Le tre autenticità del "nuovo" Diario di Anne Frank di Andrea Cortellessa
in Alias n.25 del 22 giugno 2002 allegato del Manifesto
"La strategia, a quanto pare, è sempre quella". Iniziava così Primo Levi sulla Stampa del 7 ottobre 1980. Dopo le prime "rivelazioni" negazioniste di Robert Faurisson, "un pensionato di Amburgo" contesta l’autenticità del diario di Anne Frank "perché sul famoso quaderno ritrovato nell’alloggio clandestino alcuni passi risultano essere stati scritti con una penna a sfera". Proprio la stessa "strategia" di Faurisson: siccome s’è parlato di camere a gas a Oranienburg e Dachau, e invece non c’erano, allora non c’è stata nessuna camera a gas; siccome il manoscritto ha subito alcune correzioni, allora è tutto falso. Qualche settimana dopo ironizza nerissimo Primo Levi: la prossima volta diranno che non c’è stata nessuna guerra tra il ’39 e il ’45: "le linee Maginot e Sigfrido non sono mai esistite: i loro ruderi tuttora esistenti sono stati fabbricati qualche anno fa da imprese specializzate […] tutte le fotografie d’epoca sono dei fotomontaggi […] le vedove e gli orfani di guerra sono delle comparse stipendiate o dei paranoici": Sono le frasi più amare, negli scritti raccolte per Einaudi da Marco Belpoliti (L’asimmetria e la vita, pp.xvii-271, euro 15,50): la radice di quello che forse di Levi è il capolavoro – certo il suo libro meno spiegato, meno monumentalizzato – I sommersi e i salvati. Anche questo è un libro doppio: un centauro. La prima parte, Buco nero di Auschwitz (così s’intitola un articolo che risponde ai revisionisti di ieri e di oggi: "raffrontati" Lager e Gulag, conclude che l’industria del cadavere resta un primato nazista), ricostruisce l’evoluzione, o meglio il complesso spirale, della memoria – la sua torturante interpretazione (già nel ’76, per esempio, si affaccia la nozione di zona grigia). Per fronteggiare - in modo speculare e asimmetrico (enantiomorfo, spiega Belpoliti: ricorrendo al saggio che dà il titolo al libro) – la seconda sugli Altrui mestieri (sull’impossibilità biologica del razzismo, su Jack London, eccetera). E’ facile spiegare come mai sia il diario della ragazzina ebrea nascosta nell’Alloggio segreto di Amsterdam la vittima prediletta di Faurisson, Irving e soci. Perché sin dal ’47 è questa, per eccellenza, la testimonianza. Levi scrive il giorno dopo che alle insinuazioni negazioniste ha dato clamorosa e colpevole eco Der Spiegel; le prime accuse di falso, però risalgono al ’57. Lo raccontano i curatori dell’edizione critica, uscita in Olanda nell’86 (e ora integrata da tre fogli ritrovati nel ’98), su cui si fonda l’edizione italiana di Frediano Sessi (traduzione di Laura Pignatti, Einaudi,pp.CCLIV-526,euro 67,00).Il titolo, giustamente, non è più il diario ma I diari di Anne Frank. Infatti il principale arbitrio del padre consisté nel contaminare tra loro le due versioni del testo approntate da Anne. Che infatti non celava ambizioni letterarie ("il mio desiderio più grande è di diventare giornalista e poi una scrittrice famosa").L’edizione (dopo la perizia calligrafia che evidenzia nel microdettaglio gli interventi di Otto Frank) sovrappone tre fasce di testo: l’originale journal grezzo, la rielaborazione "letteraria" da parte della stessa Anne, il montaggio della vulgata oggi in tascabile. Se, come ovvio, si tratta di una pietra tombale sulla tesi del falso, l’edizione pone la questione, cruciale, delle tre diverse autenticità del testo. La rielaborazione stilistica e retorica di una memoria autentica – dilemma etico prima che letterario – occupò Levi fino alla fine. In questi scritti s’interroga per esempio sul caso – limite (tutto da ripensare oggi che al centro del dibattito storiografico sono i documenti visivi e il loro trattamento): quello del seria televisivo Olocausto, di enorme successo sul finire degli anni settanta. Scrive Levi: sulla Shoah "sono stati pubblicati centinaia di libri, e proiettati centinaia di documentari, ma nessuno di essi ha raggiunto […] l’uno per cento del numero degli spettatori televisivi di Olocausto […] Non c’è che da compiacersene: ma non si riesce a reprimere un brivido di allarme di fronte all’ipotesi di quanto potrebbe accadere, se il tema scelto fosse diverso e opposto, in un paese in cui la televisione fosse voce esclusiva dello Stato, non sottoposta a controlli democratici né accessibile alle critiche degli spettatori". Un brivido: già.




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