Modificare le politiche sul territorio per cambiare la tendenza

di Massimo Ronchi

Dobbiamo constatare che molti amministratori locali, non solo di centrosinistra purtroppo, considerano l’immigrazione un fenomeno non arginabile da parte di nessuno, nemmeno da parte dell’attuale governo della Casa delle Libertà.
Tali prese di posizione ci lasciano alquanto perplessi, e non solo per la collocazione politica, se di centrodestra, di chi le ha pronunciate. Infatti come si fa a scordare che proprio il governo Berlusconi sta ottenendo in tema di immigrazione uno dei suoi maggiori successi con l’approvazione della legge Bossi - Fini?! Né si può ignorare come il numero delle espulsioni reali di immigrati irregolari abbia subito una impennata notevole con l’insediamento di questo Governo. Né si può altrimenti ignorare come le stesse forze di polizia stiano affrontando l’immigrazione con delle operazioni mirate ed efficaci su tutto il territorio nazionale, frutto, riteniamo, di una diversa impostazione data al problema.
Risulta però altrettanto evidente che l’immigrazione non può essere relegata a fenomeno da affrontare solo ed esclusivamente in termini di ordine pubblico. Ognuno deve fare la sua parte per ciò che gli compete ad iniziare proprio dagli enti locali. Al Comune infatti spetta la gestione della risorsa territorio, è l’ente che pianifica lo sviluppo del nostro ambiente, ad esso compete la politica urbanistica del territorio in cui noi tutti viviamo. Risulta evidente quindi che P.r.g. che prevedono grandi insediamenti industriali, che permettono la costruzione di unità abitative di piccole o piccolissime dimensioni (non certamente destinate alla famiglia stanziale), che tolgono terreno all’agricoltura a favore dell’industria, che offrono molti più metri quadrati di quanti in realtà ne necessitino le nostre imprese locali, potrebbero (forse) favorire un certo tipo di “sviluppo” (industriale, di grande distribuzione commerciale, edilizio), certamente favoriscono in modo oggettivo l’immigrazione, nonché la creazione di quartieri dormitorio con tutte le problematiche che ne discendono. Con soluzioni di questo tipo, i nostri paesi perderebbero l’attuale fisionomia di “paesi” a misura d’uomo, per trasformarsi in sobborghi industriali. È quello che i nostri cittadini vogliono? Ne dubitiamo fortemente. La lotta ad un certo tipo di immigrazione la si fa anche pianificando il territorio veneto in un modo piuttosto che in un altro: favorendo, per esempio, un certo tipo di residenzialità familiare a scapito dei mini o micro appartamenti, recuperando il recuperabile anche a fini produttivi, evitando di creare cattedrali nel deserto, col concreto rischio che rimangano vuote, ed evitando di costringere la popolazione a vivere in “oasi ambientali” quasi fosse una specie in via di estinzione...
Una politica edilizia aggressiva, sul modello degli anni 60 - 70 per intenderci, oggi è fuori dal tempo poiché non tiene conto di un dato incontrovertibile: la risorsa territorio non è più infinita, tutt’altro. Le possibilità di sfruttamento ambientale sono oggi già al limite e occorre ripensare seriamente e alla svelta al modello di sviluppo futuro che ci si vuol dare e che deve essere innanzitutto a misura d’uomo. Categorica a questo punto deve essere la tutela e la salvaguardia del territorio che, tra l’altro, può diventare preziosa fonte di sviluppo turistico, basti pensare ad esempio, agli agriturismi, ai collegamenti tra paesi tramite piste ciclabili, alla valorizzazione del fiume Brenta. Viceversa, l’alternativa e la conseguenza di ciò, sta anche nelle considerazioni di alcuni amministratori locali sull’immigrazione che, ci preme ribadirlo, non è assolutamente un fenomeno ineluttabile, come qualcuno vorrebbe far surrettiziamente credere, ma una problematica da governare e da affrontare con un approccio nuovo ed attento ai costi sociali che essa comporta.

* Consigliere Lega Nord - Liga Veneta Romano d’Ezzelino