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Discussione: U.$.A. e getta....

  1. #1
    Il Patriota
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    Predefinito U.$.A. e getta....

    27Lug - 094
    JUGOSLAVIA: PARTITO KOSTUNICA ESPULSO DA GOVERNO

    (RadioRadicale.it) - La coalizione di governo della Jugoslavia (Dos) ha espulso ieri sera dalle sue file il Partito democratico della Serbia (Dss) del presidente federale, Vojislav Kostunica, a quanto riferisce oggi l'agenzia Beta.

    Il giorno prima, il Tribunale costituzionale federale aveva ordinato al Parlamento della Serbia di restituire il mandato a 21 deputati del Dss ai quali era stato tolto l'11 giugno per ''assenteismo'' e, di conseguenza, per ''aver intralciato il processo di riforma'' condotto in Serbia dal premier serbo, Zoran Djindjic.

    Per protesta contro questa decisione del Parlamento, i 45 deputati del Dss avevano abbandonato l'assemblea, definendola ''illegittima'', e due settimane dopo il partito aveva annunciato de abbandonare la coalizione, della quale fa anche parte il Partito democratico (Ds) di Djindjic, oggi grande avversario di Kostunica.

    La coalizione Dos, con due grandi fazioni (capeggiate rispettivamente da Kostunica e Djindjic) ha cacciato dal potere Slobodan Milosevic nell'ottobre del 2000. La rottura ora conclamata e' da far risalire alla decisione delle autorita' serbe di consegnare Milosevic, contro il parere di Kostunica, al Tribunale penale internazionale de l'Aja


    tutto il potere in mano yankee...hanno usato Kustunica per far fuori Slobo e adesso fanno fuori il burattino!!

  2. #2
    Totila
    Ospite

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    Kostunica non era affidabile al 100%...Il vero burattino è Djinjic.

  3. #3
    Il Patriota
    Ospite

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    altro tassello nella "dorsale verde"

  4. #4
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    INCHIESTA / Il progetto "dorsale verde": costruire la Nazione dei musulmani alle porte d'Europa
    La Mezzaluna del crimine
    L'internazionale islamica dietro i traffici che "sbarcano" in Salento

    di Mauro Bottarelli
    Venivano portate clandestinamente dall'Albania nel nord-est d'Italia con la promessa di un lavoro, e poi costrette a prostituirsi tra Jesolo e Mestre, dopo essere state private dei documenti. L'organizzazione criminale, composta in prevalenza da albanesi ed extracomunitari dei paesi dell'est europeo, è stata scoperta grazie a una operazione congiunta tra la polizia turca, la questura di Venezia e il servizio Interpol della direzione centrale della polizia criminale. L'operazione ha portato all'arresto in Turchia, presso la località di Kapikule, di Dimitru Bazavan, un rumeno di 34 anni, latitante dal febbraio del 1996. L'ennesimo episodio che vede protagonista la malavita organizzata dei Balcani, intenta a trasferire i propri "carichi" sulle coste italiane in nome del profitto criminale. Armi, droga, prostitute, clandestini: tutto è lecito per i clan balcanici, che trattano marijuana e ragazzini di 14 anni con lo stesso crudele distacco "commerciale". Ma quali ragioni favoriscono lo sviluppo della criminalità dell'area che va dalla Croazia all'Albania? Quali pressioni interne ed esterne garantiscono soldi, strutture e appoggi a questa nuova frontiera del crimine?In molti pensano che la crisi balcanica - e quindi l'emersione su scala internazionale della criminalità - sia da imputare alla progressiva disgregazione dell'entità statuale jugoslava. Tesi accettabile se utilizzata in un quadro di decodificazione del fenomeno a livello contingente e localistico, ma che difetta di principio in quanto dimentica che prima della guerra in Bosnia era attivo un forte processo di ristrutturazione delle reti mafiose islamiche nella regione. Veri e propri "network" criminali la cui finalità ultima era, ed è, il potenziamento delle radici islamiche nell'area al fine di garantirsi un avamposto alle porte dell'Europa.Le crisi che attraversano le provincie balcaniche sono quindi più sintomi che cause di destabilizzazione. Prima del conflitto in Bosnia i canali classici dei traffici illeciti, in particolar modo la droga proveniente da Urss e Turchia, erano due: quello controllato dalla mafia serba e quello gestito dai clan kosovari e albanesi. Il coinvolgimento diretto della Serbia nel conflitto ha di fatto cambiato gli equilibrio, sbilanciando l'asse a favore di un rafforzamento del Kosovo. Al tempo stesso la Macedonia, divenuta indipendente, diventa di fatto un punto nevralgico per la raffinazione di eroina e il traffico d'armi. È però la rete kosovara a gestirne il piazzamento sul "mercato" attraverso tre corridoi di sbocco ben definiti. Queste direttrici sono di fatto vere e proprie tratte "sacre", nel senso che attraversano territori strettamente controllati dai musulmani delle varie aree balcaniche.Un fenomeno decisamente importante al fine di ricondurre alla contingenza la radice del problema è il fatto che negli ultimi anni in Bosnia sono arrivate centinaia di missionari islamici e di esponenti di organizzazioni umanitarie musulmane. Utilizzando strumentalmente la solidarietà religiosa nell'area, che di fatto è stato il motore dell'intervento dei mujahidin contro serbi e croati, questi esponenti hanno garantito una proliferazione di moschee, scuole coraniche e centri sociali affidati ad insegnanti di fiducia, provenienti da istituti dell'ortodossia religiosa.Una penetrazione criminale la cui reale portata e pericolosità trova conferma nei rapporti del dipartimento di Stato americano riguardo lo sceicco terrorista Bin Laden, che confermano la presenza di gruppi organizzati suoi accoliti in Bosnia.Bin Laden è di fatto accusato di aver finanziato e armato l'esercito musulmano e molti mujahidin che combatterono in Bosnia facevano già parte della rete afghana di Bin Laden. Molti di loro, di fatto, restarono in Bosnia a conflitto finito, garantendo l'attivazione della già descritta holding musulmana. Ma lo sceicco terrorista ha da tempo allungato le sue avide braccia anche sulla periferia islamica dei Balcani, ovvero su quell'Albania naturale testa di ponte marittima verso l'Europa.Nel Paese delle Aquile, Laden controlla la potentissima Islamic Arab bank e imprese edili.Il progetto è tanto chiaro quanto inquietante: costruire, attraverso la capillare presenza sul territorio e la ramificazione dei traffici illeciti (il più forte e rapido dei collanti), una nazione islamica che unisca tutti i fratelli musulmani ex yugoslavi e albanesi etnicamente puri.Chiaramente l'esplosione criminale dell'area balcanica non è riconducibile in toto alle mire esponsionistiche islamiche, anche se queste hanno di fatto spianato la strada e stipulato accordi con la malavita autoctona, soprattutto nel sud dell'Albania, zona che il progetto musulmano di "dorsale verde" esclude perchè non etnicamente compatibile. Una delle roccaforti del crimine del Paese delle Aquile è infatti Llazarat, un villaggio sulla direttrice che dal confine con la Grecia conduce ad Argirocastro. Baskim Fino, il premier del governo di salvezza nazionale, fu di fatto accettato da Berisha soltanto per la sua forte influenza su questo "ombelico" del contrabbando. Qui la contiguità tra Stato e malavità è di fatto totale, frutto di un gioco di equilibri che nessun "tutore dell'ordine" o politico si azzarderebbe mai a mutare. E altrettanto attenzione viene preservata in Albania alla citazione del nome della famiglia Kapo. Hysni Kapo fu infatti il braccio destro del dittatore Enver Hoxha, mentre suo genere sostituì il dittatore come segretario del comitato centrale del partito comunista.I Kapo sono ovviamente ricchissimi, una ricchezza costruita sulla speculazione della miseria colletiva degli anni settanta. Questa famiglia è stata l'unica a non subire alcun persecuzione politica, nemmeno sotto Berisha. Tutti i cittadinanza statunitense, i Kapo sono proprietari della Ada Air la compagnia aerea che collega Bari a Tirana e di molte altre imprese oltre a poter vantare "in famiglia" l'ambasciatore albanese a Washington.Un tale assedio, da un lato il pericolo maggiore e maggiormente organizzato del crimine di matrice islamica e dall'altro la criminalità dell'Albania meridionale, grava di fatto sulle spalle dell'Italia. Testa di ponte naturale dei traffici balcanici sia via mare che via terra. Il Salento è chiaramente una regione troppo appetibile per la mafia di Tirana e Durazzo per non essere "colonizzata": clandestini e prostitute mobilitano infatti parecchie risorse sulla costa.Esistono infatti vere e proprie squadre di uomini, controllate dalla Sacra Corona Unita, che si occupano di fare da taxisti ai clandestini sbarcati nottetempo, garantendogli un passaggio fino alla stazione ferroviaria o comunque fuori dalla zona di controllo delle forze dell'ordine. Non è quindi da sottovalutare il ritorno in termini economici per gli affiliati della malavita locale, basti fare i calcoli dell'afflusso di "disperati" sulle coste pugliesi. Ma spesso e volentieri le organizzazioni prendono due piccioni con una fava: imbottendo gli scafi adibiti al trasporto di clandestini di marijuana, eroina e spesso armi. Nessun viaggio a vuoto, capitalizzazione massima. Per quanto riguarda la criminalità islamica, un dato solo può dare l'idea del pericolo incombente, al di là del rischio politico insito nella presenza dell'Islam alle porte dell'Occidente: la cosca della 'ndrangheta dei Libri di Reggio Calabria, attiva anche a Milano, si è accordata con un clan albanese del Kosovo per la fornitura di venti chili di eroina alla settimana. E lo stesso fa la Mafia siciliana, anche per la fornitrura di armi pesanti.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Con i profughi nasce la "dorsale verde"
    di Mauro Bottarelli

    Il progetto di "dorsale verde" è entrato nella sua fase di attuazione. Come scrivevamo la scorsa estate, quando il radicarsi delle mafie di origine albanese cominciava ad assumere dimensioni inquietanti, la provincia serba del Kosovo è al centro di una disputa che va ben oltre la contrapposizione tra Milosevic, gli albanesi e l’Occidente. Il Kosovo è, nei fatti, l’anello fondamentale per la creazione del corridoio islamico attraverso i Balcani, un corridoio che si spinge fino alle porte dell’Europa: la "dorsale verde", appunto. Ma vediamo più nello specifico questa questione che nasce geopolitica e diviene nel tempo politica e istituzionale. Il progetto di "dorsale verde" mira a costituire uno spazio geopolitico unitario per i musulmani ex jugoslavi ed albanesi: l’obiettivo è quindi quello di ricongiungere l’Albania etnica al Sangiaccato e alla Bosnia sotto controllo musulmano. Il Kosovo rappresenta di fatto la dinamo che alimenta il processo di destabilizzazione dei territori in predicato di essere annessi all’Albania etnica. La via maestra all’unificazione dei territori albanesi, quella per intenderci sposata fin dall’inizio dall’Uck e ora portata avanti dalla Nato, considera appunto la provincia serba un vero e proprio trampolino di lancio. Attraverso la liberazione manu militari dell’area, si punta ad ottenere un effetto domino che scateni processi di destabilizzazione più o meno traumatici in Serbia, Montenegro e nella stessa Albania. La tattica è chiara è diventa drammaticamente inquietante se vista con gli occhi dell’attualità bellica, in particolar modo nell’utilizzo strumentale che si fa del flusso dei profughi in fuga dalla Serbia. Uck e Stati Uniti, già all’epoca dei loro primi contatti, avevano messo in preventivo la possibilità di una soluzione militare come quella attuale e lo studio era stato pianificato nei dettagli. L’esodo di massa dei kosovari, infatti, regionalizza la crisi.Il modo in cui è stato canalizzato infatti (verso Montenegro, Macedonia, Albania e tra poco, statene certi, verso la Bosnia musulmana) indica senza timori di smentita l’intenzione di utilizzare i rifugiati per rafforzare le basi della "dorsale verde" in via di formazione. È lo stesso Uck, che formalmente invita la gente a restare in Kosovo per "difendere la patria", ha indirizzare il flusso dei rifugiati lungo le direttrici strumentali al progetto. Il comportamento americano, poi, non lascia dito a troppi voli pindarici. Gli Usa hanno bombardato il Kosovo sapendo benissimo di creare in questo modo un flusso inarrestabile ma facilmente manovrabile di profughi e hanno giocato la carta dell’emergenza umanitaria e sanitaria per aver mano libera nel gestire nei modi più utili la cosiddetta crisi. La stessa proposta paravento di un ponte umanitario per trasferire i profughi nei Paesi europei e negli Usa (irrealizzabile e in netto contrasto con le stesse intenzioni Usa di restituire la provincia ai propri abitanti) la dice lunga sulla tattica diversiva messa in piedi dal Pentagono, in combutta con l’Uck e i referenti islamici di questo. Ovvero le stesse centrali di potere integralista che garantirono armi, soldi, supporto e uomini al muhajddin che combatterono in Bosnia. Ma se per l’Occidente, cieco e servo quanto si vuole, la minaccia criminale e politica dell’avanzata dell’islam nei Balcani è chiara, per gli Usa la storia cambia non poco. Per gli americani i Balcani sono lontani e la loro instabilità può rappresentare un’opportunità per avvicinare ulteriormente la Nato alle frontiere russe (basti pensare all’interesse americano di acquisire l’ex quartier generale dell’aereonautica jugoslava a Krolovac, in Macedonia). Quanto alle mafie balcaniche e ai loro diretti contatti con le strutture del terrorismo integralista, per gli Stati Uniti il problema non è così urgente quanto ad esempio quello rappresentato dai cartelli colombiani o cinesi. L’America, semmai, teme Bin Laden e le sue attività fuori controllo. Il governo statunitense, oltretutto, è molto attento a non urtare la suscettibilità della Turchia e dei suoi alleati nel Golfo, Arabia Saudita in testa, da tempo impegnate a sostenere le comunità musulmane balcaniche. Agli occhi dell’America, inoltre, la Serbia resta l’unico potenziale riferimento di una improbabile ma possibile "rivincita" russa nell’area geopolitica dei Balcani. Il punto di equilibrio finale tra le tante correnti attive nei tracciati carsici dei Balcani potrebbe a questo punto consistere in una gestione "neo-ottomana" dei Balcani affidata al partner di sempre, ovvero la Turchia. Ankara infatti ha dimostrato di saper temperare le spinte dell’islamismo più radicale e rimane la pietra angolare della Nato nell’Europa sudorientale. Questa, in termini molto semplici e per sommi capi, la strategia che gli Usa stanno mettendo in campo nei Balcani attraverso l’aggressione militare alla Serbia. Una strategia tripla: da un lato si colpisce direttamente il nemico (gli attacchi contro Belgrado e la Serbia), dall’altro si canalizza il flusso di profughi a proprio tornaconto e infine si stabiliscono punti cardinali geopolitici fissi (Kukes, Skopje, Podgorica e l’eventuale approdo bosniaco). Questa, a conti fatti, è la sporca guerra degli Usa.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

 

 

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