E i giovani oriundi ora fanno la coda per tornare in Italia
DAL NOSTRO INVIATO
MONTEVIDEO - «Non emigrare dove parlano spagnolo, lì trovi solo miseria» diceva il padre a Luis (o Luigi) Libralesso nel 1948. Oggi potrebbe essere un consiglio d'oro, considerate le turbolenze che attraversano l'America Latina, ma all'epoca Luis, ultimo di otto figli, non ascoltò il genitore e partì da Treviso per Montevideo. Ha lavorato sodo e fatto fortuna con un'impresa di costruzioni, nel 1985 è stato nominato Cavaliere del lavoro e nell'azienda opera ora il figlio architetto. Luis non manca mai al pranzo che l'associazione ex combattenti organizza la prima domenica del mese. Prende la caraffa di vino rosso (prodotto dal reduce Angel Fallabrino) e lo offre ai commensali. Nessuno si tira indietro.
«Per 25 anni non sono mai tornato in Italia - racconta parlando un originale veneto- ispanico - adesso ci vengo quasi tutti gli anni, ma ormai sto in Uruguay e così i miei figli».
Sono molti meno del solito al pranzo di agosto. «Le difficoltà economiche si fanno sentire anche tra noi» dice Giovanni Costanzelli, uno degli animatori del centro. Tre portate abbondanti, con pasta di rigore, vino abbondante e budino finale hanno un prezzo popolare di 120 pesos (6 euro), comunque troppi per alcuni. Luigi Colciago, 89 anni, brianzolo e amico del vecchio Caprotti (la famiglia oggi proprietaria della catena di supermercati Esselunga), è stato in Argentina e poi in Uruguay, prima come dirigente d'azienda, poi come imprenditore. Aveva un'azienda cotoniera, andava bene, ha ceduto anche per le concorrenza dei mercati asiatici. Uno dei suoi figli ha studiato a Milano e lavora a Miami.
Le vecchie generazioni restano, la loro vita ormai è qui. Molti giovani, invece, senza lavoro e poche prospettive, cercano di emigrare in Italia. Davanti al consolato di Montevideo, come a quello di Buenos Aires, si ripete ogni mattina la stessa scena con le code di persone che chiedono informazioni o portano i documenti necessari per ottenere il passaporto. Negli ultimi mesi sono aumentate le richieste alla sede consolare di Boulevard Artigas, si arriva ormai a una media di settanta al giorno. Tutti a portare le prove di almeno un bisnonno italiano e aspettare sei o anche più mesi per ottenere il fatidico libretto che consente di attraversare l'Oceano. Tanto che il consolato ha deciso di prendere otto impiegati in più per accelerare l'iter burocratico.
Circa il 40% degli uruguayani hanno connessioni italiane, oltre un milione tra oriundi e cittadini, tra 80 e 90 mila hanno già il nostro passaporto. «In termini percentuali è la più grande comunità del mondo, spero che il governo faccia la sua parte», dice il neoambasciatore Giorgio Malfatti. «Sabato scorso - continua - sono andato al mercato qui vicino, ho incontrato tanta gente con origini italiane, tutti a fare la stessa domanda: come si fa a diventare cittadini?». A Montevideo la comunità può vantare un ospedale, una scuola-modello con circa mille studenti non solo italiani. Qui arrivano 2800 pensioni, anche se poco generose («Circa 80 dollari - sottolinea il cavalier Liberalesso - ma non importa, mi servono per telefonare in Italia...»).
Radici genovesi ha uno degli uomini politici più influenti del Paese, Julio Maria Sanguinetti, due volte presidente dopo il periodo nero della dittatura militare. Ci sarebbe lui dietro il piano che ha consentito all'Uruguay di ottenere in breve tempo i soldi dagli Stati uniti. «Una persona capace e alla mano», garantisce un altro reduce, Luis Facchin, imprenditore nel settore termosanitario.
«A differenza dell'Argentina - avverte Guillermo Riva-Zucchelli - abbiamo una classe politica seria e organizzata, vedi il presidente Josè Luis Batlle al volante della propria automobile, senza autista. Là sono tutti ladri, tutte le istituzioni sono corrotte». Riva- Zucchelli è uno scultore di fama e vive a Punta de l'Este, cittadina balneare di moda dove si rifugiano molti argentini benestanti che portano i soldi in Uruguay. E' nato e ha sempre vissuto in questo Paese, nulla ha a che vedere con i reduci. Il bisnonno Giovanni arrivò a metà del secolo scorso. Era amico di Giuseppe Garibaldi, andava a trovarlo nella casetta gialla che ancora esiste (e si può visitare) sulla Calle 25 de Mayo. «Negli anni Cinquanta - ricorda - era un Paese ricco, oggi soffriamo. Colpa anche delle politiche pubbliche, dei 750 mila pensionati e 300 mila funzionari statali su un totale di tre milioni di abitanti, una struttura difficile da finanziare con le attività private e con l'industria».
clindner@corriere.it
Claudio Lindner
Altro che dare la colpa alle politiche FMI,e alla globalizzazione!
Tra l'altro: ma perche' la globalizzazione economica,secondo alcuni causa di tutti i mali,non colpisce mai Paesi come l'Australia e Nuova Zelanda??




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