Sofri, i 60 anni di una bandiera


di Diego
Gabutti

Sofri e il "caso Sofri" sono due cose diverse
Ma vittime entrambe di una giustizia caricaturale
Con il suo processo è iniziato il giustizialismo
Ed è morta per sempre la pacificazione del Paese
Detenuto e filosofo, come l’Abate Faria, al quale somiglia per la vasta scienza e per la scarsa fortuna dei suoi progetti d’evasione, anche quest’anno Adriano Sofri festeggerà il compleanno in carcere. Stavolta gli toccherà soffiare su sessanta candeline, più di quante ne dimostri la sua immagine pubblica, che a dispetto degli anni che passano, e delle disgrazie che pesano, rimane quella d’una star del Sessantotto: l’icona stessa della rivolta studentesca e giovanile. Auguri per i sessant’anni, in ogni modo. Ma non cento di questi giorni. Almeno non lì dove li trascorre adesso, crocefisso ai buchi neri delle cronache italiane, alle ossessioni e agl’incubi degli anni Settanta, cioè alla storia d’un pianeta abbandonato, del Paese ormai di qualcun altro.

Diciamo subito che Sofri e il “caso Sofri” sono due cose distinte e separate: il primo ha sessant’anni, e li porta bene, mentre il secondo ne ha molti di meno, eppure sembra vecchio come Noè. Sofri è un ottimo scrittore, giornali d’opposte tedenze si disputano le sue opinioni, è un intellettuale noto e rispettato. Il “caso Sofri” è invece un mostro giuridico, un’apocalisse culturale e politica, uno degli eterni “misteri” italiani. A proposito di Sofri l’opinione è concorde: tutti lo stimano, senza eccezione. Sul “caso Sofri” ci si divide, ma sempre meno. Una lunga teoria di processi, oggi una condanna, domani un’assoluzione, fino alla sentenza definitiva, proclama a gran voce la sua colpevolezza, ma è un verdetto chiacchierato e imbarazzante. Per gl’innocentisti, che da mesi digiunano per lui, Sofri dovrebbe essere liberato subito, con un provvedimento di grazia del Capo dello Stato. Anche agli occhi dei colpevolisti, convinti all’inizio che Sofri stesse bene dov’era, dietro le sbarre, meglio se a pane e acqua, lo scherzo è durato anche troppo. Ormai un po’ tutti si domandano che cosa diavolo ci sta a fare Adriano Sofri nel carcere di Pisa.

Non si va in galera (né se ne esce) per acclamazione, ma per decisione d’un tribunale. Cosa che dovrebbe chiudere il discorso, se però non fossimo in Italia, dove la giustizia dei tribunali è quella che è: poco più di un’opinione, e un’opinione che pochi prendono sul serio, magistrati a parte. Fateci caso. Questo è l’unico Paese al mondo in cui ogni tanto un magistrato salta su e, tra le risatine soffocate della platea, strilla con aria offesa che “le sentenze dei tribunali non devono essere discusse”. Viviamo in un Paese libero, la culla stessa del diritto, dove tutto può essere messo allegramente e liberamente in discussione, l’esistenza di Dio come i fischi dell’arbitro ai mondiali di calcio, ma le sentenze dei tribunali no, quelle sono indiscutibili, anzi infallibili come dogmi papali, e anatema su chi osa discuterle. Non stupisce, allora, che il rispetto per la giustizia e per chi l’amministra sia da noi sempre più scarso e che la presunzione d’innocenza valga anche e soprattutto per i condannati, come Sofri e compagni.

A Sofri e ai suoi amici, colpevoli o innocenti che fossero, è capitato di finire sotto processo, accusati d’aver progettato e diretto l’omicidio del Commissario Calabresi, in un’Italia devastata dalle sciagure parallele del pentitismo, del giustizialismo nascente e di un’«emergenza» diventata legge perpetua dello stato. Inchiodati da un pentito, come troppi altri prima e dopo di loro, Sofri e i suoi amici sono stati poco sportivamente impiccati alle parole di chi, dopo averli chiamati in causa, è tornato subito a casa, libero come un fringuello. È una giustizia caricaturale: sulla sua bilancia le accuse di Tizio o Caio, generalmente dei criminali, contano più d’una vita onorata. È una giustizia feroce e gradassa, una giustizia da sbirri, che non promette niente di buono ai cittadini, colpevoli o innocenti che siano. Per questo Sofri è diventato col tempo una bandiera: la sua è la causa degl’italiani con la testa sul collo, che tutto si augurano tranne che di doversi confrontare con qualche pentito in un’aula di tribunale, lui nelle maniche dei giudici, loro in catene dentro il gabbione.

Secondo alcune scuole di pensiero, inoltre, il processo Sofri è stato anche un processo originario, se non addirittura una prova generale di giustizialismo. Qualche anno prima che la procura milanese istruisse il processo Calabresi, molti ex di Lotta Continua, tra cui Adriano Sofri, s’erano raccolti intorno a una testata quotidiana, “Reporter”, vicina a Craxi e ad altri leader socialisti, sui quali si sarebbe scatenata di lì a poco, per decisione della stessa procura, la tempesta perfetta di Tangentopoli. Naturalmente sono soltanto coincidenze. Ma nel Paese delle coincidenze, e dei pentiti che le certificano, dove non c’è articolo di giornale o sentenza di tribunale che non invidi le trame forti a “Segretissimo”, la verità è spesso romanzesca, così annotiamo qui, per i collezionisti, anche questa leggenda urbana.

Col processo Sofri, infine, si è dato l’alt alla pacificazione del Paese. Alla fine degli anni Ottanta, quando il comunismo tracollava nell’Est europeo e anche le devastazioni della lotta armata in Italia erano ormai soltanto un brutto ricordo, sembrava venuto il momento di voltare pagina, e di passare finalmente ad altro. Era un problema storico e politico insieme. Si trattava di riconciliare la generazione del sessantotto con tutte le altre e di mettere finalmente punto alla storia infinita del sovversivismo italiano. Ma il “caso Sofri” rilanciò le vecchie divisioni, le facce si fecero di nuovo feroci e la riconciliazione, che allora sembrava a portata di mano, è ancor oggi un miraggio, come dimostrano il look veterosessantottesco delle manifestazioni no global, l’erre moscia di Fausto Bertinotti e l’eterna tentazione massimalista del centrosinistra italiano.

Forse fu con il “caso Sofri” che la magistratura si sostituì per la prima volta alla politica e che un’intera epoca ebbe il suo sigillo. Forse fu allora, quando Marino depose contro di lui e Sofri fu arrestato, che la storia italiana imboccò il sentiero che sta ancora percorrendo, come nelle ucronie, o in quel racconto di Borges, Il giardino dei sentieri incrociati, dove uno zig al posto d’uno zag si paga caro. Be’, consoliamoci pensando che in un universo parallelo, migliore del nostro, in questo momento Adriano Sofri brinda con gli amici a casa sua e io sto scrivendo un articolo su Marilyn Monroe o sul nuovo governo Martelli-Casini (meglio su Marilyn Monroe).