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    Predefinito Repubblicani nel VENETO

    http://www.inforegioni.rai.it/veneto.htm
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    con il TG3 Regionale


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    -----------------------------------------------------------------------------------
    Assemblea provinciale dei repubblicani italiani

    ROVIGO

    Si è tenuta l'assemblea provinciale dei repubblicani polesani, che ha visto la partecipazione di persone già vicine ai movimenti e ai partiti laico - democratici, disperse durante il lungo periodo di transizione verificatosi dopo la fine della prima Repubblica. L'assemblea è stata presieduta da Aldo Pagano, segretario veneto e membro della direzione nazionale del Pri. I presenti hanno deciso di aderire al Pri e di costituire una sezione provinciale in via Viviani 19, intitolata a Carlo Cattaneo, da molti considerato il padre del federalismo italiano. All'unanimità è stato eletto segretario provinciale Adino Rossi. Il neo segretario ha delineato le linee guida del suo programma, imperniato sullo sviluppo del Polesine, la tutela dell'ambiente e la salvaguardia del territorio. Ha anche annunciato che ricercherà rapporti privilegiati con altri partiti di ispirazione laico - riformista, in sintonia con la direzione nazionale.
    Ha concluso rimarcando che il partito è aperto a tutti coloro che intendono svolgere dall'interno una funzione politica di ispirazione democratica. Per maggiori informazioni si può chiamare allo 0425/26649-51105.

    ---------------------------
    tratto da
    IL GAZZETTINO
    24 luglio 2002
    -----------------------------------------------------------------------------------http://utenti.lycos.it/NUVOLA_ROSSA/index-12.html
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  2. #2
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    Predefinito dal CORRIERE DELLE ALPI 15 agosto 2002

    L'OPINIONE
    Ritorno dei Savoia, politica da rotocalco

    di Romano Cavagna*

    L'argomento più utilizzato dalla maggioranza dei fautori del rientro dei Savoia in Italia è stato quello del gesto di generosità; inutile, ma sostanzialmente innocuo per la Repubblica e le istituzioni. Eppure proprio questo aspetto costituisce il motivo più grave della nostre preoccupazioni; il Governo e il Parlamento non possono infatti abbandonarsi a gesti inutili e populistici, pena il discredito delle istituzioni. Ogni atto del Legislatore dovrebbe essere un momento di costruzione e di rafforzamento delle istituzioni democratiche.
    Il fatto che gran parte dell'opinione pubblica e soprattutto degli «addetti ai lavori» abbia dimenticato questa elementare norma denota una carenza di cultura politica gravissima e getta una luce sinistra sulla tesi della «Repubblica forte» che può generosamente porre fine ad una situazione paradossale che teneva lontani i discendenti di Casa Savoia dalla loro Patria per colpe che, comunque, non avevano personalmente commesso.
    Ragionamento, quest'ultimo, corretto solo in parte, perchè se si accetta la trasmissibilità dei diritti e dei privilegi dinastici, logica vorrebbe che se ne accettassero anche gli oneri.
    Inoltre, se i signori Savoia avessero rinunciato alla dinastia (e ci sono stati precedenti illustri al riguardo in Europa) sarebbero già potuti rientrare in Italia da molto tempo, con soddisfazione di tutti. Non l'hanno fatto; perchè? Assodato che nei loro confronti non era stata commessa nessuna violazione dei diritti umani, occorre cercare altrove il senso del provvedimento, che si colloca purtroppo nella rimozione della memoria storica e di cambiamento profondo della nostra Costituzione.
    Non si tratta quindi del gesto di una Repubblica forte, solida, ma piuttosto di un segnale che è, insieme, politico e di preoccupante confusione.
    Il clamoroso colpo di spugna sulle responsabilità della dinastia sabauda, almeno dal 1922 al 1945, la coreografia del ritorno dei «reali» in pompa magna con il bagaglio dei loro «diritti nobiliari», le interviste frivole, sono tutti elementi che suggellano la convinzione che il governo della Repubblica sia assimilabile a una politica da rotocalco in cui si può affermare e smentire qualunque cosa senza che nessuno di faccia caso. Passa l'immagine vincente di un mondo in cui si elargiscono favori e prebende anzichè applicare le leggi. La Repubblica viene così svuotata dai suoi contenuti essenziali: la pubblica opinione la fanno i nuovi banditori, i mass media indirizzati dal potente di turno.
    I reali di Casa Savoia ritornano in Italia non da cittadini, ma da eredi al trono. E' questo ciò che i Padri Costituenti hanno voluto per il popolo italiano?

    *presidente della sezione «Doveri dell'Uomo» Associazione mazziniana italiana, Belluno

  3. #3
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    Il consigliere nazionale Pierre Zanin aderisce all'appello di "Olokaustos"

    "Olokaustos" è un'Associazione senza fine di lucro costituita a Venezia e attiva sul tema della memoria dell'Olocausto ebraico, della lotta alla discriminazione razziale e religiosa.

    ll primo gesto politico della nuova amministrazione comunale di Trieste guidata dal sindaco Dipiazza è stata la collocazione del ritratto del podestà Cesare Pagnini nella galleria dei primi cittadini del Comune di Trieste, in cui non era mai stato incluso. Pagnini, nominato dall'amministrazione nazista dell'Adriatisches Kuestenland, era uomo colto e avveduto, e perciò la sua adesione al razzismo, nell'impostazione culturale e nei comportamenti reali, fu cosciente, come già aveva dimostrato con la sua volontaria partecipazione, prima della guerra, alla commissione istituita dal fascismo dopo l'entrata in vigore delle leggi di discriminazione razziale, per epurare gli ebrei dall'Ordine degli avvocati. Nel corso della sua collaborazione con gli occupanti nazisti, anche nel terribile capitolo della Risiera di San Sabba, egli probabilmente contribuì a salvare qualcuno, ma non soccorse i più, e concorse ad apporre all'identità dell'ltalia il marchio infamante del razzismo. L'atto dell'amministrazione Dipiazza, che giunge al termine di una polemica ventennale, non può dunque essere considerato casuale frutto di sciatteria o di mera ignoranza, ne può essere circoscritto al rango di una controversia di carattere locale (anche a causa dell'impegno diretto dell'assessore alla Cultura, deputato ed esponente di rilievo nazionale di An): per il valore simbolico che ha nella memoria collettiva e nel delineare il futuro dell'identità italiana al confine orientale, esso richiede una presa di coscienza netta e precisa da parte di ciascuno. La nuova amministrazione comunale di una città aperta ospitale, europea, che stava riprendendo negli ultimi anni il ruolo che le spetta in ltalia e in Europa, con questo atto ha coscientemente oltraggiato e ferito una comunità ebraica che ha pagato per l'occupazione nazista uno dei prezzi più alti in Italia. Ha apposto così un segno razzista e regressivo allo stesso concetto di italianità, che si proponeva paradossalmente di onorare nella persona del Podestà di nomina nazista. Un'italianità che, nel suo difficile cammino in queste terre, ha avuto i suoi momenti più alti quando ha saputo nutrirsi di storie individuali e collettive diverse nel formare un'identità di alto profilo europeo, che ha saputo fornire contributi originali alla cultura nazionale e che potrebbe proporsi di offrire ben altri modelli di civiltà e di convivenza alle nuove democrazie dell'Europa centrorientale.

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  4. #4
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    Il consigliere nazionale Pierre Zanin aderisce all'appello di "Olokaustos"

    "Olokaustos" è un'Associazione senza fine di lucro costituita a Venezia e attiva sul tema della memoria dell'Olocausto ebraico, della lotta alla discriminazione razziale e religiosa.

    ll primo gesto politico della nuova amministrazione comunale di Trieste guidata dal sindaco Dipiazza è stata la collocazione del ritratto del podestà Cesare Pagnini nella galleria dei primi cittadini del Comune di Trieste, in cui non era mai stato incluso. Pagnini, nominato dall'amministrazione nazista dell'Adriatisches Kuestenland, era uomo colto e avveduto, e perciò la sua adesione al razzismo, nell'impostazione culturale e nei comportamenti reali, fu cosciente, come già aveva dimostrato con la sua volontaria partecipazione, prima della guerra, alla commissione istituita dal fascismo dopo l'entrata in vigore delle leggi di discriminazione razziale, per epurare gli ebrei dall'Ordine degli avvocati. Nel corso della sua collaborazione con gli occupanti nazisti, anche nel terribile capitolo della Risiera di San Sabba, egli probabilmente contribuì a salvare qualcuno, ma non soccorse i più, e concorse ad apporre all'identità dell'ltalia il marchio infamante del razzismo. L'atto dell'amministrazione Dipiazza, che giunge al termine di una polemica ventennale, non può dunque essere considerato casuale frutto di sciatteria o di mera ignoranza, ne può essere circoscritto al rango di una controversia di carattere locale (anche a causa dell'impegno diretto dell'assessore alla Cultura, deputato ed esponente di rilievo nazionale di An): per il valore simbolico che ha nella memoria collettiva e nel delineare il futuro dell'identità italiana al confine orientale, esso richiede una presa di coscienza netta e precisa da parte di ciascuno. La nuova amministrazione comunale di una città aperta ospitale, europea, che stava riprendendo negli ultimi anni il ruolo che le spetta in ltalia e in Europa, con questo atto ha coscientemente oltraggiato e ferito una comunità ebraica che ha pagato per l'occupazione nazista uno dei prezzi più alti in Italia. Ha apposto così un segno razzista e regressivo allo stesso concetto di italianità, che si proponeva paradossalmente di onorare nella persona del Podestà di nomina nazista. Un'italianità che, nel suo difficile cammino in queste terre, ha avuto i suoi momenti più alti quando ha saputo nutrirsi di storie individuali e collettive diverse nel formare un'identità di alto profilo europeo, che ha saputo fornire contributi originali alla cultura nazionale e che potrebbe proporsi di offrire ben altri modelli di civiltà e di convivenza alle nuove democrazie dell'Europa centrorientale.

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    Predefinito GAZZETTINO 6 settembre 2002

    Di scena il fronte vicentino nel 2° volume del suo diario della Grande Guerra

    Le avventure del ten. Baruzzi nelle trincee dell’Altipiano

    i Bepi Magrin

    È in libreria il secondo volume del diario di Aurelio Baruzzi ed è la parte che più interessa i cultori di storia della Grande Guerra sul territorio vicentino, poiché questa parte del diario del combattente romagnolo riguarda espressamente le esperienze vissute sull’Altipiano di Asiago e fino all’epilogo del Piave comprendendo anche la prigionia e la fuga del protagonista.
    È il diario-racconto della vita davvero movimentata di Baruzzi, un repubblicano figlio di artigiani che tuttavia si arruolò volontario - Brigata Pavia - all’inizio della guerra divenendo subito ufficiale e che già nel dicembre del 1915 aveva ottenuto la prima medaglia di bronzo.
    Baruzzi, proveniente dal fronte isontino dove aveva collaborato con gesta epiche alla conquista di Gorizia facendo da solo ben 200 prigionieri, e qui guadagnando la Medaglia d’Oro, giunge alfine sull’Altipiano di Asiago dove, tenente, è posto al comando di una compagnia di arditi con la quale compie altre gesta memorabili. Così, se nel primo volume è indimenticabile la scena del 19enne sottotenente che, appena entrato con quattro fanti nella galleria di Lucinico, cerca di incutere soggezione ai duecento soldati imperiali che gli si trovano davanti e lo fa a colpi di "boia d’un mond lèder...!" non potendo trovare nel suo repertorio linguistico e guerresco altro che il dialetto della sua Romagna, nella seconda parte del diario vi sono ancor più numerose avventure incredibili vissute per esempio alle Case di Roncalto sull’Altipiano e via via fino alle gesta epiche del Piave del giugno 1918. Fatto prigioniero nell’ultimo scorcio della guerra, compirà ancora tre rocamboleschi tentativi di fuga vivendo così in presa diretta, tra un campo e l’altro di prigionia, il dramma della dissoluzione dell’Impero asburgico.
    Molto stimolanti per noi vicentini le descrizioni dei luoghi visti in guerra dal romagnolo: «Un giorno sono salito in cima al Monte Cengio per vedere quella montagna che fu saldo baluardo della nostra difesa nel 1916. Le tracce della dura lotta che vi fu combattuta sono in gran parte scomparse. Il terreno roccioso e brullo è ora ricoperto soltanto in alcuni tratti da bassi cespugli e non lascia scorgere che alcune piccole croci di legno abbandonate e in gran parte in rovina. Ogni croce indica un militare morto e qualcuna anche un gruppo di caduti ignoti. Quassù vi sono formidabili trincee e ricche gallerie scavate nella roccia, abbondantemente fornite di reticolati che si intrecciano in varie direzioni... ora la posizione è formidabile: una vera fortezza, mentre nella passata offensiva si combattè allo scoperto dietro i massi e i cespugli o in qualsiasi buca o riparo che il terreno offriva...»
    La descrizione prosegue dettagliata ed incalzante toccando i luoghi ben noti dalle balze rocciose del Cengio al corso dell’Astico e al forte Corbin. Abbiamo così il quadro che videro esattamente i combattenti e che si estende fino a nord di Camporovere, a nordest di Asiago «... dove l’Assa chiuso tra le montagne dopo una stretta curva risale perpendicolarmente fino all’Ortigara...». Le descrizioni di Baruzzi si affiancano in qualche modo a quelle di Carlo Salsa nel suo Trincee , a quelle di Alfredo Graziani in Fanterie sarde all’ombra del tricolore e di Emilio Lussu in Un anno sull’Altipiano , ma la visione dei medesimi fatti è alquanto diversa, e rispecchia quella che è entrata profondamente nella memoria e nell’immaginario collettivo degli italiani.
    Qui infatti la vivezza dei racconti vissuti nel ruolo di soldato proviene dalla semplicità dei robusti valori civili acquisiti dal patrimonio culturale della società contadina e dalla calda umanità paesana che furono la vera forza etica di un’Italia in cui le masse ruirali assumevano solo allora pieni diritti di cittadini dello Stato.

    Aurelio Baruzzi, "Quel giorno a Gorizia - vol. 2° - Sull’Altipiano di Asiago, sul Piave, la prigionia e la fuga". Ed Paolo Gaspari Udine. Euro 15,00.

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    Predefinito GAZZETTINO 6 settembre 2002

    Di scena il fronte vicentino nel 2° volume del suo diario della Grande Guerra

    Le avventure del ten. Baruzzi nelle trincee dell’Altipiano

    i Bepi Magrin

    È in libreria il secondo volume del diario di Aurelio Baruzzi ed è la parte che più interessa i cultori di storia della Grande Guerra sul territorio vicentino, poiché questa parte del diario del combattente romagnolo riguarda espressamente le esperienze vissute sull’Altipiano di Asiago e fino all’epilogo del Piave comprendendo anche la prigionia e la fuga del protagonista.
    È il diario-racconto della vita davvero movimentata di Baruzzi, un repubblicano figlio di artigiani che tuttavia si arruolò volontario - Brigata Pavia - all’inizio della guerra divenendo subito ufficiale e che già nel dicembre del 1915 aveva ottenuto la prima medaglia di bronzo.
    Baruzzi, proveniente dal fronte isontino dove aveva collaborato con gesta epiche alla conquista di Gorizia facendo da solo ben 200 prigionieri, e qui guadagnando la Medaglia d’Oro, giunge alfine sull’Altipiano di Asiago dove, tenente, è posto al comando di una compagnia di arditi con la quale compie altre gesta memorabili. Così, se nel primo volume è indimenticabile la scena del 19enne sottotenente che, appena entrato con quattro fanti nella galleria di Lucinico, cerca di incutere soggezione ai duecento soldati imperiali che gli si trovano davanti e lo fa a colpi di "boia d’un mond lèder...!" non potendo trovare nel suo repertorio linguistico e guerresco altro che il dialetto della sua Romagna, nella seconda parte del diario vi sono ancor più numerose avventure incredibili vissute per esempio alle Case di Roncalto sull’Altipiano e via via fino alle gesta epiche del Piave del giugno 1918. Fatto prigioniero nell’ultimo scorcio della guerra, compirà ancora tre rocamboleschi tentativi di fuga vivendo così in presa diretta, tra un campo e l’altro di prigionia, il dramma della dissoluzione dell’Impero asburgico.
    Molto stimolanti per noi vicentini le descrizioni dei luoghi visti in guerra dal romagnolo: «Un giorno sono salito in cima al Monte Cengio per vedere quella montagna che fu saldo baluardo della nostra difesa nel 1916. Le tracce della dura lotta che vi fu combattuta sono in gran parte scomparse. Il terreno roccioso e brullo è ora ricoperto soltanto in alcuni tratti da bassi cespugli e non lascia scorgere che alcune piccole croci di legno abbandonate e in gran parte in rovina. Ogni croce indica un militare morto e qualcuna anche un gruppo di caduti ignoti. Quassù vi sono formidabili trincee e ricche gallerie scavate nella roccia, abbondantemente fornite di reticolati che si intrecciano in varie direzioni... ora la posizione è formidabile: una vera fortezza, mentre nella passata offensiva si combattè allo scoperto dietro i massi e i cespugli o in qualsiasi buca o riparo che il terreno offriva...»
    La descrizione prosegue dettagliata ed incalzante toccando i luoghi ben noti dalle balze rocciose del Cengio al corso dell’Astico e al forte Corbin. Abbiamo così il quadro che videro esattamente i combattenti e che si estende fino a nord di Camporovere, a nordest di Asiago «... dove l’Assa chiuso tra le montagne dopo una stretta curva risale perpendicolarmente fino all’Ortigara...». Le descrizioni di Baruzzi si affiancano in qualche modo a quelle di Carlo Salsa nel suo Trincee , a quelle di Alfredo Graziani in Fanterie sarde all’ombra del tricolore e di Emilio Lussu in Un anno sull’Altipiano , ma la visione dei medesimi fatti è alquanto diversa, e rispecchia quella che è entrata profondamente nella memoria e nell’immaginario collettivo degli italiani.
    Qui infatti la vivezza dei racconti vissuti nel ruolo di soldato proviene dalla semplicità dei robusti valori civili acquisiti dal patrimonio culturale della società contadina e dalla calda umanità paesana che furono la vera forza etica di un’Italia in cui le masse ruirali assumevano solo allora pieni diritti di cittadini dello Stato.

    Aurelio Baruzzi, "Quel giorno a Gorizia - vol. 2° - Sull’Altipiano di Asiago, sul Piave, la prigionia e la fuga". Ed Paolo Gaspari Udine. Euro 15,00.

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    Il Pri trevigiano sulla questione Palaverde e Ramadan

    Apprendiamo dalla stampa nazionale e locale dell'esistenza di una vivace polemica sulla concessione del Palaverde di Villorba alla Comunità Islamica per l'organizzazione del Ramadan.

    Al di là della conferma, qualora ce ne fosse bisogno, della concezione Repubblicana della Laicità dello Stato, ci preme rilevare che la Costituzione della Repubblica Italiana sancisce, autorizza e difende la libertà di Associazionismo e quelle di Culto e Religione, nonché la consapevolezza che il Gruppo Imprenditoriale a cui il Palaverde fa riferimento, è struttura privata, quindi liberamente gestibile dai legittimi titolari.

    A chi si erge quindi come novello Censore e Difensore Civico della Seconda Repubblica, vorremmo quindi ricordare che il Dettato Costituzionale, seppur con le rughe dell'età, è a tutt'oggi valido ed efficace.

    Sezione Pri "Giacomo Sandri"
    Mogliano Veneto

    -------------------------------
    TRATTO DAL SITO
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  8. #8
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    Le sedi del PRI in Veneto

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  9. #9
    repubblicano di sinistra
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    Palle!

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