Un anno fa, o poco più, un ragazzo moriva colpito da un proiettile durante gli scontri che in occasione del G8 hanno sconvolto Genova per tre giorni. Carlo Giuliani, manifestante no-global, si scagliava contro un’autovettura dei Carabinieri brandendo un estintore. Mario Placanica, dall’interno della camionetta, sparava in preda al panico e lo uccideva.
Le perizie starebbero avvalorando la tesi secondo la quale il colpo sarebbe stato sparato in aria e non verso la testa, e dunque il tragico evento sarebbe avvenuto accidentalmente.
Ma questa è una questione ancora in atto, sulla quale non mi spertico in accuse o difese di alcunchè.
Ciò che mi lascia attonito è come l’intera vicenda è stata presentata dai diversi compagni del povero Giuliani, in questi mesi. Ho l’impressione che, come accadeva in altre nazioni e soprattutto in altri tempi, la verità sia stata letteralmente ribaltata. Ciò che ovunque verrebbe considerato un atto di legittima difesa, è diventato motivo per incriminare il carabiniere con l’accusa di omicidio volontario.
Non ho nulla, sia chiaro, contro le manifestazioni di pubblico dissenso, nemmeno se fatte in modo clamoroso e massiccio. Ben vengano due ore in più di coda per le strade del centro, se chi mi impedisce di passare sta difendendo dei diritti, delle libertà, delle idee. Ben vengano ore di assordante frastuono, se fuori di casa i megafoni vengono usati per protestare contro le ingiustizie. Ma lo stesso non si può dire di ciò che è avvenuto nel capoluogo ligure nel luglio 2001.
Già, perché un anno fa non solo moriva, disgraziatamente, un giovane: un anno fa seicentomila genovesi hanno visto la propria città immersa in un clima da guerra civile. Altro che manifestazione pacifica, altro che “mettete i fiori nei vostri cannoni”: coloro che il sig. Agnoletto ci ha presentato per mesi come nient’altro che hippies del 2000 hanno provocato danni incalcolabili. Vetrine distrutte, negozi saccheggiati, barricate nelle vie: uno scenario che purtroppo conosciamo bene, documentato dalle immagini che ci sono passate dinanzi agli occhi per mesi. Alla faccia dei pacifisti.
Ci dicono che non erano loro: sono stati gli estremisti, i black block, questi fantomatici ectoplasmi che appaiono, distruggono e magicamente scompaiono. Dove vanno, non si sa. Ma, attenzione: non osate insinuare che qualcuno, magari proprio Agnoletto e Casarini, dia loro copertura. Verrete bollati come disinformati, come fascisti, come faziosi.
Ne hanno dette tante, in questi dodici mesi. Hanno raccontato che la polizia si è avventata su povere vecchiette indifese, su ragazze con la maglietta di Gandhi, su giovanotti che alzavano le braccia in segno di resa. Senza però spiegare che fino a un attimo prima gli stessi lanciavano sanpietrini e molotov. Senza spiegare come le vecchiette indifese si sono trovate in mezzo alla mischia. Stavano forse portando a spasso l’altrettanto indifeso cagnolino? Senza fornire alcuna spiegazione, ovviamente, ma pretendendo che dapprima il governo, poi le forze dell’ordine, poi il parlamento e infine noi stessi, la società, prendessimo coscienza di ciò che era avvenuto e ci scusassimo perché “la vita di un innocente è stata spezzata”.
Per carità, nessuno si può augurare che una vita venga spezzata. Posso immaginare i sensi di colpa del giovanissimo Mario Placanica, il carabiniere che ha sparato. Ma da qui a definire Giuliani un innocente, ci passa, eccome. Stava dando l’assalto a una camionetta, mica cantava canzoni di John Lennon. Coperto da un passamontagna, attaccava deliberatamente le forze dell’ordine.
Chi era, dunque, Carlo Giuliani? Una tuta bianca? Un amico di Agnoletto? In tal caso, ecco smentite le tesi di coloro che dipingono i no-global come campioni di tolleranza. Era, invece, un esponente del black-block? E allora perché, dopo un anno, centomila persone che dicono di non avere nulla a che fare con i violenti ne onorano la memoria con l’ennesima manifestazione?
In attesa di una risposta che non arriverà mai, penso all’utopia della “lotta per un mondo migliore”. La lotta di Carlo Giuliani e di quei centomila che hanno sfilato per Genova. Una lotta che finora ha prodotto soltanto la devastazione di una città e che, a quanto pare, deve passare per un estintore.
Scusate tanto, ma preferivo le utopie di Lennon e Yoko Ono. Avevano, tutto sommato, un che di poetico. Ci facevano sognare. E almeno nei cannoni ci volevano mettere i fiori.




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