma anche con il ruolo storico del partito nella direzione della classe durante l'epoca della dittatura rivoluzionaria (ove la dialettica fra potere e consenso deve essere ancora indagata).
    La lotta di classe, che continua dopo la presa del potere come lotta per “spezzare la resistenza” della borghesia e per condurre la trasformazione conseguente dei rapporti sociali di produzione capitalistici, non è in grado di garantire che “spontaneamente” la classe operaia adempia al proprio ruolo rivoluzionario e incrementi la propria coscienza socialista man mano che procede verso l'edificiazione della società nuova. La lotta di classe nel periodo della dittatura rivoluzionaria del proletariato è ancora una lotta a tutto campo, e come dice l'eretico e antistalinista Korsch la dittatura è anche essenzialmente una “dittatura ideologica”. Lo scontro ideologico e politico tra le varie fazioni bolsceviche, soprattutto dopo la morte di Lenin, sarà uno scontro in cui ciascuna corrente non solo rivendicherà l'ortodossia teorica del proprio marxismo e del proprio “leninismo”, ma accuserà in qualche modo l'altra di essere una deviazione determinata dai fenomeni e dalla situazione particolare della lotta di classe in russia e nel contesto del conflitto internazionale fra proletariato e borghesia. Questo conflitto ideologico e teorico fra comunisti, fra bolscevichi, che si estenderà su scala internazionale, e che vedrà in Italia la liquidazione delle “deviazioni di sinistra” e di quelle “di destra” parallelamente a quanto accadeva in URSS, è un conflitto che qualsiasi cosa ne dirà poi Trotzky non poteva prevedere in alcun modo la conservazione o instaurazione di “metodi democratici” e di una “dialettica democratica” pur interna al partito unico terroristicamente al potere.

    Saluti liberali

  9. #9
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    Lo stalinismo non ha espresso "idee originali" ne' riguardo la concezione del partito, ne' rispetto al rapporto fra partito-masse-stato operaio, ne' tantomento riguardo alla concezione della dittatura rivoluzionaria e della democrazia "proletaria". L'unica vera "innovazione" dottrinale di quello che fu definito da Lenin "il fantastico georgiano", ossia di Giuseppe Stalin, su questo terreno fu enunciata nel gennaio 1933, quando innanzi al Comitato Centrale bolscevico, annunciando che avrebbe continuato a "fustigare il partito", affermo' che : "l'abolizione delle classi non si ottiene con l'abolizione della lotta di classe ma con il suo rafforzamento ". La formazione ideologica bolscevica, dopo la "grande svolta" del 1924-25 con il trionfo della tesi della "costruzione del socialismo in un paese solo" e del 1929-30 con l'abbandono degli ultimi residui della NEP e con l'avvio della grande e criminale tragedia della "collettivizzazione forzata" dell'agricoltura, aveva visto la liquidazione politica dapprina delle "deviazioni di sinistra" dell'Opposizione Unificata trotzkysta-zinovievista, e poi dell'Opposizione "di destra" di Bucharin, Tomsky, Rykov e sostenitori dello "sviluppo a passi di tartaruga" e della necessità di proseguire e rivitalizzare la Nuova Politica Economica a suo tempo inaugurata da Lenin con il concorso anche di Trotzky.
    La politica a zig-zag di Stalin, dapprima alleato di Zinoviev e Kamenev contro Trozky, poi di Bucharin contro Trotzky, Zinoviev e Kamenev, e poi sostenitore di un programma economico "super-industrialista" vicino a quello della "sinistra" trotzkysta e zinovievista per liquidare Bucharin è a suo modo esemplare.
    L'ideologia leninista della lotta ideologica da condurre per affermare l'egemonia dell'ideologia socialista su quella borghese, con la consapevolezza delle pressioni dell'ideologia del nemico sullo stesso partito rivoluzionario, soprattutto nei momenti "di svolta", viene portata al parossismo dalla dirigenza staliniana.
    La concezione del rafforzamento della necessità della lotta di classe (che è anche "lotta ideologica") nel periodo della dittatura proletaria è una necessità per Stalin che deve giustificare il perchè lo scontro, anzichè affievolirsi, si aggrava e lo Stato anzichè estinguersi, secondo le previsioni dei "maestri", diventa sempre più elefantiaco, invadente, totalitario, terroristico.

    Saluti liberali

  10. #10
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    Pfb, potresti darmi un parere su quanto ho scritto sopra? Non vedo l'ora che tu mi contraddica un'altra volta...
    TUTTO IL POTERE AI SOVIET!

 

 
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