di Luigi Nervo

I recenti attacchi alla stampa e all'informazione da parte dell'attuale Presidente del Consiglio non devono sorprendere: sarebbero stati programmati più di 30 anni fa da Licio Gelli, numero uno della P2. E tra le tessere dei membri di questa loggia massonica suscita particolare attenzione la numero 1816, intestata a Berlusconi Silvio, colui il quale sembra essere il braccio di Gelli per le sue azioni imprenditoriali e politiche che hanno caratterizzato la storia italiana degli ultimi 30 anni. Come si legge nel Piano di Rinascita Democratica sequestrato nel luglio 1982 a Maria Grazia Gelli e pubblicato dalla commissione parlamentare di inchiesta, l'obiettivo era quello di “rivitalizzare il sistema attraverso la sollecitazione di tutti gli istituti che la Costituzione prevede e disciplina, dagli organi dello Stato ai partiti politici, alla stampa, ai sindacati, ai cittadini elettori”, una penetrazione all'interno delle posizioni chiave del sistema. Per far questo era necessario creare un insieme di forze politiche trasversali con uomini fidati a capo di ogni partito, o in alternativa “l'immediata nascita di due movimenti, l'uno sulla sinistra e l'altro sulla destra”. Oggi ci sono due grandi schieramenti che raccolgono diversi gruppi e, invece che fondarsi sulla logica delle idee, puntano la loro forza sull'immagine del leader. Gelli chiedeva anche che le decisioni del Consiglio Superiore della Magistratura venissero subordinate al Parlamento con un annullamento della divisione tra il potere giudiziario e quello legislativo, ma anche che i magistrati venissero sottoposti a specifici test attitudinali. Berlusconi risponde con verifiche ricorrenti. Poi viene la politica del premier sulla separazione delle carriere tra Pubblico Ministero e magistrato, forse un'eco del Piano di Rinascita Democratica. Analogie si trovano anche riguardo all'esercito nelle strade e agli arresti preventivi, “cosi' e' evidente che le forze dell'ordine possono essere mobilitate per ripulire il paese dai teppisti ordinari e pseudo politici e dalle relative centrali direttive soltanto alla condizione che la Magistratura li processi e condanni rapidamente” secondo il manifesto di Gelli, oppure a proposito della “concessione di forti sgravi fiscali ai capitali stranieri per agevolare il ritorno dei capitali dall'estero” tradotta da Berlusconi “scudo fiscale”.

E' nel campo dei media che Berlusconi si rende protagonista. “L'immediata costituzione della TV via cavo da impiantare a catena in modo da controllare la pubblica opinione media nel vivo del Paese” era quello che chiedeva Gelli. E Berlusconi rispondeva con Canale 5 e Mediaset. Si legge ancora nel documento che “ai giornalisti acquisiti dovrà essere affidato il compito di simpatizzare per gli esponenti politici” ed “è inoltre opportuno acquisire uno o due periodici da contrapporre a Panorama, Espresso, Europeo sulla formula viva settimanale”. Nasce così la guerra di Segrate con Carlo De Benedetti che porterà il premier ad ottenere tramite tangenti la proprietà di Mondadori. Per la tv pubblica invece il destino sembra segnato: “dissolvere la RAI-TV in nome della libertà di antenna ex art. 21 della Costituzione”; ma anche gli interventi contro Indro Montanelli, Enzo Biagi e Michele Santoro o i più recenti attacchi a “Repubblica” e “Unità”: la stampa viene infatti vista come strumento necessario per “sollecitazioni possibili sul piano della manovra di tipo economico finanziario” e il controllo dei giornalisti è fondamentale.

Sono tutte coincidenze? Certamente sorge il dubbio che dietro questi 30 anni di storia italiana ci sia stata la regia occulta di Licio Gelli che tempo fa aveva dichiarato “forse sì, dovrei avere i diritti d'autore: la giustizia, la tv, l'ordine pubblico, ho scritto tutto trent'anni fa”.

L'attacco ai media era già presente nel programma della P2