Chi risolverà il rebus del proclama di Bagarella?
di Enzo Catania
Che significato ha il proclama di Bagarella?
Il carcere duro sicuramente spaventa i mafiosi
Ma la sua uscita ha più l'aria di un messaggio
Forse a un politico o forse al boss Provenzano
Che Leoluca Bagarella fosse il cognato preferito di don Totò Riina, già capo dell'ala dura dei "Corleonesi" ed ex dittatore di Cosa Nostra, era risaputo. Che però toccasse a lui dopo vent'anni di silenzi di mafia leggere un vero "proclama" per protestare, rivendicare e minacciare, nessuno lo immaginava, a meno di non riconoscere a Bagarella, classe 1942, fratello di Antonietta, unico grande amore di don Totò al punto da seguirlo nella lunga latitanza, oltre ruolo di killer in missioni delicate, quello di stratega e di addetto ai rapporti con la politica. Ma se gli si dovesse riconoscere anche questo ruolo, allora bisognerebbe essere consequenziali: il "proclama" non andrebbe visto come una sbruffonata, ma letto, interpretato e collocato nei giusti scenari. Cos'ha detto in sostanza Bagarella?
Vero che nessuno s'aspettava aprisse bocca, ma altrettanto vero che la rabbia che i mafiosi in galera si portavano addosso era palese da tempo. Basta rileggersi il commento su ilNuovo del 9 luglio in merito a "Sciopero del cibo per bloccare il 41 bis". Era evidente come boss, luogotenenti e picciotti fossero letteralmente spaventati dall'idea che il "carcere duro" (un solo contatto al mese con i familiari, vetro blindato divisorio nei colloqui, impossibilità di corrispondere con altri detenuti, divieto di ricevere pacchi o denaro, eccetera, eccetera) in vigore da quel 1992 in cui si verificarono le stragi di Capaci (Falcone) e di via D'Amelio (Borsellino), prorogato ogni tre mesi durante il decennio, possa diventare definitivo. Per evitare che la normativa si trasformasse in provvedimento senza scadenze, i mafiosi avevano saltuariamente anche fatto balenare propositi di dissociazione e di tregua, pur rifiutando di entrare nella schiera dei pentiti. Ma era innanzitutto una tattica per guadagnare tempo. Quando però si sono accorti che un vero movimento politico, trasversale a tutti i partiti, approfittando delle commemorazioni di Falcone e Borsellino, si batteva senza risparmio affinché non ci fosse "alcun cedimento alla mafia", hanno anche capito che la loro battaglia era persa. E non appena anche i familiari delle vittime sono insorte sdegnate poiché a parlare di "prigioni inumane" erano proprio quelli che si erano comportati da belve seppellendo sotto una lapide fedeli servitori dello Stato e lasciato in lacrime mogli e figli, i detenuti per reati gravi in un ruolo di guida nella criminalità organizzata, hanno per l'appunto inscenato lo sciopero del cibo che ben presto si è esteso in diversi penitenziari.
Ci illudevamo che tutto finisse qui. Invece ecco il proclama di Bagarella a nome di carcerati dell'Aquila, con la scontata "solidarietà" di altri in cella per reati che prevedono l'applicazione del 41 bis. E poiché deve essere apparso scontato che le proroghe trimestrali presto cesseranno e che il "carcere duro" non solo non si tocca ma si appresta a diventare permanente, ecco la frase pesantissima sulla quale meditano in molti per capire cosa si nasconda dietro. "Siamo stanchi- ha detto - di essere umiliati, strumentalizzati, vessati ed usati come merce di scambio dalle varie forze politiche".
Solo faccia tosta? Solo tentativi di ricatto da parte di una compagnia di Don Chisciotte in carcere che ormai lottano contro mulini a vento? O una minaccia da prendere in considerazione? O forse un segnale per una prova di forza? Il documento è stato acquisito da inquirenti ed Antimafia. E se è vero che dagli organi istituzionali è scattata la parola d'ordine del "non ci faremo condizionare", "nessun patteggiamento", "andremo avanti", è altrettanto vero che nella corsa a decifrare aleggiano anche altri interrogativi. Per esempio: che umiliazioni, vessazioni e strumentalizzazioni può aver subito gente che ha ucciso senza pietà e organizzato stragi addirittura con sorrisi di scherno? E' chiaro che dietro questo assurdo "vittimismo" si insegue un "diritto": quello di gonfiare i bicipiti per ritorsione. L'altro giorno lo stesso procuratore nazionale antimafia Piero Luigi Vigna, definendo il messaggio "molto allarmante, molto preoccupante", ha aggiunto che se non è un bluff, è possibile che si stia alludendo "all'apertura di una nuova guerra di mafia".
La trascrizione della bobina avrebbe portato più d'uno a ritenere che quella di Bagarella non è una "bufala" messa in circolazione o perché si è disperati o perché si pensa che siano saltati i contatti con l'esterno. E allora che significa ritenersi usata come "merce di scambio dalle varie forze politiche"? A voler dosare le parole, questo linguaggio si avvicina di più a quello dei brigatisti che dei mafiosi. Ma poiché conta la sostanza, che patti potrebbero esserci stati con chicchessia? Il quesito è così inquietante che mentre sul territorio è diventato imperativo non abbassare la guardia, non può non farsi un'altra considerazione sulla scelta di Bagarella quale "portavoce": non dimentichiamo che la cattura di Riina gli consegnò lo scettro dei "falchi", che cercò di mettersi in luce anche creando il movimento indipendentista "Sicilia libera" dalla breve durata e che soprattutto appartenne all'ala di coloro che avrebbero deciso gli omicidi di personaggi come Salvo Lima e Ignazio Salvo, gente cioè che, a giudizio di Cosa Nostra, aveva fatto promesse, non le aveva mantenute, ergo andava eliminata. Nessuna meraviglia dunque se un pm serio e preparato come Antonio Ingroia, che tra l'altro apprese molti metodi lavoro sulla scia di magistrati tipo Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, ha parlato di politici sotto il ricatto dei boss, aggiungendo che "il rischio ora è un altro delitto Lima".
Per completare però il quadro, c'è anche d'aggiungere che il messaggio del cognato di don Totò potrebbe essere stato diretto più che a un politico, a qualche potente boss, libero e latitante. Se così fosse il nome che per primo viene in mente è quello di Bernardo Provenzano, successore di Riina al vertice di Cosa Nostra, ma ben diverso nella strategia: badiamo solo agli affari e, per farli bene, alt all'epoca stragista allentando le pressioni degli inquirenti e riorganizzandoci con nuovi metodi. E poiché su Provengano circolano due teorie (c'è chi lo dà in difficoltà, pronto alla capitolazione e malridotto in salute, ma c'è anche chi lo ritiene saldamente in sella al potere attraverso un triumvirato di fedelissimi), non mancano coloro i quali leggono nel "proclama" l'esigenza di inviargli un segnale.
Di che tipo? Anche qui le ipotesi si biforcano. Secondo alcuni per dirgli: Binnu, la tua tattica di mediazione e di temporeggiamento all'esterno è fallita, tant'è vero, che all'interno "il carcere duro" sta diventando definitivo, ergo sarebbe meglio riprendere a fare di testa nostra. Secondo invece altri per spronarlo: devi dare subito una prova di forza, dimostrando così che sul territorio ci siamo sempre... Capito allora che enigma, che rebus, che rompicapo è diventato quel "proclama"? Per il procuratore nazionale antimafia oggi come ieri non ci resta che serrare le file con decisione e compattezza. E guai mettersi a fare qualsiasi concessione ai criminali! Ma probabilmente nella mafia c'è anche una spaccatura evidenziata proprio dal fatto che c'è stato un "proclama"nsomma, all'ala dura dei Bagarella e dei Riina, intransigente e pronta all'attacco, incomincerebbe ad opporsi sempre di più all'interno delle carceri quella moderata degli Aglieri, dei Madonia e di tanti altri ancora, i quali, pur lontani dalla "dissociazione", non rifiuterebbero l'apertura di una "discussione" sul tema che sì, la mafia esiste, ma che se ci sono state stragi, loro non c'entrano: che lo Stato se la prenda con i Corleonesi! Si può però accettare di "discutere" con gente che, pur "moderata", non ha fatto atto di pentimento e di collaborazione? I tasselli del mosaico dunque sembrano impazziti. A prescindere di come ognuno la pensi sugli antidoti da adottare, di positivo c'è che quel vasto movimento d'opinione che è trasversale a tutti i partiti, invita coralmente lo Stato a fare lo Stato. E allora che paura potrebbe fare un Bagarella che interrompe vent'anni di silenzi di mafia per lanciare oscuri anatemi?
(15 LUGLIO 2002, ORE 19:25)
Interessante questione.
Sono anch'io certo che il messaggio non e' semplicemente un "siamo stufi del carcere duro".
Quello dei messaggi criptici annegati nei messaggi piu' vari e' un antico vezzo mafioso. E a volerlo leggere bene non si puo' prescindere dallo studio degli "intrecci familiari" come ha ben intuito Catania in quest'articolo.
Neanch'io penso sia casuale questa tempistica dei 10 anni esatti dall'anno delle stragi. Il linguaggio mafioso non lascia nulla di intentato.
Qualcuno ha altre ipotesi sul contenuto reale del messaggio?




nsomma, all'ala dura dei Bagarella e dei Riina, intransigente e pronta all'attacco, incomincerebbe ad opporsi sempre di più all'interno delle carceri quella moderata degli Aglieri, dei Madonia e di tanti altri ancora, i quali, pur lontani dalla "dissociazione", non rifiuterebbero l'apertura di una "discussione" sul tema che sì, la mafia esiste, ma che se ci sono state stragi, loro non c'entrano: che lo Stato se la prenda con i Corleonesi! Si può però accettare di "discutere" con gente che, pur "moderata", non ha fatto atto di pentimento e di collaborazione? I tasselli del mosaico dunque sembrano impazziti. A prescindere di come ognuno la pensi sugli antidoti da adottare, di positivo c'è che quel vasto movimento d'opinione che è trasversale a tutti i partiti, invita coralmente lo Stato a fare lo Stato. E allora che paura potrebbe fare un Bagarella che interrompe vent'anni di silenzi di mafia per lanciare oscuri anatemi?
Rispondi Citando
) che il 41bis verrà prorogato fino a fine legislatura.
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