di Joseph Gerson
Col pretesto della "guerra al terrorismo", gli Usa mirano a rinsaldare il loro dominio globale. In questo quadro pongono le basi per rafforzare la presenza nel Pacifico, possibile fronte della terza guerra mondiale. Filippine, Malesia, Indonesia e Giappone al centro della rinnovata politica Usa in Asia orientale
Sotto il fuoco di sbarramento dei titoli dei giornali dedicati a New York e all’Afghanistan, molti si sono distratti dalla profonda ristrutturazione del disordine mondiale gestita da Washington.
Comprensibilmente, la nostra attenzione è rivolta alle sconfitte dei talebani e al ritorno al potere dei già noti signori della guerra afghani, con l’appoggio dei fulminei bombardamenti a bassa e ad alta tecnologia degli Stati Uniti. La possibile metastasi della guerra con un coinvolgimento del Pakistan come potenza nucleare e l’escalation del conflitto israelo-palestinese richiedono una riflessione per prevenire l’impensabile su numerosi fronti.
Intanto apprendiamo che all’interno dell’amministrazione Bush si è fatto più acceso il dibattito su quali, fra i sessanta paesi che "ospitano" organizzazioni terroristiche, saranno i prossimi a sperimentare la "dottrina Bush".
IL NUOVO "NUOVO ORDINE MONDIALE"
Gorge W. Bush ha usato il Giorno del Ringraziamento per chiamare a raccolta le truppe della 101° Divisione Aerea - e il popolo degli Stati Uniti - al grido di "l’Afghanistan è solo l’inizio della guerra contro il terrore". Condoleezza Rice è stata chiara sul fatto che Saddam Hussein "non dovrebbe essere indifferente a quanto sta accadendo in Afghanistan". A Sudan, Libia, Siria e Iran è stato ricordato che si può essere "o con noi o contro di noi" e sono stati lanciati avvertimenti alla Corea del Nord, che potrebbe essere la prossima nella lista delle priorità di Bush.
Il nuovo "Nuovo ordine mondiale" di Bush-Cheney-Rumsfeld ha molto in comune con i giorni più oscuri della guerra fredda. Entrambe le dottrine sono emerse, in parte, per difendere "la democrazia liberale". Ognuna è stata ben progettata per oscurare la mobilitazione popolare, la sperequazione nella distribuzione delle risorse e quello stato di guerra che è funzionale al proseguimento del progetto di espansione imperiale portato avanti da due secoli.
Gli attacchi criminali e indiscriminati dell’11 settembre "hanno azzerato", secondo le parole di Colin Powell, la politica militare ed estera degli Stati Uniti. L’amministrazione Bush ha ripreso l’uso che Bush padre aveva fatto degli attacchi dell’Iraq contro il Kuwait per rinsaldare il dominio globale Usa nell’era del dopo guerra fredda. Ha usato la "guerra contro il terrorismo" per consolidare le fresche alleanze con la Russia e l’India, per disorientare e sminuire le sfide regionali all’egemonia degli Stati Uniti da parte dell’Unione Europea e della Cina, per dare una regolata ai rapporti con l’Arabia Saudita, l’Egitto e gli altri clienti arabi, per espandere la presenza militare nei paesi petroliferi dell’Asia centrale, per allargare l’alleanza con il Giappone e rinsaldare il dominio sull’Oceano Pacifico.
L'ASIA ORIENTALE AL PRIMO POSTO
Fin dai primi di ottobre, l’amministrazione Bush ha dichiarato che "si è verificato un tentativo organizzato da parte di Bin Laden e dei suoi seguaci di estendere la loro presenza in Asia Orientale, non solo nelle Filippine ma anche in Malesia e Indonesia". Un numero crescente di consiglieri militari è stato inviato nelle Filippine per unirsi alla guerra trentennale contro i secessionisti islamici della lontana provincia di Mindanao. Strategie più complesse si stanno usando per contenere i fondamentalisti islamici in Malesia e Indonesia. La Corea del Nord e in misura minore la Cina sono state inserite nella lista.
Per contestualizzare il ruolo crescente di Washington nei conflitti di bassa intensità e nella gestione delle crisi nell’Asia del Pacifico, il Pentagono ha diffuso il 30 settembre una frettolosa revisione del suo Quadrennial Defence Review Report (vedi "G&P", n. 85, p. 9), passata quasi inosservata sulla stampa. Il Rapporto, coerentemente alla dottrina strategica degli Stati Uniti a partire dalla tarda era Reagan, identifica le "tre grandi" regioni essenziali al dominio globale degli Stati Uniti. Una significativa differenza è che l’Asia Orientale adesso viene per prima. Un altro cambiamento, sottolineato da Dennis C. Blair, comandante in capo nel Pacifico, è che il Rapporto "distingue, all’interno dell’Asia Orientale, tra i problemi dell’Asia nord orientale, incentrati sulla Corea, e il resto della regione. È la prima volta che la presenza nell’Asia orientale è riconosciuta esplicitamente come qualcosa di più di un deterrente verso la Corea".
LE FILIPPPINE SULLA VIA DEL PETROLIO…
Nelle Filippine si sta combattendo una lunga guerra contro il gruppo di Abu Sayyaf, una scheggia del Moro National Liberation Front (Mnlf), di cui si dice che i suoi leader abbiano combattuto in Afghanistan contro i sovietici. Abu Sayyaf ha perseguito la sua battaglia secessionista attraverso rapimenti e attentati terroristici, nonostante un accordo sull’autonomia della provincia di Mindanao tra il Mnlf e Manila (1996). Secondo anonimi "funzionari Usa" i rapporti di Al Qaeda nelle Filippine includono "scuole islamiche e istituzioni benefiche attraverso le quali sono affluiti milioni di dollari per supportare il gruppo e i suoi alleati in Asia orientale e meridionale". Come riferito dal "New York Times" all’inizio di ottobre, Washington è impegnata a sradicare il "principale centro operativo" delle forze islamiche legate a Bin Laden.
Non si tratta di una nuova preoccupazione di Washington. Mindanao, la provincia meridionale a maggioranza musulmana, non è mai stata completamente conquistata o integrata dagli eserciti "cristiani" di Madrid, Washington o Manila. E, tanto per rendere la situazione più interessante, le Filippine si trovano in mezzo al Mare Cinese Meridionale, ricco di risorse, sulle linee marittime che collegano le economie dell’Asia orientale con il petrolio del Medio Oriente e a poche ore dalla Malesia e dall’Indonesia. Persino mentre le truppe Usa erano state legalmente bandite dalle Filippine negli anni Novanta, Washington aveva usato l’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale per costruire un potente base navale e aerea nel sud di Mindanao.
… E "SECONDO FRONTE" DELLA GUERRA INFINITA
La guerra a Mindanao e gli impegni di Washington nella zona sono nettamente cresciuti alla fine del 2001. In rapida successione, la Presidente Macapagal-Arroyo ha offerto agli Stati Uniti l’uso dello spazio aereo e l’accesso alle ex basi navali e aeree statunitensi di Subic e Clark. I combattenti di Abu Sayyaf sono stati ritenuti responsabili di un attentato terroristico nel distretto commerciale di Mindanao. Washington ha annunciato un aumento del numero dei consiglieri militari per l’addestramento dei reparti militari d’élites filippini. Bush e il segretario alla Difesa Rumsfeld hanno incontrato la Arroyo, promettendo 100 milioni di dollari di assistenza e rifiutando di escludere un impegno di truppe da combattimento statunitensi per questo "secondo fronte nella guerra al terrorismo guidata dagli Stati Uniti". E, alla fine di novembre, Nur Misauri, governatore di Mindanao ed ex leader del Mnlf, ha infranto l’accordo sull’autonomia del 1996 attaccando una base militare filippina. Misauri, dopo avere lasciato il paese, è stato poi subito catturato in Malesia.
MALESIA, UN NEONATO STATO ISLAMICO A FIANCO DEGLI USA
Il Primo ministro malese Maharathir Mohamad ha risposto agli attacchi dell’11 settembre rinsaldando i rapporti con Washington per marginalizzare successivamente il Pas, il partito malese di opposizione. Andando oltre la sua condanna agli attacchi dell’11 settembre Maharathir, con i governi del Pakistan e dell’Indonesia, ha offerto un sostegno acritico agli attacchi aerei statunitensi contro l’Afghanistan fino alle settimane immediatamente precedenti il Ramadan. Sebbene non sia stata resa ufficiale, deve esserci stata una collaborazione tra i servizi segreti di Washington e di Kuala Lumpur, perché stranamente è passato poco tempo tra il momento in cui i primi rapporti riferivano che Nur Misauri era scappato da Mindanao e la sua cattura avvenuta in Malesia.
Sul fronte interno Maharathir ha fatto una mossa inattesa per aggirare i suoi oppositori islamici e pacificare l’opinione pubblica a maggioranza islamica. Ha invitato i migliori studenti della prestigiosa università egiziana Al Azhar a certificare che la Malesia (in passato uno stato laico) è ora uno stato islamico! Se questa può essere stata una brillante mossa politica, ben altro sarà necessario per neutralizzare la paura e la rabbia dei manifestanti malesi inneggianti a Bin Laden.
INDONESIA. DALLA CRISI DEI RAPPORTI…
Gli interessi maggiori sono in Indonesia, la cui Presidente Megawati Sukarnoputri ha avvertito che il paese "potrebbe disintegrarsi e diventare i Balcani dell’Asia Orientale".
L’Indonesia è la quarta nazione più popolosa al mondo ed è il più grande stato islamico. Per i leader statunitensi, impegnati a controllare le risorse di petrolio mondiali, la posizione dell’Indonesia è strategicamente più importante persino delle sue risorse minerarie. Sumatra, una delle due maggiori isole indonesiane, domina lo Stretto di Malacca che collega l’Oceano Indiano con il Mare Cinese Meridionale, creando un potenziale punto di attrito per il flusso di petrolio tra il Golfo Persico e le economie del Giappone, della Corea del Sud, la Cina e Taiwan.
A cominciare con i bagni di sangue appoggiati dalla Cia nel 1965 che rimpiazzarono il Presidente Sukarno, leader dell’indipendenza nazionale indonesiana, con la dittatura di Suharto, gli Usa hanno esercitato la loro influenza direttamente attraverso i militari indonesiani (fino a poco tempo fa la sola vera istituzione nazionale).
Dopo un decennio difficile di critiche del Congresso statunitense alle violazioni dei diritti umani in Indonesia, il collasso dell’economia nel 1997-98, i diktat disastrosi del Fmi, il sostegno continuato degli Stati Uniti al regime di Suharto e l’isolamento internazionale (compresa la quasi interruzione dei rapporti militari tra Usa e Indonesia sulla scia del più recente genocidio a Timor Est), le relazioni tra Usa e Indonesia avevano raggiunto il loro punto più basso. Le dimostrazioni davanti all’ambasciata Usa e le minacce ai cittadini statunitensi sono diventate la regola, più che l’eccezione.
… AI TENTATIVI DI NORMALIZZAZIONE
Anche prima dell’11 settembre, la neoeletta Presidente Megawati (figlia di Sukarno) ha cercato di ricucire i rapporti con Washington, in parte per riattivare il flusso degli aiuti militari Usa ai militari indonesiani suoi alleati. Ma non ha molto spazio di manovra, dovendo destreggiarsi tra il desiderio di riavvicinarsi a Washington e il suo popolo affamato e arrabbiato.
Dopo il ritorno da Washington il suo Vicepresidente dichiarava che gli attacchi potevano aiutare gli Stati Uniti a "espiare i loro peccati". Per ricomporre la situazione, l’impopolare ambasciatore Usa a Jakarta aveva criticato i militari indonesiani per non avere preso l’iniziativa contro i militanti islamici che minacciavano di attaccare l’ambasciata e di cacciare i cittadini statunitensi dall’Indonesia.
Al di là degli arrabbiati dimostranti indonesiani e alle loro foto di Bin Laden fuori dell’ambasciata degli Stati Uniti a Jakarta, è sempre più evidente la presenza di Al Qaeda in Indonesia. La stampa asiatica ha riferito di cittadini afghani in volo verso la capitale delle Molucche, Ambon, dove sono stati calorosamente accolti dalla polizia locale e dai militanti musulmani e hanno riferito di essersi uniti alla campagna lanciata contro la terrorizzata comunità cristiana dell’isola dall’Islamist Laskar Jihad.
Nel frattempo, a partire dall’11 settembre, il Pentagono ha cercato una più stretta collaborazione con i militari indonesiani per la "guerra al terrorismo" e il Congresso ha mandato a Jakarta un doppio messaggio, da un lato incrementando simbolicamente gli aiuti e dall’altro richiedendo prove del fatto che i militari indonesiani stanno procedendo a una "riforma".
GIAPPONE, TESTA DI PONTE CONTRO LA CINA
Non sorprende che, mentre il governo giapponese infrangeva le limitazioni al dispiegamento in tempo di guerra del suo esercito incostituzionale, inviando navi e truppe verso l’Oceano Indiano e l’Asia meridionale, gli Usa (nella Quadrennial Defense Review) riaffermassero la centralità dell’alleanza militare con il Giappone. Nonostante i decenni di resistenza di Okinawa al colonialismo degli Usa, questa prefettura sta per diventare un sempre "più importante snodo". E l'isola di Guam (Usa), la più vicina alle Filippine, all’Indonesia e al Mare Cinese Meridionale è candidata a diventare un centro per le operazioni aeree e navali degli Stati Uniti.
Indipendentemente dalla guerra in Afghanistan e dalla sua possibile estensione al Pakistan, il Pentagono ha previsto che le sue portaerei trascorreranno molto più tempo nell’Oceano Indiano e nel Pacifico occidentale. Esse saranno raggiunte da navi riadattate per essere equipaggiate con missili da difesa, progettati in primo luogo per intimidire la Cina, ormai circondata.
Da "Peacework" <www.afsc.org/peacewrk.htm >, dic. 2001-genn. 2002 , in "Znet" <www.zmag.org/weluser.htm>.




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