Pagina 5 di 12 PrimaPrima ... 456 ... UltimaUltima
Risultati da 41 a 50 di 114
  1. #41
    email non funzionante
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    36,452
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito da IL RESTO DEL CARLINO 3 gennaio 2003


    -----------------------------------------------------------------------------
    dal coordinatore comunale di Forza

    CESENA - Dal coordinatore comunale di Forza Italia, Stefano Angeli riceviamo e pubblichiamo.
    «Un anno vissuto pericolosamente, ecco come la giunta Conti potrebbe sintetizzare il suo cammino nel 2002. La maggioranza infatti si regge ormai solo sul voto del consigliere Gallone, ex Sdi. Più volte, nel corso degli ultimi mesi, per far passare importanti delibere si è dovuto buttare giù dal letto consiglieri di maggioranza influenzati o richiamare qualcuno dalle vacanze in anticipo. Quanto tempo si potrà continuare a governare la città così? Molto, si augura Conti, e potrebbe anche avere ragione ma ci sarà un prezzo da pagare. Il prezzo per il sindaco è la contrattazione continua con le varie parti della sua frastagliata maggioranza. Ciò ha portato in questi mesi ad ingigantire il ruolo non solo di Gallone (egregio rappresentante solo di se stesso), ma anche del vice sindaco Mario Guidazzi e del suo partito, il Pri.
    Non passa giorno che Guidazzi non minacci di dimettersi dalla giunta, senza poi farlo naturalmente.
    Il Pri così alza il prezzo con i Ds per il suo appoggio; lo fa sul piano politico-ideologico, costringendo i Ds a spaccarsi su argomenti come la guerra, e sul piano amministrativo facendo pagare dazio sul Prg e, oggi, sulle nomine in Hera. Si parla già infatti di moltiplicare i vicepresidenti per trovare una poltrona a tutti. Questo è il prezzo che Conti sta pagando e dovrà pagare. Nel frattempo i problemi della città restano irrisolti: traffico caotico, parcheggi insufficienti, tariffe alte eccetera. La necessità di “riconfermare” Conti con tanto anticipo è un segno di debolezza e di necessità di tacitare polemiche interne, dato che la riconferma per un sindaco in carica dovrebbe essere scontata. L'opposizione non ha fretta di scoprire le nostre carte anzitempo, stiamo valutando le ipotesi possibili e le alleanze praticabili. Continueremo a rappresentare e a difendere gli interessi reali dei cittadini di fronte ai giochi di potere».

    Stefano Angeli

    ----------------------------------------------------------------------------
    NUVOLAROSSA website

  2. #42
    email non funzionante
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    36,452
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Alta qualità della vita nella provincia di Forlì-Cesena,

    un dato di cui andare fieri
    Romagna meglio dell' Emilia

    Intervento di Widmer Valbonesi,
    segretario regionale P.R.I.


    I dati pubblicati da "Il Sole 24 Ore" sulla qualità della vita danno la Provincia di Forlì-Cesena al primo posto in Emilia-Romagna e al decimo posto assoluto in Italia.
    Sappiamo anche che, su questo dato, pesano gli errori del rapporto di Lega Ambiente nella valutazione della dotazione del verde e l'abitudine positiva dei cittadini forlivesi ed emiliano-romagnoli a denunciare gli episodi di microcriminalità, cosa che ha peggiorato la posizione della nostra provincia in questa classifica mentre da altre parti, dove i cittadini vivono rassegnati alla microcriminalità, il dato emerge molto meno.
    Questo è comunque un risultato di cui si dovrebbe andare tutti fieri.
    Quando Forlì provincia era al 51° posto in base alle medesime graduatorie, si inveiva contro gli amministratori e la classe dirigente era quella che oggi critica i risultati ottenuti. E' difficile, per persone obbiettive e normali, ritenere che non sia cambiato nulla.
    Questo è il merito di chi amministra? Anche. Credo comunque di poter affermare che questo risultato è il frutto di uno sforzo complessivo delle istituzioni e del mondo produttivo, sociale e civile.

    I dati sono quelli che sono, ma acquistano un particolare valore se li si legge alla luce di una scomposizione fra le sei province dell'Emilia e le tre della Romagna, cercando di capire quanto concorre al dato regionale la Romagna e quanto l'Emilia.
    Il tenore di vita nelle sei rilevazioni riguardanti la ricchezza prodotta, i depositi bancari, il reddito disponibile, il premio Rca, il numero di pensionati ogni mille occupati e la richiesta di mutui prima casa danno un punteggio medio per le province della Romagna di 630,50, e per le province dell¹Emilia di 662,50.
    Il capitolo affari e lavoro comprendente le rilevazioni su le imprese registrate ogni 100 abitanti, le imprese nuove in rapporto alle chiusure, l'ammontare dei protesti, la percentuale di persone in cerca di un lavoro in rapporto alla forza lavorale, domande di regolarizzazione degli stranieri ogni 1000 persone in età lavorativa e i procedimenti civili pendenti ogni mille abitanti danno un risultato medio di 485 per le province della Romagna e di 472 per le province dell'Emilia.
    Il terzo capitolo riguarda i servizi e l'ambiente e le rilevazioni riguardanti la presenza di infrastrutture, la pagella ecologica di Lega Ambiente, il divario fra le temperature, la percentuale di posti letto in day hospital e quindi le degenze snellite, la migrazione ospedaliera e i morti per tumore sui totali dei decessi danno un risultato medio di 596,66 per le province romagnole e di 547,33 per quelle emiliane.
    Il quarto capitolo riguarda invece la criminalità, con le rilevazioni sull¹allarme rapine (quelle denunciate) ogni 100mila abitanti, furti d¹auto, appartamenti svaligiati, scippi e borseggi denunciati, minori denunciati e il trend sul totale dei delitti denunciati. Qui il risultato medio è di 232,66 per le province romagnole e di 266,50 per quelle emiliane.
    Il quinti capitolo riguarda poi la popolazione con le rilevazioni sulla densità demografica, i nati vivi ogni 1000 abitanti, i morti ogni mille abitanti, arrivi e partenze, il numero di divorzi e separazioni e l¹indice di soddisfazione, la percezione del miglioramento della qualità della vita negli ultimi tre anni. Il risultato medio è di 564 per le province della Romagna e di 533,66 per quelle emiliane.
    Infine il capitolo del tempo libero comprendente il numero di associazioni artistiche culturali e ricreative, gli acquisti di libri,i biglietti per gli spettacoli cinematografici, il numero di palestre e di tesserati Coni, il numero dei ristoranti ogni 100mila abitanti, con un risultato medio di 566 per le province della Romagna e di 517,66 per quelle emiliane.
    Riepilogando tutte le rilevazioni, il risultato delle province romagnole assomma a 3.074,14 contro un 2.999,42 delle province emiliane, per un risultato complessivo regionale dell¹Emilia-Romagna di 3.036,5 che corrisponde al 5° posto nella graduatoria delle regioni dopo Trentino-Alto Adige, Valle D¹Aosta, Friuli-Venezia-Giulia e Lombardia.
    Se considerassimo i dati delle province romagnole e di quelle emiliane, le province romagnole sarebbero al 3° posto dopo Trentino e Valle D'Aosta, mentre quelle emiliane scenderebbero al 6° posto.
    Se poi guardiamo meglio i numeri, ci accorgiamo che il dato infrastrutturale gioca a favore delle province romagnole, con un dato medio di 490 contro 322,5 delle province emiliane.
    Non è vero, dunque, che mancano infrastrutture in Romagna: esse sono invece slegate da un progetto sistemico e, essendo il reddito pro capite favorevole alle province emiliane, i cittadini dell¹Emilia contribuiscono a finanziare parte delle infrastrutture pubbliche presenti in Romagna e non in Emilia.
    Altro dato significativo è quello delle imprese per abitante, una ogni 8 abitanti in Romagna e una ogni 8,7 abitanti in Emilia.
    Un altro elemento di grande significato è poi il dato dei protesti: a Forlì ci sono importi medi di protesti per abitante in euro per 22,94; in Romagna il dato medio è di 53,46 euro contro i 77,50 dell'Emilia. Ciò significa che la nostra economia, pur essendo una realtà di piccole e medie aziende, ha una sua solidità economica e finanziaria.
    Invece molto preoccupante è il dato della microcriminalità, anche se è sicuramente inficiato dall'abitudine dei cittadini romagnoli a denunciare ogni tipo di crimine. E' comunque evidente che il problema sicurezza è uno degli aspetti maggiormente da seguire nei prossimi mesi. Così come occorrerà monitorare meglio il dato della mortalità da tumori, e capire quali siano le origini mettendo sotto controllo tutte le potenziali fonti e cause.
    In definitiva ciò che emerge dai dati è che la Romagna, anche se non regione autonoma, ha comunque un trend di sviluppo e una qualità della vita di primissimo piano a livello nazionale, e sicuramente competitivo col resto della regione.
    Davanti alle tre province romagnole sono infatti solo due regioni a statuto speciale come il Trentino e la Valle D'Aosta. Se i localismi fossero superabili si potrebbe, senza il peso di ulteriori momenti burocratici istituzionali, sviluppare un ulteriore salto qualitativo.
    Occorre un modello di integrazione e di sviluppo della Romagna che, partendo dai punti di forza dello sviluppo agricolo e turistico, trovi un momento di ulteriore qualificazione con progetti infrastrutturali, logistici, culturali ed ambientali, capaci di promuovere sviluppo continuativo.
    Progettare distretti culturali integrati e messi in rete con il turismo e la salvaguardia dell'ambiente diventa il disegno strategico obbligato per qualificare settori produttivi, centri storici, e offerta culturale e turistica, progettare l¹integrazione infrastrutturale della Romagna come parte di un progetto di Corridoio Adriatico necessario per raggiungere i mercati strategici dei Balcani nella nuova Europa dei 25 e parte di una piattaforma logistica emiliano romagnola di collegamento nord-sud strategica per l'intero paese.
    Bisogna che tutti, forze politiche, istituzioni, mondo economico, creditizio e sociale avvertano la portata della sfida globale che coinvolge in primis i nostri territori, facendo uno sforzo per uscire dalla mediocrità dei localismi, dei risentimenti, dei particolarismi e pensare in grande, unificando risorse e scegliendo le priorità come del resto la politica dovrebbe sempre fare quando non sia rappresentazione di piccoli interessi di potere o di sottopotere.

    Widmer Valbonesi

    Segretario regionale del
    Partito Repubblicano Italiano

  3. #43
    email non funzionante
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    36,452
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito



    Il recupero della Rocca di Caterina

    Il convegno è stato organizzato dal Gruppo Consigliare P.R.I. della Provincia di Forlì-Cesena
    e dal Circolo culturale ENDAS “G. Mazzini” di Forlì

    Interventi:

    Relazione introduttiva della prof.ssa
    Mariaconcetta Schitinelli
    responsabile cultura del PRI di Forlì.

    dott.ssa Silvia Canestrini
    La rocca e la cittadella di Forlì. Progetti, restauri di un sistema fortificato (XV-XX secolo).

    arch. Silvio Van Riel (docente della Facoltà di Architettura dell'Università di Firenze)
    La rocca e il carcere di Forlì: le trasformazioni.

    dott.ssa Arianna Pucci
    Tesi di laurea su recupero e trasformazione del carcere di Forlì.

    dott.ssa Francesca Neri (ricercatrice, responsabile di progetto Consorzio Civita)
    Il Distretto Culturale, esperienze in atto: il Distretto di Viterbo.

    Elio Caruso (ricercatore storico, presidente della Pro Loco di Castrocaro Terme)
    Esperienze a confronto. Il riuso turistico e culturale della fortezza medioevale di Castrocaro.

    prof. Piero Gallina (presidente della Provincia di Forlì-Cesena)

    Conclusioni di Widmer Valbonesi (capogruppo PRI - segretario regionale PRI)



    Atti del convegno:

    Presentazione di Widmer Valbonesi:


    “Buonasera, desidero ringraziarvi per essere presenti così numerosi, saluto tutte le autorità presenti gli assessori del comune di forlì e provinciali, i rappresentanti di organizzazioni imprenditoriali e sociali, e della Fondazione Cassa di Risparmio, prima di passare la parola al Presidente della Provincia consentitemi di ringraziare l’Amministrazione Comunale e gli Istituti culturali per la collaborazione fornita.
    Un ringraziamento a tutti coloro che hanno collaborato alla riuscita del convegno ed in particolare alla Prof. Schitinelli, responsabile regionale PRI alla cultura, che ha deciso di festeggiare il suo compleanno lavorando qui con noi, ma che nel corso di queste settimane ha promosso e realizzato il convegno stesso”.

    Piero Gallina:

    “Assumendo la presidenza di questo convegno voglio solo fare una piccola considerazione: nei prossimi anni, il trasferimento dell’Ospedale e quindi il campus universitario, la realizzazione del S.Domenico e quindi la sistemazione degli Istituti culturali, adesso la possibilità di trasferimento del carcere e quindi della piena utilizzazione della Rocca e della Cittadella renderanno necessario avviare una discussione strategica sul ruolo della cultura nella città di Forlì e del territorio circostante, per cui questo convegno, che tratterà di Distretti culturali, si inquadra benissimo in questa esigenza di approfondimento che inizia stasera, ma che sicuramente avrà un seguito istituzionale”.

    Intervento di Maria Concetta Schitinelli:

    “Grazie a tutti gli intervenuti e un ringraziamento agli amici della commissione cultura del PRI, che hanno contribuito alla realizzazione di questo convegno, che è una delle iniziative che la stessa commissione ha programmato negli ultimi due anni. Nel corso di questi mesi il PRI si è battuto per porre all'attenzione della città l'importanza di un'associazione come Nuova Civiltà delle Macchine, e dell'idea sostenuta dal suo coordinatore di creare a Forlì un polo di scienza e umanesimo, partendo dalle qualificate ed esclusive esperienze maturate in città negli ultimi quindici anni. Parallelamente, un anno fa, avendo a cuore anche la "città della memoria", abbiamo organizzato un convegno dove abbiamo sostenuto la necessità di affidare ad una Commissione tecnico-scientifica il compito di fare una proposta al Consiglio comunale su come gestire e allestire gli Istituti culturali, per dare maggiore articolazione alle proposte di politica culturale dell'amministrazione. Contemporaneamente, abbiamo ritenuto che fosse necessario valorizzare energie intellettuali nuove che sono maturate nella nostra città e che molte volte la politica tende a ignorare: questa sera, due delle relatrici sono giovani a cui diamo la possibilità di esporre il frutto del loro lavoro, la loro tesi di laurea, ben sapendo – comunque - che questo meriterà degli approfondimenti. Tutto ciò potrebbe convergere (e ci impegneremo per questo) nella creazione di un progetto integrato pensato,studiato, per valorizzare -innanzitutto- il patrimonio storico-artistico della città (non dimentichiamo, a questo proposito,che dovremo molto presto occuparci anche della destinazione dell'Area ex-Eridania, per non lasciare spazio a indebite speculazioni o ad utilizzi non funzionali alle esigenze della città).
    In secondo luogo, aspiriamo a valorizzare i protagonisti, le risorse umane che sul territorio operano nel campo artistico-culturale; e a far usufruire di questo patrimonio non solo i cittadini forlivesi che da tempo ne sono privati per la chiusura di musei e pinacoteca, ma anche l'immenso bacino turistico che esiste a poche decine di chilometri da qui. Crediamo che occorra avere una visione d’insieme di ciò che la città possiede in termini di patrimonio culturale materiale e immateriale, e delle esigenze manifestate dai cittadini in termini di spazi da fruire per tutte le forme d’espressione, dalla pittura alla musica al teatro. Di qui si deve partire per trovare un punto d’equilibrio fra ciò che si ritiene di dover valorizzare e quella che è la compatibilità economica degli interventi, non trascurando il fatto che senza adeguati livelli finanziari e un’adeguata gestione non si arriva a capo di nulla. Pensiamo che occorra passare ad un modello di sviluppo integrato dove il Distretto culturale, magari, perché no, il progetto di wellness valley già illustrato dal proprietario della Tecnogym alle istituzioni regionali e alle organizzazioni imprenditoriali, e la tutela dell'ambiente possano essere allo stesso tempo elementi di qualificazione produttiva e di salvaguardia. Attraverso gli opportuni strumenti, è possibile realizzare una programmazione territoriale d’avanguardia, capace di produrre reddito e occupazione. Ecco allora che non basta più l'idea della Commissione tecnico-scientifica, che pure occorre. Questo convegno vuol lanciare un'idea più avanzata: quella di incaricare un’agenzia specializzata che abbia già qualificate esperienze gestionali nel campo del patrimonio culturale, perché studi la possibilità di creare quelle sinergie che solo un Distretto può sviluppare, integrando il processo di valorizzazione delle dotazioni culturali, sia materiali sia immateriali, con le infrastrutture del territorio e con le risorse del sistema produttivo. Per spiegare meglio, il Distretto culturale rappresenta una integrazione del mondo dei beni culturali negli altri circuiti economici e sociali, il che presuppone un’industria turistica modernizzata, operazioni di marketing del territorio, adeguamento dei trasporti, adattamento delle infrastrutture. Occorre uscire dalla logica puramente pubblica o da quella del mecenatismo, che comunque procede per interventi non sempre organici: la sinergia tra pubblico e privato può creare le condizioni perché le risorse finanziarie utilizzate rappresentino un vero e proprio investimento. In alcune esperienze, non solo straniere, i progetti di valorizzazione del patrimonio culturale sono riusciti a creare veri e propri "centri di propulsione e di sviluppo" culturale, economico, sociale di un territorio. La nostra storia politico-amministrativa è, invece, costellata di interventi che non valorizzano adeguatamente il patrimonio e che generano un puro e semplice consumo di risorse pubbliche e private. In quest'ottica abbiamo invitato la dr.ssa Francesca Neri dell'Associazione Civita, che opera per la valorizzazione del patrimonio storico e artistico, e per la conservazione dell'identità comunitaria, viste anche come motore di sviluppo di un territorio. (L'esperienza gestionale di Civita è attestata dal fatto che ad essa sono affidati prestigiosi musei di Roma, Milano, Napoli, Perugia; Villa Adriana a Tivoli; Ostia antica). La dr.ssa Neri, attraverso l'esperienza in atto a Viterbo, di cui ci parlerà, potrà dirci quali elementi sono necessari per favorire la realizzazione di un Distretto e se,eventualmente, i modelli di gestione siano replicabili.
    Veniamo poi agli altri relatori.
    Oggi, nella prospettiva non più remota di trasferire il carcere, e avendo il Comune già adottato un progetto di Campus universitario nell'area dell'Ospedale Morgagni, di cui è in corso il trasferimento, abbiamo accolto con interesse l'idea dell'architetto Pucci di collegare con tale zona universitaria l'area della cittadella che attualmente ospita il carcere. Non entro nel merito della fattibilità o meno di tale progetto; se questo sia compatibile e coerente con quello del Campus. Semplicemente, abbiamo voluto suggerire un possibile utilizzo dell'area occupata dal carcere, in stretto collegamento col campus stesso, sua naturale continuazione e, per così dire, "sublimazione", se si pensa alle potenzialità d'uso di tutta l'area della Rocca e della sua cittadella. Non sto qui a ricordare i progetti di recupero di aree carcerarie quali Le Murate di Firenze, o del carcere di Stoccolma, di Brema, di Lancaster, di Tessalonica in Grecia, recuperate alla città o come strutture abitative, o come studentati, o come hotel e centro congressi, o come spazio integrato. Nel progetto dell'architetto Pucci mi è sembrato di ravvisare la stessa finalità illustrata nel progetto del campus: quella di fare dell'area un "elemento di connessione urbana, sia in senso trasversale, come ponte tra nucleo antico e città moderna, sia in senso anulare come elemento di un'ideale corona circolare ancora ricca di valori ambientali e storico-architettonici", come è scritto nel documento. Uno spunto interessante del progetto dell'architetto Pucci, che prevede, tra l'altro, la creazione di atélier da utilizzarsi stabilmente da parte degli artisti locali, e anche per corsi aperti al pubblico, tali da "permettere un contatto diretto tra la creazione e la fruizione dell'opera d'arte", va esattamente nella direzione di soddisfare quelle esigenze che anche noi avevamo sottolineato nei nostri precedenti interventi sullo stato della cultura a Forlì, esigenze di offrire spazi al numeroso e variegato mondo dei giovani artisti, che ne sono privi. Ci potrebbe essere spazio anche per realizzare un centro studi musicale con sale di registrazione,di ascolto, laboratori di sperimentazione, i cui utenti potrebbero essere musicisti , complessi, amatori ed associazioni musicali . Si capisce come, in questo modo, si animerebbe anche la vita cittadina: questa zona potrebbe davvero diventare un nuovo punto di riferimento per il tempo libero e la cultura dei Forlivesi. Non dimentichiamo che il tutto è visto nell'ottica di collegare il nuovo centro culturale, che così si creerebbe, agli spazi della Rocca, oggi sotto-utilizzata, nonostante la sua bellezza e la sua storia.
    Tutte le principali città della Romagna, ma anche i paesi minori, hanno recuperato e valorizzato la loro rocca e ne hanno fatto un centro di attrazione turistica. Tutti, fuorché Forlì.
    Ci sono rocche che servono addirittura per la rappresentazione di opere liriche all'aperto; altre sono diventate musei; in tutte si fanno attività culturali, che acquistano risalto anche dalla cornice di prestigio di cui si ammantano. Tutte… esclusa quella di Forlì.
    Eppure, nei già lontani anni Sessanta, fu spesa una somma ingente, per quei tempi, interamente dedicata ai restauri della Rocca.
    La situazione, a quasi quarant'anni da quell'intervento, non è cambiata di molto: in estate viene allestita qualche mostra e qualche serata musicale; in inverno i Presepi, la cui realizzazione è affidata ad un'organizzazione di privati. Insomma, la Rocca di Ravaldino è sotto-utilizzata in maniera sconcertante e sconfortante. Perché?
    Non credo che non si valorizzi un luogo di grandi possibilità turistiche e culturali per i motivi che sono stati addotti in passato, come le infiltrazioni d'acqua, la mancanza di uscite di sicurezza, gli spazi angusti, la mancanza di personale... Perché, per la verità, di soluzioni sia tecniche sia legate all'allestimento o al personale altre realtà ne hanno trovate e messe in campo per ciascuno dei problemi appena accennati. Dunque, nell'ipotesi di un recupero strutturale completo, la nostra proposta è questa: le istituzioni proprietarie, Comune e Ministero, insieme con la Fondazione Cassa dei Risparmi, potrebbero lanciare un concorso di idee per la progettazione dell'intero complesso, al fine di utilizzare al meglio il tempo che intercorre da oggi alla dismissione del carcere e quindi accelerare poi l'eventuale realizzazione esecutiva. Questo ci sembra tanto più necessario ora che altri importanti progetti di recupero (San Domenico) si avviano a conclusione.

    E allora, perché non cominciare anche a ipotizzare come rendere plausibile l'uso di un bene culturale,di un contenitore oggi del tutto trascurato, di un patrimonio sciupato, rendendo giustificabile una visita di turisti, tanto più che, con l'apertura del San Domenico, il materiale da collocare nella Rocca non dovrebbe essere molto. Un'ipotesi potrebbe essere: al pianterreno, mostra delle ceramiche restaurate anni fa con un impegno di spesa non indifferente, e oggi non visibili; a cui aggiungere le famose ceramiche di Silino (Aurelio Melandri). Certo, gli ambienti devono essere sanati; si debbono approntare contenitori, bacheche, tavoli adatti, un'opportuna illuminazione: tutte cose, però, di routine.
    Al piano superiore, potrebbe trovare spazio l'Armeria Albicini, non particolarmente folta, ma ricca di pezzi di gran pregio, magari corredando l'esposizione con pannelli esplicativi. Anche qui, per la delicatezza dei materiali, bisognerebbe prendere delle precauzioni: climatizzare gli ambienti, studiare le luci, prevedere il percorso espositivo e un'uscita ragionevole e logica. In altra parte della Rocca, con pannelli, fotografie, illustrazioni varie, si potrebbe esporre la storia dell'edificio attraverso i tempi, l'uso che ne è stato fatto, i suoi più illustri visitatori, ecc. Basta il nome di Caterina Sforza e di Cesare Borgia per rendere interessante questo particolare settore. Vista la non preziosità dei materiali da usare, si può ipotizzare tutto questo negli ambienti a pianterreno, nelle stanze della Guardia. Illustrazioni e ritratti, stemmi di famiglie nobiliari, oggi malinconicamente abbandonati nel sottoscala degli Istituti culturali, possono essere collocati lungo i corridoi e gli altri tragitti all'interno della Rocca. Si può pensare di svolgervi incontri, manifestazioni annuali sul tema delle rocche, facendo diventare Forlì il centro della cultura delle rocche, mettendo in rete tutte le persone che si occupano di questo argomento in Romagna (e anche nelle vicine Marche, dove c'é una tipologia di rocche simile alle nostra). Forse la stessa idea di Forlì polo di scienza e umanesimo potrebbe trovare qui il proprio fulcro. Infine nel cortile, che è bello, largo, protetto da ampie e solide mura, in estate potrebbero essere presentati autori di libri di successo; o esibirsi piccoli complessi (non necessariamente tutti di musica classica); si potrebbero organizzare meeting di poesia; tentare una piccola stagione di cabaret, con attori monologanti, che non hanno bisogno di scenografie… E chi più ne ha, più ne metta.
    Ebbene, non ci nascondiamo che se finora non si è intervenuti sul monumento in modo più incisivo ciò può essere accaduto in parte perché la presenza del carcere, di fatto, ha creato nei cittadini una sorta di disinteresse per tutta l'area e per ciò che storicamente rappresenta.
    Ma proprio perché ora se ne prospetta il trasferimento, non si può evitare di affrontare in modo più concreto il nodo di che cosa fare di questa parte di Forlì, di come ridisegnarla perché diventi una sorta di ponte tra la parte storica e il primo anello residenziale, oggi non direttamente collegati proprio a causa della presenza del carcere. Io mi fermo qui. Della storia della rocca tra il XV e il XX secolo ci parlerà la dott. ssa Silvia Canestrini, che si soffermerà sul tema dei vari progetti di restauro, mai realizzati, di cui i giornali del XX secolo hanno dato via via notizia, introducendo così uno spaccato di storia sociale. Seguirà l'intervento del Prof. Arch. Silvio Van Riel, docente presso la facoltà di architettura di Firenze, il quale ci porterà la sua esperienza di restauro di altre rocche e ci parlerà, tra le altre cose, del valore di un monumento nel senso etimologico del termine, cioè di documento, ricordo, ma anche ammonimento a chi ha il dovere istituzionale di tutelare i monumenti. Chiuderà la serie delle relazioni il presidente della Pro-Loco di Castrocaro, Elio Caruso, il quale, con la passione che lo contraddistingue, ci porterà la sua esperienza di ricercatore storico e di animatore di un gruppo di volontari che stanno registrando - con le loro iniziative - una grande affluenza di visitatori alla fortezza di Castrocaro e convinti riconoscimenti alla validità dei loro progetti.
    Il capogruppo repubblicano in Consiglio provinciale, nonché segretario regionale del PRI, Widmer Valbonesi, trarrà le conclusioni della serata. La piccola mostra documentaria, allestita senza pretese, è funzionale agli interventi che stasera saranno fatti dalle nostre giovani relatrici. Se, come è nostra intenzione, ci saranno altri appuntamenti sul tema di questa serata, si potrà pensare a qualcosa di più articolato. A noi premeva lanciare un segnale, un'idea. Speriamo ne seguano tante altre, se si vuol fare di Forlì una città più dinamica e meno provinciale, inserita, in un contesto metropolitano romagnolo”.

    Intervento di Silvia Canestrini:
    La Rocca e la cittadella di Forlì. Progetti, trasformazioni e restauri di un sistema fortificato (XV – XX)


    “Il mio studio sulla rocca e la cittadella di Forlì ha cercato di affrontare prima di tutto il problema storico e attraverso le fonti cronachistiche ho osservato che i primi documenti che attestano l’esistenza del fortilizio riguardano la sua costruzione che viene fissata dai cronisti nella seconda metà del XIV secolo tra il 1359 e il 1372. Le cronache tacciono sul luogo di costruzione della vecchia rocca trecentesca e narrano solamente della sua presenza.
    Le fonti scritte riportano che un secolo dopo e cioè nel 1471, Pino III Ordelaffi, Signore di Forlì, decise di costruire la rocca che ancora oggi vediamo e che le cronache raccontano sia collocata nel sito della vecchia rocca. Dopo la morte di Pino III, Girolamo Riario, suo successore, terminò i lavori e fece costruire, adiacente alla rocca, una cittadella rettangolare.
    Dai documenti iconografici si osserva come la rocca e la cittadella vennero erette ai confini della città e il popolo forlivese da subito ne prese le distanze. Venne collocata appunto in posizione decentrata e nonostante la città si sia sviluppata l’edificio ne è rimasto simbolicamente ai confini.
    Dalle fotografie dell’inizio del XX secolo si vede come il fortilizio venne edificato con pianta quadrangolare, con quattro torrioni angolari circolari e con una torre maestra in posizione nord-ovest più alta dei torrioni; la cittadella invece venne fabbricata con pianta rettangolare e due torrioni circolari ai lati. Così costruita, la rocca rientrò in quel gruppo di fortilizi coevi e limitrofi che caratterizzarono principalmente la zona Romagna-Marche-Toscana e che ne fece un caso unico in Italia; lo possiamo ad esempio notare con la rocca di Imola che presenta le stesse caratteristiche costruttive della rocca di Forlì. Le fonti storiche raccontano che tutte le rocche della zona subirono gravi danni tra il XV secolo e il XVI secolo a causa delle guerre cui dovettero far fronte e molte di queste, non potendo più svolgere funzione difensiva, vennero abbandonate, o cambiarono destinazione d’uso o vennero utilizzate ad esempio come penitenziario e questo accadde anche per la rocca di Forlì che rimase carcere e fu occupata dai detenuti fino all’inizio del XX secolo.
    Dalle ricerche da me condotte è risultato come la rocca non abbia subito sostanziali modifiche fino agli anni ’50 del XX secolo e questo è dimostrato da una serie di disegni anonimi e firmati della metà del XIX secolo conservati nel Fondo Piancastelli della Biblioteca Comunale di Forlì, che presentano la rocca in uno stato di totale abbandono.
    All’inizio del XX secolo la rocca venne liberata dai detenuti che vennero trasferiti nei fabbricati carcerari fatti costruire all’interno all’interno dei muri della cittadella, alla fine del XIX secolo. Molti furono i progetti di funzionalizzazione e museificazione che vennero elaborati per la rocca ma ancora oggi sono rimasti sulla carta. Si ricorda ad esempio il progetto di adibire le stanze del piano terra e del primo piano a Museo delle Armi, iniziativa che avrebbe simbolicamente restituito funzione militare all’edificio. Si ricorda anche il progetto di inizio XX secolo di adibire la rocca a scuola d’arte e sede di manifestazioni, o ancora di adibire le stanze ad Archivio Storico.
    Si dovettero invece aspettare gli anni ’40 del XX secolo per avere l’elaborazione del primo progetto globale di restauro e sistemazione della rocca. Il progetto prevedeva la ricostruzione di tutte le parti mancanti. Il progetto rimase sulla carta e si dovette attendere la fine degli anni ’50 per avere i primi restauri, poi gli anni ’70 per il restauro dell’ultima cortina e per avere quello che oggi vediamo.
    Per le loro caratteristiche strutturali ed architettoniche esterne ma anche interne, come ad esempio la scala a chiocciola senza perno centrale, la rocca e la cittadella di Forlì costituiscono uno dei complessi fortificatori rinascimentali più importanti di tutto il territorio italiano.
    Nonostante questo la rocca oggi non è tenuta in considerazione dalla cittadinanza forlivese che ne prende le distanze proprio come accadeva al momento della sua costruzione. Oggi a distanza di cinque secoli i forlivesi la relegano ancora a mera funzione di contenitore di detenuti, senza riuscire a scindere i due complessi della rocca e della cittadella, invece ben distinti.
    La triste realtà è che ancora oggi la rocca è vuota e contiene raramente mostre temporanee e presepi natalizi; la cittadella è invece ancora occupata dai fabbricati carcerari tuttora funzionanti e fino a quando questa non verrà liberata il complesso fortificato non potrà subire i restauri globali e non potrà riavere quella dignità storica per cui fu costruita più di cinque secoli fa.
    La situazione attuale in cui si trovano i fortilizi romagnoli e marchigiani medievali e rinascimentali rivela, viceversa, un forte interessamento da parte delle amministrazioni e degli enti locali, che hanno sviluppato iniziative culturali molto interessanti.
    È giusto quindi domandarsi come mai molte altre città abbiano capito l’importanza storica di questi edifici e ne abbiano fatto un fulcro dell’offerta culturale e turistica locale, mentre Forlì resti ancora imprigionata da altre priorità che non comprendono mai la rocca.
    Le iniziative culturali all’interno della rocca di Forlì potrebbero in questo modo permettere ai cittadini forlivesi di riconoscere l’importanza dell’edificio, avvicinarvisi e successivamente usufruirne: la collocazione della preziosa Armeria Albicini all’interno dei locali, da tempo progettata avrebbe ad esempio la duplice funzione di avvicinare i cittadini al monumento e di ridare allo stesso una dignitosa funzione nel contesto della storia militare del territorio”.

    Intervento di Silvio Van Riel:

    La Rocca di Forlì. Prime note per un programma di tutela e valorizzazione

    “Devo innanzitutto ringraziare i presenti e gli organizzatori di questo convegno, che per primi portano all’attenzione della collettività un problema che per troppi anni è stato disatteso nel dibattito sul futuro della città. L’insediamento delle carceri mandamentali all’interno della Cittadella della Rocca di Forlì ha privato, per quasi più di un secolo, i cittadini forlivesi della fruizione del complesso storico più importante della città. Oggi alle soglie del terzo millennio, in un profondo processo di maturazione della cultura urbana legata strettamente ad una lenta ma progressiva presa di coscienza della tutela del monumento e del suo contesto storico e architettonico, si rendono necessarie scelte radicali nella gestione delle risorse, che nel caso specifico rappresentano un patrimonio troppo a lungo dimenticato.

    Il progetto, sul quale si discute in questa occasione, trova una sua forte connotazione nel graduale processo fisiologico di trasformazione delle funzioni all’interno del nucleo storico di Forlì. Processo dovuto alle nuove esigenze di organizzazione degli spazi e dei relativi volumi interni al perimetro storico, conseguenza dell’insediamento delle strutture dell’Università, che rappresenta una scelta precisa e qualificante per quel salto di qualità culturale e nello stesso tempo economico, necessario ad una città come Forlì. Negli ultimi vent’anni, seppur fra tante difficoltà, ha preso corpo un generale nuovo disegno funzionale per i maggiori contenitori del centro storico che ha interessato Santa Caterina, San Domenico, l’Ospedale Morgagni ed altri volumi minori.
    E’ proprio in funzione del nuovo insediamento universitario, il futuro Campus, che lo spazio della Cittadella con i suoi edifici attuali rivela la propria oggettiva vocazione ad un nuovo e pertinente ruolo nella valorizzazione delle strutture monumentali della Rocca. Delle scelte progettuali che sono alla base della soluzione prospettata negli elaborati grafici parlerà lo stesso progettista, l’arch. Arianna Pucci. Nel mio intervento reputo giusto ed indifferibile puntualizzare alcuni concetti che sono alla base delle attuali teorie sul restauro e la tutela urbana, e che rappresentano dei parametri sui quali è sempre necessario riflettere.
    La disciplina del restauro, seppur relativamente giovane, nei termini oggi acquisiti ha radici profonde nella cultura del nostro paese, tanto nella moderna ricerca storica quanto nelle tradizionali pratiche di manutenzione tese a conservare e a preservare dal degrado un oggetto, al quale si riconosce un valore artistico, di memoria ed economico.
    Dopo le esperienze ottocentesche, a seguito di un costante e crescente interesse legato ai problemi di restauro, viene ad affermarsi una linea sempre più definita, che nel contesto culturale si afferma come “scuola italiana sul restauro”. Ci aiuta Cesare Brandi, la cui elaborazione di pensiero, seppur datata 1977, resta tuttora valida: specifica in termini chiari il concetto di restauro, ponendolo a confronto con la “restituzione in pristino” o con la semplice rimessa “in efficienza” di un qualsiasi “prodotto dell’attività umana”, per ragioni pratiche e d’uso. Il restauro è cosa ben diversa e riguarda le opere d’arte e le testimonianze storiche, rispondendo a esigenze di tipo culturale ed a istanze di conservazione della “materia”.
    Si restaura quindi un monumento per ragioni storico-artistiche, perché se ne è riconosciuta la qualità estetica oppure perché esso rappresenta un documento unico e irripetibile di una certa fase storica, economica, sociale e culturale, oltre che di umile ma sapiente “cultura materiale”.
    Risulta chiaro che il concetto di restauro è strettamente legato a quello di monumento; significativo è l’esempio riportato dal Carbonara sul “monumento”, creato nei dintorni della porta di Brandeburgo a Berlino. I due carri armati estraniati dal loro naturale contesto e posti su di un piedistallo hanno perso il loro uso primitivo, assumendo nel contempo una connotazione culturale e morale di “ammonimento”, “documento” e “ricordo”, che nella lingua latina costituiscono l’etimo di monumentum.
    Se nel parlare corrente “monumento” significa ancora l’oggetto grandioso che può essere identificato nel complesso architettonico o artistico di grande rilevanza storica e figurativa, sotto un profilo più rigoroso, tale accezione non è completamente giusta.
    Monumento significa documento (di qualcosa di storico e di bello) e, secondo la definizione riportata nel testo (Per la salvezza dei Beni Culturali in Italia, Volume I) che ne amplia il concetto in senso antropologico, nelle opere di tutela deve essere considerata alla stessa stregua anche la semplice “testimonianza materiale avente valore di civiltà”.
    Il tema del convegno ha come aspetto prioritario il recupero e la valorizzazione degli spazi e dei manufatti dell’insediamento carcerario in stretto rapporto con le strutture monumentali della Rocca, in un seppur complesso ed articolato processo di integrazione che necessita di ulteriori approfondimenti critici funzionali e formali.
    Per quanto mi riguarda preferisco rifarmi al senso etimologico di monumentum per meglio identificare le ragioni che portano alla necessità della stesura di un programma unitario che comprenda la conservazione delle strutture della Rocca, inserito in un contesto più ampio, come giustamente ha evidenziato il progettista, che per la rilevanza deve interessare un’ampia porzione urbana.
    Vorrei fare una riflessione sollecitata dall’immagine pubblicata su “Il Melozzo” che ritrae il complesso architettonico da una rarissima e stimolante vista aerea, risalente al 1924. La foto documenta l’insediamento carcerario ubicato nella Cittadella, le strutture della Rocca e brani del tessuto edilizio circostante permettendo di valutare come, al momento, il nucleo edilizio fosse marginale alla città, quasi estrema periferia con i campi che si aprivano dietro il primo fronte edilizio prospiciente via Corridoni. Quella realtà urbana è oggi capovolta, dopo il grande sviluppo edilizio dell’ultimo dopoguerra.
    Allo stato attuale la Rocca e la Cittadella fanno parte integrante del tessuto antico, ma in un dialogo di netta contrapposizione, stante la destinazione d’uso carceraria, che ha sempre condizionato qualsiasi programma di valorizzazione della Rocca, della sua cinta muraria e degli spazi contigui. Esiste una precisa volontà che prevede, in tempi brevi, il trasferimento del carcere; se questa ipotesi diventerà reale si aprirà per la città di Forlì uno scenario e una occasione urbanistica significativa ai fini della riqualificazione urbana della zona. Possibilità che dovrà considerare due aspetti disciplinari emergenti: la pianificazione urbanistica e l’intervento architettonico. Situazioni queste che spesso si sono trovate ad operare in tempi diversi, con ambiti di competenze spesso in contrasto fra loro, come purtroppo è fin troppo facile riscontrare nella nostra realtà. Dobbiamo augurarci che almeno in questa occasione, il meglio della collettività trovi l’interesse e gli argomenti per iniziare un dibattito che, in qualche modo, arrivi a coinvolgere l’intera cittadinanza.
    Come già accennato, all’attuale struttura, una volta sollevata dalla funzione carceraria, deve essere riconosciuto il ruolo di bene culturale inteso come risorsa storico, culturale ed economica. Questa puntualizzazione si rende necessaria in quanto l’iniziativa per la realizzazione di un simile intervento finirà per incidere profondamente nel contesto urbano della città, coinvolgendo nel dibattito tutte le forze politiche, economiche e culturali.
    La soluzione prospettata, quella di strutture al servizio dell’Università, come prima ipotesi, deve servire per attivare un vasto movimento d’opinione che, in qualche modo serva ai forlivesi per ripensare al futuro della propria città, con la valorizzazione dei tanti aspetti storico-culturali di cui il tessuto urbano è ricco, ma poco conosciuto, con una attenzione particolare a questo sito così importante.
    Un esempio a cui è facile ricorrere e che, in qualche modo, ha già avuto esecuzione è l’esempio fiorentino con l’ubicazione di strutture universitarie, abitative e commerciali all’interno delle degli ex insediamenti carcerari delle Murate, di S. Teresa e S. Verdiana”.

    Intervento di Arianna Pucci:

    Progetto di recupero della cittadella adiacente alla Rocca quattrocentesca di Ravaldino

    “Il progetto architettonico, attraverso nuove strutture e nuovi sistemi verdi, può essere l’occasione per mezzo della quale la morfologia urbana diventi un momento generatore per la città.
    Ciò potrebbe avvenire a Forlì se si ridisegnasse la zona della Cittadella, oggi sede del Carcere, adiacente alla Rocca di Ravaldino.
    Da questo presupposto parte la costruzione della mia tesi; essa affronta infatti il tema della riprogettazione della Cittadella, luogo suggestivo oggi negato alla città.
    Le caratteristiche di questa zona permettono, ma soprattutto stimolano, la creazione di un centro polivalente che faccia da ponte tra la parte storica di Forlì e il primo anello residenziale oggi non direttamente collegati proprio a causa della presenza delle Carceri.
    La Cittadella potrebbe essere restituita a Forlì con l’intento di farla vivere da fruitori molto diversi tra loro; vi possono essere infatti spazi per il tempo libero e per la cultura e sfruttando la vicinanza con il Campus universitario che sorgerà nell’area dell’Ospedale Morgagni questo luogo si presterà a essere vissuto anche dagli studenti.
    Il progetto è partito dallo studio dei possibili collegamenti pedonali che potrebbero connettere l’area al centro e al Parco Urbano nell’ipotesi di creare un grande sistema verde che avrebbe come fulcro la Cittadella stessa proprio per la sua centralità rispetto alle zone dei Giardini Pubblici, del futuro Campus e del Parco Urbano appunto.
    L’architettonico nasce dallo studio dello stato di fatto degli edifici oggi adibiti a Carcere Circondariale. Attraverso l’analisi della documentazione storica risalente alla fine del 1880 e a foto di archivio del 1924 si è potuto dedurre che due dei cinque edifici costruiti intorno al 1909 avevano subito una sopraelevazione probabilmente in risposta ad un maggiore bisogno di spazio; questa operazione non tenne però conto del fatto che in tal modo, a causa della stretta vicinanza tra i cinque padiglioni, sarebbero venute a mancare le qualità di luminosità e aerazione necessarie alla salubrità dei fabbricati stessi. Si sono allora presi in considerazione tre approcci progettuali: quello di eliminare completamente tutti gli edifici delle carceri, che non ci è sembrato né onesto né funzionale, quello di mantenere gli edifici così come sono oggi, ma non si sarebbe potuta restituire la bellezza della parte più antica della Rocca Quattrocentesca e inoltre non tutto ciò che oggi è esistente ha valore in quanto documento ma è solo frutto di superfetazioni di carattere unicamente funzionale che non tengono assolutamente conto dell’eccezionalità dell’area su cui insistono; si è quindi optato per la demolizione delle parti che hanno subito nel corso del tempo i più vistosi rimaneggiamenti.
    L’architettura del carcere poi, a causa della sua forte presenza volumetrica, schiaccia quella ben più importante del complesso della Rocca e della Cittadella; soprattutto infatti i volumi dei padiglioni sopraelevati appaiono troppo incombenti nei confronti delle antiche mura storiche esse stesse massicce in quanto architettura militare, ma impoverite nella loro essenza proprio a causa del vicino confronto con questi nuovi fabbricati.
    I tre edifici rimanenti appaiono però slegati tra loro e occorre trovare un filo conduttore che ricrei un disegno omogeneo dell’area.
    Ci si è resi conto allora dell’esistenza di un “canocchiale” che va dalla Rocca di Ravaldino fino al Rivellino Orientale ancora esistente nel giardino dell’edificio dell’ A.U.S.L. in via della Rocca e poi fino all’ingresso del nuovo Campus Universitario che funge da unione tra tutte le costruzioni dell’area e ci è sembrata la cosa più sensata quella di utilizzare per la progettazione dei nuovi padiglioni proprio questa direttrice; sono stati progettati quindi tre nuovi edifici molto flessibili che in Primavera e Estate si aprano alla area verde circostante fossato compreso.
    Entrando nel merito del progetto: all’interno dei due edifici oggi adibiti a Carcere viene posto uno studentato, lasciando però il piano terra di questi molto permeabile e aperto al pubblico grazie alle sale studio e alla mensa che potranno essere fruite anche da utenti esterni alla residenza studentesca.
    I tre nuovi padiglioni che, attraverso la loro architettura, cercheranno di integrarsi con il complesso accoglieranno la funzione di centro culturale collegato anche agli spazi della Rocca oggi già utilizzati saltuariamente per esposizioni temporanee.
    Si prevede l’inserimento di una biblioteca con annessa una zona di lettura nel padiglione di nord-est; quello centrale invece accoglierà una sala espositiva e degli atelier utilizzabili sia stabilmente da artisti sia per corsi aperti al pubblico in modo tale da permettere un contatto diretto tra la creazione e la fruizione dell’opera d’arte e aiutare lo scambio di idee grazie alla vicinanza tra laboratori diversi, cosa che ora manca nella città di Forlì ma che gli artisti auspicherebbero per un futuro prossimo; l’ultimo padiglione adiacente alla Rocca ospita un auditorium e una caffetteria e sulla copertura praticabile che, raccordandosi alla superficie piana del terreno diventerà una piazza sopraelevata, una zona espositiva che avrà appunto come sfondo la Rocca stessa oppure sempre questa copertura, proprio perché degradante, si presterà a diventare platea per possibili proiezioni.
    I nuovi edifici verranno in parte interrati in modo che all’esterno la ridotta altezza dei volumi consenta un inserimento discreto in un contesto così particolare; le tre coperture avranno una quota inferiore a quella delle mura di cinta della Cittadella e pari circa a quella dei redondoni che segnano lo stacco tra lo zoccolo del piano terra e il primo piano della Rocca; esse inoltre essendo adiacenti agli edifici carcerari spezzano il ritmo delle pesanti facciate a quattro piani di questi.
    La struttura portante è arretrata rispetto alla facciata in modo tale da dare la sensazione di sospensione della copertura sul terreno.
    L’accesso agli edifici avviene attraverso rampe che disegnano il percorso principale, in questo modo infatti, pur avendo dislivelli, esso rimane molto fluido e comunque orizzontale venendo a contrapporsi a quella che è la realtà dello stato di fatto dove invece ogni percorso è reso difficoltoso da sbarramenti.
    Le coperture che si sono pensate come vele sospese sul terreno sono inclinate e seguono l’andamento delle rampe di accesso.
    Si è cercato quindi di creare spazi chiusi e all’aperto molto flessibili che neghino l’odierna staticità del luogo e permettano di sfruttare al massimo le grandissime potenzialità di questa zona facendola diventare un nuovo punto di riferimento per il tempo libero e la cultura dei Forlivesi e un elemento distintivo e unico della nostra città anche agli occhi di chi non è forlivese”.

    Intervento di Elio Caruso:

    Il riuso culturale e turistico della Fortezza medievale di Castrocaro


    “La storia. La Fortezza di Castrocaro è un raro esempio di architettura militare medievale, dove gli ampliamenti strutturali, succeduti nel tempo, si sono adattati alle esigenze belliche e alla morfologia del terreno. Integrata con il paesaggio, pare quasi che il castello completi il disegno e la fisionomia della rupe, con la quale è diventato un'unica entità. I colori e i materiali si sono legati indissolubilmente tra loro, dando luogo ad un irripetibile connubio di architettura fortificata inscindibilmente legata all'ambiente circostante. Il destino di questa Fortezza è stato assai originale, poiché agli inizi del Seicento con lo stabilizzarsi del quadro politico internazionale la Romagna toscana venne progressivamente privata del suo antico ruolo strategico, e la imponente macchina da guerra diventò inutile. E venne abbandonata. E così rimase per circa 400 anni!
    Grazie al suo secolare inutilizzo il grande maniero non ha subito significative trasformazioni strutturali (come è invece accaduto in numerosi castelli italiani, la cui funzione residenziale ha portato a inevitabili modifiche, eseguite secondo il gusto, gli stilemi dell’epoca e le esigenze del vivere quotidiano). E così oggi la Fortezza di Castrocaro rappresenta un unicum di notevole pregio architettonico, un autentico complesso fortificato medievale che si è salvato dall’oblio del tempo, come se fosse stato “congelato” per secoli.
    Il riuso della Fortezza: Nell’aprile del 1998 l’Amministrazione Comunale di Castrocaro Terme e Terra del Sole promosse un concorso di idee e proposte volto alla valorizzazione turistica e culturale della Fortezza di Castrocaro per la parte resa agibile a seguito degli ultimi lavori di restauro.
    Al concorso partecipò anche la ProLoco di Castrocaro, una associazione culturale di volontariato che già da anni era impegnata in iniziative di valorizzazione del territorio.
    Convinti da tempo che la Fortezza, se ben valorizzata, avrebbe potuto divenire una validissima risorsa turistica, in grado di sviluppare nuovi e significativi flussi turistici, elaborammo un articolato progetto di utilizzo culturale e turistico, sulla base delle esperienze già realizzate in località simili, in Italia e all’estero, con la consulenza di personalità della cultura, di studiosi e di professionisti.
    Il nostro sforzo fu premiato, poiché la Commissione comunale, composta da esperti della Provincia e della Regione, dopo aver esaminato i vari progetti presentati, scelse proprio il nostro elaborato.
    Con delibera n. 30 del 31 maggio 1999, venne quindi concesso in uso alla Pro Loco di Castrocaro la gestione del Palazzo della Guarnigione e delle aree adiacenti, affinché vi realizzasse il programma culturale e turistico dalla stessa redatto, e approvato dalla citata Commissione e dal Consiglio Comunale.
    Tale programma prevedeva l’allestimento di un Museo medievale relativo alla storia della Fortezza, l’istituzione di un Centro di Falconeria, di un Laboratorio culturale permanente (sede di convegni, congressi, seminari, spettacoli musicali e teatrali, studi storici sulla località), l’istituzione di un Centro di valorizzazione dei prodotti enogastronomici del territorio, con Enoteca, lo svolgimento delle Feste medievali.

    Tali attività hanno avuto inizio il 23 aprile 2000.
    In soli tre anni, bruciando tutti i tempi, la ProLoco ha saputo trasformare a tutto suo carico i vuoti locali del Palazzo del Castellano e le aree adiacenti della Fortezza in un grande contenitore di opere d’arte, ove i visitatori convengono sempre più numerosi, da ogni parte d’Italia e dall’estero, ad ammirare le pregevoli antichità ivi esposte: armi, maioliche, dipinti, pergamene, arredi e suppellettili.
    Queste preziose antichità sono infatti frutto di ritrovamenti, donazioni, acquisti e prestiti, che l’entusiasmo dei suoi volontari ha saputo trasmettere ai numerosi patrocinatori ed estimatori (in primis la Fondazione della Cassa dei Risparmi di Forlì) che con generose donazioni ci hanno onorato della loro fiducia.
    A tempo di record la ProLoco di Castrocaro ha allestito nel Palazzo del Castellano una articolata e sobria esposizione storica permanente, dal titolo L’Aquila le Chiavi il Giglio, che illustra la millenaria storia della Fortezza di Castrocaro. Nello stesso Palazzo la Proloco ha inoltre allestito l’Enoteca della Strada dei Vini e dei Sapori dei Colli di Forlì e Cesena.
    I volontari della ProLoco hanno inoltre provveduto al risanamento dell’antica pianta di ulivo (sec. XVII) esistente nella Corte, alla fruizione della Torre delle Segrete e dei Tormenti, delle Grotte trogloditiche, degli Spalti delle Cannoniere, della Piccola Corte, della Corte Grande, al restauro e all’arredo della Chiesa di Santa Barbara.
    Grazie alla professionalità dei volontari della ProLoco di Castrocaro la Fortezza è diventata un prezioso valore aggiunto, per la nostra Città e per le Terme, è può dunque definirsi integrativo al suo benessere economico.
    Dall’apertura della Fortezza l’affluenza di pubblico è stata straordinaria, poiché in meno di tre anni i visitatori paganti, richiamati dalle numerose iniziative turistiche e culturali svolte con determinazione dalla Proloco, hanno superato le 30.000 unità.
    Oltre a garantire per tutto l’anno l’apertura della Fortezza, visitabile tutti i giovedì, sabato e festivi con visite guidate in italiano e in inglese, la ProLoco vi ha istituito un vivace laboratorio culturale permanente, ove organizza tutte quelle manifestazioni turistiche e culturali a suo tempo progettate. Castrocaro è oggi l’unica città in Italia a svolgere nella sua Fortezza con regolarità mensile (ogni seconda domenica del mese) spettacoli di falconeria, con voli acrobatici di aquile e falchi addestrati.
    Gli introiti della biglietteria sono stati interamente reinvestititi nella Fortezza, spesi in acquisto di opere d’arte, di armi e arredi antichi, in iniziative promozionali, nonché di materiali per l’esecuzione di lavori effettuati gratuitamente da artigiani e da volontari, che hanno creduto nei nostri progetti e che hanno consentito di avviare questa appassionante quanto ardua avventura sociale: l’avvio di un nuovo e benefico ciclo virtuoso, frutto dell’intelligente collaborazione tra Amministrazione Comunale e Associazione di volontariato”.

    Intervento di Francesca Neri:

    I distretti culturali


    “La scoperta del settore culturale come un potenziale settore trainante dello sviluppo economico locale può essere attribuita al Greater London Council che, negli anni Settanta, elaborò la prima vera e propria strategia per lo sviluppo di questo ambito realizzando un insieme di interventi infrastrutturali che, dalla realizzazione del South Bank Centre alla nuova sede della Tate Gallery, hanno poi preso corpo nel corso degli anni e sono oggi una solida realtà.
    Il settore culturale era inteso, da chi ha pianificato gli interventi, in una accezione ampia, che comprendeva: i beni culturali; lo spettacolo dal vivo; la produzione d'arte contemporanea; la fotografia; il cinema; l'industria televisiva; l'editoria; l'industria multimediale; la moda, il design, gli spazi pubblici urbani (parchi, piazze eccetera) e, in alcuni casi, anche lo sport. Una forte integrazione tra le attività del settore culturale e quelle dei settori connessi (turismo, in primo luogo, ma non solo) costituisce il cardine della strategia. Una sua specificità, che caratterizzerà poi tutte le sue concrete applicazioni, risiede nel fatto che l'integrazione viene perseguita attraverso una "specializzazione territoriale": ovvero, alcune parti della città diventano il luogo privilegiato per l'insediamento di musei, di spazi espositivi, di teatri, di studi di artisti, di gallerie d'arte, di sale di concerto eccetera.
    La specializzazione territoriale è ritenuta necessaria per due ragioni. Da un lato perché questa dovrebbe facilitare i processi di integrazione intersettoriale in quanto, per effetto della realizzazione di una "massa critica" nell'offerta di servizi, si sarebbero create economie esterne che avrebbero potuto favorire l'insediamento delle attività sussidiarie e di nuove attività culturali e potenziato nello stesso tempo, gli impatti economici del processo di valorizzazione. Dall'altro, avrebbe favorito il perseguimento di un ulteriore obiettivo: la rifunzionalizzazione e la rivitalizzazione di aree urbane degradate e in crisi (a questo proposito cfr. P.A. Valentino, La storia al futuro, Giunti 1999).
    A partire dall’esperienza significativa di Londra, a cui si possono affiancare altri esempi di successo realizzati nel territorio del Regno Unito (Glasgow e Manchester) ma anche quella, in parte diversa, del Museo Guggenheim di Bilbao, il Consorzio Civita ha provato a trasferire il modello di distretto culturale alla realtà italiana.
    In particolare, forse per primo in Italia, il Consorzio Civita ha teorizzato e sviluppato strategie innovative per uno sviluppo economico locale ed una crescita occupazionale del territorio, fondate sul patrimonio culturale ed ambientale, proponendo l’applicazione del modello del Distretto Culturale ad alcune realtà suscettibili di essere valorizzate in tal senso: dallo studio di casi e modelli, spesso stranieri e realizzati in contesti urbani degradati, in cui si sono create concentrazioni di beni e servizi alla cultura, si è passati all’individuazione di un quadro progettuale in grado di creare le condizioni per cui, in un ambito territoriale definito, si possa sviluppare un Distretto Culturale, pensato appositamente per il patrimonio cosiddetto minore, comunque diffuso sul territorio e di minore accessibilità.
    Un Distretto Culturale è un sistema, territorialmente delimitato, di relazioni, che integra il processo di valorizzazione delle dotazioni culturali, sia materiali che immateriali, con le infrastrutture e con gli altri settori produttivi che a quel processo sono connessi.
    La realizzazione di un Distretto Culturale ha l’obiettivo, da un lato, di rendere più efficiente ed efficace il processo di produzione di “cultura” e, dall’altro, di ottimizzare, a scala locale, i suoi impatti economici e sociali.
    Più specificamente, il distretto culturale può essere definito come un sistema reticolare, spazialmente delimitato, il cui nodo centrale è costituito dal processo di valorizzazione dell’asset territoriale rappresentato dai beni culturali, mentre gli altri nodi sono rappresentati: dai processi di valorizzazione delle altre risorse del territorio (i beni ambientali, le manifestazioni culturali ed i prodotti della cultura materiale ed immateriale del territorio, ecc.); dalle infrastrutture territoriali (servizi di trasporto, per il tempo libero, ecc.); dai servizi di accoglienza e dall’insieme delle imprese la cui attività è direttamente collegata al processo di valorizzazione dei beni culturali.
    E’ importante infatti considerare che intorno ai beni culturali si possono attivare, accanto alla più ovvia filiera turistica, costituita dalla ricettività, dalla ristorazione e dai servizi al turismo, anche una serie di altri settori, in primo luogo quello del restauro, ma anche l’editoria, le imprese di nuove tecnologie, ad esempio per fornire supporti innovativi alla fruizione dei beni, ma si possono anche rivitalizzare settori tradizionali, come l’artigianato tipico e artistico, che, attraverso i fruitori dei beni, possono trovare mercati interessati.
    Tra i lavori di maggiore rilievo svolti dal Consorzio Civita, riconducibili a questo modello, è stato recentemente ultimato per la Val di Noto in Sicilia, a completamento del progetto distrettuale già predisposto dal Consorzio, il Piano di Gestione dei siti proposti per l’iscrizione nella lista del Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO. Questa città può esser definita il simbolo del barocco siciliano ed è l'emblema di una difficoltà frequente del Mezzogiorno di coniugare le politiche di conservazione dei beni culturali e le politiche di sviluppo locale. Per valorizzare il distretto di Noto è necessario riposizionarlo sul mercato culturale, facendo sì che l'immagine di staticità delle politiche di recupero urbano e dei beni culturali della città venga definitivamente dimenticato.
    Lo studio ha riguardato la raccolta dei dati sul patrimonio storico-culturale ed ambientale, la loro elaborazione, la definizione di un programma di marketing territoriale, fino alla definizione del piano finanziario per la conservazione ed il monitoraggio dei siti coinvolti.
    Altra esperienza di rilievo è stata la progettazione del Distretto Culturale della provincia di Viterbo. Questo lavoro si è articolato nell’identificazione degli elementi che meglio rappresentano l’identità di questo territorio, nell’individuazione al suo interno di aree omogenee, nella definizione di strategie e interventi progettuali specifici finalizzati all’ottimizzazione del rapporto tra le dotazioni territoriali e la performance economica, nell’elaborazione di un piano di gestione articolato. Il lavoro è stato corredato dall’analisi delle risorse finanziarie potenzialmente attivabili.
    Per procedere con la definizione delle strategie e le linee di azione secondo le quali sviluppare il distretto, si è dovuto riconoscere la “misura territoriale propria” degli interventi.
    Mentre nel caso di Noto, trattandosi di otto Comuni, con una caratterizzazione culturale così evidente ed unica, non è stato necessario prevedere una divisione dell’area in sub-ambiti, ma piuttosto allargare l’analisi ad un’area più vasta, per vederne il posizionamento rispetto alla Sicilia e all’Italia, per la provincia di Viterbo, composta di 60 Comuni, si è rivelato necessario suddividere il territorio in aree più limitate.
    Gli esiti della fase di analisi hanno infatti condotto il Consorzio Civita a riconoscere che l’identità di questo distretto, che corrisponde all’area compresa nella provincia di Viterbo, va articolata in quattro diverse polarità, ognuna caratterizzata da una propria specifica miscela di risorse culturali da valorizzare. Queste quattro aree sono la fascia incentrata sul Comune di Viterbo, l’Alta Tuscia, che comprende i Comuni più settentrionali intorno al Lago di Bolsena, la Cintura del Sud, di cui fanno parte i comuni che si affacciano sul mare e quelli più meridionali della provincia, e il Sistema dei centri storici che, fra la Cassia e la Teverina, intercetta tutte le altre aree.
    Alcune azioni strategiche sono state previste per l’area della provincia nel suo complesso. In primo luogo si è pensato ad un sistema di qualità globale che innalzi e certifichi il livello di qualità di vari comparti. Allo stesso tempo si è pensato ad una messa in rete delle risorse culturali per accrescere la fruibilità dei beni e creare economie di scala e ad un piano generale di comunicazione.
    Per le singole aree, invece, sono state dettagliate specifiche strategie d’azione e sono stati individuati alcuni progetti pilota immediatamente realizzabili, completi di analisi descrittiva, proposte di localizzazione, potenziali target di fruitori, linee guida della comunicazione, la sostenibilità finanziaria ed un’analisi dei costi preliminare.
    Il punto di forza di questo progetto è stato prima di tutto quello di aver individuato per la prima volta per la provincia di Viterbo una strategia innovativa di sviluppo economico e sociale che partisse dalla valorizzazione del patrimonio locale. Di particolare rilievo è stato inoltre il fatto che questo programma di sviluppo è stato condiviso ed approvato da un tavolo molto rappresentativo di soggetti pubblici e privati (il progetto è stato vagliato, nelle sue varie fasi, da un Comitato di Valutazione composto dalla Provincia, dal Comune, dalla Camera di Commercio, dall’Università della Tuscia, dalla Fondazione della CARIVIT e dalle principali associazioni di categoria dell’industria, l’agricoltura, il commercio e l’artigianato).
    Fondamentale è stato inoltre l’aver progettato uno strumento operativo per l’attuazione e gestione del distretto, individuato in un’Agenzia di sviluppo, che rappresenti una partnership pubblico/privata e che si proponga come soggetto attivo e principale interlocutore della provincia verso l’esterno.
    L’elemento più innovativo del progetto rimane comunque quello di aver puntato per lo sviluppo di una provincia su una strategia tesa a migliorare la produzione di cultura nell’area (elemento che, in una provincia in cui si trova un’università in fase di allargamento e di sviluppo è particolarmente qualificante). Accanto a questo, la messa in rete delle risorse, la creazione di intese fra gli enti addetti alla tutela, conservazione e valorizzazione dei beni con le realtà imprenditoriali dell’area può rappresentare un grande vantaggio per il territorio da diversi punti di vista. In primo luogo può rivitalizzare sia alcuni settori delle PMI che alcuni beni culturali, fornendo in questo modo soluzioni al problema, troppe volte sottovalutato, della gestione dei beni e di una loro utilizzazione “sostenibile”.
    Allo stesso tempo l’impatto di questo studio può essere quello di aumentare la consapevolezza del territorio a riguardo dei suoi beni culturali, poiché si renderà esplicito il legame fra il territorio e il suo patrimonio storico ed artistico. Il patrimonio del territorio diventa così una vera ricchezza, un repertorio di contenuti e di immagini che possono essere utilizzati per identificare, e quindi comunicare, un’area, all’interno e all’esterno.
    Un buon utilizzo dei beni, d’altro canto, ne aumenta la visibilità e notorietà e quindi indirettamente partecipa a garantirne la tutela.
    Per entrambi i Distretti è stata studiata un’apposita modalità di gestione del progetto, ovvero uno strumento operativo per sostenere su un piano tecnico e logistico i processi di concertazione fra partner e attori locali impegnati nella gestione e valorizzazione del patrimonio ambientale e culturale.

    Questo strumento, realizzando il Distretto Culturale, persegue gli obiettivi di sostenere le funzioni di programmazione e progettazione locale nel campo della tutela, della valorizzazione e della fruizione sostenibile del patrimonio; di dare impulso alle funzioni di attuazione degli interventi a favore del patrimonio attraverso la consulenza e l'orientamento degli operatori locali, di incrementare la capacità di attrazione del territorio provinciale e la conoscenza delle sue risorse. Allo stesso tempo l’Agenzia potrà favorire la diffusione di modelli di gestione dei beni basati sulla sostenibilità, la qualità e l'innovazione e garantire la conoscenza, l'integrazione, la sorveglianza e la valutazione degli interventi realizzati sul territorio provinciale nel campo di beni culturali e ambientali.
    A seconda delle funzioni che si vorranno attribuire a questo organismo gestionale, questo potrà assumere lo statuto più adatto, configurandosi come un’Agenzia di Sviluppo, una Società o una Fondazione. In ogni caso si tratterebbe di un ente che dovrà agire di concerto con gli altri soggetti che hanno competenze sul territorio, supportando, integrando e mettendo in rete le loro attività. Sarebbe opportuno che si prevedesse, in un momento successivo, che questa Agenzia si auto-sostenesse erogando a sua volta servizi a pagamento.
    La questione degli organismi attuatori della gestione è cruciale per la fase esecutiva del Distretto. La concertazione, infatti, se pone delle difficoltà nel momento della progettazione, diventa più complessa in una fase attuativa, quando vanno messe in rete competenze e giurisdizioni, procedimento che si scontra con radicate abitudini di governance.
    Ma il Distretto Culturale e tutti i piani di marketing territoriale che vogliono attribuire il giusto spazio al patrimonio (eccellenze e beni meno conosciuti) non possono prescindere dalla messa in rete delle risorse, che necessariamente passa per la collaborazione dei soggetti attivi sul territorio ed interessati al suo sviluppo, che sappiano esprimersi in una progettualità comune e convincente che non proponga interventi singoli e isolati a breve respiro, ma sappia proporre una strategia di sviluppo complessiva che, intorno ai beni culturali, possa coinvolgere tutto il territorio e ne preveda una gestione sostenibile.
    Su questo tipo di quadro progettuale, che sarà poi dettagliato anche in interventi specifici, sarà possibile avviare una forte azione di concertazione verso l’esterno, per reperire i fondi necessari, a livello locale, regionale e comunitario”.

    Conclusioni di Widmer Valbonesi

    Capogruppo Provincia di Forlì-Cesena, segretario regionale PRI

    “Gentili intervenuti, cercherò di essere breve anche perché sono molto soddisfatto di come si è svolta la serata, cogliendo in pieno l’obiettivo che, come Partito Repubblicano, ci eravamo proposti, e cioè di riportare la politica e i partiti al ruolo che devono avere, cioè di discussione e di risoluzione dei problemi reali della gente e delle comunità.
    Già in passato avevamo organizzato come gruppi consiliari un convegno sugli Istituti Culturali, lanciando l’idea di creare una commissione di esperti in grado di proporre al Consiglio comunale il modo di utilizzare al meglio l’allestimento e l’esposizione dei beni della nostra città.
    Questo per recuperare il tempo necessario alla sistemazione definitiva delle strutture e ridare alla città ciò che le era negato da troppo tempo. Avevamo fatto questo, non per alzare il tono della polemica politica, ma per fare il nostro dovere di partito della città che si identifica con il bene comune.
    Naturalmente, abbiamo portato il nostro punto di vista, e anche quelle che erano sembrate critiche anche vivaci, ad esempio con l’Assessore alla cultura del Comune di Forlì, sono rientrate nell’ottica della dialettica, e mi pare di poter dire che alcune cose, poi fatte, dimostrano che ci siamo anche capiti.
    L’esempio di Villa Saffi è indicativo di una riflessione e di un approfondimento che abbiamo contribuito a determinare.
    Oggi, partendo da un problema contingente di attualità, quello del trasferimento del carcere e del possibile recupero di tutta l’area della Rocca di Caterina Sforza, abbiamo sviluppato un ragionamento complessivo che tende a mettere in rete, attraverso l’ipotesi di Distretto Culturale, la valorizzazione del patrimonio artistico, culturale e monumentale della città con la necessità di ammodernamento e di qualificazione del settore turistico.
    Questo è il tentativo di avviare un ragionamento con la città, le sue istituzioni, le altre forze politiche e il mondo produttivo sulla necessità di cogliere culturalmente questo aspetto strategico del nostro sviluppo, rispetto alle sfide che ci attendono e senza il quale il rischio è quello del declino.
    La politica “con la P maiuscola”deve ritornare a parlare di progetti, e le culture politiche e i partiti devono confrontarsi su progetti concreti, non solo sugli schieramenti o sull’architettura costituzionale più funzionale per conquistare il potere, sul complotto comunista, o la demonizzazione di Berlusconi; mentre l’economia ha sue dinamiche di sviluppo o di recessione, e le risorse dovrebbero sempre più essere ordinate e selezionate verso gli obiettivi di carattere generale. Questo è il compito della politica e dei partiti che devono tornare ad essere momenti di stimolo e di proposta, di confronto, e non solo momenti di occupazione del potere.
    Noi proporremo questa riflessione anche a Ravenna, a Cesena e a Rimini per arrivare nel medio periodo a costruire una rete di Distretti Culturali al servizio della riqualificazione di tutta l’offerta turistica romagnola e regionale.
    Lo abbiamo fatto anche stasera invitando il Consorzio Civita strumento operativo dell’Associazione Civita di cui sono soci soggetti imprenditoriali, le Fondazioni delle Casse di Risparmio tra le quali quella di Forlì, perché riteniamo che una proposta così impegnativa debba avere il supporto di un soggetto che già ha gestito e sta gestendo esperienze di questo tipo nel nostro Paese.
    Del Consorzio Civita sono soci, tra gli altri, l’Enea e il CNR, ma credo che l’esperienza che la dott. Neri ci ha portato sia l’esempio di come un territorio in tutte le sue espressioni Istituzionali, associative, sociali ed imprenditoriali prende coscienza della propria storia, valorizza il proprio patrimonio storico e culturale e lo proietta nel futuro, attraverso un progetto di valorizzazione, di iniziative nei campi dei servizi, della progettazione e del recupero artistico, dell’offerta turistica, del restauro artigianale, della produzione artistica complessiva, creando qualità ed occupazione.
    Gli esempi che sono stati portati, di Manchester, di Londra, o di Ferrara, non si sono realizzati secoli fa, ma, nell’arco di pochissimi anni, sono stati creati posti di lavoro qualificati, legati a settori trainanti come il turismo.( riconvertendo aree dismesse in seguito a crisi del settore tessile come a Manchester, dove si sono recuperati 23000 posti di lavoro , o come a Ferrara dove il progetto Le Mura ha creato circa 2500 posti di lavoro).
    Certo occorre creare lo strumento, l’agenzia per lo Sviluppo, e poi concertare fra soggetti pubblici e privati le iniziative, ma a me sembra chiaro che questa è la strada da seguire per riuscire a mettere in sinergia le poche risorse disponibili, determinando un salto di riqualificazione della specificità produttiva del nostro territorio che, significa essenzialmente agricoltura e turismo.
    Altrimenti noi rischiamo di bruciare risorse in piccole iniziative di nicchia o anche nell’organizzazione di qualche evento spettacolare, che si esauriscono nella giornata e non lasciano cultura sul territorio.
    Il metodo della concertazione e del coinvolgimento dei soggetti pubblici e privati attorno ad un progetto di valorizzazione dei beni culturali e della qualificazione delle eccellenze produttive è sicuramente il modo migliore per proporre marketing territoriale con rigore e professionalità.
    Noi, ad esempio, seguiamo con interesse la proposta di Welness Walley lanciata dalla Technogym perché può essere un altro segmento di qualificazione dell’offerta turistica, che deve ammodernarsi nelle sue strutture alberghiere, ma che deve, poi, collegarsi con le potenzialità del territorio.
    Certo, questo costringerà a ripensare orari di lavoro, stili di vita ed aperture dei negozi, ma è una proposta che merita considerazione ed approfondimento.
    Il problema delle risorse sarà decisivo, ma io credo che risorse comunitarie, degli enti pubblici, delle Fondazioni bancarie e quelle ricavabili da un’intelligente politica di defiscalizzazione legata a questa progettualità di qualificazione e valorizzazione del patrimonio artistico e culturale, possa mobilitare risorse ingenti e produrre anche un ritorno non indifferente di carattere economico ed occupazionale.
    Le pubbliche amministrazioni devono scegliere di investire su questa progettualità strategica; non si può continuare a creare posti di lavoro solo nell’assistenza sociale, che bruciano risorse in modo ormai incompatibili col sistema produttivo, e creano operatori precari a vita; occorre puntare sul rafforzamento e la qualificazione produttiva, se si vuole poi anche avere un equilibrio stabile nel sociale.
    Abbiamo sentito, nella relazione di Elio Caruso, come il volontariato abbia possibilità di sviluppo anche al servizio della valorizzazione di un bene; certo, se queste potenzialità venissero messe in rete anche, perché no, con Terra del Sole,( avrete colto l’antagonismo delle due Pro Loco),o col resto del territorio, probabilmente il successo sarebbe anche maggiore. Di qui la necessità di un Distretto, cioè partire dallo specifico, valorizzato nell’insieme di iniziative complessive, per vincere anche la tendenza ai localismi, che non aiutano certo proposte di marketing territoriale.

    L’altra cosa che abbiamo voluto fare, anche con un certo orgoglio, è stata quella di dare voce a due neolaureate, fornendo loro la possibilità di illustrare la loro tesi di laurea sugli aspetti storici della Rocca, e sul recupero e riutilizzo della Cittadella in previsione del trasferimento del carcere. Credo che ci siano molte risorse giovani in questa città che possono essere valorizzate, cercando anche di svecchiare la politica dai soliti tromboni, capaci di riproporre solo battaglie campanilistiche o di rivincita personale.
    La politica deve sentire il parere dei giovani, perché essi sono consapevoli di quello che avviene nel mondo in tempo reale e però, lo dimostrano le due relazioni, sono anche capaci di collegare la nostra storia con il nostro presente e, attraverso la progettualità necessaria, proiettarla nel futuro.
    La politica deve saper valorizzare queste esperienze , queste conoscenze, e farne un momento di risorsa di un territorio. Le tesi di laurea, se mettono in sinergia l’università con il territorio, possono costituire momenti continui di idee, di progetti , di studio sui quali approfondire poi politiche di sviluppo.
    Siamo orgogliosi di avere ospitato espressioni della società civile, giovani in grado di coltivare l’idea del bene comune.
    Naturalmente, noi abbiamo inteso lanciare una riflessione partendo da un aspetto particolare: il trasferimento del carcere, possibile nei prossimi anni, è inserito nel piano triennale 2004/2006 con finanziamenti di circa 75 miliardi, ed il Comune ha già indicato le tre aree possibili dove costruire quello nuovo. Io non sono tanto ottimista da pensare che i tempi saranno così contenuti e che non possano esserci ritardi, però nei prossimi anni avremo, in poco tempo: realizzazione ed apertura del S.Domenico, traferimento dell’ospedale Morgagni e possibile realizzazione del Campus Universitario, recupero della Rocca e della Cittadella. Crediamo che i prossimi dieci anni siano decisivi per rimodellare la nostra città.
    Ma la nostra riflessione è mossa anche dagli scenari complessivi che mutano e che obbligano i territori e gli operatori a misurarsi con problematiche nuove. Alcune sere fa, presso la Fondazione, si discuteva di possibile declino del Paese, e intellettuali politicizzati rimbalzavano l’origine e le responsabilità nei periodi più favorevoli alle loro parti politiche. Io credo che esista la possibilità di un declino del paese, se non ci si rende conto che il mercato di riferimento per le nostre specificità ed eccellenze produttive sarà diverso, e che il baricentro dell’interesse europeo si sposta verso i Balcani.
    Noi dobbiamo prendere coscienza del fatto che o l’intera Italia diventa un sistema efficiente di servizi infrastrutturali ed economici, oppure il rischio non sarà quello del declino, ma quello di diventare il sud dell’Europa, cioè un’area marginale politicamente e geograficamente.
    Il Corridoio Adriatico, e quindi anche le attività turistiche, economiche, o le infrastrutture di collegamento trasportuali di questa parte di territorio possono essere strategiche se si mettono in rete le potenzialità, e le risorse disponibili in un grande progetto di integrazione e di marketing territoriale. Tutte le Istituzioni e gli operatori devono prendere coscienza di ciò; nei prossimi cinque – dieci anni avremo due scenari possibili: o noi sapremo essere all’altezza della complessità dei problemi,oppure il declino sarà inevitabile.
    Da questo punto di vista assume ruolo diverso e sicuramente poco pregnante la discussione sulla regione Romagna, perché o si sarà in grado di proporre integrazioni reali d’area vasta, oppure la politica dei localismi sarà spazzata via dagli eventi ; la linea di tenuta oggi è il rilancio dell’efficienza del sistema- paese, non i piccoli localismi, altrimenti il rischio sarà la marginalizzazione.
    Lo sarà sicuramente, se la politica non riprenderà il suo ruolo di governo degli scenari in evoluzione, di confronto fra le culture politiche, di cui noi siamo una componente storica, assieme a quella cattolica e socialista, per determinare scelte di governo dell’interesse generale e della modernità.
    Europa politica, governo e progettazione del sistema paese valorizzando i sistemi territoriali , le sue risorse e i settori economici di eccellenza, sono gli appuntamenti che la politica deve darsi nei prossimi mesi, se vuole riprendere il suo ruolo.
    Io credo che stasera lo abbiamo fatto. Speriamo di avervi così numerosi nei prossimi appuntamenti”.
    --------------------------------------------------------------------
    NUVOLAROSSA website

  4. #44
    email non funzionante
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    36,452
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    RAVENNA - 20 Novembre ore 15.00
    Hotel Romea


    Finanziaria: più tasse che tagli alla spesa
    "Ma non era il governo che doveva pensare allo sviluppo?"

    Presenta Diego Moscheni
    Introduce Francesco Nucara
    Relazione Gianfranco Polillo
    tratto da http://www.pri.it

  5. #45
    email non funzionante
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    36,452
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    La Voce di Romagna - mese di Marzo 2007

    La Voce di Romagna - mese di Marzo 2007 ... clicca


  6. #46
    email non funzionante
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    36,452
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Per i 90 anni di Biasini

    In occasione dei novanta anni dell'Onorevole Oddo Biasini, la Consociazione repubblicana di Cesena ha organizzato una manifestazione sabato 12 maggio, ore 17,00, presso la Sala Convegni Banca di Cesena, Viale Bovio, 72. Previsti interventi di Africo Morellini, Stelio De Carolis, Giordano Conti, sindaco della città. Presenzieranno l'on. Francesco Nucara, segretario nazionale del Pri e l'on. Giorgio La Malfa. Sarà presentato il volume che raccoglie i discorsi parlamentari di Biasini, curato da Stelio De Carolis.

    tratto da http://www.pri.it

  7. #47
    email non funzionante
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    36,452
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Festa Repubblicana

    Dal 19 al 25 SETTEMBRE 2007

    78° FESTA DELL’UVA
    San Pietro in Vincoli (Ravenna)

    PROGRAMMA
    • MERCOLEDÌ 19 - ore 21.00 Palco Centrale - IN CARROZZA! ..SI CANTA! - Associazione SOLIDEA
    • GIOVEDÌ 20 - ROBERTA CAPPELLETTI
    • VENERDÌ 21 - MIRKO GRAMELLINI
    • SABATO 22 - LA NUOVA ROMAGNA FOLK
    • DOMENICA 23 - ORE 12.00 PRANZO ALLA FESTA
      ORE 15.00 - GRUPPO BALLERINI MALPASSI e MOSTRA HOBBYSTI E COLLEZIONISTI
      ORE 17.00 - TEATRO DELL’ AGLIO - LE FARSE ESILARANTI - Spettacolo per i più piccoli - Fagiolino e Sganapino: “Canta che ti passa”.
      ORE 20.00 - LA STORIA DI ROMAGNA
    • LUNEDÌ 24 - SILVANO SILVAGNI
    • MARTEDÌ 25 - CONCERTO ROMAGNA - Col patrocinio del CLUB “SECONDO CASADEI”


    TUTTE LE SERE INGRESSO OFFERTA LIBERA-SPETTACOLI COMPLETAMENTE AL COPERTO
    - CON PRENOTAZIONE DI TAVOLI E SEDIE ESCLUSO MERCOLEDÌ - Tel. 3332623613

    STANDS GASTRONOMICI “ROMAGNOLO E PESCE” - FIUMI DI VINO NUOVO E VECCHIO – CAFFETTONE - LUNA PARK

    SALA CINEMA FARINI: DIBATTITI INIZIATIVE POLITICHE CONVEGNI
    tratto da http://www.racine.ra.it/partiti/pri-...pubblicane.htm

  8. #48
    email non funzionante
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    36,452
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Cesena: qualcuno ha già deciso le alleanze per il 2009/Per Ugolini, Di Placido e Ferrini la collocazione deve essere nel centrosinistra
    Un partito serio sceglie dopo il Congresso

    A Cesena, Ugolini, Di Placido, Ferrini decidono che si deve fare l'alleanza con il centrosinistra nelle prossime amministrative 2009.

    Prima loro decidono, poi si fanno i Congressi e si stendono i programmi? Forse l'allontanamento dal PRI (Ugolini e Di Placido sono rientrati dopo circa 10 anni) ha fatto dimenticare loro che il PRI è un Partito serio, che ha una cultura democratica vera, centenaria che non ha dovuto rinnegare, che rappresenta nella storia della nostra Repubblica ideali laici liberaldemocratici attualissimi.

    Non siamo mai stati un grosso Partito ma un grande Partito sì, abbiamo avuto sempre al nostro interno veri, estenuanti confronti politici e travagli importanti alla luce soprattutto della legge elettorale della seconda Repubblica. Le decisioni politiche sono sempre state prese dopo i Congressi fatti, confrontandosi con tutta la base, la quale ha resistito prima di tutti gli altri e ha tenute aperte faticosamente le nostre gloriose Sezioni tramandateci dai nostri Padri e che oggi, ancora numerose, sono grande patrimonio ideale, morale ed economico di tutti i Repubblicani.

    La storia del Pri ha sempre messo in primo piano l'interesse del Paese e non l'interesse di poche persone che "mirano" a qualche poltrona.

    Abbiamo fatto da poco il Congresso Nazionale che ha ribadito l'autonomia politica del PRI e ha dato mandato alla rinnovata classe dirigente, che a sua volta ha eletto Segretario Nazionale l'on. Francesco Nucara, di allargare gli orizzonti politici avendo come riferimento l'ELDR in Europa.

    E' rinata, grazie al Segretario Nucara, la Federazione Giovanile Repubblicana che, con oltre 400 ragazzi, ha già fatto importantissime iniziative.

    In autunno si farà una grande convention a Milano aperta a tutte quelle forze politiche laiche, liberaldemocratiche (Radicali, Liberali, ecc) che vorranno partecipare.

    La Malfa, presente nell'ultima Direzione della Consociazione di Cesena, tenutasi a Martorano alla festa della Voce, "benedice" il trio Ugolini, Di Placido, Ferrini che vuol portare il PRI a Cesena nell'alleanza con il centrosinistra, senza conoscere chi sarà il Sindaco, quali saranno i programmi e gli alleati, senza sapere cosa sarà il Partito Democratico e dove si collocherà a livello Europeo, visto che siamo in Europa, e senza tener conto della linea, scelta da tempo, da Ds e Margherita, che ha ampiamente dimostrato di non volere il PRI ma di voler attingere dal PRI alcuni suoi uomini (vedi Gallina, Sansavini, Rossi) e ritenere il PRI "morto" (vedi Provincia, Forlì, Lesena, Cesenatico, Cervia, ecc…).

    In autunno faremo anche i Congressi dell'Unione Comunale di Cesena, Cesenatico e di Consociazione e saranno i Repubblicani tutti a decidere la linea locale. Il PRI non è abituato alle "benedizioni".

    Bruna Guglielma Righi
    , capogruppo in Consiglio Comunale di Cesenatico e componente della Dn

    tratto da http://www.pri.it/3%20Agosto%20Inter...naAlleanze.htm

  9. #49
    email non funzionante
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    36,452
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Riceviamo da Paolo Montesi - Segr. FGR-Romagna

    La Federazione Giovanile Repubblicana Romagnola è lieta di invitarLa al Dibattito "Quale futuro? Giovani, Tasse e Pensioni",
    Domenica 23 settembre 2007 alle ore 20,00 alla Festa dell'Uva di San Pietro in Vincoli, a Ravenna.
    Nella speranza di incontrarla, porgiamo cordiali saluti



    GIOVANI REPUBBLICANI

    Alle porte, l’ennesimo autunno caldo della legge finanziaria. Ad attenderla al varco, la Federazione Giovanile Repubblicana. La FGR Romagna torna a sventolare le proprie bandiere alla Festa dell’Uva di San Pietro in Vincoli, tradizionale appuntamento di settembre giunto quest’anno (da mercoledì 19 a martedì 25) alla sua 78a edizione. Contro ogni ipocrisia propagandistica, i ragazzi dell’Edera chiederanno chiarezza a sindacati, industriali e istituzioni sui temi del grande dibattito economico più vicini a loro. Pensioni e contributi previdenziali, tasse, contratti di lavoro, welfare, formazione universitaria e alternanza scuola-lavoro saranno tra gli argomenti di dibattito vero in una serata aperta ai contributi di tutti, con lo scopo di essere pure momento efficace per conoscere e prendere contatti con la rilanciata Federazione Giovanile Repubblicana. Anche per questo, i figierrini animeranno durante tutte le sere di festa un proprio autonomo stand di fronte al ristorante, con distribuzione di birra, eventi organizzati con giochi di società e gadget per gli intervenuti.

    Ufficio stampa FGR-Romagna

    Quale Futuro? Giovani, tasse e pensioni al di là delle ipocrisie…
    *
    Festa dell’Uva di San Pietro in Vincoli di Ravenna

    Domenica 23 settembre 2007
    ore 20, Sala cinema Farini

    Gian Antonio Mingozzi, vicesindaco di Ravenna
    Riberto Neri, Segretario generale provinciale UIL Ravenna
    Renzo Righini, Presidente UNIONAPI Ravenna
    Stefania Lusa, Segretaria UIL-Pensionati Ravenna
    Modera Luca Pavarotti, Corriere di Ravenna

  10. #50
    email non funzionante
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    36,452
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    La Festa dell'Uva di S. Pietro in Vincoli/Quando la laicità è una questione politica
    Il vero nemico dello Stato si chiama integralismo

    L'amico Paolo Gambi, che ha introdotto il dibattito "Laici e laicità: una questione politica", nella tradizionale Festa dell'Uva di San Pietro in Vincoli, ha scritto nell'editoriale della "Voce di Romagna" che i "repubblicani di Ravenna" non intendono ammainare la bandiera della laicità" e si è augurato che nello stesso modo la pensino i "repubblicani italiani". Ora, a parte il fatto che i repubblicani sono la stessa cosa a Ravenna come a Canicattini Bagni, l'amico Gambi può stare tranquillo. Il Pri è pienamente consapevole dei valori laici, in essi ha formato il suo patrimonio ideale e tutta la sua azione politica vi si ispira. Non solo, ma vi è anche la consapevolezza, lo ha detto il segretario del partito Francesco Nucara intervenendo nel dibattito, del deficit di laicità del Paese, grave e molto preoccupante.

    Un deficit che si riflette nello stesso Parlamento quando si toccano temi sgraditi alla Chiesa cattolica e ci si scopre in ventotto contro quattrocentoventi. Peggio che a Balaclava. Il problema politico è che quando, un tempo, la Democrazia cristiana aveva la maggioranza dei consensi, i suoi alleati laici, per quanto piccoli fossero, erano in grado di condizionarne i comportamenti. Se poi la Dc non si piegava e voleva lo scontro, i laici si alleavano con il Pci ed erano solenni mazzate per lo scudo crociato, come per il divorzio o l'aborto. Ora questo gioco non funziona più perché i cattolici si sono riversati più o meno equamente fra i poli, siano essi maggioranza o opposizione, e i partiti laici non trovano più sponde. Così, vedi anche la recente battaglia sulla fecondazione assistita, subiscono sconfitte pesantissime.

    Allora non si tratta di capire se è più incline ad osservare i dettami della Chiesa lo schieramento di Berlusconi o quello di Prodi; oppure chi per primo abbia voluto porgere gentile omaggio al Vaticano. Il segretario dello Sdi, Enrico Borselli, ad esempio, ne è certo: "E' il governo Berlusconi con le regalie di Tremonti nella Finanziaria" ad avere per primo baciato la pantofola. Al che Nucara gli ha replicato ricordando l'aggiramento della Costituzione messo in atto dal ministro Berlinguer nel primo governo Prodi per finanziare la scuola privata, o le esenzioni fiscali agli enti di culto quando pure sono accompagnati da attività commerciali, promosse dal ministro Bersani.

    Ma qui si tratta non di scoprire gli altarini di chi è incline ad ascoltare i consigli di Santa Madre Chiesa, ma di chi sa - pur ascoltandoli rispettosamente - proporre soluzioni nell'esclusivo interesse dello Stato. Un problema di educazione civica e politica che nell'attuale quadro si è un po' disperso. E questo sinceramente preoccupa chi, come il senatore Franco Debenedetti, terzo intervenuto al dibattito di San Pietro in Vincoli, vede, nella difesa dei valori laici, la stessa difesa del sistema occidentale. Perché Debenedetti ricorda alla platea di vecchi e giovani repubblicani romagnoli radunati nella sala della grande sezione di San Pietro in Vincoli, che l'Occidente è sotto attacco da parte del vero nemico della laicità, che non è la religione, per l'appunto, ma l'integralismo. E visto che lo Stato laico accetta e rispetta ogni forma religiosa, l'integralismo può colpirlo al suo interno con danni devastanti. Per resistergli occorre una difesa politica e culturale che le attuali forze principali del paese non sembrano essere in grado di dare. E forse nemmeno si rendono conto del problema.

    La Festa dell'Uva è solo un dibattito di fine estate. E anche un modo perché tanti vecchi amici repubblicani, da Gambi a Fusignani, al vicesindaco di Ravenna Mingozzi, all'intramontabile Amerigo Battistuli, al segretario regionale Valbonesi e tantissimi altri dirigenti del partito, Lauro Biondi, Stefano Ravaglia, Bruna Righi, Luisa Babini, Bruno De Modena, possano continuare a cena il dibattito pubblico. Ma chissà che l'Edera, che torreggia sulla grande sezione del Pri di San Pietro, e luminosa si staglia nella notte, non riesca a indicare a tutti i laici, indipendentemente dai propri schieramenti, un fronte comune da cui ripartire.

    tratto da http://www.pri.it/25%20Settembre%202...naFestaUva.htm

 

 
Pagina 5 di 12 PrimaPrima ... 456 ... UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. la Romagna toscana dovrebbe essere annessa all'Emilia-Romagna?
    Di dedelind nel forum Il Termometro Politico
    Risposte: 31
    Ultimo Messaggio: 28-09-11, 19:37
  2. ** Repubblicani in EMILIA e nella ROMAGNA (1)
    Di nuvolarossa nel forum Repubblicani
    Risposte: 931
    Ultimo Messaggio: 28-01-09, 20:17
  3. ** Repubblicani in EMILIA e nella ROMAGNA (2)
    Di nuvolarossa nel forum Repubblicani
    Risposte: 885
    Ultimo Messaggio: 27-01-09, 12:59
  4. Risposte: 18
    Ultimo Messaggio: 22-02-08, 21:30
  5. Emilia Romagna
    Di LUCIO (POL) nel forum Repubblicani
    Risposte: 4
    Ultimo Messaggio: 05-06-05, 20:52

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito