da www.voceoperaia.it
U.S.A.
questa volta sarà vera crisi?
Da circa due anni sono molti gli analisti, improvvisati e non, che parlano con insistenza di crisi degli USA e del sistema economico americano. Immancabilmente, essi ricordano il crollo dei maggiori titoli azionari a Wall Street (in particolare dei titoli tecnologici) o lo sterminato disavanzo della bilancia commerciale. Gli stessi argomentano frequentemente che la probabile affermazione dell'euro come moneta di riserva per le banche centrali di tutto il mondo sarebbe in grado di mettere in ginocchio il complicato sistema dei pagamenti statunitensi che sopravvive grazie ad un cospicuo e positivo eccesso di domanda internazionale di dollari.
Tuttavia, essi raramente rammentano che gli Stati Uniti sono cresciuti ad una media circa del 4% tra il 1992 e 1998, smentendo sistematicamente ogni previsione di rallentamento o stagnazione. Curiosamente, gli stessi "analisti" glissano sulla ridottissima crescita dei principali paesi dell'Unione Europea o sulla recessione, che dura da oramai da più di un lustro, dell'ex-paese con il reddito pro-capite più alto del mondo, cioè il Giappone. In altre parole, pare che ci si dimentichi che nel corso degli anni '90 gli USA sono cresciuti più dei gli altri paesi avanzati di una percentuale che va dal 30% al 50%. Tale esplosiva crescita relativa è senza dubbio l'elemento centrale di tutto lo sviluppo economico occidentale degli ultimi anni ed è comparabile con il grande balzo in avanti della Germania alla fine dell'800 o del Giappone negli anni '70 e '80, con la sostanziale differenza che questi paesi erano, nei periodi indicati, degli inseguitori e non dei leaders come invece lo erano gli USA nel '92. Insomma, non si è ancora ben capito (o non si vuole accettare) che alle soglie del 2000 gli USA si sono trovati al culmine della propria potenza economica e con il maggiore distacco rispetto agli altri paesi a capitalismo avanzato, posizione che certo non è levatrice di grandi crisi o collassi. Infatti, mai si ricorda che negli stati uniti la disoccupazione è stata ed è ancora bassissima (mai oltre il 7%) e che una recessione vera è propria manca ormai da dieci anni.
Insomma, dovrebbe essere chiaro a tutti che gli USA hanno vissuto l'ultima vera e propria crisi ciclica consistente tra '89 e il '92 e che da quel momento sono riusciti a garantire una crescita che ha dell'incredibile, soprattutto se consideriamo che stiamo parlando del paese più industrializzato del mondo.
Solo se si ha chiaro questo contesto si può comprendere fino in fondo ciò che sta realmente avvenendo in questo momento nel sistema economico occidentale e in particolare negli USA.
Allo stato attuale l'economia yankee è, per usare una metafora clinica, un malato che ha a disposizione i migliori medici e i migliori farmaci e che, pur non potendo estirpare la malattia, riesce a contrastare ottimamente la sintomatologia e gli effetti collaterali più devastanti. Dopo l'11 Settembre abbiamo visto tutti quali siano stati gli strumenti per combattere i primi segnali di recessione: riduzione delle tasse, incremento delle spese militari, aumento dell'occupazione negli enti federali, facilitazioni per l'afflusso di capitali, riduzione del tasso ufficiale di sconto e, non meno importante, pressioni di ogni genere per incrementare la propensione al consumo dei cittadini. Nei 6 mesi successivi al crollo delle Twin Towers tali contromisure sono state di grande efficacia soprattutto perché hanno mantenuto elevata la fiducia degli operatori economici a tutti i livelli.
Negli ultimi mesi, però, la ricetta ha funzionato molto meno bene. L'elevato consumo di beni esteri ha incrementato ulteriormente il disavanzo della bilancia commerciale, creando una forte pressione al ribasso sul dollaro. Inoltre, il concomitante ribasso borsistico, dovuto principalmente ad un riallineamento dei prezzi dei titoli al loro valore reale, ha reso meno facile reperire il capitale necessario per finanziale il disavanzo commerciale spingendo il dollaro verso la parità con l'euro. Questo, sebbene sia una manna per gli esportatori statunitensi, per l'economia nel complesso è un male poiché, se i consumi non saranno ridotti, la bilancia commerciale sarà ancora di più compromessa (ogni bene acquistato costerà più dollari). D'altro canto, se i consumi si contraessero sensibilmente, sarebbe la recessione a tutti gli effetti con possibili devastanti effetti a catena.
Pare quindi che gli USA si trovino ora, per la prima volta da un decennio a questa parte, alla fine di una lunga fase crescente. Cosa accadrà di preciso è difficile dirlo, tuttavia è chiaro che l'unica speranza per gli Stati Uniti di evitare una sonora recessione è un'abile azione politica che faccia pagare ai partner occidentali e ai paesi sudamericani i costi del proprio riaggiustamento. Ovviamente la necessità di appoggiarsi sul complesso militare-industriale per la ripresa diventerà sempre più stringente e le politiche di afflusso dei capitali esteri saranno il centro di tutta la strategia monetaria.
In definitiva è un po' azzardato stabilire se tali contromisure saranno sufficienti o meno ad evitare il peggio permettendo, ad esempio, di risolvere la crisi latente con una piccola recessione di tre trimestri e una crescita ridotta per un paio di anni. In ogni caso, poiché i mali degli USA sono riconducibili da una lato ad un calo di resa degli investimenti e dall'altro al disavanzo commerciale, si fa strada una soluzione che gli Stati Uniti stanno sperimentando da qualche anno. Si tratta di una particolare forma di protezionismo non bilaterale sul tipo degli scambi tra la Roma imperiale e le proprie colonie (l'analogia è da intendersi solo per le caratteristiche commerciali). Le caratteristiche di tale protezionismo sono le seguenti: controllo di ogni flusso commerciale, controllo di ogni flusso finanziario, sostituzione delle monete delle economie esportatrici con la propria moneta e tutela dei settori produttivi nazionali fondamentali. Questo, insieme ad un esercito in grado di reprimere qualunque forza ostile, permetterebbe agli USA di avere disavanzi commerciali enormi senza eccessive difficoltà poiché sarebbe sempre possibile finanziarli con moneta o capitali "sottratti" agli altri paesi. Inoltre, sarebbe possibile finanziare il consumo delle famiglie statunitensi ben oltre il livello realmente possibile garantendo così sia la stabilità interna che reddittività dell'industria nazionale.
In nessun altro modo, a mio parere, si può spiegare l'interesse americano degli ultimi anni nei confronti del controllo commerciale e finanziario e degli esperimenti di dollarizzazione nei paesi centroamericani e sudamericani. La costruzione e il mantenimento di un ordine mondiale siffatto è l'unica garanzia per gli USA di non implodere sotto la pressione delle crescenti contraddizioni del proprio sistema produttivo e finanziario. Come anche i repubblicani sembrano aver capito chiaramente, se l'America non vuole rinunciare a tutti i privilegi di cui ha goduto negli ultimi dieci anni, deve eliminare dalla propria agenda una volta per tutte l'idea di una politica "rivolta verso l'interno" e fare dell'imperialismo più estremo la propria strategia a tutti i livelli: economico, militare, culturale e geopolitico.
Cosa dire allora dell'economia USA? Sarà colpita da una crisi devastante? Oppure si tratterà solo di una piccola stagnazione?
In questo caso certamente non saranno gli indicatori economici a darci la risposta: essi mostreranno esclusivamente i sintomi inequivocabili di una "malattia" in corso. Sarà invece la costruzione e la tenuta del nuovo ordine mondiale monopolare a guida statunitense a determinare le sorti dell'economia più potente del mondo.




Rispondi Citando