di SERGIO ROMANO
La terza Guerra del Golfo è cominciata a Washington negli scorsi mesi ed è per ora un confuso dibattito a cui partecipano, sotto gli occhi di George W. Bush, tutti i maggiori attori della politica americana: il vicepresidente, il segretario di Stato, il segretario alla Difesa, i capi di Stato maggiore, il consigliere per la Sicurezza nazionale, i guru mediorientali del mondo accademico, i consulenti delle singole amministrazioni. Come in una micidiale gara d’appalto ogni giocatore espone la propria merce e ne esalta i meriti. Uno vorrebbe invadere l’Iraq da Sud come nel gennaio del 1991. L’altro propone di conquistare Bagdad, occupare i centri del potere e aspettare che il regime si dissolva.
Il terzo sostiene che è meglio finanziare un colpo di Stato e intervenire militarmente non appena un nuovo governo avrà invitato gli iracheni a ribellarsi contro Saddam. Il quarto preferisce nuove sanzioni, più efficaci delle precedenti, con il sostegno dell’Onu. Il quinto (Colin Powell?) si limita a recitare, più saggiamente, la parte dell’«avvocato del diavolo» e a fare domande: «Di quanti uomini avremo bisogno? Riusciremo a ottenere il sostegno degli europei? Esiste un partito dei dissidenti, capace di assumere il potere e di controllare il Paese? Riusciremo a mettere le mani su Saddam? Per quanto tempo dovremo restare in Iraq dopo la fine delle operazioni? Come reagiranno i curdi, i turchi, i sauditi, gli iraniani, gli Emirati del Golfo? Dobbiamo guardarci le spalle da una nuova ondata di attacchi terroristici? E’ possibile che il vento della guerra faccia sprigionare nuove scintille in Palestina, in Kashmir, in Afghanistan, in Pakistan, in Cecenia?»
Non sembra che la Casa Bianca abbia voglia di dare retta in questo momento all’avvocato del diavolo. Bush non sa ancora quale partito prendere, ma intende sbarazzarsi di Saddam e finire il lavoro che il padre ha aveva lasciato incompiuto agli inizi del 1991. James Schlesinger, già segretario alla Difesa con Nixon e Ford, ha detto al New York Times che non sarà facile, in queste circostanze, evitare la prova di forza. Quando una grande potenza descrive l’Iraq con le parole di cui Bush si è più volte servito negli scorsi mesi e dipinge Saddam come una intollerabile minaccia alla pace del mondo, ogni diversa soluzione sembrerebbe cedimento e debolezza. Rimane soltanto una speranza: che i consiglieri del presidente, nel sottoporgli i piani per la terza Guerra del Golfo, alleghino alla loro documentazione un nota riepilogativa sulle cause e sui risultati delle altre due.
La prima scoppiò nel 1980, un anno dopo la rivoluzione degli Ayatollah in Iran. A Bagdad l’uomo forte, da un anno, era Saddam Hussein. Nel 1957 si era iscritto al partito Baath (una sorta di nazional-socialismo arabo). Nel 1968 un colpo di Stato lo aveva insediato alla vicepresidenza del Consiglio della Rivoluzione. E nel 1979, infine, mentre l’Iran diventava una repubblica teocratica, era salito al vertice dello Stato. All’Occidente piaceva. Era laico, modernizzatore e, nel campo arabo, internazionalmente moderato. Piacque ancora di più quando decise di approfittare del marasma di Teheran per affermare la piena sovranità irachena su un approdo strategico del Golfo (Shatt-al-Arab) che era stato sino ad allora parzialmente iraniano. La guerra durò otto anni e fu spietata. Mentre gli iraniani mandarono all’assalto un esercito di adolescenti a cui spettava il compito di «bonificare» con il proprio corpo i campi minati dal nemico, gli iracheni usarono i gas tossici, si coprirono le spalle schiacciando una rivolta curda e bombardarono Teheran. Ma gli americani, gli europei e i sovietici chiusero un occhio e si rallegrarono soprattutto del fatto che qualcuno rendesse la vita difficile al regime fondamentalista iraniano. Formalmente, infatti, eravamo tutti neutrali. Ma quando la flotta iraniana cercò di bloccare le esportazioni di petrolio iracheno, navi da guerra americane e inglesi organizzarono convogli di petroliere e ne assicurarono la protezione.
Fu così, grazie alla benevolenza dell’Occidente, che l’Iraq poté continuare a finanziare, con i proventi delle sue esportazioni, la guerra contro l’Iran. Altri finanziamenti, diretti alla sua agricoltura, provenivano nel frattempo da una agenzia finanziaria americana passando attraverso la filiale della Banca Nazionale del Lavoro ad Atlanta, in Georgia.
Quando il conflitto terminò nel 1988 Saddam conservò un piccolo pezzo di territorio iraniano e poté cantare vittoria. Ma era una vittoria di Pirro. Il mondo, nel frattempo, stava cambiando. Tra la fine del 1989 e gli inizi del 1990 il blocco sovietico si disintegrò e George Bush sr., eletto alla presidenza degli Stati Uniti nel novembre del 1988, poté annunciare la nascita di un «nuovo ordine mondiale». Per Saddam il «nuovo ordine» era quello in cui lui avrebbe potuto soddisfare finalmente una vecchia ambizione nazionale irachena: l’annessione del Kuwait. Visto da Bagdad l’emirato era soltanto un vecchio feudo, governato da un Signore del petrolio e privo di una qualsiasi identità nazionale. Perché l’Occidente avrebbe dovuto proibirgli ciò che aveva permesso all’India nel caso di Goa e all’Indonesia in quello di Timor est? Qualche giorno prima dell’inizio delle operazioni, dopo avere lanciato un bellicoso segnale al Kuwait, Saddam ebbe una conversazione con l’ambasciatore degli Stati Uniti. Sedette di fronte a lui una piccola signora, seria e diligente, a cui il Dipartimento di Stato aveva dato istruzione di dichiarare che le questioni di frontiera non avevano, per Washington, grande importanza. Saddam capì che poteva prendersi il Kuwait e passò all’azione.
Non aveva, però, fatto i conti con Margaret Thatcher. In quei giorni dell’agosto del 1990 la Lady di ferro era nel Colorado insieme a Bush per un convegno dell’Aspen Institute. Mentre il presidente degli Stati Uniti esitava, il primo ministro britannico sostenne che una grande potenza non poteva, dopo la fine della guerra fredda, assistere passivamente a una così brutale violazione del diritto internazionale. Bush si lasciò convincere e impiegò i sei mesi successivi a costruire una grande coalizione. Fu anche necessario convincere l’America. Saddam venne descritto come la reincarnazione di Hitler. Fu spiegato al mondo che il dittatore iracheno si era impegnato da tempo nella costruzione di armi nucleari, batteriologiche e chimiche. Furono ricordati gli episodi più cruenti del suo regime, dalla repressione dei curdi alla brutale eliminazione degli avversari politici. Era tutto vero. Ma erano fatti noti che non avevano suscitato a Washington, negli anni precedenti, particolare indignazione.
Scaltro, ma arrogante e troppo sicuro di sé, Saddam sperò sino all’ultimo che l’Unione Sovietica, il Papa e qualche Paese europeo avrebbero dissuaso il presidente americano dal realizzare le sue minacce. La guerra scoppiò nella notte fra il 16 e il 17 gennaio. Gli Stati Uniti misero in campo 500 mila uomini e gli iracheni, prima di abbandonare il Kuwait, incendiarono i pozzi di petrolio. Ma dopo un mese di bombardamenti aerei e due settimane di operazioni sul terreno, Saddam dovette chiedere una tregua. Gli americani avevano di fronte a sé, in quel momento, due opzioni. Potevano rifiutare la tregua, continuare le operazioni fino alla conquista di Bagdad, defenestrare Saddam e restare nella regione per tutto il tempo necessario alla organizzazione di un nuovo regime politico. O potevano permettere che Saddam, dopo la punizione subìta, diventasse nuovamente un accettabile interlocutore politico. Nel corso di un viaggio a Milano, qualche mese fa, il vecchio Bush spiegò che la guerra a oltranza non era desiderata dagli alleati dell’America e che egli dovette di conseguenza scartare la prima opzione. E’ vero. Ma è altrettanto probabile che il presidente non volesse avere truppe americane fuori casa nel corso della campagna per le elezioni presidenziali, un anno dopo.
Restava la seconda ipotesi: togliere a Saddam il Kuwait e ricominciare a trattare con lui. Quando Washington gli permise di reprimere una rivolta sciita, parve che l’America avesse adottato questa soluzione. Ma nei mesi seguenti prevalse la convinzione che Saddam fosse un nemico e che occorresse trattarlo come tale. In altre parole le due opzioni ragionevoli furono scartate a favore di una terza che si rivelò col passare del tempo terribilmente irragionevole.
Comincia così la tragicommedia delle sanzioni, degli ispettori, dei voli di interdizione, dei bombardamenti punitivi e degli interminabili dibattiti nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Sono passati undici anni durante i quali l’America ha cambiato tre presidenti. Ma Saddam è sempre lì. Nell’ultima fase della sua presidenza Clinton aveva tollerato il ritiro degli ispettori e cercato di dimenticare il problema. Ma ora George W. Bush sembra mosso da due desideri. Vuole chiudere un conto familiare e vuole, dopo l’11 settembre, punire i «cattivi», dovunque siano. Saddam dal canto suo recita perfettamente la parte e sembra deciso a sfidare fino in fondo la politica americana. Se nessuno a Washington, nei prossimi mesi, presterà attenzione alle domande dell’avvocato del diavolo, non sarà facile interrompere il conto alla rovescia.
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