Dalia Rabin, figlia del premier assassinato Yitzhak Rabin, è viceministro della Difesa d'Israele. L'esercito dà retta a una donna? «All'inizio è stato difficile per me, molto difficile. Nonostante in Israele il servizio militare sia obbligatorio anche per le donne, il nostro esercito è sempre la quintessenza del maschilismo. Ma ormai la maggior parte del nostro esercito si è convinta che ho anche dei meriti e che - anche non essendo generale - gli sono molto utile».
In che modo?
«Con le mie esperienze politiche e la mia intuizione femminile, che soprattutto in questa situazione difficile e intricata sono di grande aiuto. In una situazione in cui quasi ogni giorno soldati israeliani, cittadini israeliani, molti bambini, proprio bambini, vengono uccisi da kamikaze palestinesi».
Ha detto al suo primo ministro Sharon che deve prendere una decisione: o l'occupazione totale della Cisgiordania, o la ritirata.
«Sì, perché la sua via di mezzo ha stremato il nostro esercito. I nostri soldati hanno bisogno di tutte le loro forze per lottare contro il terrorismo, ma la volontà di Sharon gli impedisce di occupare tutto il territorio cisgiordano, di stabilirsi lì e di assumersi il controllo dell'amministrazione civile. Non reggeremo a lungo questa via di mezzo, e quindi sarebbe meglio che le forze armate si ritirassero».
In modo unilaterale, senza contropartite?
«Certamente non senza contropartite. Fu già un errore ritirarsi unilateralmente dal Libano. Da allora abbiamo le mani legate per quanto riguarda il nord del nostro Paese, i nostri villaggi sono completamente in balìa dei terroristi islamici di Hezbollah che operano dal Libano. Una ritirata unilaterale dalla Cisgiordania è fuori questione, ma Sharon dovrebbe finalmente offrire ai palestinesi qualcosa in cambio».
Che cosa?
«Uno stato palestinese e lo smantellamento degli insediamenti».
Di tutti gli insediamenti?
«Possiamo cominciare con alcuni, per esempio con l'insediamento di Gaza».
E che cosa dovrebbe essere la contropartita dei palestinesi?
«La fine del terrore, degli orrendi attentati kamikaze, e il riconoscimento d'Israele».
E con chi dei palestinesi vuole trattare?
«Con Arafat, naturalmente».
Il suo primo ministro lo rifiuta, però.
«Arafat non è un uomo simpatico. Quello lo sappiamo, e lo sapeva anche mio padre: si rifiutò a lungo di stringergli la mano. Ma mio padre fu pure realista e sapeva benissimo che a parte Arafat non c'è nessuno con cui si possa trattare. Questo non è cambiato».
Cosa pensa di una conferenza internazionale sul Medio Oriente?
«Non molto, in quanto dobbiamo trovare una soluzione bilaterale con i palestinesi. Siamo due popoli sulla stessa terra. Dobbiamo dividere questi popoli, ognuno ha bisogno del suo proprio Stato. È chiaro che per raggiungere questo scopo abbiamo bisogno dell'aiuto della comunità internazionale, ma alla fine ebrei e palestinesi devono cavarsela da soli. Non ci possiamo permettere una pace fredda come nel caso dell'Egitto o della Giordania, viviamo troppo stretti, ebrei e palestinesi sono troppo coinvolti gli uni con gli altri. Considerando il problema in modo obiettivo, non possiamo fare a meno di collaborare. Ma al momento l'odio è troppo forte, prima si devono calmare i bollenti spiriti, e per questo ci dobbiamo ritirare in due Stati».
Gisela Dachs
Corriere della Sera 20 giugno 2002


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meglio darsi all'alcool.
