17.07.2002
LO "STRAGEFALCIONE" DI PERA
di Il Conte di Almaviva
In una conferenza a New York, il presidente del Senato ha parlato due volte di "strage del 9 settembre" anticipando così di due giorni l'attacco alle Twin Towers. Ma nessuno dei giornalisti presenti ne ha riferito
La data dell'11 settembre 2001 è scolpita indelebilmente nella testa di quasi tutti gli abitanti dell'orbe terrestre. Ma non in quella di Marcello Pera, presidente del Senato e dunque seconda autorità in ordine di importanza dello Stato italiano. Il fatto che stiamo per raccontarvi è accaduto a New York poco meno di tre settimane fa. Il Barbiere della Sera ne viene a conoscenza solo adesso. Meglio tardi che mai.
La scena si svolge a New York, venerdì 28 giugno nella sede del Consolato italiano. Il presidente del Senato è in visita nella Grande Mela e la nostra rappresentanza italiana pensa bene di organizzare un incontro-conferenza con la crema della comunità italo-americana newyorkese. Ci sono grossi imprenditori, consiglieri comunali, addirittura - sembra - membri del Congresso. E giornalisti italiani, naturalmente, venuti espressamente al seguito di Pera.
Il presidente del Senato comincia a parlare e anticipa di due giorni l'attacco alle Twin Towers. "La strage del 9 settembre..." dice infatti, tra volti allibiti e schricchiolii di sedie. Mah, sarà stato un lapsus. Grave, ma un lapsus. E invece il presidente del Senato è proprio convinto di quella data, perché poco dopo insiste: "I fatti del 9 settembre..."
Volti imbiancati, imbarazzo, panico. Un collaboratore si affretta finalmente a portare un bigliettino con su scritto a caratteri cubitali: "11 SETTEMBRE". Finalmente, allora, il presidente si riprende e fa finta di niente: "Come dicevo, l'11 settembre..."
Una gaffe terribile, consumata in una cornice pubblica e per giunta nella città che ha ricevuto quella ferita incancellabile. La domanda è: come mai i giornalisti presenti non hanno scritto una riga o detto una parola di tutto ciò?
I pochi giorni che mancano alla chiusura ci impediscono di ricostruire una lista completa dei colleghi ai quali rivolgere questo interrogativo. Meglio così: non ci sentiamo dei Cavalieri dell'Apocalisse, ma gente che vuole capire e discutere.
Pensiamo, fra l'altro, che questi viaggi al seguito dei politici, si chiamino D'Alema o Rutelli o Fini, che talvolta lanciano dal Giappone messaggi che tranquillamente potevano depositare in patria, abbiano ben poco di giornalistico, e si riducano piuttosto a un "aumme aumme" con il potere. Talvolta a spese del giornale, talaltra dell'Istituzione.
Ci era parsa di buon auspicio per la nostra professione la ribellione di un collega del Sole 24 Ore e di un altro del Corriere della Sera (nonché dei loro rispettivi direttori) a questi comportamenti fatalmente omertosi, e la loro testimonianza ha poi costretto alle dimissioni un ministro dell'Interno.
Non vogliamo certo mettere i due episodi sullo stesso piano, ma pensiamo che gli elettori abbiano diritto di venire a conoscenza anche delle figuracce dei nostri politici all'estero. Qualcuno dei testimoni oculari ci faccia sapere come la pensa, se ne ha voglia. Sperando che la risposta non sia, come dicono a Roma: "Ma nun sta a guardà il capello!"




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