INCHIESTA / Il progetto "dorsale verde": costruire la Nazione dei musulmani alle porte d'Europa
La Mezzaluna del crimine
L'internazionale islamica dietro i traffici che "sbarcano" in Salento
di Mauro Bottarelli
Venivano portate clandestinamente dall'Albania nel nord-est d'Italia con la promessa di un lavoro, e poi costrette a prostituirsi tra Jesolo e Mestre, dopo essere state private dei documenti. L'organizzazione criminale, composta in prevalenza da albanesi ed extracomunitari dei paesi dell'est europeo, è stata scoperta grazie a una operazione congiunta tra la polizia turca, la questura di Venezia e il servizio Interpol della direzione centrale della polizia criminale. L'operazione ha portato all'arresto in Turchia, presso la località di Kapikule, di Dimitru Bazavan, un rumeno di 34 anni, latitante dal febbraio del 1996. L'ennesimo episodio che vede protagonista la malavita organizzata dei Balcani, intenta a trasferire i propri "carichi" sulle coste italiane in nome del profitto criminale. Armi, droga, prostitute, clandestini: tutto è lecito per i clan balcanici, che trattano marijuana e ragazzini di 14 anni con lo stesso crudele distacco "commerciale". Ma quali ragioni favoriscono lo sviluppo della criminalità dell'area che va dalla Croazia all'Albania? Quali pressioni interne ed esterne garantiscono soldi, strutture e appoggi a questa nuova frontiera del crimine?In molti pensano che la crisi balcanica - e quindi l'emersione su scala internazionale della criminalità - sia da imputare alla progressiva disgregazione dell'entità statuale jugoslava. Tesi accettabile se utilizzata in un quadro di decodificazione del fenomeno a livello contingente e localistico, ma che difetta di principio in quanto dimentica che prima della guerra in Bosnia era attivo un forte processo di ristrutturazione delle reti mafiose islamiche nella regione. Veri e propri "network" criminali la cui finalità ultima era, ed è, il potenziamento delle radici islamiche nell'area al fine di garantirsi un avamposto alle porte dell'Europa.Le crisi che attraversano le provincie balcaniche sono quindi più sintomi che cause di destabilizzazione. Prima del conflitto in Bosnia i canali classici dei traffici illeciti, in particolar modo la droga proveniente da Urss e Turchia, erano due: quello controllato dalla mafia serba e quello gestito dai clan kosovari e albanesi. Il coinvolgimento diretto della Serbia nel conflitto ha di fatto cambiato gli equilibrio, sbilanciando l'asse a favore di un rafforzamento del Kosovo. Al tempo stesso la Macedonia, divenuta indipendente, diventa di fatto un punto nevralgico per la raffinazione di eroina e il traffico d'armi. È però la rete kosovara a gestirne il piazzamento sul "mercato" attraverso tre corridoi di sbocco ben definiti. Queste direttrici sono di fatto vere e proprie tratte "sacre", nel senso che attraversano territori strettamente controllati dai musulmani delle varie aree balcaniche.Un fenomeno decisamente importante al fine di ricondurre alla contingenza la radice del problema è il fatto che negli ultimi anni in Bosnia sono arrivate centinaia di missionari islamici e di esponenti di organizzazioni umanitarie musulmane. Utilizzando strumentalmente la solidarietà religiosa nell'area, che di fatto è stato il motore dell'intervento dei mujahidin contro serbi e croati, questi esponenti hanno garantito una proliferazione di moschee, scuole coraniche e centri sociali affidati ad insegnanti di fiducia, provenienti da istituti dell'ortodossia religiosa.Una penetrazione criminale la cui reale portata e pericolosità trova conferma nei rapporti del dipartimento di Stato americano riguardo lo sceicco terrorista Bin Laden, che confermano la presenza di gruppi organizzati suoi accoliti in Bosnia.Bin Laden è di fatto accusato di aver finanziato e armato l'esercito musulmano e molti mujahidin che combatterono in Bosnia facevano già parte della rete afghana di Bin Laden. Molti di loro, di fatto, restarono in Bosnia a conflitto finito, garantendo l'attivazione della già descritta holding musulmana. Ma lo sceicco terrorista ha da tempo allungato le sue avide braccia anche sulla periferia islamica dei Balcani, ovvero su quell'Albania naturale testa di ponte marittima verso l'Europa.Nel Paese delle Aquile, Laden controlla la potentissima Islamic Arab bank e imprese edili.Il progetto è tanto chiaro quanto inquietante: costruire, attraverso la capillare presenza sul territorio e la ramificazione dei traffici illeciti (il più forte e rapido dei collanti), una nazione islamica che unisca tutti i fratelli musulmani ex yugoslavi e albanesi etnicamente puri.Chiaramente l'esplosione criminale dell'area balcanica non è riconducibile in toto alle mire esponsionistiche islamiche, anche se queste hanno di fatto spianato la strada e stipulato accordi con la malavita autoctona, soprattutto nel sud dell'Albania, zona che il progetto musulmano di "dorsale verde" esclude perchè non etnicamente compatibile. Una delle roccaforti del crimine del Paese delle Aquile è infatti Llazarat, un villaggio sulla direttrice che dal confine con la Grecia conduce ad Argirocastro. Baskim Fino, il premier del governo di salvezza nazionale, fu di fatto accettato da Berisha soltanto per la sua forte influenza su questo "ombelico" del contrabbando. Qui la contiguità tra Stato e malavità è di fatto totale, frutto di un gioco di equilibri che nessun "tutore dell'ordine" o politico si azzarderebbe mai a mutare. E altrettanto attenzione viene preservata in Albania alla citazione del nome della famiglia Kapo. Hysni Kapo fu infatti il braccio destro del dittatore Enver Hoxha, mentre suo genere sostituì il dittatore come segretario del comitato centrale del partito comunista.I Kapo sono ovviamente ricchissimi, una ricchezza costruita sulla speculazione della miseria colletiva degli anni settanta. Questa famiglia è stata l'unica a non subire alcun persecuzione politica, nemmeno sotto Berisha. Tutti i cittadinanza statunitense, i Kapo sono proprietari della Ada Air la compagnia aerea che collega Bari a Tirana e di molte altre imprese oltre a poter vantare "in famiglia" l'ambasciatore albanese a Washington.Un tale assedio, da un lato il pericolo maggiore e maggiormente organizzato del crimine di matrice islamica e dall'altro la criminalità dell'Albania meridionale, grava di fatto sulle spalle dell'Italia. Testa di ponte naturale dei traffici balcanici sia via mare che via terra. Il Salento è chiaramente una regione troppo appetibile per la mafia di Tirana e Durazzo per non essere "colonizzata": clandestini e prostitute mobilitano infatti parecchie risorse sulla costa.Esistono infatti vere e proprie squadre di uomini, controllate dalla Sacra Corona Unita, che si occupano di fare da taxisti ai clandestini sbarcati nottetempo, garantendogli un passaggio fino alla stazione ferroviaria o comunque fuori dalla zona di controllo delle forze dell'ordine. Non è quindi da sottovalutare il ritorno in termini economici per gli affiliati della malavita locale, basti fare i calcoli dell'afflusso di "disperati" sulle coste pugliesi. Ma spesso e volentieri le organizzazioni prendono due piccioni con una fava: imbottendo gli scafi adibiti al trasporto di clandestini di marijuana, eroina e spesso armi. Nessun viaggio a vuoto, capitalizzazione massima. Per quanto riguarda la criminalità islamica, un dato solo può dare l'idea del pericolo incombente, al di là del rischio politico insito nella presenza dell'Islam alle porte dell'Occidente: la cosca della 'ndrangheta dei Libri di Reggio Calabria, attiva anche a Milano, si è accordata con un clan albanese del Kosovo per la fornitura di venti chili di eroina alla settimana. E lo stesso fa la Mafia siciliana, anche per la fornitrura di armi pesanti.




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