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VERSO IL NIENTE
Sette Tesi sulla crisi del "Movimento dei Movimenti" ad un anno da Genova
"Stiamo sperimentando. Dunque, non prendiamoci troppo sul serio. Ci farà bene".
Luca Casarini a La Repubblica del 6 giugno
di Moreno Pasquinelli
Dichiarazione emblematica, perché oltre a rivelare un disarmante empirismo (non abbiamo alcuna teoria complessiva, né un progetto politico, quindi navighiamo a vista), mostra ancora una volta una inammissibile leggerezza, nonché una la supponenza di chi si considera generale inossidabile e immarcescibile .
Casarini forse non se ne rende conto, ma con affermazioni di tale superficialità, si da la zappa sui piedi, e priva di legittimità lo stesso documento autocritico dei Disobbedienti fatto circolare ai primi di giugno.
Che egli chieda di non essere preso troppo sul serio possiamo capirlo, quello che non si può assolutamente accettare è il tentativo di minimizzare la crisi del Movimento contro la globalizzazione in questo paese. Né si può accettare il tentativo (intervista a La Repubblica del 6 giugno) di tirarsi fuori (assieme ad Agnoletto) quando si tratta di evidenziare le responsabilità per ii gravissimi errori compiuti, a Genova e dopo. Troppo comodo.
In effetti la crisi del Movimento c'è. Questa crisi non cade dal cielo, ha una sua origine, varie cause, un suo decorso. Che i Guru del Movimento se ne siano accorti in ritardo, ciò non li assolve. Quello che e' più grave è che questi Guru si fermino alla superficie, che non abbiano il coraggio di andare a fondo, di compiere un'indagine seria sulle sue cause. La ragione di questo approccio superficiale è evidente: se andassero a fondo essi dovrebbero non solo fare una netta autocritica, ma sarebbero obbligati a riorientare il Movimento, a dargli nuovi sbocchi. E questo, abituati come sono all'autoreferenzialità, a credere alla loro autosufficienza, non sono in grado di farlo.
1. Il Movimento era in crisi già a Genova. La grande manifestazione unitaria del 21 luglio spalmò uno strato di Nutella sugli errori e sulle divisioni profonde emerse il giorno prima. Ma la Nutella si è liquefatta presto mentre gli errori avevano fatto i loro danni e le divisioni sono restate, si sono anzi cristallizzate, causando la precoce paralisi dei Social Forum i quali, strombazzati come la grande invenzione per tenere il Movimento unito, si sono rivelati del tutto incapaci di attrarre e contenere le nuove soggettività venute alla ribalta nel periodo successivo a Genova. I Social forum hanno fallito proprio sul terreno decisivo: non sono diventati luoghi di ricomposizione di un blocco sociale anticapitalista e si sono avvitati su se stessi -per diventare la passerella di nuovi famelici ceti politici locali da strapazzo in cerca di spazio e legittimità ai bordi del mercato politico.
Due furono gli errori principali compiuti nele giornate di Genova. Noi li denunciammo per temo, già nelle settimane precedenti e demmo loro un nome: minimalismo strategico e massimalismo tattico
(a) Pur di allargare a dismisura le proprie file, il Genoa Social Forum, si diede una piattaforma politica talmente inclusiva che era di fatto priva di ogni asse anticapitalista e antimperialista. Agnoletto, Bertinotti e Casarini accettarono opportunisticamente, in cambio della loro visibilità leaderistica e di avere le briglie del Movimento, che l'imprinting della piattaforma fosse tutto spostato a destra sul minimalismo della "finanza etica" di ATTAC, del "consumo critico" di Lilliput, del filantropismo imperialista delle ONG. Ne venne fuori una lista della spesa riformistica, marchiata da cima a fondo da teorie postmoderniste tipo "globalizzazione dal basso".
(b) Accanto a questo minimalismo senza connotati di classe (che raccoglieva alla meno peggio le evocazioni di Seattle) conviveva un pericoloso e velleitario massimalismo tattico espresso nella "dichiarazione di guerra" al G8, nella promessa che si sarebbe attaccata la "zona rossa", nei malcelati e roboanti proclami di guerriglia ubana. Le ex-Tute Bianche non solo si erano illuse (nonostante la lezioni di Napoli di pochi mesi prima) che il governo avrebbe loro consentito la nota pantomima dei finti scontri frontali.
Per aver denunciato queste cazzate come pericolose e avventursitiche fummo messi al bando e additati come provocatori. I fatti hanno mostrato chi avesse avuto ragione.
Casarini e i suoi, forti del fatto che media pilotati li presentavano protagonisti indiscussi, hanno creduto che avrebbero impunemente potuto, in virtù di proclami e bardature di gomma piuma prendere la testa del movimento. Hanno pensato che con forzature soggettiviste e avanguardistiche, con la scorciatoia della piazza, avrebbero potuto prendere l'egemonia del GSF e spostato a sinistra il suo baricentro politico. In effetti questo è accaduto, ma solo per un giorno. A parte la tragedia di P.zza Alimonda, una simile operazione aveva il fiato corto e si è rivelata una rozza forzatura. Casarini fece male i suoi conti. Si era immaginato che nonostante tutti i suoi limiti il Movimento fosse antagonista e anticapitalista. Ma non era così, e il Movimento produrrà un rigetto delle metodologie sub-guerrigliere, che verranno viste come un corpo estraneo, come riprorevoli. La sera stessa del 20 Casarini fece dietro-front, ma invece di ammettere che l'errore stava proprio nel laboratorio dello stadio Carlini, se la prese, in modo anche delatorio, con Black bloc e provocatori vari.
Insomma, il GSF come fronte ampio che includeva tutto e tutti, il diavolo e l'acqua santa morì proprio il giorno 20 luglio. (Avremo occasione per soffermarci sulle responsabilità colleterali dell'area raccolta nel Network per i diritti globali, colpevole dello stesso strabismo, della stessa analisi fasulla del Movimento).
2. Ad un anno da Genova non è solo finito un movimento, sono all'angolo le concezioni movimentiste. Non si è voluto capire che i movimenti di massa, per loro stessa natura, vanno e vengono, sono ciclcici poiché viaggiano sull'onda di fattori sociali mutevoli e instabili e volubili psicologie di massa. Vittime di un pensiero postmoderno, cocciutamente antimarxista, i Guru del Movimento, Bertinotti in testa, hanno scaricato su di esso aspettative palingenetiche, hanno voluto rappresentarselo come una gallina dalle uove d'oro, come se esso potesse magicamente risolvere la crisi storica della sinistra anticapitalista. Il riflusso del movimento era inevitabile, se le sue implicazioni sono più serie del previsto è perché i capi hanno diffuso su di esso illusioni esagerate. Di qui la disillusione e lo scoramento.
3. Come ogni movimento vero, esso ha unificato i più diversi segmenti politici e settori sociali sulla base di un minimo comune denominatore. E' una grave responsabilità di chi stava in alto non avere voluto comprendere le critiche di chi (noi tra questi) li aveva messi in guardia dall'illusione che il movimento avrebbe potuto sopravvivere solo in virtù di una lista della spesa buona per tutte le stagioni. L'11 settembre (ovvero la scelta offensiva brutale degli USA che ha liquidato sul nascere le suadenti teorizzazioni negriane su l'Impero come epoca nuova meta-imperialista); l'acutizzazione dell'Intifada (che ha fatto impietosamente a pezzi il "terzocampismo" e la politica dell'equidistanza); e poi la scesa in campo di Cofferati e della troppo presto data per morta sinistra storica (cioè la comparsa di un movimento sull'Art. 18 ben più più di massa e soprattutto socialmente più potente in quanto incardinato sul mondo garantito del lavoro) hanno radicalmente spiazzato i Guru del Movimento mettendo a nudo l'inconsistenza del loro pensiero politico, di conseguenza le modalità e la forma di organizzazione del Movimento tutto.
4. La crisi è dunque radicale: crisi di progetto, di strategia, dunque di tattica e di posizionamento. I tre fatti nuovi sopra citati hanno fatto saltare di posticci dispositivi su cui il Movimento era nato. L'incantesimo dell'unità sul nulla, sulle belle parole, su vuoti slogan ammiccanti, sotto l'urto dei fatti, si è dissolto. I fatti sono arrivati prima di quanto pensassimo. E i fatti sono implacabili, obbligano a compiere scelte di campo, a prendere posizione. La conseguenza inevitabile è che l'unità con cui si arrivò a Genova ha traballa molto presto, il fronte inizialmente ampio e inclusivo si è sgretolato dato che è impossibile tenere assieme in un unico contenitore il diavolo e l'acqua santa, pacifisti e rivoluzionari, marxisti e antimarxisti, antimperialisti e equidistanti. Noi segnalammo subito che il penoso fallimento della "piazza tematica dell'ex GSF" durante la colossale marcia della pace Perugia-Assisi del 14 ottobre era la spia infallibile di una crisi, prematura quanto profonda. In quell'occasione fu impedito agli antimperialisti di parlare, i Guru (Agnoletto in testa) decisero di stroncare ogni confronto a sinistra, pieni di boria fecero capire che sarebbero bellamente andati avanti mettendo la polvere sotto il tappeto. Il fiasco della manifestazione del 8 giugno in occasione del meeting della FAO costituisce l'epitaffio del Movimento, chiude un ciclo. Questo i Guru l'hanno capito ma sembrano decisi a restare in sella come se nulla fosse successo. E poi si lamentano dei pertiti e dei vecchi ceti politici.
5. Sull'agressione in Afganistan, ma più ancora sulla guerra in Palestina, va dato atto che, nonostante tante ambiguità e bizantinismi, i settori di sinistra dell'ex GSF (Agnoletto, Rifondazione, Disobbedienti, centri sociali,) hanno preso posizioni più avanzate, semi-anti-imperialiste, che non l'equidistanza (non dimentichiamo che solo nel 1999, durante l'aggressione NATO alla Jugoslavia, i Guru urlavano "né con Clinton né con Milosevic" e in realtà sostenevano Otpor, cioè il braccio politico della NATO in Serbia, mentre nel novembre 2000 le Tute Bianche non aderirono nemmeno alla manifestazione nazionale in difesa della seconda intifada in quanro era loro estranea ogni lotta che fosse di tiopo nazionale).
Ma il punto è che essi non l'hanno fatto con convinzione, non hanno per niente motivato questa scelta di campo con un'analisi coerente (che li avrebbe costretti a spiegare come mai solo due anni prima dicevano cose diverse: ad Aviano nella primavera del 1999 gli antimperialisti che portavano la bandiera jugoslava vennero malmenati dalle Tute Bianche), ma in modo opportunistico, empirico, per non essere disarcionati. Davanti ai massacri in Afganistan e in Palestina, la stragrande maggioranza dei compagni si è istintivamente schierata dalla parte giusta, dalla parte dei popoli oppressi. I Guru hanno semplicemente fatto buon viso a cattivo gioco, si sono adeguati. Ma in questo stesso momento hanno approfondito le crepe con i settori moderati del Movimento (quelli che esprimono più coerentemente il malessere del ceto medio occidentale davanti allo sciacciasassi della globalizzazione, ed a cui vorrebbero dare un volto umano): Lilliput, ATTAC, i settori vicini ai DS via ARCI ecc. Costretti a virare tatticamente a sinistra sotto la pressione della loro base di riferimento, i Guru si sono ritrovati, obtorto collo, in un blocco con quelli più a sinistra di loro, con gli anticapitalisti e gli antimperialisti. Questo ri-posizionalmento essi non l'hanno digerito, anche in quanto, spesso, li ha messi a rimorchio proprio degli antimperialisti, che solo pochi mesi prima venivano trattati col massimo disprezzo. Invece di capire le ragioni oggettive di quest'alleanza, invece di consolidarla, i Guru sono stati presi dall'orticaria, hanno giocato allo sfascio. Hanno preso a pretesto gli errori compiuti da certi compagni antimperialisti romani (la conquista della testa del corteo del 6 aprile in violazione di accordi comunque posticci) per porre fine a questa unità a sinistra tagliando tutti i ponti ad ogni eventuale ripensamento. Di questa rottura i Disobbedienti portano una responsabilità primaria, ma pure i dirigenti del Forum Palestina dovrebbero farsi un'esame di coscienza (prigionieri anch'essi di empirismo, pressapochismo e tatticismo).
6. Sbarrate le porte a sinistra, mentre l'Afganistan non occupava più le prime pagine, mentre l'Intifada si stava spegnendo e sotto la pressione dell'immensa manifestazione CGIL del 23 marzo, i Guru hanno pensato bene di compiere un nuovo zig-zag a destra nell'illusione che sarebbe stato facile rianimare il sodalizio. Ma non fu così. Mentre Cofferati ha fatto sbarramento (non dando la parola ai no global in nessuna piazza), i settori moderati (Lilliput, ATTAC ecc) non avevano perso tempo e hanno puntato i piedi. Ma la frittata era fatta, la spaccatura avvenuta, indietro, ai tempi del GSF, non si poteva tornare. L'unico che continuava a fare dichiarazioni esaltanti mentre tutto andava in pezzi era l'inFausto, ma il poveraccio non poteva fare dietrofront, dato che da mesi preparava un Congresso all'insegna delle magnifiche sorti e progressive del Movimento dei Movimenti. Dato che per settimane aveva osannato Porto Alegre come l'Internazionale più importante di tutti i tempi (sic!)
7. Dato il carattere profondo della crisi, la lettera aperta dei Disobbedienti è dunque una pezza calda. Essi sono il settore di Movimento più in difficoltà, a solo un anno dalla loro comparsa sulla scena, sono anzi a rischio di sopravvivenza. Non usciranno dall'impasse affidandosi, come sembra sperare Casarini, a nuovi tuffi bella pescolla dell'illegalità diffusa disobbediente, con "azioni trasgressive spettacolari", magari iscrivendole nella filosofia g-localista che va per la maggiore in questi mesi (non dimentichiamo che è stata la Confindustria a lanciare lo slogan-concetto del g-localismo). Viene da ridere a sentire Caruso, ad un anno dalle velleitarie "dichiarazioni di guerra" al G8, affermare che "Il grande avvenimento non conta niente, che bisogna rientrare nel piccolo, nel quotidiano, lavorando nelle città, giorno per giorno" (Corriere dela Sera del 10 giugno). Che è questo se non l'ammissione di una sconfitta? Se non l'annuncio della fine dei sogni di gloria e dell'avvio di una ritirata strategica? Staremo a vedere se i Disobbedienti saranno in grado di riadeguarsi, di resistere ad un periodo lungo di resistenza, senza l'aiuto della morbosa attenzione mediatica. Noi ne dubitiamo. Ne dubitiamo perché questa "svolta" iper-minimalista, che potrebbe sembrare sensata, è anche stavolta detta dalle circostanze, non mediata da un'analisi rigorosa, non fondata su una teoria politica degna di questo nome.
Né al Movimento serviranno, per rianimarsi, le flebo di "finanza etica" alla ATTAC, o di "consumo critico" alla Lilliput.
L'ultima cazzata (l' autogol poco prima del fischio finale), sono state le tre liste elettorali che i Disobbedienti (quantomeno quelli che vengono dall'area delle Tute Bianche) hanno presentatpo a Treviso, Jesi e Cosenza. E' stata una vera catastrofe. Risultati da prefisso telefonico, come sadicamente sottolineato di giornali borghesi improvvisamente impietosi. Ora Casarini minimizza questo schianto, finge che si è trattatto di meri ... "esperimenti locali". E' falso. Dietro c'era invece una linea politica, quel municipalismo di cui da anni i centri sociali del Nord-est si sono fatti campioni. Casarini non avrebe presentato liste "'sperimentali" se non per "sperimentare" l'ingresso nei Consigli comunali o provinciali del Movimento. Egli minimizza per non ammettere che anche questa volta ha fatto male i conti, e la cifra sbagliata da cui è partito è stata ancora una volta quella decisiva: egli non riesce a comprendere che il Movimento, se non era antagonista a Genova, oggi è già al tramonto e che esso, data la sua eterogeneità, non riuscirà mai ad autorappresentarsi politicamente in modo univoco e istituzionale. A Genova gli è fallì la forzatura di piazza, oggi quella elettoralistica. Niente male come bottino... "di guerra".
Ma questo ultimo errore (speriamo l'ultimo) viene da lontano, non solo da un congenito movimentismo, ma anche dall' infatuazione per la forma più radicale di pensiero-postmoderno, quello di Negri, secondo il quale le nuove moltitudini hanno già fatto a pezzi le vecchie forme di rappresentanza istituzionali, partitiche, sindacali e sarebbero la forma finalmente scoperta del nuovo antagonismo. Ecco cosa diceva Casarini in un'intervista rilasciata a La Repubblica il 18 gennaio: "Ormai la vecchia sinistra ha chiuso il suo ciclo storico, i partiti, la forma partito sono un qualcosa di antico. Noi siamo orfani, dobbiamo pensarci soli con la nostra memoria e su questo costruire il nuovo".
E' vero il contrario, il Movimento contro la globalizzazione ha chiuso il suo e con esso probabilmente faranno le valigie gli apprendisti stregoni che gli sono saliti in groppa.




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