Angelo Panebianco
Anticomunismo, arma efficace ma a doppio taglio
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L'evocazione dell'anticomunismo come «dovere morale» riproposta da Berlusconi al meeting di Rimini, ha innescato veementi polemiche (in entrambi gli schieramenti): la sinistra lo ha accusato di prendersela con fantasmi e cani morti («il comunismo non esiste più») e, dentro il centrodestra, Gianni Baget Bozzo se l'è presa con Giuliano Ferrara, reo di avere invitato Berlusconi e il Polo ad abbandonare i toni da crociata («Ferrara parla così perché è un ex comunista»). Proviamo, se è possibile, a considerare con pacatezza questa faccenda del «comunismo» e dell'«anticomunismo». Partiamo da un'ovvia considerazione: se Berlusconi sceglie di continuare a usare il tema dell'anticomunismo è perché lo ritiene propagandisticamente efficace, perché ritiene che esso «renda» elettoralmente. Naturalmente, Berlusconi potrebbe sbagliarsi, l'anticomunismo potrebbe essere ormai un'arma spuntata, e in tal caso egli pagherebbe, sul piano elettorale, il suo errore di valutazione. Non ci sarebbe altro da aggiungere. Ma poniamo che non si sbagli, che l'anticomunismo continui effettivamente ad essere un'arma efficace. Dovremmo domandarci il perché.
In linea di principio, se ne potrebbero dare due diverse spiegazioni. La prima: il comunismo è effettivamente morto e sepolto (fatta eccezione per minoritarie sopravvivenze, da Bertinotti a Cossutta), ma le memorie storiche permangono, e poiché comunismo e anticomunismo sono stati così centrali nella storia italiana del XX secolo, inchiodare i diessini al loro antico passato è ancora, per il centrodestra, elettoralmente utile. La seconda: benché il «comunismo» come sistema organizzato, dopo la fine dell'Urss e il cambiamento di nome del Pci, sia effettivamente morto, resistono, all'interno del partito dei Ds, mentalità, riflessi condizionati, orientamenti culturali, forgiati nell'epoca comunista, che continuano a esercitare una qualche influenza sui comportamenti politici. Anche a causa del fatto che il gruppo dirigente, nazionale e locale, di quel partito non ha sperimentato in questi anni un gran processo di rinnovamento. Proviene infatti quasi al completo dal fu-Pci. Quelle mentalità e quegli atteggiamenti, naturalmente, non sono più dominanti fra i Ds, devono convivere, a distanza di un decennio dalla fine del Pci, con altre mentalità e atteggiamenti, propri del socialismo democratico europeo. Purtuttavia, ci sono. Gli elettori lo percepiscono, ed è per questo che agitare l'anticomunismo è tuttora elettoralmente utile.
Quale fra le due spiegazioni è quella vera? Un po' tutte e due, forse. La prima è sicuramente vera. Un decennio - tanto è passato dalla improvvisa débâcle del comunismo - è troppo poco nella storia di un Paese per pensare che l'esperienza del lunghissimo periodo precedente (dalla scissione di Livorno in avanti), così pervasa dalla contrapposizione fra comunismo e anticomunismo, non continui in qualche modo a pesare sulla memoria collettiva. Appellandosi all'anticomunismo e tenendo il più possibile inchiodata l'immagine dei diessini al loro passato, il capo dell'opposizione non farebbe altro che sfruttare «razionalmente» (in modo efficace) un'antica ferita non ancora totalmente rimarginata.
Ma anche la seconda spiegazione appare plausibile. Una recente ricerca condotta su un campione rappresentativo di quadri intermedi diessini (Bellucci, Maraffi, Segatti: Pci, Pds, Ds , Donzelli editore, 2000) mostra che, accanto ad atteggiamenti più moderni e laici, sopravvivono, in consistenti settori del partito, anche atteggiamenti e convinzioni che sono in diretta continuità con il passato comunista.
Da "il Corriere della Sera" - Giovedì, 31 Agosto 2000




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Sembra un trattato dei nazisti sulle motivazioni delle persecuzioni ebraiche.